Frasi
Frasi di Arturo Labriola
14 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Arturo Labriola raccolte in un'unica pagina: 14 frasi, divise per libro e argomento.
Arturo Labriola (politico e economista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
[...] le carte di queste sedute saranno un giorno consultate, ed il popolo vorrà sapere se ebbe o non ebbe in quest'Aula fedeli servitori [...] Questa legge serve dunque, consaputamente, dichiaratamente, a costituire la dittatura del partito fascista? [...] Siano pur gravi le conseguenze personali che dal nostro rifiuto possono discendere: il nostro dovere è respingere questa legge, che cancella non questa legislatura, ma il Parlamento, ma i cinquant'anni di rivoluzioni che il popolo italiano affrontò dal 1821 al 1870.
Rincaro e capitalismo
[...] l'Economia ortodossa dispone di un più ghiotto balocco per stornare l'attenzione delle classi lavoratrici dalla realtà. La favola del lupo e dell'agnello è un vecchio ritrovato della sofistica di classe. Voi lavoratori vi dolete del peggiorato tenor di vita, seguito al rincaro; voi vi dolete di voi medesimi, perché se la vita è diventata più cara, n'è cagione la vostra ingordigia nel pretendere sempre migliori salari. I salari, come pretendeste, son cresciuti e con essi il costo della vita. Tu l'as voulu! L'imprenditore ha pagato la più grossa mercede e poi se n'è rifatto sul consumatore: su te stesso, o lavoratore, che sei insieme il maggior consumatore! Dicono che quando l'on. Nitti presentò questa tesi alla Camera, fu vivo il giubilo dei partiti conservatori. (cap. I, p. 21)
Nel paese dei maggiori splendori del capitalismo, Joseph Chamberlain proclama che vi sono oggi in Inghilterra tredici milioni di uomini who are on the verge of starvation and unedr-feed. (Discorso di Preston dell'11 gennaio 1905, riferito dal Daily News); tredici milioni di persone sul punto di morir di fame e sofferenti per nutrizione! Ecco i trofei del capitalismo! (cap. II, pp. 40-41.)
[...] l'imperialismo (tendenza al dominio economico mercé l'uso della forza o del prestigio militare) non è un'arma innocua. Imperialismo vuol dire vasti eserciti, grandi flotte, ricche reti ferroviarie, fitte linee di navigazione: eserciti di soldati e di funzionari, arsenali ove si fabbricano strumenti senza applicazione industriale, anzi volti a distruggere vite e cose, spreco e sperpero improduttivo, ricchezze sprofondate in abissi senza uscita, impulso formidabile alle voraci legioni dei parassiti militari, commerciali, giornalistici, culturali! (cap. III, p. 55)
Storia di dieci anni
[...] non un soldato fu ucciso in quell'incontro, mentre non meno di cento popolani – fra cui fanciulli di otto e dieci anni – eran stati colpiti dai fucili dei nostri soldati. L'unico soldato morto in quella circostanza, fu colpito da una palla di rimbalzo dei suoi stessi compagni. La Storia dirà poi – se il nostro esercito sarà un giorno chiamato a scendere in campo contro un esercito nemico – che servizio gli abbiano reso quei conservatori, che lo hanno abituato a vincere senza ostacoli e combattere senza pericoli! (cap. I, p. 37)
I che trionfano sul lastrico della città, contro nemici armati di urli, sono destinati a esser spazzati come immondizie mosse dal vento, quando di fronte abbiano un nemico capace di lottare. (cap. I, p. 37)
Pelloux non era altro che un generale piemontese e cioè un impasto di queste qualità: cocciutaggine e ignoranza da contadino, autoritarismo e ristrettezza mentale da caserma, fedeltà e sottomissione al sovrano da cane di pagliaio. (cap. II, p. 44)
Mi pare che l'Orano abbia bene qualificata l'oratoria del Ferri un'oratoria «fisica» fatta cioè di gesti, di suoni di voce, di movimenti plastici e di parole piene. La secchezza del sentimento mantiene lontano il Ferri dalla grande eloquenza; la estrema volgarità del pensiero, sempre addetto alle cose più comuni ed evidenti, estraneo alle sublimi vertigini delle regioni superne dello spirito, lo costringono nell'orbita degli stessi pensieri dell'uditorio innanzi al quale si trova. Ciò lo rende simpaticissimo ai suoi pubblici, che sapendo il Ferri accompagnato da una fama di scienza e trovando tutto chiaro nel suo dire, provano una grande soddisfazione dell'amor proprio ascoltandolo e comprendendo. (cap. VII, p. 205)
A questo uomo servivano le soddisfazioni di pubblico, che può dare la propaganda socialista. Inoltre pensando egli come la folla, nella forma immediatamente sociale della parola parlata, deve sentire una grande inclinazione ai bisogni ideali di questa ed alle sue esigenze pratiche. Tutto ciò ha fatto il socialismo del Ferri, il quale però, venendo al socialismo, rimase monarchico e conservatore, come era sempre stato, senza preoccupazione di acquistare una cultura specificamente socialista, convinto che il suo cervello bastava a tutto ed egli non aveva bisogno d'imparare niente. E ci venne , perché, nell'alto sentimento che ha di sé stesso, era convinto che avrebbe primeggiato su tutti, nel Partito, e che presto, rispetto all'Italia socialismo e fermismo sarebbero state una cosa sola; e lui doveva pensare che valeva meglio essere primo fra i socialisti, che uno qualunque nei partiti costituzionali. (cap. VII, pp. 205-206)
Si diceva correntemente che Tittoni era rimasto lui per il primo sbalordito della sua scelta , che sembrava derivare da influenze femminili. Il fatto ad ogni modo che un uomo vissuto costantemente estraneo a preoccupazioni di politica estera e senza alcuna preparazione per esse, fosse scelto, in un momento così torbido della nostra politica estera, ed un siffatto ufficio, era la più chiara prova che la Corte voleva un gerente responsabile e non un ministro. (cap. VII, p. 220)
La fermezza con la quale si uccise mostrò il pregio che Pietro Rosano faceva delle forze morali. Ed è un dovere degli uomini onesti purgarne la memoria dalla macchia che le circostanze esterne del suicidio possono aver gettato su di lui. Si deve dire che egli non fu soltanto un alto intelletto, ma anche un degno galantuomo. (cap. VII, p. 224)
Quando, il 10 maggio 1892, l'on. Giolitti divenne per la prima volta presidente del Consiglio, il tempo, gli parve maturo a un suo esperimento: fare nella vita pubblica una parte più larga agli uomini del ceto industrioso. Per lui, gli antichi uomini politici sino al Rudinì, al quale succedeva, avevano commesso l'errore di non riconoscere accanto alla monarchia altro potere se non i «partiti».
Giolitti pensava invece che i «partiti» fossero spuma e schiuma e che la realtà vera d'Italia fossero, oltre la forza rappresentata dalla monarchia, le classi del commercio e dell'industria. (cap. VIII, p. 232)
Dicono di Arturo Labriola
Arturo Labriola non ha nulla dell'oratoria democratica in genere e socialista in ispecie: egli è un oratore critico. Come tutti i lavoratori del pensiero e gli uomini di scienza, egli è sempre preparato a trattare gli argomenti, le questioni inerenti alla propria sfera intellettuale. In lui questa preparazione è esuberante come vuol essere nelle anime fatte per la battaglia che solo nelle battaglie trovano l'equilibrio e il ritmo.
È così dichiarata in me questa impressione della differenza grande che intercede tra il Labriola oratore e il Labriola scrittore, che io non mi perito di trovare soltanto nel primo quella sostanza che fa l'uomo di scienza e il novatore, e cioè l'eloquenza. La causa è tutta psichica. Per una natura come questa, la condizione meccanica dello scrivere è già un vincolo, un impaccio.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026