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Frasi di Benjamin Graham
39 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 39 frasi di Benjamin Graham: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Benjamin Graham (economista e imprenditore statunitense). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
The Intelligent Investor
Le condizioni economiche possono cambiare, le aziende e le azioni possono cambiare, le istituzioni finanziarie e il quadro normativo possono cambiare, ma la natura umana rimane essenzialmente la stessa. Quindi la parte più difficile e più importante di un valido investimento dipende dal temperamento e dall'attitudine dell'investitore, e non è granché influenzata dal passare degli anni.
L'investimento di successo diventa quindi un insieme di tecniche e di criteri che possono essere appresi, piuttosto che il prodotto di facoltà mentali uniche e incomunicabili.
Per nove aziende su dieci il fattore della fluttuazione del prezzo è risultato più importante, riguardo all'investimento, del fattore della crescita o declino di lungo periodo.
L'esperienza degli ultimi cinquanta anni, e oltre, indica che una lista rappresentativa e diversificato di azioni ordinarie sarebbe stata più redditizia, in un congruo numero di anni, di un portafoglio obbligazionario, ad una importante condizione: che le azioni fossero acquistate a livelli di mercato ragionevoli, cioè, ragionevoli alla luce di standard ben definiti, derivati dall'esperienza passata.
Le azioni possono essere dinamite.
L'autentico investitore in azioni ordinarie non ha bisogno di grandi quantità di cervello e conoscenza, ma piuttosto di qualità caratteriali fuori dal comune.
Non è raro sbarcare a Wall Street con grandi energie, studio, e capacità personali finendo per realizzare perdite invece di profitti. Queste virtù, se mal indirizzate, diventano indistinguibili dai vizi.
Il maggiore ostacolo risiede nel fatto, piuttosto persistente, che quando le prospettive di un'azienda sono chiaramente favorevoli, esse sono quasi sempre già riflesse nel prezzo dell'azione. Comprare questo tipo di titoli è come scommettere sul cavallo dato per favorito in una corsa. Le possibilità possono anche essere dalla tua parte, ma le reali probabilità sono senz'altro contro di te.
Si può definire assiomatico il fatto che è impossibile fare profitti a Wall Street facendo continuamente la cosa più ovvia o popolare.
I veri guadagni negli investimenti dovranno provenire—come è avvenuto nel passato— non dal comprare e vendere ma dal possedere e mantenere titoli, ricevendo interessi e dividendi, e beneficiando dell'aumento di valore nel lungo periodo. Quindi le maggiori energie e capacità degli azionisti-investitori dovrebbero essere dirette ad assicurarsi i migliori risultati operativi dalle loro aziende. Questo significa assicurarsi di avere management completamente onesti e competenti.
Nulla in finanza è più sciocco e dannoso, a nostro avviso, della radicata attitudine degli investitori di azioni ordinarie riguardo la questione del management. Tale attitudine può riassumersi nella frase: "Se non approvi il management, vendi l'azione" [...] Sembra che i proprietari abbiano abdicato ad ogni pretesa di controllo sui custodi, stipendiati, delle loro proprietà.
L'investimento intelligente è più una questione di approccio mentale che di tecnica. Un valido approccio mentale verso le fluttuazioni del mercato è la condizione indispensabile per il successo negli investimenti, nelle condizioni attuali.
L'investitore non è né abile né più ricco quando compra in un mercato in salita che continua a salire. Questo è vero anche quando, vendendo, realizza ottimi profitti, a meno che (a) non smette per sempre di comprare azioni—cosa improbabile— oppure (b) è determinato a reinvestire i proventi solo a livelli considerevolmente più bassi. In un programma continuo di investimento non si realizza alcun vero profitto di mercato fino a quando non si effettua il reinvestimento successivo, e la vera misura del profitto è data dalla differenza tra il livello di vendita e il nuovo livello di acquisto.
Nella maggior parte dei casi l'andamento favorevole del prezzo sarà accompagnato da un definito miglioramento degli utili medi, del dividendo, e dello stato patrimoniale. Quindi nel lungo periodo la valutazione del mercato e l'ordinaria valutazione aziendale di un impegno azionario di successo tendono ad essere identiche.
Un declino del prezzo non riveste un'importanza reale per l'investitore in buona fede, a meno che non sia davvero sostanziale—diciamo, più del 50 per cento del costo—oppure rifletta un deterioramento reale nella posizione dell'azienda. In un mercato dell'orso ben definito molte buone azioni ordinarie si vendono temporaneamente a prezzi straordinariamente bassi. L'investitore potrebbe soffrire una perdita, sulla carta, del 50 per cento in alcune sue azioni, senza nessuna indicazione convincente che i valori sottostanti siano stati permanentemente intaccati.
Come può il tipico investitore avere successo cercando di comprare a bassi livelli del mercato e vendere ad alti livelli, piuttosto che cercando di prevedere come si muoverà il mercato? Perché nel primo caso agirà solo dopo che il mercato si è abbassato a livelli accettabili per gli acquisti o alzato a livelli di vendita. Quindi il suo ruolo non è quello di un profeta, ma piuttosto quello di un uomo d'affari alla ricerca di buone occasioni d'investimento. Non cercherà quindi di essere più furbo degli altri investitori, ma solo di essere meno irrazionale della massa di speculatori che insistono nell'acquistare dopo che il mercato è salito e vendere dopo che è sceso. Se il mercato persiste in comportamenti insensati, tutto ciò di cui ha bisogno è comune buon senso per sfruttare tale insensatezza.
L'investitore ha diritto di aspettarsi buoni risultati dall'applicazione continua e coraggiosa del principio di acquistare dopo che il mercato è sceso sostanzialmente, per vendere dopo un rialzo spettacolare. Ma non può pretendere di ridurre questo principio ad una semplice formula matematica, che garantisca profitti e assenza di periodi di apprensione.
Il lettore può mettere alla prova la propria psicologia domandandosi, in retrospettiva, se vendere a 156 nel 1925 per riacquistare a 109 nel 1931 sia da considerarsi un'operazione soddisfacente. Se invece pensasse che l'investitore intelligente sarebbe stato in grado di vendere in prossimità del massimo a 381, per riacquistare vicini al minimo di 41, allora in fondo all'anima è uno speculatore, che avrà difficoltà a seguire i veri principi d'investimento mentre il mercato oscilla in alto e in basso.
Vale la pena mettere in evidenza che, senza dubbio, meno di uno su 100 di coloro che rimasero nel mercato dopo il 1925 ne emersero con un profitto netto, e che le perdite speculative furono terrificanti.
Per avere reali speranze di successo l'investitore che si cala nell'arena del mercato azionario deve dotarsi di un armamentario mentale che lo distingua come tipo—e non in un immaginario grado superiore—dal pubblico di operatori del mercato. Un'arma mentale può essere l'indifferenza alle fluttuazioni del mercato; tale investitore acquista con prudenza quando ha fondi disponibili, e poi lascia che i prezzi si aggiustino da soli. Ma se l'investitore intende acquistare e vendere spesso, le sue armi saranno un'impalcatura mentale e dei principi d'azione totalmente diversi da quelli dei tarders e speculatori. Dovrà occuparsi del valore, e non dei movimenti di prezzo. Dovrà essere relativamente immune all'ottimismo come al pessimismo, e impermeabile alle previsioni economiche e del mercato. In una parola, dovrà essere psicologicamente preparato ad essere un vero investitore, e non uno speculatore mascherato da investitore. Se riuscirà a fare tutto questo, entrerà a far parte di un gruppo specializzato e fortemente disciplinato, uscendo dal pubblico di operatori del mercato.
Nei casi in cui l'investitore ha venduto in un mercato crescente, appena il livello del precedente mercato del toro è stato raggiunto, ha avuto la possibilità di riacquistare nel successivo mercato dell'orso ad un terzo (e anche meno) al disotto del prezzo di vendita.
Il grafico mostra un'ascesa e un tremendo declino che spiccano rispetto a tutte le altre fluttuazioni. Tale periodo è comunemente definito la "nuova era" del 1927-33. La cosa evidente di questo fenomeno fu che la nuova era esisteva soltanto nella mente degli speculatori. L'intero episodio, in retrospettiva, sembra oggi una di quelle rare manifestazioni di follia finanziaria di massa che si studiano nei libri di scuola tipo la "Bolla dei Mari del Sud" o la "Bolla del Missisippi".
L'esperienza passata sembra avere grande valore e validità quando si considera il mercato azionario. Le buone regole di una volta sembrano buone ancora oggi. È possibile, naturalmente, che la continuità di comportamento del mercato un giorno cesserà—forse domani—e l'esperienza passata si dimostrerà un ostacolo per capire le nuove condizioni, come sembrava un ostacolo per molti mesi nel 1927-29. Ma non è parte di un comportamento intelligente correre il piccolo rischio di sbagliare seguendo i buoni principi di una volta, piuttosto che correre il ben più grande rischio ignorando l'esperienza passata?
I titoli a buon mercato possono essere individuati, tramite l'analisi dei titoli, praticamente sempre. Si possono acquistare con buoni risultati complessivi in ogni momento, eccetto quando il mercato in generale è chiaramente su livelli di vendita. Tali titoli sono più numerosi negli anni in cui il mercato rimane entro limiti contenuti e in area neutrale.
L'acquisto di un titolo a buon mercato presuppone che la valutazione attuale del mercato sia sbagliata, o quantomeno che l'idea del valore che si è fatta l'acquirente è più corretta di quella del mercato. Per alcuni questo può sembrare arrogante o temerario.
Nel caso del tipico titolo sottovalutato, la sua recente azione nel mercato non è stata incoraggiante; il titolo è impopolare tra i tarders e tra gli esperti di analisi tecnica, oltre ad essere relativamente sconosciuto o negletto. Non c'è ragione al mondo per aspettarsi che il suo prezzo aumenti prontamente dopo che l'investitore ha deciso di acquistarlo. In realtà ci ci potrebbe chiedere se, visto che il mercato sottovaluta il titolo al momento dell'acquisto, tale sottovalutazione non potrebbe continuare indefinitamente, e anzi perfino aumentare? Non c'è alcuna ragione teorica per cui questo spiacevole risultato potrebbe essere escluso. Il conforto e l'incoraggiamento per l'investitore intelligente sono da ricercarsi nell'esperienza pratica. Nel lungo periodo, infatti, i titoli tendono a raggiungere e vendersi a prezzi non molto diversi dal loro valore indicato. Questa affermazione è indefinita riguardo al tempo; in alcuni casi il momento viene posticipato per molti anni. Ma l'investitore dovrebbe basare le sue azioni non sulle eccezioni ma sull'esperienza media. I nostri studi indicano che l'intervallo richiesto per correggere una sostanziale sottovalutazione oscillano in media tra 1½ e 2½.
Se General Motors vale $60 per azione per un investitore ciò deve essere perché l'intera proprietà azionaria di questa gigantesca azienda vale 43 milioni (di azioni) moltiplicato $60, pari a $2.600 milioni.
Cosa possedeva l'azionista individuale che nel marzo 1938 deteneva 10, 100 o 1.000 azioni di Great Atltantic & Pacific? Aveva una piccola frazione dell'intera azienda, proprio come la famiglia Hartford ne aveva una grande? Oppure soltanto un certificato azionario che gli dava diritto a ricevere un dividendo se e quando fosse stato dichiarato, e a ricevere il prezzo quotato qualora avesse deciso di vendere? Un altro modo di formulare questa domanda essenziale è: l'investitore che ha acquistato l'azione A. & P. a 80, sta davvero perdendo dei soldi quando il prezzo crolla a 36? È diventato veramente più povero di prima? La risposta corretta a questa domanda è la chiave per risolvere il più ampio problema di come l'investitore debba rapportarsi rispetto alle fluttuazioni del mercato. Per come la vediamo noi, l'investitore-azionista occupa una posizione intermedia, o di compromesso, tra il vero possesso di un'azienda e il mero possesso di un certificato azionario. Senza dubbio manca di importanti poteri di controllo inerenti al possesso individuale o di gruppo di un'azienda. Ma in questo caso è nella stessa posizione di un socio di minoranza di un'azienda privata, quando questi non si trova nel gruppo di controllo. Ma possiede anche un enorme vantaggio rispetto al socio di minoranza, nel fatto che può vendere le proprie azioni in ogni momento, al prezzo quotato dal mercato.
Il vero investitore non ha mai, o quasi, la necessità di vendere le proprie azioni, e può ignorare le quotazioni di mercato. Deve considerarle, ed agire a causa di esse, solo nella misura in cui egli lo desideri. Quindi l'investitore che si preoccupa o che fugge in preda al panico a causa del declino del mercato sta trasformando perversamente un suo basilare vantaggio in uno svantaggio. Sarebbe meglio che le sue azioni non avessero alcuna quotazione di mercato, perché così gli sarebbe risparmiato il tormento mentale causatogli dall'errore di giudizio di altri.
L'investitore ha il beneficio della quotidiana valutazione dei suoi titoli, per quello che tale valutazione può valere, e, poi, l'investitore può aumentare o diminuire i suoi investimenti al prezzo del giorno—se decide di farlo. Quindi l'esistenza di un mercato fornisce l'investitore di alcune possibilità che non avrebbe nel caso di titoli non quotati. Ma il mercato non impone la quotazione corrente ad un investitore che preferisce formarsi la propria idea di valore con qualche altra fonte.
Sostanzialmente le fluttuazioni del prezzo hanno un solo significato per il vero investitore. Gli forniscono l'opportunità di acquistare con giudizio quando i prezzi diminuiscono drasticamente, e di vendere saggiamente quando essi avanzano molto. Negli altri periodi sarebbe meglio che si dimenticasse del mercato e prestasse attenzione ai dividendi e ai risultati operativi delle proprie aziende.
L'interesse primario dell'investitore consiste nell'acquistare e detenere titoli adeguati a prezzi adeguati.
L'investitore non sbaglierebbe di molto se il suo motto fosse semplicemente: "Mai acquistare un'azione dopo un sostanziale rialzo, o vendere dopo un sostanziale ribasso".
I buoni management producono un buon prezzo medio di mercato, e i cattivi management producono cattivi prezzi di mercato.
Se assumiamo che vi sia un risultato standard o normale ottenibile dall'investimento in titoli, allora il ruolo del consulente può essere meglio definito. Egli userà la propria abilità ed esperienza per proteggere il cliente da possibili errori e per assicurargli i risultati cui i soldi investiti danno diritto
Relativamente ai risultati standard o normali citati prima, possiamo fare alcune considerazioni di buon senso. La nostra tesi è la seguente: se l'investitore si affida sostanzialmente ai suggerimenti altrui per gestire i propri fondi, allora (a) deve limitare egli stesso e i propri consulenti a forme di investimento standard, conservative e finanche prive di fantasia. Oppure (b) deve avere una conoscenza intima e favorevole della persona che convoglierà i suoi fondi in altre direzioni; perché solo fino a che l'investitore accumula conoscenze e competenze, e quindi diventa qualificato ad esprimere giudizi indipendenti sui consigli altrui, può recepire suggerimenti meno convenzionali dai propri consulenti.
Quasi tutti coloro interessati in azioni ordinarie vogliono sentirsi dire da qualcun altro cosa farà il mercato. Visto che la domanda è presente, ci sarà anche l'offerta.
Per l'investitore, il valore dell'analista di titoli dipende in larga misura dalla propria attitudine. Se l'investitore chiede all'analista le giuste domande, probabilmente otterrà le giuste risposte—o almeno utili.
I buoni manager ricevono raramente compensi troppo alti e tali da condizionare negativamente la posizione degli azionisti. I cattivi manager ricevono sempre compensi troppo alti, perché il loro contributo agli azionisti è nullo.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026