Ritratto di Albio Tibullo
Lawrence Alma-Tadema · Public domain

Frasi

Frasi di Albio Tibullo

12 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 12 frasi di Albio Tibullo: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Albio Tibullo (poeta romano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Elegie – Citazioni

È sufficiente un piccolo raccolto. (I, 1, 43)
Tibullo rappresenta la sua visione dell'agricoltura, fuga dalla città e quindi simbolo di libertà.
Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? | [...] | Da quel momento furono stragi, guerre. / Si aprì la via più breve alla crudele morte. / Tuttavia il misero non ne ha colpa. Siamo noi che usiamo malamente / quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve.
Traduzione riportata nell'incipit del film Il mestiere delle armi (2001).
Giove si fa gioco delle false promesse degli amanti. (III, 6, 49)

Elegie – Citato in Giosuè Carducci, Opere, vol. XXIX

Non io rimpiango le ricchezze de' miei padri né i beni che all'avo producea la messe ammucchiata ne' granai. Mi basta una piccola raccolta; mi basta un letto da riposarmi, s'io possa, nel sonno, e l'ordinario sedile per posarvi e rinfrancare le membra. Com'è dolce udire dal letto l'infuriare dei venti e stringersi al petto amoroso la sua donna; o quando l'austro d'inverno riversa le gelide piogge, seguitar sicuri i lunghi sonni allo scrosciar della pioggia. Ciò mi avvenga; e arricchisca pure, ché ne ha il diritto, chi può sopportar le furie del mare e le tristi ire dei nembi. Oh perisca quanto v'è al mondo d'oro e di smeraldi, più tosto che un'amante pianga la mia dipartita! (Libro I, Elegia I, p. 152-153)
A te sta bene, o Messalla, portar la guerra per terra e per mare, sì che la tua casa ostenti le spoglie de' nemici. Io rimango prigioniero nei lacci d'una bella fanciulla, e veglio, come uno schiavo incatenato alla guardia, dinanzi alla porta inesorabile. Che importa a me, Delia mia, della gloria? Sia teco; e mi chiamino pure poltrone e da poco. Oh che in te possa io fissar gli occhi, quando mi sopravverrà l'ora suprema; ch'io possa stringerti morendo con la mano mancante. Tu piangerai, posto che m'abbi, o Delia, sul letto del rogo, e mescolerai alle amare lacrime i baci. Piangerai: tu non hai cinte le viscere d'insensibile ferro, non hai nel tenero cuore una selce. (Libro I, Elegia I, p. 153)
Chi serve ad Amore, vada per tutto: egli è sacro, né gli conviene temere d'insidie. A me non fa nulla il freddo d'una notte pigra d'inverno, né la pioggia che cade a rovesci; tutto questo a me non fa male, pur che Delia mi apra la porta e zitta mi chiami a sé con uno scocco delle dita. Guardia agli occhi, o uomini o donne che siate sulla mia strada: Venere vuole per i suoi furti il silenzio. Non mi date timore col rumore dei passi, non domandatemi il nome, non avvicinate l'indiscreto chiaror delle fiaccole. E se qualcuno, pur senza volerlo, mi ha e riconosciuto, taccia e neghi per tutti gli dèi di ricordarsene; perché l'indiscreto, chiunque siasi, proverà che Venere è nata dal sangue, è nata dal mare in tempesta. (Libro I, Elegia II, pp. 155-156)
Come vivevano bene quando regnava Saturno, prima che la terra fosse aperta in immensi viaggi! Il pino non aveva ancora sfidato le cerule onde, né spiegato al soffio dei venti il seno delle vele; né ancor vagando in cerca di guadagni per terre ignote il nocchiero aveva caricato di merce straniera il vascello. Allora il vigoroso toro non subiva il giogo, non il cavallo mordeva con bocca domata il freno: non c'era casa che avesse porte; non c'era piantato nei campi un sasso che determinasse confini certi ai terreni coltivati. Le querce davano di per sé, spontanee venivano le pecore a offrire le mammelle piene di latte ai tranquilli uomini. Non eserciti, non furori, non guerre; né un rozzo fabbro aveva ancora con feroce arte temprata una spada. Ora sotto il regno di Giove sangue sempre e strage; ora i pericoli del mare; ora aperte d'un tratto mille vie alla morte. (Libro I, Elegia III, pp. 159-160)
Un lungo andar di giorni insegnò a' leoni ubbidire l'uomo, un lungo andar di giorni col picciol gocciolar d'un'acqua scavò le rocce: l'anno matura le uve su' colli aprici, l'anno rimena con ferma vicenda i lucidi segni del cielo. Ma il tardare sarebbe errore. Passerà la giovinezza, oh come presto! il giorno non s'arresta né ritorna. Come presto perde la terra i purpurei colori, come presto il bianco pioppo le belle chiome! Come langue, quando sopravvennero i fati dell'inferma vecchiezza, il cavallo che un giorno balzò primo dal carcere eleo! E già vidi un giovine, incalzato oramai dall'età più tarda, a piangere i bei giorni stoltamente passati. Dèi crudeli! il serpente spoglia gli anni e rinnovasi, alla bellezza i fati non concessero indugio. (Libro I, Elegia IV, pp. 162-163)
Quegli cui cantin le Muse vivrà fin che la terra avrà querci, stelle il cielo, il fiume acque. Ma chi è sordo alla voce delle Muse, chi vende l'amore, quegli séguiti su l'Ida il carro di Cibele e percorra né suoi errori trecento citàà, e taglisi al suono de' flauti frigi gli osceni pesi.Ciascuno ha la sua gloria: la mia è d'essere il consultore degli amanti disprezzati: la mia porta è loro aperta a tutti. (Libro I, Elegia IV, pp. 164-165)
Mancano i versi 71-76. Opere, vol. XXIX, p. 165.
Ma anche tu, Foloe, ricòrdati di non esser crudele a questo giovinetto (Venere punisce i disdegni e i rigori), né chiedere doni: dia doni un amante canuto, acciò tu gli riscaldi le gelide membra contro il molle tuo seno. Assai più caro dell'oro è un giovine a cui splendon liscie le gote e non pungono con aspra barba gli abbracciamenti. Passagli sulle spalle le candide braccia, e disprezza tutti i tesori dei re. (Libro I, Elegia VIII, p. 175)
[...] altri sia forte nelle armi, e abbatta col favore di Marte i capitani nemici, sì che un soldato possa poi, mentr'io bevo, raccontarmi le sie belle imprese, e col dito intinto di vino dipingermi sulla mensa gli accampamenti. Che furore è questo di provocare su i campi di battaglia la nera Morte? Pur troppo ella n'è sopra, di soppiatto e senza scalpore. Laggiù non semente, non vigne, ma Cerbero feroce e il brutto nocchiero di Stige: laggiù una pallida turba con gote livide e i capelli bruciacchiati vagola su le rive dei laghi tenebrosi. Quanto è più da lodare quegli, cui la tarda vecchiezza sorprende nella sua casuccia in mezzo la prole che gli cresce attorno! (Libro I, Elegia X, p. 182)

Dicono di Albio Tibullo

Tibullo è un poeta sincero che confessa d'essere un amante infelice, né prorompe in esclamazioni patetiche contro il sesso infedele, né in lanci di furioso dolore, né in protestazioni di disperata tristezza. Egli o piange il suo stato; o va in desiderii e disegni di stato migliore, s'imagina di trovare un'amica degna del cuor suo: e con la speranza tempera l'amarezza della vena poetica: ond'esce un canto ben modulato, di due strumenti e quasi di due cuori diversi.
Niccolò Tommaseo

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026