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giovedì 24 febbraio 2011

Pubblicità-advertising-réclame

Difficile trovare oggi qualcuno che non storca un po’ il naso quando gli si parla di pubblicità. È giusto biasimarlo? non me la sento di affermarlo, pur facendo parte dell’ingranaggio pubblicitario. Eppure, come connotazioni, essa ha una valenza storica considerevole, se la pensiamo presente sin dalle mura di Pompei nell’annunciare spettacoli, feste, gare sportive e quant’altro. 
La pubblicità però, per come la conosciamo ai giorni nostri, ha fondamenta nella rivoluzione industriale; quando si rese necessario informare gli acquirenti sulla maggiore offerta di prodotti. È però l’avvento dei media, in questo caso della stampa e dei relativi quotidiani, a divulgarla alle masse. Per arrivare ai primi anni venti, quando Daniel Stach pubblica il primo vero trattato sulla pubblicità in cui definisce le cinque regole fondamentali;
1. essere visto, perciò bisogna conferirgli la necessaria attrattiva;
2. essere letto, perché molti annunci sono guardati, ma non osservati;
3. essere creduto, perché un buon annuncio deve convincere l'acquirente della veridicità di quanto promette;
4. essere ricordato;
5. essere capace di spingere il compratore ad agire, cioè ad acquistare un determinato prodotto.
Regole forse datate per nascita, ma ancora oggi valide. Sebbene con il passare dei decenni gli operatori del mestiere abbiano puntato sulla capacità di eccitare l’emotività degli acquirenti facendo largo uso di martellante ripetitività. Del resto, nel concetto di base, “pubblicità” sta per rendere noto al pubblico, “advertising” privilegia il concetto dell’avvertire le masse, “réclame” privilegia invece il richiamo ad un’azione insita nel messaggio.
Sta quindi agli stessi operatori trovare le giuste vie per invertire una tendenza che ha reso, in molti casi, il pubblico insofferente.

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