Ritratto di Ada Negri
Emilio Sommariva · Public domain

Frasi

Frasi di Ada Negri

26 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Ada Negri raccolte in un'unica pagina: 26 frasi, divise per libro e argomento.

Ada Negri (poetessa, scrittrice e insegnante italiana). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Ada Negri

Batte la pioggia con tinnir di nacchere / della magnolia sulle foglie dure: / compatta e stralucente è la magnolia / sotto il lavacro; ed ogni foglia è lastra / brunita ove rimbalzano le gocciole. / S'aprono invece di tra il verde i calici / dall'aroma che sta fra amore e morte / pallidamente offerti al gran ristoro / dell'acqua, e in sé l'accolgono: viventi / acquasantiere, a cui nessuna mano / attingerà pel Segno della Croce.
Magnolia, in Otto liriche, Società anonima La nuova Antologia, Roma, 1942 p. 13.
Giovani così radiosi di corpo e di anima che sembrano giovani re.
Citato da Freddi, Bandiera Nera, Libreria del Littorio, Roma; citato in Leo Longanesi, In piedi e seduti, Longanesi & C., 1968.
Ho consegnato il manoscritto delle mie novelle "Le solitarie". Vi è contenuta tanta parte di me, e posso dire che non una di quelle figure di donna che vi sono scolpite o sfumate mi è indifferente. Vissi con tutte, soffersi, amai, piansi con tutte.
Da Le solitarie, 1917.
Lo sa tutto a memoria, lo ha tutto nel sangue, dal più piccolo sassolino della più nascosta rèdola alla più rugginosa foglia d'edera avviticchiata con il gambo ad un angolo di muro. Sdraiata sul ventre, i gomiti affondati nell'erba, si gode con la voluttà d'una lucertola le ore canicolari, leggendo qualcuno de' suoi libri magici. Vede formiche andare, ode mosconi ronzare, cicale frinire, frasche stormire, campane suonare. Sente il buon calore terrestre entrarle nelle vene, e le pare di poter vivere sempre così. Ha una quantità di amici nel giardino; e ciascuno le vuol bene a suo modo. Il pino gigante che porta così amari frutici verdazzurri la considera un poco d'alto in basso; ma l'erba salina è così piacevole a masticarsi, così acidula ed eccitante al palato!... Le pazze rose giallo-carnee che assaltano il muro a ponente, dietro le tre magnolie di duro lucentissimo smeraldo, si ridon di lei, pungendole le dita e sfogliandosi subito nelle sue mani; ma il boschetto di magre betulle la conduce dolcemente, nell'ombra ricamata di sole, ad un cancelluccio acchiavistellato che guarda su una straducola. Le piace, quella straducola. Pensa: mia.
Da Stella mattutina, Mondadori, Milano, 1921, pp. 30-31.
Tu cerchi, nel sogno, due teste / di bimbi - i tuoi bimbi - lontani: / non v'è sangue sulla tua veste, / non v'è sangue sulle tue mani. / [...] / Chi sa? T'assolveranno, o Madre. / Chi sa? Ti daranno ai figliuoli. / Fra un grumo di sangue ed un carcere / oh, sarebbero troppo soli.
Per un'accusata, da Opere.
Un pomeriggio dei primi di giugno: il mese mio, il più felice dell'anno, che ha davanti a sé l'intera estate, è quasi senza notti, e mi dà l'illusione che la morte non sia cosa vera.
Da Un nido, in Erba sul sagrato, Mondadori, Milano, 1939.
Venne in cerca di te / nella calda notte, lungo le strade dai fanali azzurri. / Tutte le strade, allora, la notte erano azzurre / come le vie dei cieli, / e il volto amato / non si vedeva: si sentiva in cuore. / E ti trovò, o dolcezza, nell'ombra / casta, velata d'un vapor di stelle. / Fra quel tremolio d'astri / discesi in terra, / in quell'azzurro di due firmamenti / l'uno a specchio dell'altro, ella ella pure / rispecchiò in te l'anima sua notturna. / E ti seguì con passo da bambina / senza sapere, senza vedere, tacita e fluida. / E allor che il giorno apparve / con fresco riso roseo su l'immenso turchino, / non trovò più se stessa / per ritornare.
Sinfonia azzurra, in Il libro di Mara, Fratelli Treves, Editori, Milano, 1919, pp. 13-14.

Frasi da «Fatalità»

Io non ho nome. — Io son la rozza figlia / dell'umida stamberga; / plebe triste e dannata è mia famiglia, / ma un'indomita fiamma in me s'alberga. (da Senza Nome, p. 5)
Sui campi e su le strade / silenzïosa e lieve, / volteggiando, la neve / cade. / Danza la falda bianca / ne l'ampio ciel scherzosa, / poi sul terren si posa / stanca. (da Nevicata, p. 31)
Rôtan le cinghie, stridono le macchine; / indefessi ne l'opre, allegri canti / vociano i lavoranti. // Ma un dissennato grido a un tratto levasi; / e pare lacerante urlo di belva / ferita in una selva. // Fra i denti acuti un ingranaggio portasi, / — povera donna bionda e mutilata!... — / una mano troncata. // ... Rôtan le cinghie, stridono le macchine; / ma le ruvide voci i lavoranti / più non sciolgono ai canti. // Stillan, confuse col sudor, le lacrime; / da lontano rombando, la motrice / cupe leggende dice. // E senza tregua appare agli occhi torbidi, / — povera donna bionda e mutilata!... — / quella mano troncata. (Mano nell'ingranaggio, pp. 65-66)
Da che eccelse scaturigini tu nasci, / o cascata impetüosa?... / Rimbalzante sulla china perigliosa, / tu scrosciando volgi al mar; / spumi, brilli, ridi, spruzzi, e niun t'arresta / ne la corsa secolar. (da Cascata, p. 184)

Scheda del libro «Fatalità»

Frasi da «I canti dell'isola»

Solaria, il vento del sud scrolla e devasta il tuo pergolato di glicini. / Ne piombano a terra i corimbi, chicchi violetti di grandine, pesanti d'un peso di morte. / Così a te traboccan dagli occhi, nell'ora del torbido amore, le lacrime; / ma non si raccoglie il pianto d'amore, non si raccolgono i fiori caduti del glicine. (Il pergolato di glicini, p. 14)
Or cercherai riposo, sotto i carrubi: ché gli occhi / t'ha resi folli il sole dell'Isola folle. Ora gli occhi ||tu chiuderai, sull'erba: fin che l'abbaglio sia spento. / Non sapevi che la bellezza fosse sì gran patimento. // Agli aromi che intridon la macchia, per dormire, chiederai grazia: / questa è terra senza pietà, di troppa delizia ti macera e strazia. // Voci che amavi, che t'eran sì dolci, sì necessarie, laggiù, / al paese: voci del sangue: non son più tue, non ti chiaman più. // Questa è terra senza pietà, ti ruba a te stessa, ti svuota della memoria, / poi, con una risata di sole, ti scaglia a mare, consunta scoria. // Se vuoi salvarti, vattene. – Domani sarà troppo tardi. / Ma forse non vuoi salvarti. – Taci, allora. Abbandónati. Ardi. (Stanchezza, p. 16-17)
Nutrita di roccia, tu affondi nella roccia le tue radici / e t'è impresso sul volto di fiore il mistero della madre pietra. / Splendi in aprile come un disco d'oro, trascolori sulfurea nel maggio: / l'arsura del luglio ti veste d'un drappo vinoso, di baccante . / Innamorata del fico d'India, dalle innumeri mani in preghiera, / per lui disvellerti al sasso che t'è parte viva non puoi – né esso può; / e ti dilati, impura, gonfia di tossico, nel desiderio vano. / O velenosa, sei bella; ma niun s'attenta a toccare i tuoi fiori perfetti. / O solitaria, io conosco fra gli uomini un deserto ch'è simile al tuo. / O alta sul mare, un cuore io conosco ch'è più in alto e più triste di te. (Euforbia, pp. 29-30)
Non so che livido volto mi mostri oggi Monte Tiberio, / inciso di cicatrici, saturo d'odio, forse d'amore: / il volto di colui che fu per uccidermi, un giorno. / Ove è colui che un giorno fu per uccidermi, perchè mi amava? / Ch'io tremi ancóra al suo fiato geloso, ch'io svenga in quel brivido. / Carcere duro è l'Isola ov'io mi credetti aria ed ala: / l'alte rocce son mura di mastio, impervie: sul mare cinereo / non onda, non vela, non varco, non remissione: – e pur sento, / malfida Capri, ch'è dolce, troppo dolce esser vinta da te. (Scirocco, p. 65)

Frasi da «Il dono»

Quando vedemmo, insieme, il grande arbusto / di spirèe bianche, tutto in fiore, molta / fu l'allegrezza: come dell'arrivo / d'un fratello, improvviso, da lontane / terre. Era un giorno sul finir d'aprile. / Quali de' fiori erano aperti, e quali / stretti nel boccio, d'un pallor che in grigio / sfumava; e fitti sì, che il fresco verde / delle fronde spariva: una rotonda / nube parea, calata giú dal cielo / per gioco, e pronta a risalirvi. Bombi / ronzavano tra il folto delle rame / fragranti: la dolcezza del glucosio / entrava in noi con quel ronzio d'ingorda / felicità. // Perché non dura, amici, / tutta l'annata il fior della spirèa, / fiore di gioventú, fior di speranza? / Troppo sarebbe. Non potrà nessuno / su' suoi passi fermar la primavera. (Le spirèe, p. 32)
Sugli steli diritti come sbarre / d'acciaio, mi salutano i giaggioli / in doppia siepe, mentre salgo all'alto / chiosco che mira, dal giardino, i campi / via digradanti verso i boschi e il fiume. / Giaggioli d'una carne vïoletta / quale piú scura, qual piú smorta: tutti / pensosità di sguardo, e rilucenti / d'una grazia guerriera; e li diresti / sbocciati sulla punta delle spade. / Fra le due schiere io salgo, nella tersa / luce del mezzodì: son principessa / di corona: men vo per chiare vie / fra cavalieri di gran scorta, armati / dell'amor che li illumina; ed ognuno / pronto è a morir per me. // Libera andare / fra i giaggioli del maggio al chiosco verde / che guarda i campi e le foreste; ed essere / principessa regnante in questo regno. (Le due siepi, p. 35)
Amo la libertà de' tuoi romiti / vicoli e delle tue piazze deserte, / rossa Pavia, città della mia pace. / Le fontanelle cantano ai crocicchi / con chioccolìo sommesso: alte le torri / sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore, / me l'avventano su verso le nubi. / Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s'intrecciano / a labirinto; ed ai muretti pendono / glicini e madreselve; e vi s'affacciano / alberi di gran fronda, dai giardini / nascosti. Viene da quel verde un fresco / pispigliare d'uccelli, una fragranza / di fiori e di frutti, un senso di rifugio / invïolato, ove la vita ignara / sia di pianto e di morte. Assai più belli / i bei giardini, se nascosti: tutto / mi par più bello, se lo vedo in sogno. / E a me basta passar lungo i muretti / caldi di sole; e perdermi ne' tuoi / vicoli che serpeggian come bisce / fra verzure d'occulti orti da fiaba / rossa Pavia, città della mia pace. (I giardini nascosti, p. 43)
Son globi d'oro i kàki del novembre, / (chi ci rubò l'estate senza notti?) / ma d'un oro sanguigno. Dalle rame / spoglie pendono ignudi, e al morso invitano, / colmi del succo zuccheroso: il sole / di San Martino li attraversa d'una / liquida luce, in trasparenza. Vieni / con me nell'orto, tutto strati e cumuli / di foglie gialle: sulle foglie gialle / meriggiar voglio, e m'attraversi il sole / come quei frutti. Tu li coglierai, / Giuliana dalle gambe di cerbiatta, / per gettarmeli in grembo, tondi, molli, / troppo dolci al palato, ultima gioia / d'autunno: in essi il mio dorato autunno / festeggerò presso il tuo verde aprile. (I globi d'oro, p. 45)
Sorge la luna tonda / dal monte: un'altra luna entro l'immote / acque del lago appare. Io mi domando / qual sia la vera : cielo ed acque formano / un'aperta conchiglia rosazzurra / che due perle gemelle / offre ai miei occhi innamorati. Vento / non spira, ala non palpita, né vela / cammina, né dei salici piangenti / curvi alla riva un brivido han le foglie. / Solo parla, sommesso, un usignolo / nel cipresseto: con sì pura voce / ch'io mi penso esser morta, e questo il luogo / dove l'anima è giunta al suo perdono. (Luna sul lago di Castel Toblino, p. 56)

Frasi da «Orazioni»

Il suo aspetto era quello di un essere che porti in sé stesso – e lo sappia – l'Assoluto della regalità.
Alta su tutto, la fronte: vasta bianca massiccia nell'aureola dei lievi capelli d'argento, dura infrangibile come fosse fatta di materia silicea, luminosa lontana come fosse fatta di materia astrale.
Dalla troppo grave pesantezza del corpo alla lentezza del gesto ieratico alle linee belle ma affloscite del viso, ogni particolare della persona straordinaria si riassumeva nella maestà di quella fronte.
V'era contenuto un mondo.
Fra lo sguardo di Alessandrina Ravizza e chi le stava dinanzi, fluttuava sempre una misteriosa immagine scôrta da lei sola: un sogno, una verità, l'ombra d'un sogno, l'ombra d'una verità. (pp. 8-9)
Interventista della prima ora come Alessandrina Ravizza, non pensò neppure per un momento che la patria potesse rimanere spettatrice indifferente dell'aggressione germanica. Egli, che sempre era stato irriducibile avversario del militarismo e della guerra. Che aveva vissuto la più candida delle esistenze nella religione dell'Internazionale. Che come Socrate era sereno e, come , come , non per sé vivo ma per l'umanità. (p. 71)
[...] Luigi Majno non ebbe bisogno di andare a combattere per essere ucciso dalla guerra.
Egli morì di dolore per aver dovuto accettare e proclamare, davanti alla feroce verità dei fatti, la necessità ineluttabile di passare, anche in questo secolo, attraverso la guerra per difender la pace. (p. 73)
Alto, robusto, massiccio, un poco tozzo il collo sulle spalle quadre, portava fiera la testa dalla gran fronte bionda, sovrastante a torre sulle profonde cavità degli occhi. Ma gli occhi azzurri e la fresca bocca erano di un bambino. Di un bambino, talvolta, nella quiete delle ore raccolte, l'accento e la voce. (p. 74)

Dicono di Ada Negri

Ada Negri, figlia del popolo, la cui sottile persona alimentata dal sangue gagliardo da cui è nata, dà a chi la ripensa una piacevole visione di finezza e di robustezza; volto la cui maschera mobilissima, quasi tragica, ove ardono i bellissimi occhi, riesce indimenticabile a chi l'ha veduta una sola volta; donna che anche ora, nella vita cui è giunta attraverso profondi mutamenti di tutto il suo essere, nella raffinatezza di abitudini che appagano il suo innato senso estetico, ha salvato qualche cosa di acerbo, di crudo, che non è mai volgare ma che piace come ogni espressione di sentita sincerità.
Camilla Bisi
Profonda è l'impronta che Ada Negri ha lasciato di sé: la sua lirica non si riallaccia a nessuna tradizione, ma a sua volta fu una delle fonti cui ancora attinge la poesia femminile.
Camilla Bisi

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026