Ritratto di Carlo Botta
Lorenzo Pedrone / Junk · Public domain

Frasi

Frasi di Carlo Botta

13 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 13 citazioni di Carlo Botta, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Carlo Botta (storico e politico italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Carlo Botta

Nessun maggior segno v'ha di cuor ben nato, e di mente ammaestrata di ottime discipline, che il far onore ai morti, che han lasciato di qua una memoria degna d'onoranza. (da una lettera a Giuseppe Grassi, Parigi 22 aprile 1812, in Lettere, Pompeo Magnaghi Editore, Torino 1841)

A Giovanni Paisiello, a Napoli – Citazioni

Venti volte si rappresentò la Nina, e sempre col medesimo effetto. Ognuno in questa città parlava di Nina, di Nina si discorreva in tutte le conversazioni. Dopo la rappresentazione di quella cara Nina tutti sembravano divenuti matti, come successe a quei di Ancira dopo una rappresentazione del tragico Sofocle. (p. 4)
Se tutte le musicali produzioni di oggidì fossero come quelle della Nina, i maestri di musica si potrebbero a giusto titolo nominare estirpatori dei vizi, produttori delle virtù, correggitoli dei costumi: e la musica meriterebbe ancora gli encomi, e gli onori che i legislatori delle nazioni, ed i virtuosi antichi popoli le attribuirono. (p. 4)
Facciamo tutti sinceri voti per la sua felicità, e vivamente desideriamo che il cielo la conservi lungamente alla Italia. (p. 5)

Storia d'Italia – Citazioni

Chi intende a libertà, deve, anzi che spegnere, la divisione, che la natura ha posto tra la nobiltà e il popolo, e dare a quella ed a questo nella ordinazione sociale quella parte d'autorità e di potenza, che loro si conviene al fin comune della libertà. Il non averlo fatto è il verme, che rode le costituzioni libere fondate sulla egualità politica di tutti i cittadini. (I)
Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, BUR, 1992. ISBN 88-17-14603-X
Domenico Cirillo, medico e naturalista, il cui nome suonava onoratamente in tutta l'Europa, non isfuggì il destino di chi ben ebbe amato in tempi tanto sinistri. Richiesto una prima volta di entrare nelle cariche repubblicane, aveva negato perché gl'incresceva l'allontanarsi dalle sue lucubrazioni tauto gradite di scienze benefiche e consolatorie. Gli fecero una seconda volta suonare agli orecchi il nome e la necessità della patria. Lasciossi, come buon cittadino, piegare a queste novelle esortazioni. (da Storia d'Italia dal 1789 al 1814, lib. XVIII; citato in Giuseppe Maffei, Storia della Letteratura Italiana, Vol. III, p. 53)
Dopo un terribile interno muggito la terra tremando distrusse Casalnuovo [...]. Le strade avea larghe, dritte, le case basse pel timore de' terremoti, ciascuna di essi con un albero, ed una pergola avanti [...]. Non vi rimase pietra sopra pietra, tutto fu pareggiato al suolo, tetti sconvolti, sassi schiantati, alberi infranti. Quasi la metà della popolazione di Casalnuovo perì schiacciata sotto le rovine [...]. (Storia d'Italia, vol. VIII, p. 237)
La dottrina l'ornava, la virtù l'illustrava, la canizie il rendeva venerando. Ma i carnefiici non si rimanevano, perché il tempo era venuto che una illusione proveniente da fonte buona coll'estremo sangue si punisse, ed alla virtù vera non si perdonasse. Se gli offerse la grazia, purché la domandasse, non perché virtuoso, dotto e da tutto il mondo onorato fosse, ma perché aveva servito della sua arte Nelson ed Emma Liona. Rispose sdegnato, non voler domandar grazia ai tiranni, e poiché i suoi fratelli morivano, voler morire ancor esso; né desiderio alcuno portar con sé di un mondo che andava a seconda degli adulteri, dei fedifragi, dei perversi. La costanza medesima che mostrò coi detti, mostrò coi fatti: perì per mano del carnefice, ma perì immacolato e sereno. (da Storia d'Italia dal 1789 al 1814, lib. XVIII; citato in Giuseppe Maffei, Storia della Letteratura Italiana, Vol. III, p. 53-54)
Mario Pagano al quale tutta la generazione risguardava con amore, e con rispetto, fu mandato al patibolo dei primi: era visso innocente, visso desideroso di bene; né filosofo più acuto, né filantropo più benevolo di lui mai si pose a voler migliorare quest'umana razza, e consolar la terra. (da Storia d'Italia dal 1789 al 1814, Vol. III, 417)
Viveva a questi tempi in Moncalieri un uomo dottissimo, e tanto buono, quanto dotto, dico Carlo Tenivelli, autore elegante di storie piemontesi. Questi, alieno dalle opinioni dei tempi, avverso per natura, siccome quegli, che italianissimo era, da quanto venisse d'oltre Alpi, ed oltre a ciò di costume molto indolente, e non curante, non avendo attività alcuna, se non per iscrivere storie, non aveva a niun modo mente a muover cose nuove, e molto meno quelle, che si assomigliassero alle francesi. Devoto alla Casa di Savoia, dedito, anche con singolare compiacenza, ai nobili, non era uomo, non che a fare, a sognar rivoluzioni. Per me, quando considero la natura sua, e quella del , celebrato favolatore di Francia, mi pare, che non mai chi crea tutto, abbia creato due nature tanto l'una all'altra somiglianti, quanto quelle di Tenivelli, e di , solo ed unicamente in ciò differenziandogli, che l'uno era formato per aver ad essere uno storico egregio, l'altro un favolatore eccellente. (da Storia d'Italia dal 1789 al 1814, Italia, 1824, tomo II, parte II, libro undecimo, pp. 347-348)
Salito in Campidoglio bandiva la Repubblica romana solennemente, la riconosceva in nome della Francia, lodava la libertà, chiamava i Romani figlioli di Bruto, e di Scipione. Queste cose si facevano veggendo, ed udendo dalle stanze del deserto Vaticano il canuto, ed infermo pontefice . Erano tutto il restante giorno, e la seguente notte canti, balli, e rallegramenti di ogni forma. (da Storia d'Italia dal 1789 al 1814, Italia, 1824, tomo VI, libro decimoterzo, pp. 29-30)
Un antico ufficiale in riposo d'Austria, che Brandalucioni aveva nome, giudicando, che quello fosse tempo da prevalersene, si era fatto capo di villani armati, e già aveva corso sollevando, e depredando il Novarese, ed il Vercellese, quando fermatosi in Canavese, pose la sua sede in Chivasso. Le turbe agresti che il seguitavano, erano andate, strada facendo ingrossandosi: le chiamava masse cristiane. Questo Branda con le sue masse, quando arrivava in una terra, prima cosa, atterrava l'albero della libertà, e piantava in suo luogo una croce: quivi poscia s'inginocchiava, e stava un pezzo orando. Poi trovava il , e si confessava, e comunicava. Né dimenticava la cura del corpo; perché si dava al desinare, ed usava anche del vino immoderatamente: la massa cristiana vedeva spesso andar a onde il buon uomo. Né gli importava, che due più che una volta le medesime cose nello stesso giorno facesse, perché quanti villaggi visitava, tante le ripeteva. S'informava, se nella terra fossero giacobini, ed avveniva, che i giacobini erano sempre i più ricchi: erano messi o a taglia, o a ruba. Chi non pagava, predato, o carcerato, ma il pagar la taglia era mezzo sicuro di riscatto. Due cappuccini aveva per segretarj: preti, curati, e frati l'accompagnavano con forche, picche, pistole, e crocifissi. (da Storia d'Italia dal 1789 al 1814, 1825, tomo VII, libro decimosesto, pp. 140-141)

Dicono di Carlo Botta

Lo zelo di richiamare la lingua a' suoi principii e di impedire, come si esprime egli stesso, che tutta diventi infrancesata, lo spinse a non metter mai il piede se non nelle orme segnate dagli Storici del Trecento e del Cinquecento.
Ambrogio Levati

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026