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lunedì 4 agosto 2014

La maschera dello scrittore

Tempo di vacanze. Di lago, mare o montagna per i fortunati che possono permetterselo, ma anche di classici fuori porta per chi è costretto a un break molto più contenuto. In questo periodo dell’anno ognuno di noi tende a tirare fuori la parte reale di se stesso, quella tenuta nascosta negli altri undici mesi, e si dedica a quello che preferisce. È così anche per chi scrive. Lo scrittore ha però facoltà di mascherarsi come altri non possono assumendo nomi di fantasia che nascondono la sua vera identità. Ne ho scritto qualche mese fa, riferendomi a Normal Bean, pseudonimo del grande Edgar Rice Burroughs – ricordato per il suo John Carter di Marte e, soprattutto, per Tarzan delle Scimmie –. 

L’utilizzo dello pseudonimo, della maschera dello scrittore, era molto frequente in passato e doveva tale scelta ai più svariati fattori: scrittrici che volevano fingersi degli scrittori maschi, scrittori di grande popolarità che non desideravano compromettere il nome reale con un particolare genere narrativo, autori che scrivevano opere erotiche, autori minorenni, scrittori di biografie che non volevano compromettere persone e conoscenti. Per certi aspetti, lo pseudonimo era considerato una forma d’arte e non è raro ritrovarlo in importanti firme della pittura o della poesia. Sembrerebbe una moda tramontata, nei nostri tempi moderni, dove l’ansia di mostrarsi, di avere una certa visibilità e fama, supera qualsiasi altra problematica. Non è proprio così. Uno dei casi più clamorosi degli ultimi anni riguarda un’autrice che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed ha incassato ancora di più grazie ai diritti per la trasposizione cinematografica dei romanzi: J.K.Rowling. La scrittrice inglese più venduta di sempre, terminata la saga narrativa del suo Harry Potter, appagata per lo smisurato successo ottenuto, ha deciso di intraprendere la strada della scrittura attraverso lo pseudonimo di Robert Galbraith dando alle stampe The Cuckoo’s Calling con l’indipendente Sphere; un giallo, distante dal fantasy del maghetto, rifiutato da molti editori. 

Privo di un traino pubblicitario legato al nome della Rowling e di qualsiasi altra promozione, il libro stava rivelandosi come un autentico fiasco commerciale, con le sue 1.500 copie vendute nei primi mesi di uscita. Il clamoroso insuccesso ha costretto la Rowling, probabilmente consigliata dal suo staff, a una decisa marcia indietro che l’ha portata a togliere la “maschera” con conseguente, immediata, impennata delle vendite. Un altro caso celebre è quello di Stephen King, scrittore tra i più amati e venduti di questo secolo e di quello scorso. King, dopo il raggiungimento della fama, ha pubblicato cinque romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman ottenendo un riscontro al botteghino piuttosto modesto – si parla di circa 30.000 copie per uno dei cinque romanzi; risultato ottimo per uno scrittore qualunque, ma certamente stretto per uno Stephen King –. A differenza della J.K.Rowling, l’autore di Shining non ha rinnegato la propria scelta ed è stato costretto a svelarla solo in seguito allo smascheramento da parte di un suo fan accanito. Esistono molti altri esempi, qualcuno nostrano, di come l’uso di uno pseudonimo non paghi in termini di vendite. La spiegazione è molto semplice. Un lettore contribuisce al successo di un autore con la fedeltà, acquistando tutta la produzione narrativa, se si tratta di uno scrittore di successo, perché si fida di quanto ha già letto e dimostra questa fiducia comprando a scatola chiusa ogni nuovo libro. Per ottenere questo tipo di fidelizzazione occorrono, la maggior parte delle volte, anni e numerosi libri alle spalle. Lo scrittore diventa un brand. Lo pseudonimo è un autore sconosciuto, con tutti i rischi, le difficoltà di uno scrittore esordiente e un successo fattibile ma senza nessuna garanzia. È anche una possibilità assoluta di uscire dalle regole e dagli stili, una forma di libertà narrativa priva di qualsiasi vincolo letterario. 
Fammi conoscere le tue opinioni lasciandomi un commento QUI.

8 commenti:

il trono del vampiro ha detto...

Le maschere fanno parte del bagaglio di ogni scrittore. In alcuni momenti diventano pesanti, a causa degli strati che vengono apposti per nascondere l'intimo IO dell'artista; altre volte sono così sottili da poter perfettamente percepire l'universo che si cela dietro alle parole. In ogni caso, senza di esse non potremmo esprimerci a fondo.

Alberto Camerra ha detto...

@il trono del vampiro

Quando leggo di "maschere" mi torna alla mente un comic americano: Spiderman.
Qualche anno fa, Peter Parker, alter ego dell'uomo ragno, proclamò in pubblico di essere il volto dietro la maschera. La notizia rimbalzò sonoramente sui media (reali): era la prima volta, perlomeno in modo eclatante, che un personaggio dei fumetti si smascherava in quel modo.
Risultato? Dopo un periodo di difficoltà estrema, in cui i nemici di Spiderman provarono in ogni modo di sfruttare l'insperato vantaggio offerto, arrivando a ferire la sua leggendaria zia May, Peter si vide costretto a una scelta:
il classico patto con il diavolo.
Per proteggere se stesso e le persone che amava, la gente comune doveva scordare il suo outing. E lui tornare, a tutti gli effetti, il volto sconosciuto dietro la maschera.
È così? È davvero impossibile convivere svelando il proprio IO?
Grazie per il tuo intervento.
L'augurio per una serena giornata a te.
:)

Allie Walker ha detto...

Le maschere a volte sono necessarie per il quieto vivere, come nel mio caso. Vivo in un piccolo paese e una scrittrice di romanzi e racconti erotici ancora non è contemplata nel vivere gretto di una popolazione ristretta.

Alberto Camerra ha detto...

@Allie Walker

Rispecchi una delle categorie che cito nell'articolo, in effetti. Spesso la creazione dello pseudonimo non va attribuita alla volontà dello scrittore, ma al suo desiderio di proteggere la propria privacy dalle persone che lo circondano.
Grazie per il tuo intervento e la buona serata.
:)

Lisa Cagnassi ha detto...

Sì, io sono assolutamente me stessa. Sono troppe le emozioni da sprigionare. Il mio è il problema inverso. Devo fare attenzione a non scoprirmi troppo. Sono riconoscibile, come nel timbro della voce.
Questo forse è dovuto la mia non attitudine alla menzogna.
Inizialmente ho provato un leggero disagio: temevo giudizi disfattisti e demoralizzanti.
Raccolti piccoli consensi, mi sono Gettata totalmente nella mischia. Questa sono io, nel bene o nel male. Voglio che chi mi legge, conosca le mie caratteristiche. Difetti compresi.
Grazie e buona serata.

Giovanni Ricordi ha detto...

Ogni persona porta già la propria maschera ( di solito ) ben fatta, un'altra ad altro non serve se non a proteggere la prima ! Di solito le persone temono di mostrare il proprio io !

Alberto Camerra ha detto...

@Lisa Cagnassi

Credo sia difficile fingere nella scrittura. Anche assumendo l'identità di uno pseudonimo, sono poche le persone che riescono a dimostrarsi diverse. È proprio la maschera, nella maggior parte dei casi, a permetter loro di tirare fuori emozioni e verità nascoste.
Di sicuro, il timore maggiore è quello del confronto, della critica; proprio perché scrivere è mostrare quello che hai dentro, denudarsi di corde ancestrali dell'anima. In quel momento sei fortemente vulnerabile. Se però, grazie a piccoli riscontri, come scrivi tu, superi indenne la fase della critica riuscendo a estrapolarne la positività costruttiva, puoi affrontare con successo qualsiasi difetto.
Grazie a te per il tuo intervento.
Buona domenica.
:)

Alberto Camerra ha detto...

@Giovanni Ricordi

Vero, Giovanni. È la società che ci spinge a indossare una maschera, la bieca morale del mondo intorno, che ti obbliga a nasconderti per timore di un giudizio aspro e meschino. Scrivere è mostrarsi intimamente, ecco perché fa ancora più male quando vieni criticato (se la critica è falsa e cela altri moventi).
Grazie a te per il tuo intervento.
L'augurio di una serena domenica.
:)

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