Frasi

Frasi di Angelo Maria Ricci

15 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Angelo Maria Ricci raccolte in un'unica pagina: 15 frasi, divise per libro e argomento.

Angelo Maria Ricci (poeta italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Angelo Maria Ricci

Odi gentil ronzio, / che vien dalla foresta, / un Ape, o Nice, è questa / che va predando i fior. / Copri col tuo grembiale / le guancie ruggiadose, / potria da quelle rose / sugger più dolce umor. (da Canzonette, XII; in Poesie del cavaliere Angelo M. Ricci reatino, p. 55)

Italiade – Citazioni

A' nostri tempi la Filosofia che chiede ragione di tutto, la Politica che mentisce sull'interesse universale, e la polvere da cannone, onde furono estinti i prodigj del valor personale, hanno esauriti i fonti della Epopea. La sola Religione Cattolica può in oggi dar nobile subbietto di macchinismo all'invenzione d'un poema. (Argomento storico, macchinismo ed intenzione del poema, 2; p. 7)
Italia Italia, ah non mi dir che dura / memoria il canto mio ti rinnovella, / forme e leggi cangiando e non ventura / sorgesti in ogni forma ognor più bella, / tu del mondo ornamento, e di natura / ponesti in ogni balza archi e castella, / e se stillan di pianto i lauri tuoi, / la sventura, e il valor fecer gli eroi. (canto I, ottava 5; p. 16)
Non sai quanti perigli in uno involve / sublime impresa, che dal ciel non scende, / non sai che il trono è vil mucchio di polve, / che dal soffio di Dio mal si difende... / non sai che il mondo i più felici assolve, / che volge il dorso a chi dall'alto scende... / non sai... deh tu col senno, e col consiglio / compagno al genitor ti mostra e figlio... // Qual Dio, qual man dirigerà quell'asta / che il padre tuo contro gli altari ha spinto? / Forse avversa la terra a lui non basta, / che il cielo istesso a provocar s'è accinto...? / Oh Dio qual crudo nembo a lui sovrasta, / sia pur che torni o vincitore, o vinto... / Oh patria... oh figlio., oh re, questa è la meta / d'un età che sperai finir più lieta... (canto I, ottava 52-53; p. 52)
Pel fior degli anni tuoi, per la pudica / sposa in cui si confonde il tuo destino, / pe' cari genitori, o figlio, lungi / sien l'armi» e in pace i giorni lor raggiungi. (canto I, ottava 54; p. 32)
Dov'è quel Carlo, che d'Europa il pondo / libra e corregge nell'immensa mole, / germe sublime d'arbore fecondo, / e d'Ibera eroina inclita prole: / ne' suoi be' giorni si raddoppia il mondo, / né mai tramonta ov'egli impera il sole, / poiché aggiunti i materni ai patrii regni / lo scettro stende oltre gli Erculei segni. (canto III, ottava 33; p. 97)
Ferve nel quarto cerchio opaco smalto, // che qual sull'Etna ardente e bolle e fuma, / sol che più ratto e liquido dall'alto / volvesi, e non s'impietra o si consuma: / ivi sta l'Ira; di bollente asfalto / tinge i suoi ceppi e di viperea spuma, / e mentre cieca si dimena e scoppia, / ne' suoi lacci s'intrica, e gli raddoppia. (canto VI, ottava 35; p. 216)
Rosso vapor n'uscia per l'aura fuora, / come il Vesevo dall'ignito grembo / spesso manda un vapor, che dell'aurera / talor si perde nel rosato lembo: / lucid'alme spedite ad ora ad ora / vedeansi trasparir tra 'l roseo nembo / e galleggiando per lo ciel sereno / salian quasi faville al sole in seno... (canto VI, ottava 59; p. 224)
Qual sovra i cieli entrambe ergon fiammante / triangolar Piramide infinita... / Un atomo è il creato a Lei davante, / un lampo il sole, un palpito la vita... / L'immensa eternità solo un istante / che a quel centro s'aggira, ond' è partita... / della Triade increata è questo il Trono / e in tre voci vi suona — lo son chi sono. // Stassi il Padre, il Figliuolo, e il Divo Amore / in un distinti, e l'uno all'altro eguale... / Ma chi fissar potrebbe in quel fulgore / l'occhio che il sole a sostener non vale; / bench'egli porti del divin Fattore / poche faville in debil vase e frale, / come raggiunger può chi tanto splende / la mente che se stessa non comprende? (canto VI, ottava 74-75; p. 229)
Sei giorni, e sei trascorsi erano appena, / quando di Carlo apparver gli stendardi, / e come allor che il torbid'austro mena / in pigra calma i gravi nembi e tardi; / corrono a prevenir con varia lena / l'atro foriere i nuotator gagliardi, / così di speme disperata accesi / corrono all'armi i difensòr Pavesi // tutta in campo apparia già l'oste intera, / che i larghi fossi in duplice intervallo / disponea d'ogni intorno, e la trinciera, / e i gravi arieti approssimava al vallo: / qual forse ad Ilio sovrastava altera / l'infausta mole del fatal cavallo, / ed accennando da vetusti merli, / pendean le spose italiche a vederli. (canto VII, ottava 25-26; p. 257)
[...] / ov'è giudice Iddio, sempre è la vita / [...]. (canto IX, ottava 56; p. 339)

Orologio di Flora

Stanca è la Notte, o Fillide; / rari son gli Astri intorno, / chiedon bramose il giorno / l'Ore vermiglie al Sol. // Egli al suo carro innanzi / e chiama ad una ad una, / e il proprio fior ciascuna / schiude, passando a vol. (A Fille, vv. 1-8)
Ecco dell'Alba ancella / l'Ora che gli Astri asconde; / nel bacio delle fronde / dormon socchiusi i fior. // Innanzi a lei si desta / tinto un fioretto in croco, / e par che senta il foco / del Sol che tace ancor. (La sassefica, vv. 1-8)
Già l'Ora quarta ad Espero / volse sdegnosa il dorso, / dacché nel mezzo al corso / la Notte abbandonò. // Mira quel fior che in oro / apre le caste fronde, / e in sen que' parti asconde / che Amor di piuma ornò. (Il dente di leone, vv. 1-8)

Dicono di Angelo Maria Ricci

Questo libretto d'Idillii picciolo di mole è veramente grande pel pregio dei vaghissimi componimenti, che in se racchiude. Il Cavaliere Àngiolo Maria Ricci già celebre pe' molti suoi lavori poetici, e singolarmente per l'Italiade, poema che a dispetto di ogni maledico detrattore gli assicurò onoratissimo luogo fra gli epici Italiani, ha voluto applicarsi anche a questo genere di poesia, che tanto conviene al suo animo gentile e sensibile . In un breve ma elegante discorso, che precede i versi, ha esposto le sue idee sugli idillii e sul fine ch'ebbe nello scriverli. Esamina la remota pigine di simili poesie che vuole in antichissimi tempi dettate dai sempiici costumi, e dalle rozze occupazioni della specie umana. Produce però una vera, e savia riflessione osservando, che furono in molta voga e gratamente accolte nei tempi della maggiore cultura, e dei più delicati costumi della società.
Giovanni Gherardo de Rossi

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026