Frasi
Frasi di Daniel Defoe
24 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 24 citazioni di Daniel Defoe, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Daniel Defoe (scrittore britannico). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni
Il credito fa la guerra, e fa la pace; arruola eserciti, arma la marina, combatte battaglie, assedia città; e, in una parola, viene chiamato il sostegno della guerra a maggior diritto del danaro in se stesso… Il credito fa combattere il soldato senza la sua paga, fa marciare gli eserciti senza vettovagliamenti … è una fortezza inespugnabile … trasforma la carta in danaro … e riempie lo Scacchiere e le banche con tutti i milioni che vuole, a richiesta.
Tutti gli uomini sarebbero tiranni se potessero.
Frasi da «Lady Roxana»
La carità verso i poveri è un dovere, e colui che dà ai poveri presta al Signore. (p. 22)
La carità comincia a casa propria. (p. 22)
È male sospettare che un uomo sia cattivo perché è caritatevole, e vizioso perché è buono. (p. 26)
Molta carità comincia col vizio. (p. 26)
[...] non c'è dubbio, una donna deve morire piuttosto di prostituire il suo onore e la sua onestà qualunque sia la tentazione. (p. 28)
La celia e lo sguardo possono condurre così lontano che non so cosa al mondo possa una donna maggiormente temere. (p. 39)
Moll Flanders – Citazioni
La vanità è la perfezione del fatuo. (1943)
[...] accasciandosi sotto l'affanno si viene soltanto a raddoppiare il peso [...]. (1943)
[...] chi sia restituito al suo pensiero, è restituito a sé stesso. (1943)
Frasi da «Robinson Crusoe»
La tua posizione è in uno stato mediocre, in quello stato che può chiamarsi il primo nella vita borghese, posizione che una lunga esperienza mi ha dimostrata siccome la migliore del mondo, e la meglio acconcia all’umana felicità; non esposta alle miserie e ai travagli che son retaggio della parte di genere umano costretta a procacciarsi il vitto col lavoro delle proprie braccia; e nemmeno agitata dalla superbia, dal lusso, dall’ambizione e dall’invidia ond’è infetta la parte più alta dell’umanità. (1842, 1, pp. 2-3)
All'idea di tornare a casa si opponeva un sentimento di vergogna, in contraddizione coi sentimenti migliori che si affacciavano alla mia mente. E tosto pensai alle risate dei vicini, alla mia vergogna di rivedere non solo i miei genitori ma chiunque altro. A questo proposito, spesso in seguito avrei avuto agio di osservare quanto sia incongrua e irragionevole l'indole dell'uomo, specie quando è molto giovane, quando è posta davanti ai princìpi della ragione che dovrebbero guidarla per il meglio in circostanze del genere. L'uomo, cioè, non si vergogna di peccare, ma si vergogna di pentirsi; non si vergogna di commettere un'azione per la quale, e giustamente, verrà giudicato uno sprovveduto, ma si vergogna di recedere, comportandosi nell'unico modo idoneo a conferirgli reputazione di saggezza. (1976, p. 15)
Essendo la nostra ragione l’origine e la sostanza vera delle scienze matematiche, ciascun uomo può, ove ponderi e misuri ciascuna cosa con la ragione e deduca da questo studio razionali giudizi, può col tempo divenire maestro in ciascun’arte meccanica. (1842, 15, p. 84)
Compresi allora, benché troppo tardi, quanta sia la stoltezza di cominciare un lavoro prima di averne computata l’importanza e misurata rettamente la proporzione tra le nostre forze e il suo compimento. (1842, 28, p. 158)
Tutti i beni di questo mondo non sono beni se non in quanto possiamo farne uso noi o goderne nel procurarne l’uso ai nostri simili. (1842, 29, p. 160)
A mio avviso tutti i nostri sconforti per le cose di cui manchiamo, scaturiscono dalla nostra ingratitudine per quelle che abbiamo. (1842, 29, p. 161)
Non vediamo mai il nostro vero stato, se non quando ci viene fatto manifesto da uno stato peggiore, nè conosciamo il prezzo di quanto abbiamo se non allor che ci manca. (1842, 30, p. 171)
Gli affetti traggono alimento da certi stimoli segreti che, quando vengono suscitati dalla vista di qualcosa, o anche da cose che non siano direttamente visibili dai nostri occhi, ma si prospettano alla nostra mente per effetto dell'immaginazione, trascinano l'animo nostro coi loro sommovimenti impetuosi a identificarsi con l'oggetto visivo che hanno evocato, e con un desiderio così ardente, che la sua mancanza diventa intollerabile. (Diario; 1976, p. 200)
Così accade che il timore del pericolo atterrisce diecimila volte più del pericolo stesso quando lo abbiamo dinanzi agli occhi, e che troviamo il peso dell'angoscia più grave del male stesso su cui ci angosciamo. (1842, 34, pp. 195-196)
Dicono di «Robinson Crusoe»
Il vero simbolo della conquista è Robinson Crusoe il quale, naufragato un'isola solitaria, con in tasca un coltello ed una pipa diventa architetto, falegname, arrotino, astronomo, prestinajo, costruttore navale, figulo, bastajo, agricoltore, sarto, ombrellajo e chierico. Egli è il vero prototipo del colonizzatore come Venerdì (il fedele selvatico che vi giunge in un giorno infausto) è il simbolo delle razze assoggettate. Tutta l'anima anglosassone è in Crusoe: l'indipendenza virile, la crudeltà inconscia, la persistenza, l'intelligenza tardiva eppur efficace, l'apatia sessuale, la religiosità pratica e ben librata, la taciturnità calcolatrice. Chi rilegga questo semplice e commovente libro alla luce della storia susseguente non può non subirne l'incanto fatidico. (James Joyce)
Non è un libro riuscito perché spaccato a metà tra la storia d'avventura e la storia del lavoro incessante sull'isola. Ma il fatto che i due racconti non riescano davvero a fondersi ci dice quanto nella figura del borghese questi due lati siano importanti ma inconciliabili. L'inclinazione avventurosa e la passione per la regolarità ovvero l'etica del lavoro razionale. (Franco Moretti)
Robinson Crusoe (1718) è il naufrago per eccellenza: ma nell' isola ritrova se stesso. (Richard Newbury)
Robinson non ha voluto intendere i moniti della Provvidenza: ha scelto per sé la naturalità. Di conseguenza, si troverà costretto a sperimentarne la coerente gravezza senza interruzione, senza difesa; verrà collocato in una condizione totalmente disumana, perché totalmente naturale. Ma, e solo a poco a poco egli se ne avvedrà, appunto la naturalità estrema della sua condizione ha il segno del destino; la sua ribellione non è stata né punita né stroncata, ma trasformata in testimonianza. (Giorgio Manganelli)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026