Frasi
Frasi di Bernard-Henri Lévy
24 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 24 frasi di Bernard-Henri Lévy: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Bernard-Henri Lévy (filosofo, giornalista e imprenditore francese). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Bernard-Henri Lévy
Attenzione, è vero che in democrazia tutti possono parlare, ma queste persone hanno idee e bastoni, e hanno bastoni perché hanno certe idee. L'idea neonazista è un'idea violenta che la Storia ha già giudicato. Non può più essere riammessa nell'ambito argomentativo democratico.
Bisognerebbe smetterla con la malafede, il partito preso e, per dirla tutta, la disinformazione, non appena si tratta di Benedetto XVI.
C'è a Parigi una piccola cricca di revisionisti che hanno cominciato a relativizzare, banalizzare, negare quello che succede in Darfur. [...] pensano che uno Stato del Terzo mondo non possa essere uno Stato assassino, e che vittime sostenute dall'opinione pubblica americana non possano essere vere vittime.
Il 22 ottobre, l’Italia commemorerà il centenario della Marcia su Roma. Si sarebbe potuto ricordare questa storia terrificante e patetica solo come la rievocazione di un grande incubo. Quella parata, quei fasci, quel corteo di squadristi meno numerosi di quanto non dica la leggenda aurea del fascismo, quelle bande di reietti che vediamo nel film di Dino Risi con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, quel quadrumvirato patetico e sconvolto che circondava Mussolini e che per poco non fu fatto arretrare da un temporale, sembrava appartenere al passato.
L'Afghanistan ha perso battaglie, ma non la guerra. È nella fossa dove sono caduti i combattenti del Panshir, ma la sua fiamma non è spenta e il Panshir non ha detto la sua ultima parola. Giace nelle confuse scie in cui oggi si mescolano le acque di uno dei più bei fiumi della terra e il sangue, i corpi, il fango dei combattenti uccisi – ma è qui che i semi della rinascita stanno già crescendo. I partigiani del Panshir, costretti a indietreggiare ma risoluti, sono come le donne di Herat, di Kabul e di Kandahar, che si ostinano a sfidare i talebani. Sono ciò che rimane di misterioso nell'umanità e che nessuna sventura può sottomettere. Sono quella parte, non maledetta, ma benedetta, che resiste, sopravvive e si rafforza nel crogiolo delle prove condivise. Il resto dell'Afghanistan. La speranza. Comincia la resistenza.
L'Ucraina è Europa. Lo è per la storia, per la volontà e, dopo la rivolta di Maidan, per il sangue versato dalla Centuria Celeste di giovani donne e giovani uomini caduti sotto la mitraglia delle forze di repressione filoputiniane stringendo fra le braccia la bandiera stellata dell'Unione.
Mi avevano detto che era un condottiero, ma era un misto tra il capo di un casinò di un film di Scorsese e un membro di secondo piano del clan dei corleonesi.Ma, soprattutto, avevo davanti il tipico putiniano europeo che già lasciava che i suoi collaboratori racimolassero rubli e petrodollari a Mosca, che negoziava il futuro del popolo italiano in accordi dietro le quinte appannati dalla vodka e che, tra tutti i travestimenti di cui andava matto (un giorno pompiere, un altro poliziotto, il giorno dopo doganiere), continuava a preferire le magliette con l’effigie del padrone del Cremlino.
Si parli di ciò che si vuole. Ma sostenere che le persone abbiano, in questo paese, un problema con l'identità francese è una stupidaggine. Esse sanno ciò che significa essere francesi. Lo sanno molto bene. Ed una maggiore consapevolezza atterrebbe più all'asservimento che non alla liberazione. Perché le identità collettive devono essere leggere e non oppressive. Non devono rinchiudere i soggetti in soffocanti camicie di forza, bensì aiutarli, al contrario, a respirare. E poi questo dibattito sta occultando la questione cruciale: quella dell'identità europea.
Preghiamo perché Vladimir Putin non prenda la folle decisione di invadere l'Ucraina. Innanzitutto perché le cifre sono ingannevoli: l'esercito russo, secondo tutti gli esperti, è in uno stato di salute critico, quasi quanto l'economia post-sovietica; e non è affatto certo che i 150 mila uomini ammassati in queste ultime settimane fra Mariupol e Luhansk abbiano la capacità di operare così lontano dalle loro basi senza provocare un disastro.
Secondo, perché l'Ucraina di oggi non è più quella che nel 2021 lasciò invadere la Crimea senza colpo ferire: da Petro Poroshenko in poi, e in gran parte grazie a lui, si è dotata di un esercito di cui ho potuto, e non solo io, verificare sul campo la potenza di fuoco, la solidità delle linee di difesa e il morale; e una fiammata laggiù, in quella Verdun gelata che ha già fatto 11 mila morti e centinaia di migliaia di sfollati, potrebbe portare a una guerra ad alta intensità.
L'idea secondo cui la Russia sarebbe a casa propria ovunque si parla russo, e dunque in quella parte orientale dell'Ucraina che viene chiamata Donbass, basterebbe, se fosse convalidata, a mettere l'Europa e il mondo a ferro e fuoco. Che succederebbe, se si ragionasse così, con i transilvani in Romania? Con i catalani in Francia? Con le tre comunità linguistiche di cui è composta la Svizzera? Con quella «minoranza vallona» di cui certi ideologi, a Mosca, già sostengono che sarebbe minacciata di «genocidio»? Con quella parte della California dove si parla spagnolo? Con la Gran Bretagna, che ha la lingua in comune con l'America? Il nazionalismo linguistico, sotto Putin non meno che all'epoca, nel 1938, dell'annessione dei tedeschi dei Sudeti al Terzo Reich, è un vaso di Pandora.
La Russia non ha nessun diritto sull'Ucraina. Nessuno. Non quello di amputarla del suo territorio oggi e nemmeno quello di dettarle domani con chi debba allearsi. Certo, la geopolitica è una questione di rapporti di forza. Ma il diritto resta il diritto. E dice che i popoli non sono pedine di cui un dittatore imperialista e sanguinario possa disporre a suo piacimento.
L'Ucraina, è vero, ha una storia comune con la Russia. Ma è la storia di una colonizzazione. Poi quella, sotto i bolscevichi, della strategia della «scopa di ferro», per sbarazzare Odessa dai suoi anarchici. Poi, con Stalin, l'Holodomor, lo sterminio per fame, che fece tra i 5 e i 6 milioni di vittime. Il resto, la cattiva letteratura sulla presunta «fratellanza » dei popoli slavi, la favola di quel «Rus' di Kiev», che sarebbe stato, nel IX secolo, la culla di una Russia che ancora non esisteva, appartiene alla propaganda.
Putin, con i suoi carri armati, i suoi cannoni, i suoi aerei, aveva un obbiettivo. Uno solo. Mettere l'Ucraina in ginocchio. E spezzare la spinta democratica impressa otto anni fa dal popolo di cittadini liberi radunati sulla piazza Majdan di Kiev. Aveva un mezzo per farlo: la calunnia, l'offesa, la trasformazione in fascisti dei ragazzi, quasi dei bambini, che a piazza Majdan morirono stringendo fra le braccia la bandiera stellata dell'Europa. E ne aveva un altro: l'organizzazione, che non sta in piedi, di un appello all'amico russo per fermare un presunto genocidio; l'invio di un'armata potentissima incaricata di distruggere e di uccidere; e poi, ben presto, un'occupazione in stile Praga o Budapest. Ha fatto entrambe le cose. Ha polverizzato un Paese grande e libero. È un crimine storico contro l'Ucraina e un attacco frontale contro l'Europa.
Non bisogna invertire i ruoli e dimenticare che è lui, Putin, e lui soltanto, ad aver infranto il tabù della guerra in Europa, ad aver fatto aleggiare lo spettro della guerra nucleare, ad aver creato il caos e l'angoscia. Bisognerà tenere a mente che è l'Ucraina, e l'Ucraina soltanto, che bisognava, e bisogna ancora, salvare da una distruzione annunciata e atroce.
Non bisognava tenere minimamente in considerazione la sensazione che ha la Russia, come dicono i vari Le Pen, Zemmour e Mélenchon, di essere accerchiata, maltrattata, umiliata? Io penso, in realtà, che questa umiliazione sia un mito. Mi ricordo che la Nato, fin dal 1994, proponeva alla Russia un «Partenariato per la pace». Che la Russia fu invitata a entrare nel Consiglio d'Europa e nel G7. Mi ricordo del Consiglio Nato-Russia, creato, da pari a pari, nel 2002. Poi di Obama che nel luglio del 2009 andò a Mosca per offrire un reset generalizzato. E poi dell'autolimitazione, fino a Trump e Biden inclusi, del numero e della portata delle armi americane dispiegate sul continente (e questo nel momento stesso in cui la Russia violava i suoi stessi impegni). Non vedo altri esempi di un impero decaduto che abbia beneficiato di tante premure. E credo che la leggenda dell'umiliazione russa, coltivata da qualche stipendiato della Gazprom e della Rosneft, sia l'ultimo tranello in cui dobbiamo evitare di cadere.
Questa guerra, come tutte le guerre, alla fin fine è fatta di corpi che si scagliano gli uni contro gli altri. Da un lato corpi eroici che si assumono, con cognizione di causa, il rischio di morire. Dall'altro lato, degli zombie che assomigliano, nel migliore dei casi, al soldato Svejk che, sordo agli «esempi di valore» affissi nelle camerate dalla «stupida e vecchia Austria», marcia sulla strada maestra, intirizzito dal freddo, con in testa una sola idea: salvarsi la pelle. È il caso, oggi, di un esercito russo che si sta decomponendo sul campo a gran velocità.
Come potrebbe la Russia uscire indenne da questo caos che ha voluto lei? E come potrà colui che le prometteva la gloria e le avrà portato soltanto sconfitta, obbrobrio, umiliazione, come potrà questo Nerone pronto a lasciar bruciare Roma purché viva il suo delirio di zar in formato ridotto, restare uguale a se stesso, irrigidito nella sua maschera di cera e nelle adulazioni dei suoi stipendiati? Dopo di lui, ognuno di noi lo sa, tutto è possibile. Il peggio come il meglio, gli ultranazionalisti in stile Wagner così come un democratico di cui solo l'Angelo della Storia conosce il nome.
Possa la terza rivoluzione russa, quella che verrà, essere quella buona e segnare la fine dei demoni che possiedono perfino alcuni degli spiriti migliori del Paese. Russia anno zero. Come per la Germania nel 1945, è questa la speranza.
Perché tanti italiani hanno votato per Salvini e Meloni? Perché le sinistre, francese e italiana, stanno crollando? Le ragioni sono le stesse e le conseguenze sono le stesse. Una parte della responsabilità è dei democratici e in particolare della sinistra. In Francia la sinistra si è accodata a Mélenchon, ha accettato di scendere a patti con un partito, La France Insoumise, antisemita. La sinistra francese ha accettato di scendere a compromessi su cose essenziali. Poi ci sono quelli che io chiamo i conservatori onesti, che da anni fanno compromessi con Le Pen, giocano sull’ambiguità. Finché tutto questo presenta il conto e si paga un prezzo molto elevato.
[...] di France ce ne sono due: quella dei gaullisti e quella dei petainisti, gli antifascisti degli anni Trenta e quelli che negli stessi anni Trenta volevano un Mussolini francese. Ancor prima, alla fine dell’800, c’erano due France, una a favore di Dreyfuss, l’altra contro. È un corpo a corpo ideologico e politico. Destra in Francia non significa nulla. Ce n’è una decente. moderata, conservatrice, europea; e una fascista, anti-europeista, filo Putin. Sono inconciliabili, e l’errore dei francesi è stato intendere la destra come se fosse una.
Una Meloni francese e forse persino una Meloni sommata a Salvini.
Per vendetta. L’Unione Sovietica è crollata a causa dell’America, del Papa, dei dissidenti sovietici e per via dell’Europa. Putin lo ha detto nelle sue riunioni al club Valdai e ha additato l’Europa come una delle responsabili del disfacimento dell’Urss, per lui la più grande catastrofe del ventesimo secolo. Il secondo motivo è l’ideologia. Non bisogna mai sottovalutare i dittatori, vederli soltanto come bestie affamate di potere. Sono degli ideologi, e lo è Putin. Crede in una nuova Europa che ridurrà le libertà, che spianerà lo stato di diritto, che privilegia i legami di sangue su quelli di cittadinanza. C’è persino una metafisica putiniana, che contrappone quello che i suoi ideologi chiamano la “tellurocazia”- il potere della terra, della grande sterminata terra russa - alla “talassocrazia”, l’apertura verso il mare e l’occidente. Tra gli ideologi che lo ispirano c’è Aleksandr Dugin, che a queste teorie somma razzismo e anti-semitismo fino alla promozione di un’alleanza con l’islamismo radicale. Nello schema tellurocratico caro a Dugin c’è anche un progetto di una grande alleanza fra ciò che chiama l’anima slava e l’islamismo radicale più violento. Putin ha dichiarato che il principale ostacolo per costruire questa Eurasia tellurocratica è l’Europa come la pensiamo noi. E si fa in quattro per indebolire le democrazie.
era con Hamas già prima del 7 ottobre. Gli israeliani, gli europei, il mondo, non hanno voluto vederlo. Nelle settimane precedenti al 7 ottobre, Hamas è stata ricevuta a Mosca, nei mesi precedenti ci sono state in Libano discussioni di preparazione tattica con Hamas, iraniani e russi. La guerra di Siria è stato il terreno di prova su cui questa grande alleanza si è costituita: Iran, Fratelli musulmani, russi, tutte forme di ideologia anti-democratica.
Il grande errore è credere che la democrazia sia l’ordine normale delle cose e la tirannia e la schiavitù siano le eccezioni. Credere che l’Europa sia una cosa normale, e che ci voglia molto sforzo per distruggerla. È il contrario. L’ordine naturale delle cose, - e me ne dolgo - è la volontà di potenza, di dominio, di ridurre altri in schiavitù. Il nostro errore è stato credere che l’Europa ormai era fatta, che andava nella direzione della Storia, che nulla la poteva più fermare.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026