Frasi
Frasi di Alfonso Berardinelli
12 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 12 citazioni di Alfonso Berardinelli, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Alfonso Berardinelli (critico letterario e saggista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Alfonso Berardinelli
Accadrà con Foucault quanto è accaduto con Heidegger: essendo troppi coloro che gli debbono troppo, nessuno di loro vorrà sentirsi vittima inconsapevole di un abbaglio.
Accusata di tradimento dalla sinistra, fraintesa dalla destra, dimenticata dai manuali di filosofia. Eppure è uno dei maggiori pensatori del secolo.
Ci deve pur essere qualcosa negli ex nazisti non pentiti che oggi affascina tanto gli intellettuali di sinistra italiani. Questo qualcosa è lo Stile: la stilizzazione altamente parodistica dell'intelligenza, l'esibizione coerente, apatica, senza flessioni e senza ripensamenti del proprio pensiero come prodotto di un'intelligenza superiore. Il kitsch della potenza teoretica condensata in formule inestricabili e tautologiche. È un fatto che uomini come Ernst Junger, Carl Schmitt e Martin Heidegger offrono questo. E sembrano sempre un poco (o molto) superiori ai fatti. Non si sono mai pentiti, loro. Non ci hanno mai fornito nessun utile, trasparente resoconto delle loro convinzioni e vicende politiche. Nel '33, il nazismo come "fatto dominante" li ha tremendamente affascinati, attratti e mobilitati. Ma poi, dopo il '45, come "fatto perdente", li ha annoiati ed è parso indegno di considerazioni ulteriori. Provare vergogna era qualcosa che superava nettamente le possibilità espressive del loro stile. [...] In quel linguaggio, non si capisce più la differenza fra leggere un libro e sparare contro qualcuno, fra un progetto di ricerca e una dichiarazione di guerra. Rispetto alla propaganda e alla pubblicità, siamo senza dubbio al polo opposto. Ripetitività ipnotica e vuotaggine, però, sono curiosamente analoghe.
Con Arbasino, come lettore, non so convivere. È troppo veloce: io amo la lentezza. Dà troppo: ho bisogno di meno. Lui enumera: io cerco una sintassi. Lui registra, provoca, mette in fila interrogazioni retoriche: io mi aspetto ragionamenti. Lui deborda: io vorrei pause e confini. Le sue energie sono infinite: io vorrei una sosta. Preferisco gli scrittori che cambiano ritmo e tono: lui (come peraltro Pasolini e Calvino) ha sempre un ritmo e un tono. Mi sento a mio agio con gli scrittori che hanno un io di media grandezza: l'io di Arbasino è invece un io minimo prossimo allo zero, sparisce di fronte all'oggetto su cui lavora. Oppure è un io che si dilata fino a coincidere con il fiume del divenire, con il mare dell'essere e con ognuna delle loro increspature: è un io sconfinato, veloce, perpetuamente mobile, che non sopporta né lo spazio né il tempo. Un io virtuosamente estroverso, perché l'interiorità è madre di tutti i vizi. La vitalità di Arbasino sfiora il sovrumano, anzi lo scavalca. Io amo tipi che disperano di poter raggiungere semplicemente l'umano.
Il corpo appare, da un lato, come l'entità antiideologica e antirivoluzionaria, ma dall'altro anche come la sola realtà che esiga un "mondo diverso", un "altrove"; che aspiri a realizzare, e qua e là cominci a realizzare, una "coscienza felice". Il rapporto-conflitto tra rivoluzione e corpo occupa lo spazio lasciato vuoto da una rivoluzione senza corpo. Il corpo di Gerolamo Aspri sembra comportarsi come il polo di una dialettica inceppata di universale-particolare. L'universale concreto esplode nell'indeterminazione. Di questo impazzisce Aspri.
Il suo modo di pensare si nutre appunto di infatuazioni, di piccoli dogmi personali e di quelle continue alzate di spalle con cui il parvenu dello Spirito deve sempre dimostrare di essere "il più fine".
Non usare gli aggettivi: "grande", "forte", "formidabile" se non in rapporto a fenomeni e manifestazioni immateriali, inoffensive. Mai dire: "formidabile movimento di massa", "grande forza organizzata", ecc. Solo chi sospetta sé stesso di impotenza sente il bisogno di fare propaganda alla grandezza e alla forza materiali, che non ne hanno bisogno. Limitarsi semmai a dire, a volte, "formidabile quartetto d'archi", "grande solitudine", "forte clausola ritmica"... Quanto al pensiero, eviterei del tutto di misurare se è forte o debole. Meglio cercare di capire se è vero o falso, se deforma o rispetta la cosa di cui parla, se rende esplicita la situazione di chi parla, se ha dei secondi fini, e quali.
Utile contro le strumentalizzazioni ideologiche, scientifiche e scolastiche della letteratura, l'estetica di Nabokov, quando si manifesta in affermazioni generali, fa un'impressione abbastanza misera. Dimostra tra l'altro la sua natura puramente reattiva. [...] La letteratura è un imbroglio, il romanzo è una fiaba, dice Nabokov. Ma che bisogno c'è di fare generalizzazioni così discutibili dopo essersi dichiarati irriducibili avversari di ogni idea generalizzante? [...] Nell'intento di trasformarci in lettori del tutto privi di pregiudizi, Nabokov ci regala i suoi pregiudizi, quelli di cui è più fiero.
100 Poeti
La situazione estrema, ultimativa in cui nasce la sua poesia è anche una situazione di semiafasia. Come se chi parla temesse il potere delle parole, o temesse di perderlo. (p. 84)
Góngora, che è una delle cuspidi iperliriche della poesia europea, è il poeta della dismisura solidificata e della malinconia solare. (p. 144)
In Kavafis, il corpo che desidera e si aggira in prossimità di altri corpi è contemporaneo non della storia di oggi, ma di tutta la storia, perché è estraneo a essa. E tutto è sempre qui, ora, sparito da secoli, ancora vivo. (p. 171)
La sua è una poesia all'aria aperta, da far esplodere nell'aria, con le sue percussioni esclamative, la sensibilità arguta, la vitalità insieme realistica e illusionistica. Lope manda in estasi la realtà. (p. 352)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026