Frasi
Frasi di Claudia Durastanti
14 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Claudia Durastanti raccolte in un'unica pagina: 14 frasi, divise per libro e argomento.
Claudia Durastanti (scrittrice italiana). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Claudia Durastanti
Ma quando penso alle somiglianze tra i miei genitori nei pomeriggi malinconici e rabbiosi della loro adolescenza, entrambi isolati, valuto la possibilità che l’incontro tra due persone non abbia a che fare con la predestinazione quanto con una mappa biologica che si rivela mentre ci si innamora l’uno dell’altro, e si scopre che c’era un’intelligenza primitiva che governava i nostri corpi e rilasciava particelle elementari nell’aria ancora prima di incontrarsi, in modo che queste attraversassero città, pareti di cemento e membrane di pelle per entrare in contatto con sostanze simili e sviluppare una forma di resistenza comune, una difesa contro le offese del mondo: i miei genitori si sono incontrati per i riverberi simili a quelli di una foresta prima di un incendio, non perché era scritto; il loro futuro non era impresso nella filigrana di una Bibbia o di un vecchio oroscopo, era solo una vibrazione particolare nell’aria, un allarme invisibile che invitava alla sopravvivenza.
La mia scrittura si declina su tantissimi piani, dalla traduzione, agli articoli, alle recensioni, ed è come se tutto questo materiale si fosse addensato e stratificato, fino a darmi una solida base da cui partire per poter usare la prima persona.
Quando mio padre mi ha detto che mia madre ha mentito per tutta la vita su come si sono conosciuti ho avuto due eventi alternativi che si contraddicevano a vicenda, due proposte di verità che si annullavano da cui partire. I miei genitori mi hanno dato la scintilla, ma avevo già voglia di utilizzare del materiale autobiografico.
Quasi tutta la mia vita è stata definita dall'imperativo di escludere qualcosa a vantaggio del resto, prima di imparare a fare una somma tra le parti. Quando mi sono trasferita in Italia, ho fatto uno sforzo profondissimo per continuare a immaginarmi americana, e quando ho iniziato a scrivere non parlavo mai di Basilicata, come se non ci fosse mai stata. Pur usando la lingua italiana e avendo studiato in Italia, i miei primi libri erano quasi tutti di ambientazione americana: è stata la prima forma di cittadinanza che ho rivendicato. La letteratura americana è un luogo che ho abitato a lungo.
Quando ho iniziato a riprendere in mano Pavese, Malaparte, Ortese e Ginzburg. Di recente ho avvertito in maniera abbastanza netta che la lingua italiana ha molta più influenza su di me e definisce meglio la scrittrice che sono. Ho vissuto quasi tutta la mia vita in Italia, dal 1990 al 2011, ma prima non avevo un immaginario italiano, adesso ce l'ho ed è sicuramente anche grazie all’esperienza londinese.
Assomiglio a mia nonna, che aveva accentuato i suoi caratteri di italianità nel momento in cui si è trasferita in America, un processo tipico nei percorsi di migrazione. Questo, nel mio caso, si esprime nel recupero del dialetto lucano, che non ho mai parlato prima. Tutti i posti che ho abitato confluiscono in una sorta di grande patria immaginata: credo molto nei luoghi come fantasmi che fanno rumore e provocano interferenze, e io sono infestata da tutti i paesi da cui sono passata.
Leggere Dracula di Bram Stoker a otto anni ebbe un impatto fortissimo su di me, se non altro perché mi insegnò a mentire: è stato il primo libro "proibito" verso il quale io abbia provato una forte tentazione, e per cederle ho dovuto ricorrere a diversi sotterfugi.
Grazie a Dracula, scoprii presto che nelle storie che mi piacevano davvero, l'eroe designato non era mai un personaggio buono e mite come Jonathan Harker ma qualcuno di crudele, una figura posseduta che andava salvata, anche quando sembrava più forte di chiunque altro.
Di tutti i protagonisti delle storie dell'orrore, le fiabe macabre e i romanzi gotici che mi tenevano sveglia la notte, Dracula era quello più simile a un supereroe. Come tutti i supereroi dei fumetti più interessanti, invece di essere orgoglioso del suo potere – la capacità di vivere per sempre (quantomeno tenendosi lontano da paletti di frassino e spicchi di aglio) –, Dracula arrivava quasi a odiare il suo talento speciale e attraversava la sua condizione con malinconia, da aristocratico solitario e triste.
Rileggendo il libro di Stoker da adulta, mi sono convinta che pur non spendendo troppe parole sulla malinconia del Conte, l'autore volesse fare proprio quello – prendere un personaggio storico delle leggende popolari, il vampiro che dorme di giorno e dissangua i bambini – per trasformarlo in una figura più simile a noi, più vicino agli uomini che alle creature infernali nei boschi.
Dracula ci parla, ci irretisce, ci imprigiona, ma sempre con l'idea che quel che vuole non sia tanto il nostro sangue quanto la nostra compagnia.
Leggendo la sua storia, si capisce bene che il suo vero potere (la sua vera condanna) è desiderare gli altri, non vivere per sempre.
Mina e Lucy, le ragazze infettate dal Conte, vivono in una società vittoriana piena di prescrizioni su quale sia la cosa giusta da fare, e sono spaventate dalla loro complicità involontaria con le forze oscure, il loro anelito verso tutto ciò che non si può sentire né tantomeno esprimere ad alta voce. È proprio questo a terrorizzarle di più: non tanto quello che non sanno del nemico, ma tutto ciò che sanno bene di loro stesse.
Dracula ama fare conversazione: sono la cultura e la lettura a renderlo quasi umano. Non ha la furia rozza del lupo mannaro, né la monotonia del diavolo. Grazie a Stoker, il Conte ci insegna che siamo destinati a diventare vampiri ogni volta che ci affezioniamo a qualcuno, e ci ricorda che quando leggiamo un libro, di fatto succhiamo il sangue dalle parole per diventare immortali. A metterla così, è difficile stabilire cosa ci rende davvero diversi da questo supereroe inconsolabile.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026