Ritratto di Antonio Ghirelli
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Frasi

Frasi di Antonio Ghirelli

16 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Antonio Ghirelli raccolte in un'unica pagina: 16 frasi, divise per libro e argomento.

Antonio Ghirelli (giornalista e scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Antonio Ghirelli

[Aveva] il senso della manovra, la percezione del movimento, l'intuito della posizione, la rapidità del tiro.
Citato in Marco Sappino (a cura di), Dizionario del calcio italiano vol. 2, Milano, Baldini, Castoldi & Dalai, 2000, p. 54.
[...] dal 1930 al 1935 i bianconeri realizzarono per primi l'impresa [...]: la conquista di cinque titoli consecutivi. Conoscevamo a memoria quella formazione, noi bambini delle elementari, noi ragazzi del ginnasio di tutta la Penisola: CombiRosettaCaligaris, VarglienMontiBertolini, MuneratiCesariniVecchinaFerrariOrsi. Poi vennero gli altri: Varglien II, Sernagiotto, Borel II, Depetrini, Serantoni e tanti di quei nomi li ritrovammo nella formazione azzurra che vinse per la prima volta il Campionato del Mondo 1934, a Roma; e qualcun altro – Foni e Rava – in quella che riconquistò il titolo quattro anni dopo, a Parigi. La leggenda nacque così, sulle ali di una serie impressionante di vittorie, della definizione di uno stile sbalorditivo che apparteneva ad un tempo alla squadra nel suo completto e alla società, dietro la quale, dentro la quale (come nelle vene del nostro corpo scorre sangue), correva un'altra leggenda, quella della famiglia Agnelli [...].
Da È sempre lei la Fidanzata d'Italia, Guerin Sportivo nº 21 (1047), 24-30 maggio 1995, p. 13.
Giuocatore d'una tecnica sobria, poco portato ad osare, costruiva la partita un'azione sull'altra [...], le imbeccate pronte per tutti, gli occhi attenti a mirare l'ostacolo e a valutare una situazione tattica, un metodico che sembrava avesse un misterioso senso del ritmo.
Da Storia del calcio in Italia; citato in Mimma Caligaris, Grig100. Un secolo di Alessandria in cento partite, Alessandria, Il Piccolo, 2012, p. 11.
Il segno più originale della presenza di Salvatore Di Giacomo nella «belle époque» partenopea, sta nella sua sdegnosa estraneità alle mode letterarie che imperversavano in quell'epoca: il classicismo professorale di Carducci, il patetico decadentismo di Pascoli e di Corazzini, l'immaginifico barocchismo di D'Annunzio, che pure a Napoli era di casa. Chino sul foglio bianco come un grande artigiano, don Salvatore si isola dal frastuono delle gazzette e dei salotti, dedicandosi piuttosto a portare ad estrema perfezione uno strumento personale che non somiglia a nessun altro, il vernacolo, mediato sì dalla realtà popolare ma filtrato attraverso esperienze altamente sofisticate, che vanno dai lirici greci dell'epoca di Saffo all'opera buffa dell'epoca di Paisiello, passando per la narrativa del Cortese e del Basile. La fusione che egli realizza tra la struttura colta del suo dialetto e la tradizione parlata attinge la perfezione nei versi delle ariette e delle canzoni nuove, dove la parola si libera «in un aere musicale» e appare «disposta a vivere per ritmi e metri in una trepidantissima aura di suggerimenti».
Da Introduzione a Salvatore Di Giacomo, Tutte le poesie, Newton ẟ Compton, 1997, p. 9. ISBN 88-8183-643-2

Aspettando la rivoluzione – Citazioni

Al di là delle pesanti, decisive responsabilità della sinistra nell'avvento del fascismo non si possono ignorare gli altri fattori che hanno contribuito a trasformare la marcia su Roma in una gita turistica [...] anche i politici di parte liberale, da Orlando a Facta, non hanno avuto la statura, l'energia, i programmi indispensabili per salvare le istituzioni democratiche [...] Al dunque, liberali e cattolici (liquidata dal Vaticano la segreteria di Sturzo nel Partito popolare) preferiranno fiancheggiare o tollerare Mussolini anziché far causa comune con i socialisti contro la minaccia della dittatura. (da La farneticazione rivoluzionaria, cap. XIV, p. 134)
[...] l'incapacità di fare i conti con le ragioni di fondo che hanno determinato il fallimento dell'esperienza russa e che indurranno i comunisti cinesi alla più drastica revisione ideologica, produrrà due conseguenze fatali per il destino della nostra sinistra: l'isolamento dei socialisti nel faticoso negoziato dal 1955 al 1990 che caratterizzerà l'alleanza con la Democrazia cristiana e il graduale declino dello stesso Pci, fino all'inglorioso alibi del Partito democratico di sinistra e al successivo malcerto approdo nel cosiddetto Partito democratico, con una miriade di micropartiti comunisti a fargli concorrenza. (Da Una svolta epocale, cap. XXIII pp. 225-26)
La fondazione del Partito comunista d'Italia arriva al culmine di un drammatico dopoguerra nel quale il sistema Italia è andato in pezzi. Le istituzioni del regno sabaudo, le forze politiche parlamentari, i gruppi sociali dominanti in campo industriale e finanziario non riescono ad assorbire le grandi trasformazioni sociali determinate dal consolidamento del capitalismo interno, dal crollo degli imperi centrali e dal trionfo della Rivoluzione d'ottobre. (da Livorno, funesta scissione, cap. XV, p. 143)
Lo stato pietoso degli alloggi nelle grandi città italiane provocò nel solo periodo tra il 1884 e il 1887 epidemie di colera che sterminarono 55 mila sventurati. Pochi anni prima, su 3600 minatori delle zolfare siciliane soltanto 203 erano stati riconosciuti abili al servizio militare. E, come si diceva, la situazione nelle campagne era addirittura catastrofica. Purtroppo il solo rimedio che i governi di allora opposero alla desolazione dei poveri fu l'emigrazione. (da Il modello tedesco, cap. V, p. 37)

Storia di Napoli

Il Montezuma di Gaeta. (da Il Montezuma di Gaeta, p. 241)
Battuti ancora a Capua e a Nola, gli ultimi reparti fedeli al povero «Lasa» si riducono nel campo trincerato di Gaeta, dove resisteranno per tre mesi ai bombardamenti, alla fame e alle epidemie, esaltati dall'esempio intrepido di Maria Sofia e dalla dignitosa calma di suo marito. [...] Quando le navi francesi lasciano le acque del golfo, il 18 gennaio 1861, il destino della fortezza è irrimediabilmente segnato. Il 30 del mese, mentre la guarnigione è tormentata dalle bombe di Cialdini e della febbre tifoidea, un gruppo di marinai festeggia il Carnevale alla vecchia maniera napoletana: indossano il costume tradizionale, tirano fuori il tamburo e si mettono a ballare la danza nazionale, inneggiando a Franceschiello nel frastuono dei cannoni.
È l'ultima tarantella della storia borbonica. L'11 febbraio il ragazzo triste decide di negoziare la non più differibile resa. La sera del 13, la capitolazione è firmata da Cialdini e dai suoi plenipotenziari. L'indomani, Francesco parte per l'esilio con Maria Sofia a bordo di una corvetta francese che lo porta verso Roma, mentre echeggiano per l'ultima volta le note dell'inno che Giovanni Paisiello, tanto tempo fa, ha musicato. Finisce il Regno indipendente delle Due Sicile e comincia la questione meridionale. (da Il Montezuma di Gaeta, p. 256)
Anche nell'abbandonarsi alle passioni più stravaganti, un napoletano si concede in genere un margine di ironia, di scetticismo, di scherzo giocoso: questa è una caratteristica che rimane inalterata nel tempo e che, anzi, viene accentuandosi. Il «sale attico» è versato a piene mani nella conversazione di ogni giorno, nei caffè come nei salotti, durante la passeggiata sulla Riviera o nel ridotto del San Carlo, alla stregua di una sorta di arte minore, che viene coltivata anche dai ceti meno accessibili alle curiosità erudite, fino ad entrare nella leggenda cittadina. È un costume che impronta di sé, anche all'estero, un secolo nel quale perfino la scienza, come osserva Francesco De Sanctis, assume un tono conversativo, e spiriti eminenti come Montesquieu e Buffon non disdegnano di mescolarsi ai brillanti convegni mondani e di divulgare in ogni forma, dall'epistolario agli articoli di giornale, un pensiero che non può restare più appannaggio di pochi eletti, nella misura in cui si propone di trasformare radicalmente la società. Enciclopedia e rivoluzione nascono dalla stessa incubatrice, come il più brillante e violento paradosso della storia. (da Un lazzarone sul trono, pp. 132-133)
[...] è fuori dubbio che il trapianto delle norme e degli orientamenti dovrebbe accompagnarsi quanto meno ad un attento lavoro di adattamento, di integrazione, di trasformazione: rinunciarvi è segno vistoso di miopia politica, se non debba addirittura addebitarsi ad un disegno premeditato. L'impoverimento delle risorse meridionali è aggravato in maniera irreparabile da altre due misure che le autorità unitarie emanano tra l'ottobre del '60 e l'agosto dell'anno successivo: la prima unifica il debito pubblico delle Due Sicilie con quello del Regno di Sardegna, che è due volte più pesante; la seconda estende, ancora automaticamente, alle terre liberate la tariffa doganale piemontese, abbassando dell'80 per cento i dazi protettivi e scardinando di conseguenza le strutture dell'industria locale, mentre finisce al Nord l'oro del Banco di Napoli: una consistenza monetaria di 443 milioni di lire oro contro i 148 del resto d'Italia. (da La piemontesizzazione, p. 264)
Il colpo di grazia viene dalla politica tributaria: l'esosa imposizione fiscale impedisce l'accumulazione di risparmio e di capitale, bloccando così per altro verso il potenziale sviluppo della industria, mentre espropria una larga parte del reddito disponibile nel Sud per coprire il disavanzo statale nonché le altre spese amministrative, infrastrutturali e militari di cui si giovano soprattutto le regioni e i gruppi industriali del Nord.
È una grandinata di tasse che si abbatte sui ceti produttivi e sulla popolazione: prima la ricchezza mobile, poi la famigerata imposta sul macinato, l'imposta sui pesi e le misure, quella sulle vetture e i domestici: una serie di fendenti vibrati all'impazzata contro tutte le classi sociali, con l'effetto di stroncare contemporaneamente offerta e domanda. Il governo unitario non trova energie e risorse per altri obiettivi che non siano la preparazione della guerra contro l'Austria per liberare il Veneto e, più tardi, l'ultimo assalto agli Stati della Chiesa. (da L'economia strozzata, p. 276)
Toccato il fondo della disperazione, constatata per diretta esperienza la disintegrazione dei poteri costituiti, bruciata ogni fiducia nei valori tradizionali della società borghese, la popolazione più scettica e paziente d'Europa diventa paradossalmente la protagonista della prima rivolta europea contro la dominazione hitleriana. Tutti i ceti sociali, le donne, i giovanissimi partecipano alla rivolta. Vistosa è la sproporzione tra i miseri mezzi di cui dispongono i ribelli e lo strapotente armamento di un nemico che si ispira ad una concezione di guerra totale senza precedenti nella storia. La crescente vicinanza del corpo di spedizione angloamericano agevola, anche sotto il profilo psicologico, il compito dei patrioti; ma l'andamento delle quattro giornate di Napoli, dopo le prime trentasei ore di resistenza seguite all'annuncio dell'armistizio, documenta eloquentemente le qualità morali e il coraggio del popolo napoletano. (da Partigiani e sciuscià, pp. 512-513)

Dicono di Antonio Ghirelli

Il Ghirelli è stato il rigeneratore del giornalismo sportivo, propugnatore di un mestiere oggi scaduto a robetta da cicisbei, medriocri servitori dell'asso di turno, ripetitori di frasi fatte, incolti seminatori di zizzania, svirgolettatori avulsi della riga. Ghirelli creò il più bel Tuttosport, a misura di lettore per quei tempi [...], aprendolo alla vista del mondo, cioè alla cultura. Perché prima di Ghirelli, il giornalismo sportivo faceva i vocalizzi con la penna [...]. Ghirelli ha lasciato qualcosa di se stesso in tutti quelli che lo hanno capito. È stato un valido maestro [...], non soltanto un grande giornalista o uno scrittore dalla pagina attanagliante.
Vladimiro Caminiti
Il giornalismo sportivo, io penso, deve molto a Ghirelli nel senso di una partecipazione emotiva e pur razionale che ne allargò i confini popolari [...]. Il giornalismo sportivo con Ghirelli fu cultura.
Vladimiro Caminiti

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026