Ritratto di Cesare Brandi
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Frasi

Frasi di Cesare Brandi

22 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Cesare Brandi raccolte in un'unica pagina: 22 frasi, divise per libro e argomento.

Cesare Brandi (storico dell'arte, critico d'arte e saggista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Cesare Brandi

Andate a Palermo per mare, e vi accorgerete se arrivate in un paese qualsiasi. Le montagne che fanno corona alla città appaiono splendide, come d'agata, e Monte Pellegrino come un meraviglioso spalto naturale. Certo, dovrete digerire anche diversi chilometri di cattiva architettura e chiedervi se è qui la città degli emiri, delle delizie di Federico II, la Palermo orientale che meravigliava gli scrittori arabi. Ma poi la troverete, con i suoi mosaici che neanche a Venezia hanno maggior fulgore e con l'architettura araba che splende nella Zisa come neanche a Marrakesh.
Citato in Ernesto di Lorenzo, Brandi. Cento anni di Sicilia, la Repubblica, 8 aprile 2006.
Bagheria è un ammasso informe di casupole, ma le sue ville si ergono fra quelle casupole, e il verde dei limoni, che è un verde perenne, che non teme l'alternarsi delle stagioni, sicché in Sicilia, solo che vi sia il sole, è sempre primavera.
Dalla serie di documentari Rai-Tv A tu per tu con l'opera d'arte – Palermo e la Conca d'Oro, testo di Cesare Brandi, regia di Franco Simongini, 1984. Video disponibile su Youtube.com.
Davvero rimasi sorpreso della bellezza e della nobiltà antica di questo antico aggregato edilizio, fra i più antichi e meglio conservati di tutta l'Italia. (da Pellegrino di Puglia, Laterza, 1960, p. 150)
In Sicilia, solo che vi sia il sole, è sempre primavera, anche più primavera se ci sarà la neve sull'Etna e sulle Madonie, con quel contrasto che è così dolce tra la neve all'orizzonte e le pendici fitte di agrumi in cui occhieggiano aranci e limoni, e se aranci e limoni potete trovarli anche altrove, mai saranno così come li vedete in Sicilia, in questa contraddizione di inverno e di primavera. Sì, lo so, uno spettacolo del genere può esserci anche in Marocco o in Andalusia, con altri fascini sicuramente, ma qui in Sicilia vi appare come una cosa naturale, per cui non c'è bisogno di andare in terre esotiche. È la natura naturale qui in Sicilia di mettere assieme l'arancio e la neve. Non è esotica la Sicilia, è favolosa.
[...] la Cattedrale di Monreale, dove vedere un simile vascello d'oro con la solennità romana di una basilica e la terribilità addolcita della cristianità trionfante?
Da Sicilia mia, Sellerio, Palermo, 1989, p. 17.
La storia della pittura di Guttuso comincia da quella Fuga dall'Etna durante un'eruzione che Natale Tedesco ha chiamato la «Guernica siciliana», però siciliana è un po' anche la Guernica di Picasso; e forse Picasso ha studiato lo schema compositivo del Trionfo della morte di Palermo più di quanto Guttuso abbia dipinto la Fuga sotto l'impressione della Guernica che Cesare Brandi gli aveva allora mandato in cartolina. (da Scritti sull'arte contemporanea, Einaudi, Torino 1976, pp. 401-404)
[...] luogo extraterritoriale ed extratemporale [...].
Citato in Paolo Fancelli, Paesaggi brandiani, in AA. VV., Cesare Brandi e la Sardegna. , a cura di Bruno Billeci e Stefano Gizzi, Gangemi Editore, Roma, p. 102. ISBN 978-88-492-9192-6
Ma può esserci al mondo un paese più bello della Sicilia?
Ma via Garibaldi è bella come una cosa perduta, è misteriosa e assente come una strada di Pompei...la sua sostanza è di essere vuota, impraticabile come una pittura, sospesa nella sua bellezza come da un incantesimo. E se è da poco, possedere una via simile, e percorrerla in silenzio, come ascoltando, e invece vedere, guardare all'infinito. (da Terre d'Italia, Bompiani, Milano, 2006, pp. 81-82)
Non esiste, non può esistere una città morta che sia più ardente, vitale di questa: non può esistere un luogo dove il tempo si sia fermato come nel Paradiso terrestre, sicché ti senti sempre in colpa a camminare su quell'erba fiorita, sciuperai qualcosa, rintuzzerai il bulbo prezioso: un angelo infine verrà, con la spada, a ricacciarti nella terra di tutti.
Da Viaggi e scritti letterari, Bompiani, Milano, 2009. Citato in Vittorio Sgarbi, Dalla Russia alla foce del Nilo: viaggi di un artista-turista, ilgiornale.it, 30 marzo 2009.
Ora, Procida, è tutta in quell'arrivo che si fa a Marina Grande, venendo da Napoli o da Pozzuoli; e che mi lasciò senza fiato. Perché da lontano, tanto è schiacciata l'isola quasi non si vede, o sembra la predella di quel grande altare che è Ischia. Procida, la predella d'Ischia, non ci godrebbero affatto i procidani, che amano solo se stessi e neppure vogliono sentire dire che sono napoletani; ma l'immagine vale nella prospettiva del Golfo, dove Procida, se non si sa come è fatta, non si distingue da Ischia, sembra una propaggine di Ischia. Per questo la sorpresa si ha tutta insieme. Ed ecco la sorpresa. Un allineamento di case di tutti i colori, strette come una barricata, con tante arcate chiuse a mezzo, come strizzassero un occhio. E sopra un verde intenso, prepotente, quasi selvaggio, tanta è la forza dei getti e dei tralci: viti e limoni. Vi posso assicurare che Procida è tutta qui, e nell'interno, e fino all'altro capo del paese la Chiaiolella, ripete lo stesso spettacolo. Ma è impossibile stancarsene. Perché, almeno fino a qualche anno fa, niente era più autentico della palazzata senza palazzi, della barricata di case che sembra sbarrare l'ingresso a chi entra, al forestiero. (da Terre d'Italia, Bompiani, Milano, 2006, p. 467)
Ed ecco l'arrivo del mare a Palermo, che era una volta come ad una città sognata, o riflessa dalla fata Morgana su un mare di seta, diviene ad un tratto l'approdo ad un congolomerato amorfo e a tratti ossessivo, a ranghi serrati come una rivista militare, accanto al quale si è come appiattita, vicina ad andare in polvere, la città antica, che era ancora la città di Goethe. ("Il Patrimonio Insidiato", Editori Riuniti, 2001, pagina 35)

Così andai al Sud

Vi sono dei panorami che rappresentano assai più che una bellezza naturale o lo spettacolo di una grande città, addirittura le fattezze della Patria.
In Italia, per quanto ricca si creda, sono in numero limitatissimo. Ad esempio la vista dal Viale dei Colli sulla città e le colline di Firenze; quella dal Gianicolo su Roma; la Riva degli Schiavoni a Venezia: ma su tutte, inutile negarlo, troneggia il panorama del Golfo di Napoli, sia dall'alto del Vomero o di San Martino sia all'arrivo dal mare. È questa la porta celeste dell'Italia, la porta che non è chiamare augusta, e provoca nostalgia e rimpianto non solo ai napoletani emigrati. (p. 34)
Napoli, questa meravigliosa città, che ora fa arricciare il naso a raffinati e a villani, e nessuno ci va più, se non per vedere Pompei, come se questo palinsesto di culture non valesse che per le sue ossa. (p. 39)
L'Italia deve salvare Napoli, riportarla al suo rango di capitale della cultura quale ottava meraviglia, non lasciarla abbruttire dalla spazzatura nel traffico immondo. Napoli deve vivere: non ha bisogno di tornare una stella, è una stella, non un buco nero, come si è fatta diventare. La responsabilità è di tutti gli italiani: Napoli appartiene all'Italia. (p. 42)
E Luca Giordano, sempre più grande ai nostri occhi, cosciente com'è, si direbbe, del passato e del presente, del Veronese e del Settecento francese, con quei pimenti, quei velluti consunti, quei cilestrini che hanno superato tanti bucati, e le trasparenze che hanno l'Oriente delle perle. [...] questo suo quadro composito non anticipa meno Sebastiano Ricci e Pellegrini, Guardi e Fragonard, di Pergolesi e Cimarosa. Che macchina, che intrighi, che festevolezza! (p. 52)
Napoli, nel '700 non fu provincia ma grande capitale europea in competizione con Madrid, Vienna ed anche Parigi; posseddette una fioritura artistica di prim'ordine, pari a quella di Venezia e assai superiore a Firenze e a Roma. (p. 54)
Quel Palazzo Reale, che fa sempre piacere rivederselo, con i saloni spropositati e lo scalone che sembra dare accesso non ad un palazzo, ma ad un'intera città. (p. 61)

Terre d'Italia

Ma via Garibaldi è bella come una cosa perduta, è misteriosa e assente come una strada di Pompei...la sua sostanza è di essere vuota, impraticabile come una pittura, sospesa nella sua bellezza come da un incantesimo. E se è da poco, possedere una via simile, e percorrerla in silenzio, come ascoltando, e invece vedere, guardare all'infinito. (pp. 81-82)
[...] vedere nei portici come un basso continuo, su cui il profilo delle case che stanno dietro ha come un andamento melodico, e i vari colori, dal rosso spento dei mattoni all'argento delle absidi, al bruno profondo del palazzo del Popolo, sono l'orchestrazione sapiente che dà tutte le vibrazioni senza rischiare l'omofonia. Allo stesso modo, è aperta e chiusa, è un grande interno e un esterno, una piazza ed una sala. (da La piazza di Ascoli Piceno, Roma 1991, p 286)
Citato in AA. VV. Cesare Brandi e la Sardegna. , Gangemi Editore, Roma, pp. 100-101. ISBN 978-88-492-9192-6
Ora, Procida, è tutta in quell'arrivo che si fa a Marina Grande, venendo da Napoli o da Pozzuoli; e che mi lasciò senza fiato. Perchè da lontano, tanto è schiacciata l'isola quasi non si vede, o sembra la predella di quel grande altare che è Ischia. Procida, la predella d'Ischia, non ci godrebbero affatto i procidani, che amano solo se stessi e neppure vogliono sentire dire che sono napoletani; ma l'immagine vale nella prospettiva del Golfo, dove Procida, se non si sa come è fatta, non si distingue da Ischia, sembra una propaggine di Ischia. Per questo la sorpresa si ha tutta insieme. Ed ecco la sorpresa. Un allineamento di case di tutti i colori, strette come una barricata, con tante arcate chiuse a mezzo, come strizzassero un occhio. E sopra un verde intenso, prepotente, quasi selvaggio, tanta è la forza dei getti e dei tralci: viti e limoni. Vi posso assicurare che Procida è tutta qui, e nell'interno, e fino all'altro capo del paese la Chiaiolella, ripete lo stesso spettacolo. Ma è impossibile stancarsene. Perché, almeno fino a qualche anno fa, niente era più autentico della palazzata senza palazzi, della barricata di case che sembra sbarrare l'ingresso a chi entra, al forestiero. (p. 467)
Proprio sotto la Terra Murata, il porticciolo minuscolo con le barche da pesca, come gli insetti neri che si vedono nelle acque morte, o come foglie secche, o come gusci vuoti: e la loro cava occhiaia quasi riproduce nell'acqua le cave occhiaie delle porte e delle finestre: quelle case povere e bellissime che si soprammettono sulla riva, più scavate nella roccia che costruite. Un paese formicolante, una termitiera, eppure così umano, così umile e splendente, nella notte, coi suoi colori leggeri e stinti. Come sciacquati nel lume della luna. (p. 470)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026