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Frasi di Apuleio
38 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 38 frasi di Apuleio: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Apuleio (scrittore e filosofo romano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Apuleio
Quanto ai tre viaggi in Sicilia, certo i maligni lo criticano sostenendo opinioni discordanti. Ma la prima volta egli partì per ragioni scientifiche, cioè per conoscere la natura dell'Etna e gli incendi di questa montagna incavata.
Talete di Mileto fu senza dubbio il più importante tra quei sette uomini famosi per la loro sapienza – e infatti tra i Greci fu il primo scopritore della geometria, l'osservatore sicurissimo della natura, lo studioso dottissimo delle stelle: con poche linee scoprì cose grandissime, la durata delle stagioni, il soffiare dei venti, il cammino delle stelle, il prodigioso risuonare del tuono, il corso obliquo delle costellazioni, l'annuale ritorno del sole; fu lui a scoprire il crescere della luna che nasce, il diminuire di quella che cala e gli ostacoli di quella che s'inabissa.
Le metamorfosi o L'asino d'oro – Citazioni
In quel momento mi resi conto che alcuni stati d'animo, per loro natura, possono produrre effetti contrastanti: e come certe volte nascono lacrime dalla gioia, allo stesso modo in quella situazione di terrore io non riuscii a trattenere il riso [...]. (Aristomene: I, 12; 2010)
Io veramente credo che nulla sia impossibile, ma che, a seconda di quanto ha stabilito il destino, qualsiasi cosa possa accadere ai mortali [...]. (Lucio: I, 20; 2010)
"Ma il giorno è vicino ormai" gli rispondo "e poi che cosa potrebbero portar via i briganti a un viandante povero e senza un soldo? Forse non lo sai, cretino, ma un uomo nudo non riuscirebbero a spogliarlo nemmeno dieci lottatori di palestra!" (I, 15; 2005, p. 125)
Mentre quello raccontava queste cose, io facevo il paragone tra la mia antica fortuna e la presente disgrazia, tra il Lucio felice di allora e l'asino infelice di adesso, e gemevo dal profondo dell'anima; e mi veniva in mente che non per nulla gli antichi saggi del passato avevano immaginato e rivelato che la Fortuna è cieca e addirittura senza occhi, perché prodiga sempre i suoi favori ai malvagi e a chi non lo merita, e tra gli uomini non sceglie mai nessuno con criterio, ma anzi si accompagna per lo più a persone tali che, se ci vedesse, dovrebbe assolutamente evitare e, ciò che è ancor peggio, conferisce a noi uomini una reputazione molto diversa, anzi proprio alla rovescia, così che il malvagio si gloria della nomea di uomo dabbene e l'uomo più innocente del mondo viene colpito dalla fama di criminale. (VII, 2; 2005, p. 433)
Ora, questa qui, da quando aveva visto quel giovane e aveva sentito parlare di bordello e di ruffiani, aveva preso a esaltarsi, tra le più allegre risate, al punto che in me giustamente nasceva il disprezzo per tutto il genere femminile a vedere una ragazza che, dopo aver finto di amare il suo giovane fidanzato e di desiderare nozze oneste, ora tutt'a un tratto era felice e contenta al sentir nominare uno sporco, schifoso bordello. E fu così che in quel momento l'intero genere femminile e la sua moralità si trovarono a dipendere dal giudizio di un asino! (VII, 10; 2005, p. 449)
Dopo avermi piegato con queste disgrazie, la crudele Fortuna mi consegnò a dei nuovi tormenti, evidentemente perché potessi, come si suol dire, fregiarmi della gloria più meritata, quella per le grandi imprese compiute in patria e all'estero. [...] Ma anche questa speranza troppo ottimista finì per tramutarsi in un disastro totale. (VII, 16; 2005, p. 461)
Si sa che la fiamma del crudele Amore, quando è ancora tenue, col suo primo calore procura piacere, ma poi, alimentata dalla consuetudine, divampa in un incendio incontrollabile e divora completamente gli uomini. (VIII, 2; 2005, p. 489)
Quello che si crede difficile a farsi, via via che l'amore cresce di giorno in giorno, sembra facile da ottenere. (VIII, 3; 2010)
Alla fine però l'oro ebbe la meglio sulla paura della morte. (Vecchia mezzana innominata: IX, 19; 2010)
[...] se una cosa non la viene a sapere nessuno, è come se non avvenisse. (X, 3; 2010)
E allora che vi meravigliate a fare, gentaglia ignorante, o meglio bestiacce da tribunale, anzi, meglio ancora, avvoltoi con la toga, se al giorno d'oggi tutti quanti i giudici vendono per denaro le loro sentenze, quando fin dall'origine dei tempi una causa sorta tra gli dei e gli uomini fu falsata dal favoritismo, e la prima sentenza ufficiale la vendette a prezzo di un piacere sessuale – e col risultato di mandare in rovina tutta la sua stirpe – un campagnolo, un pecoraio, eletto giudice dalla saggezza del grande Giove? (X, 33; 2005, p. 691)
Eccomi, Lucio, commossa dalle tue preghiere vengo a te, io, la madre della natura, la signora di tutti gli elementi, l'origine prima dei tempi, la più grande tra gli dei, la regina dei morti, la signora dei celesti, l'immagine unificante di tutti gli dei e le dee; io che regolo secondo la mia volontà le luminose altezze dei cieli, le salubri brezze dei mari, i disperati silenzi degli inferi; e la divinità unica che io sono, il mondo intero la venera sotto diverse forme, con differenti riti e con i nomi più vari. Da una parte i Frigi, i più antichi abitatori della terra, mi chiamano la Pessinunzia Madre degli dei, dall'altra, gli Ateniesi autoctoni Minerva Cecropia, lì i Ciprioti bagnati dai flutti Venere di Pafo, e i Cretesi armati di frecce Diana Dictinna, i Siculi trilingui Proserpina Stigia, gli antichi abitatori di Eleusi Cerere Attea; alcuni mi chiamano Giunone, altri Bellona, gli uni Ecate, gli altri Ramnusia, ma coloro che sono illuminati dai primi raggi del sole che nasce e da quelli morenti del sole che tramonta, le due razze degli Etiopi, e con loro gli Egizi insigni per la loro antica sapienza, onorandomi col culto che più mi si addice, mi chiamano col mio vero nome, Iside regina. (XI, 5; 2010)
Le metamorfosi o L'asino d'oro – Citazioni su Le metamorfosi o L'asino d'oro
Con la favola di Amore e Psiche, Apuleio crea una forma d'arte che si impose per sempre alla fantasia occidentale: l'arte dei misteri. Quest'arte è legata dal segreto: deve tacere le cose divine mentre ne parla; e quindi rivelarle nascondendole. Così Apuleio costruisce le Metamorfosi su un'immensa omissione: la presenza di Iside nei primi dieci libri, non meno intensa che nella trionfale apparizione dell'undicesimo. Poi gioca, usa tocchi fatui e leggeri, scherzi e arguzie, allusioni enigmatiche, note basse ed oscene; e la forma più priva di valore religioso che sia mai esistita – la mitologia ellenistica, con le Veneri, le Grazie, gli amorini, la ricerca del piccolo e del parodistico. Non potremmo, in apparenza, essere più lontani dal sacro: eppure dietro la superficie, la «favola» è il più grande ed audace testo mistico della letteratura europea. (Pietro Citati)
L'asino d'oro è in realtà una sorprendente torta «millesapori», che talvolta finisce per non averne più nessuno al palato del lettore. (Luca Canali)
Mi dà le vertigini, mi abbaglia: la natura in se stessa, il paesaggio, l'aspetto puramente pittoresco delle cose vi sono trattati alla maniera moderna e con un soffio antico e cristiano ad un tempo che li pervade. Vi si sente l'incenso e l'orina: la bestialità si congiunge al misticismo. (Gustave Flaubert)
Mi stavo rileggendo in quei giorni quel libro di Lucio Apuleio che dal titolo originale si chiama Le trasformazioni, e comunemente è chiamato L'Asino d'oro. Era la quinta o sesta volta che me lo rileggevo. E ogni volta me lo leggevo meglio. Di tanto in tanto «agganciavo» la mia mente a una parola o particolarmente significativa o particolarmente evocatrice, e quindi spiccavo il volo nelle divagazioni, nei ragionamenti, nelle fantasie. La buona qualità di un libro, noi che scriviamo la misuriamo dal suo potere nutritivo. (Alberto Savinio)
Le metamorfosi o L'asino d'oro – Lara Nicolini
E il meccanismo della sorpresa, inteso come improvviso manifestarsi di una realtà alternativa a quella presupposta, che in ogni tipo di narrativa è una semplice opzione nell'ambito della tecnica del racconto, nel romanzo apuleiano si rivela perciò – sia a livello della trama principale che dei racconti secondari – una vera e propria strategia compositiva e uno dei fili conduttori della storia, e di conseguenza un modello di percezione del mondo. Nel mondo delle Metamorfosi niente può considerarsi sicuro – e l'esempio perfetto di questo mondo delle apparenze, in cui ogni cosa appare precaria e ingannevole, è lo stesso protagonista imprigionato nella forma dell'asino e naturalmente ignorato per tutto il tempo dagli altri uomini. [...] non ci sono certezze, tutto dev'essere verificato, toccato con mano. L'unica possibilità di sapere è l'esperienza, e la disposizione d'animo più giusta sembra appunto questa credulitas, quest'ansia di mirum che fin dall'inizio caratterizza il protagonista; non si tratta di ingenuità, ma di apertura mentale, un atteggiamento più volte lodato da Lucio stesso: mentre lo scetticismo dell'anonimo compagno di Aristomene – che è presumibilmente quello del lettore – si preclude molte possibilità, l'atteggiamento di chi «vuol sapere tutto, o almeno il più possibile» sembra il più consigliabile. (Introduzione; 2005, p. 31)
Ora, a me sembra che ad attivare l'analogia e a farsi carico della funzione orientatrice del racconto sia semplicemente l'unico tratto completamente sovrapponibile delle due vicende e cioè appunto il tema della curiositas, un tema, più che platonico, fondamentalmente plutarcheo. (Introduzione; 2005, p. 38)
E seppure non abbracciata effettivamente nella vita, quella religione che aveva tanti punti di contatto col platonismo, che non pretendeva faticosi percorsi di conversione, che pareva garantire una conciliazione tra il pensiero razionale e le esigenze spirituali, poté sembrare ad Apuleio una degna conclusione per quella storia che gli era piaciuta e che aveva voluto riscrivere e dotare di un senso più pieno; una conclusione almeno simbolica, rappresentativa delle sue più profonde aspirazioni: la conoscenza a ogni costo – un fine a cui aveva sacrificato un enorme patrimonio – e, forse, il tentativo di superamento del disordine angoscioso del mondo nell'ordine e nella quiete di una religione o, come più probabilmente avvenne, di una filosofia. (Introduzione; 2005, p. 56)
Sulla magia e in sua difesa – Citazioni
Il pudore [...] è come un vestito: quanto più è consumato tanto minor cura se ne ha. (p. 190)
Il saggio più che amare ricorda. (p. 197)
La povertà è sempre stata di casa con la filosofia: è onesta, moderata, padrona di poco, desiderosa di approvazione, è un bene sicuro rispetto alle ricchezze; non si preoccupa mai delle apparenze, è di modi semplici, benevola quando dà consigli, non istiga mai alcuno alla superbia, non riduce mai alcuno al male per la sua sfrenatezza, mai rende bestiali con la sua tirannia, non vuole, né può, tutti i piaceri del ventre e del sesso. (p. 201-202)
La povertà [...] fu presso i Greci giusta in Aristide, buona in Omero, valorosa in Epaminonda. Ancora oggi la povertà ha posto fin dalle origini il fondamento dell'impero del popolo romano, e per lui ancor oggi essa offre sacrifici agli dèi immortali con un mestolo e una scodella di terracotta. (p. 202)
In tutti gli strumenti con cui si adempiono i compiti della vita tutto ciò che supera un'idonea moderazione diventa un di più che pesa invece che servire. (p. 202)
Le ricchezze spropositate sono come un timone smisurato fuor del normale, che fa affondare meglio che servir a dirigere, perché sono inutilmente abbondanti e dannosamente eccessive. (p. 202)
Nessuno di noi è povero se non desidera il superfluo e possiede il necessario, che per natura è assai poco. (p. 203)
Ha di più chi meno cose rimpiange, e chi ne vuole pochissime avrà tutto quel che vuole. (p. 203)
Per vivere, proprio come per nuotare, va meglio chi è più privo di pesi, ché anche nella tempesta della vita umana le cose leggiere servono a sostenere, quelle pesanti a far affondare. (p. 204)
Chi di noi ha meno bisogni è più simile a un dio. (p. 204)
[...] tu, Emiliano, e gli uomini della tua razza, gente incolta e selvaggia, valete soltanto quello che possedete: così come l'albero sterile e infelice, che non produce alcun frutto, vale soltanto il legno del suo tronco. (XXIII)
Non bisogna [...] star a guardare dove uno è nato, ma come egli è costumato, né si deve considerare in quale frontiera ma in quale maniera uno ha iniziato la sua vita. (p. 205)
La demenza non può riconoscere sé stessa, nello stesso modo con cui la cecità non può vedersi.
Sulla magia e in sua difesa – Citazioni sull'opera
Era (Apuleio) realmente un mago? Miracoli egli non ne operava, se non nel mondo fantastico del suo romanzo [...], ma in quanto neoplatonico credeva a un mondo intermedio fra gli dei e gli uomini, mondo di demoni, che molto influivano sulla vita umana. Non superstizioso né bigotto, Apuleio apparisce in questa sua Apologia sostanzialmente come un mistico, fervido prodotto del suolo africano. (Francesco Della Corte)
Dicono di Apuleio
Il carattere precipuo del suo stile è il cumulo: ciò ch'era sparso o raro negli altri scrittori in lui divenne costume; egli seppe fare particolarmente suo ciò che apparteneva un po' a tutti, e coi materiali onde fatto moderato o disordinato uso gli scrittori precedenti si costruì un suo grandioso, se anche barocco, edificio stilistico.
Il più grande prosatore latino di ogni tempo.
Prevalendo nel suo spirito l'elemento fantastico e un vivissimo sentimento religioso e mistico, ne veniva come uno squilibrio nelle sue facoltà mentali, invase e ossesse dalla credula passione e ricerca del soprannaturale e del meraviglioso (nell'Apologia si difende dall'accusa di magia; ma a questa mostra però di crederci, e si guarda bene dal parlarne male: c'è piuttosto un tentativo indiretto di metterla in buona luce e in onore). Quindi la contraddizione dello scienziato superstizioso e bigotto e anche quella del filosofo moralista e pio, e pur dai costumi non troppo severi.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026