Frasi
Frasi di Ernesto Buonaiuti
36 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 36 frasi di Ernesto Buonaiuti: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Ernesto Buonaiuti (presbitero, storico e antifascista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Ernesto Buonaiuti
Il carattere distintivo del modernismo fu la stessa indeterminatezza del suo programma. Esso non investì un punto particolare della disciplina ufficiale.
Il Cristianesimo è l'unica democrazia possibile; perché in nessun'altra forma di vita religiosa, come in nessun'altra visione filosofica della vita, l'aggregato umano, il senso della solidarietà universale, la coscienza dell'unica famiglia del mondo hanno, come nel Cristianesimo, altrettanto rilievo e altrettanto inconsumabile peso.
[...], lo spiritualismo è l'unica visione razionale del mondo che dia ragione dei fatti centrali della vita individuale ed associata. Ogni sistema che non sia una pseudofilosofica impugnazione delle leggi disciplinanti il pensiero, si può ricondurre, dialetticamente, allo spiritualismo.
[...] si può legittimamente asserire, quasi assiomaticamente, che anche i sistemi antispiritualistici sono indotti, loro malgrado, in virtù dei loro stessi presupposti e a norma dei loro procedimenti, a prestar implicito omaggio allo spiritualismo e a recare involontario contributo e spontaneo sostegno alla sua validità. Lo spirito è la verità ed il bene. E come il vero ed il buono, esso è, sotto la stretta di una esigenza insopprimibile, riconosciuto ed ammesso anche da coloro che lo negano.
Una delle idee cardinali, giustissima, intorno a cui si muovono le concezioni del Missiroli, è che il dissidio reale in cui è presa tragicamente l'anima della nostra generazione è quello che si svolge fra la tradizione trascendentalistica del cristianesimo cattolico e la tendenza immanentistica pura della filosofia, nata dalla Rinascita. Il Missiroli è fra i pochissimi scrittori in Italia che questo dissidio han cercato di delineare più efficacemente.
Giansenio – Citazioni
Le vecchie edizioni allAugustinus danno il profilo scarno ed aristocratico di Giansenio: fronte ampia e prominente, occhiaie profonde, naso aquilino, gote infossate, labbra serrate, danno l'impressione di una squisitissima sensibilità e di un diuturno tirocinio di auto-disciplina. Questo figlio di contadini, alla cui intelligenza precocissima erano state di così aspro impedimento le condizioni familiari da costringerlo a interrompere una volta gli studi per andare a procacciarsi da vivere in una officina da falegname, aveva bene sperimentato le amare e stupefacenti ingiustizie di cui s'intesse la vita. (pp. 17-18)
Giansenio era fatto per completare e mitigare le unilateralità e le malaccortezze pratiche del suo troppo ardente temperamento. Uomo di studio e di riflessione, scrittore forbito ed efficace, pur attraverso le ridondanze della sua squisita formazione letteraria, il teologo fiammingo poteva portare al programma della rinascita cristiana l'appannaggio di una scrupolosa erudizione patristica. (p. 20)
La sostanza del pelagianesimo come del gesuitismo, per quanto l'asserzione possa apparire paradossale, è della nuda e semplice speculazione etica pitagorica, stoica, aristotelica. Per cui appare compiutamente vero dei pelagiani quel che una volta Tertulliano affermò degli eretici in generale: «patriarchi degli eretici, i filosofi». Di fatto, alla base della predicazione pelagiana sussiste il postulato che all'uomo sia consentito di raggiungere lo stato dell'assoluta perfetta giustizia, fino alla impeccabile impassibilità. (p. 32)
Come la vecchia filosofia, il pelagianesimo, terribile contraffazione del cristianesimo, è una mostruosa esplosione di albagia. Che esso sia stato possibile dopo la rivelazione del vangelo, costituisce la prova lampante che un terribile cancro è alle radici stesse della spiritualità umana, che l'elemento titanico non è nell'uomo in un piano distinto da quello dionisiaco, ma che più tosto lo ha invaso nel suo dominio e lo ha avvelenato alle sue scaturigini. (pp. 34-35)
Per il fatto stesso della sua esistenza il pelagianesimo s'inscrive in falso contro sé medesimo; perché, nella sua essenza e nei suoi connotati, esso costituisce la riprova apodittica della perversione organica e funzionale dell'uomo.
Che cosa è esso infatti se non vanità e frode? se non adulazione e viltà? se non acquiescenza e neghittosità? (p. 35)
Psicologo perspicace e moralista squisito, Giansenio getta lo scandaglio della sua analisi sensibilissima negli strati più profondi e più del sentimento e della passione. La sua dottrina della colpa e del riscatto è una fedele proiezione e descrizione dei dati elementari della spiritualità umana in azione. (p. 40)
Il cristianesimo nell'Africa romana – Citazioni
Per parecchi decenni, [...], il donatismo fu opposizione politica, rivalità religiosa, atteggiamento pratico, anziché posizione teorica e sistema astratto. Gli ortodossi non ebbero, neppure, né voglia né agio di confutarlo metodicamente. Lo osteggiava per essi, il potere politico, che essi non si stancavano però petulantemente di chiamare al soccorso. (parte seconda, cap. V, p. 322)
Se il donatismo è in continuità diretta col cristianesimo precostantiniano, non deve immaginarsi di rappresentare per questo l'unica chiesa. La chiesa del Cristo ha le promesse della universalità, mentre la chiesa donatistica non ha valicato i confini etnici e territoriali dell'Africa. Ed oltre a ciò, dopo un periodo eroico di confessioni e di martirio, la chiesa donatistica, specialmente nel periodo delle sollevazioni maure, è venuta contraendo le medesime macchie deturpanti, che essa scopre nella comunità ufficiale. (parte seconda, cap. V, p. 336)
Lutero e la Riforma in Germania – Citazioni
Ernesto Troeltsch, ponendo a raffronto le concezioni sociali delle varie denominazioni cristiane, ha definito la posizione spirituale di Lutero come quella di una innerweltliche Askese, di un'ascesi mescolata ed immanente al mondo. L'attitudine di Lutero, egli osserva, è ascetica, in quanto il mondo non costituisce per lui un insieme di valori assoluti, bensì un insieme di valori puramente negativi, per se stessi, poiché valori veri possono riscontrarsi soltanto nei mezzi della nostra ricongiunzione con Dio. (cap. III, p. 116)
L'esperienza personale di Lutero, che considera le opere buone come il risultato automatico dello spirito umano trasfigurato dai meriti del Cristo, rappresenta in pratica un annullamento della morale associata, che è tutta per definizione basata sul codice positivo del bene e sul presupposto della capacità responsabile umana di tradurlo in atto. (cap. III, p. 192)
[...] Zwingli riuscì a guadagnarsi con la sua predicazione una efficienza morale e pedagogica imponente. Sapiente ed accorto, egli riesce, senza rumorose opposizioni e senza scalpore, a introdurre nel suo cantone le medesime innovazioni per le quali Lutero aveva scatenato così violento uragano in Germania. La costituzione democratica del paese lo aiuta e lo seconda potentemente nella bisogna. (cap. III, p. 195)
Anche per Zwingli il problema centrale nella religiosità cristiana è quello della salvezza. Ma in lui nulla di mistico e di psicologicamente contorto. Il suo atteggiamento rappresenta il riflesso pratico e logico del suo pensiero, la tradizione reale di una filosofia. (cap. III, p. 196)
Nella storia delle controversie religiose in seno alla tradizione cristiana, le polemiche eucaristiche son quelle che hanno suscitato più pronte e sensibili risonanze sociali. Il mistero eucaristico ha cosi sottili addentellati con la vita federata della comunità religiosa che ogni reale o presunta impugnazione dal suo realistico valore ha fatto fremere sempre le più intime fibre dell'organismo ecclesiastico. (cap. III, pp. 199-200)
Zwingli insegnava che la cena del Signore non è una iterazione all'indefinito del sacrificio in cui si è immolato il Cristo sulla croce, bensì una commemorazione di questo sacrificio, offerto una volta per sempre. Gli elementi eucaristici pertanto non celano un Cristo, nuovamente offerto, bensì vogliono essere i segni simbolici del corpo e del sangue del Cristo, immolato sul Calvario. (cap. III, p. 204)
Insistendo così calorosamente sulle opere della personale santificazione e della scambievole edificazione, il pietismo non era eccessivamente fedele alle concezioni antropologiche ed etiche del vangelo luterano. Ma l'intuizione oscura della impossibilità ormai constatata di salvare l'etica associata della umanità credente sul fragile presupposto della rinascita nella fede e della giustificazione nell'adesione intima al Cristo, induceva gli spiriti a rafforzare e ad esaltare la pratica della pietà personale, come unico baluardo resistente al dilagare della mondanità e della profanità nel recinto della Chiesa costituita. (cap. VI, p. 342)
Il pietismo in realtà non era altro che la espressione esasperata del dissidio, acuto ed implacabile, che la Chiesa evangelica portava nel proprio grembo, fra l'extraeticità del suo dogma soteriologico e le esigenze concrete della sua organizzazione disciplinare. Esso proclamava di non voler intaccare o depauperare in alcun modo la costruzione dell'edificio teologico. Ma di fatto il bisogno irrefrenabile di rivalorizzare tutte quelle forme esteriori della pietà che l'insurrezione antiromana di Lutero aveva logicamente deprezzato e infirmato, lo induceva ad alterare sostanzialmente le norme concrete e la prassi quotidiana della religiosità riformata. (cap. VI, pp. 342-343)
[...] manca completamente al vecchio spirito teutonico un concetto, che è basilare nella nostra tradizione mediterranea, il concetto cioè del peccato, sia esso inteso nel valore biblico di macchia contaminante e ripugnante, che deforma la nostra figura morale, sia esso inteso nel senso ellenico di deviazione dalla prefissata, di allontanamento dalla retta via, per deficienza di cognizione. (cap. VII, p. 385)
La forza del tedesco è di mettersi al servizio del suo destino tribale affrontando imperturbabilmente il sacrificio e la morte. (cap. VII, p. 387)
Tommaso d'Aquino
Le caratteristiche più appariscenti del pensiero cristiano, quale esce, nel medio evo latino prescolastico, dalla grande sistemazione agostiniana, possono essere condensate in un brevissimo sistema. Vi manca innanzi tutto una distinzione formale fra il dominio della filosofia e quello della teologia, fra l'ordine delle verità razionali e quello delle verità rivelate. Di rimbalzo è implicitamente cancellata la separazione fra la natura e la grazia, fra la zona in cui si esercitano le insite capacità dell'essere razionale e la sfera misteriosa delle comunicazioni carismatiche. (p. 10)
[...] sarebbe un errore grossolano e una illusione anacronistica immaginarsi che fra aristotelismo e cristianesimo sussistessero delle armonie prestabilite e che quindi l'adattamento dell'uno ai postulati dell'altro potesse effettuarsi con disinvolta facilità e senza acri e laboriosi contrasti. Sta di fatto invece che le teorie di Aristotele avevano impresso al pensiero umano un orientamento e presupponevano postulati intrinsecamente antitetici agli insegnamenti della religione cristiana. Alcuni principi della metodica aristotelica come alcune asserzioni del sistema a proposito di Dio e dell'anima appaiono in contrasto insanabile con le asserzioni più perentorie dell'insegnamento cristiano. (pp. 13-14)
[...] chi voglia, in rapide linee, circoscrivere la posizione di San Tommaso nella traiettoria del pensiero cattolico; chi miri a scoprire nella sua essenza più intima, la originale sagoma del pensatore e del mistico, che la chiesa Romana ha proclamato antesignano e realizzatore perfetto della sua migliore apologetica; non deve tanto riprodurre pedissequamente il ciclo delle sue catene argomentative, deve piuttosto indagare le posizioni nelle quali la sua intelligenza formidabile e la sua fede hanno compiuto l'innesto della metafisica aristotelica sulla rivelazione neotestamentaria. Perché appunto S. Tommaso sta a segnare nella storia del pensiero religioso una data di un'importanza che non è possibile esagerare, per il fatto che in lui ragione e fede hanno celebrato un connubio la cui fecondità è pari alla sua profonda ed integrale compenetrazione. (pp. 22-23)
L'unica via [...] per riuscire a scolpire efficacemente il profilo dell'Angelico è quella che miri a cogliere la saldatura felice ch'egli ha compiuto della indagine speculativa con il palpito della credenza mistica, nell'ambito dei problemi in cui si connettono e verso cui si appuntano così il compito della filosofia come l'anelito della fede: l'essere e le sue categorie; la dimostrazione di Dio; la natura di Dio; l'idea di Dio nello sviluppo dell'umano pensiero; il divino e umano nell'azione libera. (p. 23)
Dio! San Tommaso lo presenta così fin da quando, sulle orme della psicologia aristotelica, si accinge a formulare la sua misurata soluzione del problema del vero. Sospinto da quel bisogno che fin dall'inizio del secolo XII si era fatto sentire nell'ambito del pensiero cristiano, e che tendeva ansiosamente alla determinazione di una dimostrazione razionale del divino, l'Angelico viene automaticamente apprestando i coefficienti logici e metafisici della sua teodicea, tutta sostenuta dai contrafforti di una gnoseologia realistica, a norma della quale l'intelligenza umana è riconosciuta atta a scoprire nelle cose il meccanismo causale che attinge la sua verità dalla sua eterna adeguazione agli schemi iniziali della intelligenza creatrice. Ma c'è da domandarsi se tutta la sua speculazione non soggiace all'azione recondita della fede di cui si costituisce apologeta: se anche per lui non vale l'assioma che per cercar Dio, occorre averlo già trovato. (pp. 31-32)
Dicono di Ernesto Buonaiuti
Antifascista per i fascisti, anticattolico per i cattolici, anticomunista per i comunisti, Buonaiuti non poteva essere accettato nell'Italia di allora, né lo sarebbe in quella di oggi, sempre impegnata a considerare stravagante e nemico chiunque cerchi di vivere fuori dagli schieramenti, in un pensiero proprio.
Buonaiuti divenne uno degli esponenti più notevoli del Modernismo italiano, mettendosi in contrasto con le autorità ecclesiastiche che, nel 1921, lo scomunicarono, ribadendo la scomunica nel 1924 e nel 1926. Intorno a lui i cattolici fecero terra bruciata. Ebbe una vita difficile, dolorosa e morì nel 1946 senza riconciliarsi con la Chiesa ma proclamandosene sempre un figlio fedele. Fu certamente una delle figure più straordinarie tra gli intellettuali cattolici del ventesimo secolo, oggi ampiamente rivalutata.
Dal gennaio al giugno del 1901, Roncalli e Buonaiuti vissero uno accanto all'altro, inseparabili come due fratelli siamesi. Buonaiuti, già erudito e consapevole del proprio valore, era assetato di conoscenze e trascorreva tutto il tempo libero a leggere. Era una mente vulcanica, aperto alle nuove teorie, affascinato dagli studi d'avanguardia, ma anche un animo ispirato, sognatore, mistico, ardente. Leggeva opuscoli legati al Modernismo, il movimento teologico guardato con sospetto dalle autorità ecclesiastiche e che alcuni anni più tardi sarebbe stato definitivamente e inesorabilmente sconfessato da Pio X con l'enciclica Pascendi.
Dalle pagine della «Civiltà Cattolica», padre Rosa non ristà dall'attaccare ogni scritto, ogni gesto di Ernesto Buonaiuti, la testa forte del movimento , uno dei più begl'ingegni che abbia l'Italia, e che le circostanza avverse finiranno di stritolare, non consentendogli di lasciare una traccia che sia proporzionata alla forza del suo ingegno, alla dovizia di tutte le doti che formano i capi: fascino personale come pochissimi ebbero, l'eloquenza più calda ed affascinante, la bella prosa, l'ampissima cultura: quegli che, ove nel 1903 fosse asceso sul soglio pontificio un continuatore di Leone XIII, avrebbe anche potuto essere il Newman dell'Italia.
Il dramma di Ernesto Buonaiuti è, prima di tutto, un esempio macroscopico di ciò che hanno dovuto affrontare, in ogni epoca, gli italiani decisi a difendere la propria indipendenza di pensiero dagli schieramenti, dai partiti, dai guelfi, dai ghibellini, dai poteri dominanti.
L'esponente più rilevante del modernismo nel mondo ecclesiastico italiano fu Ernesto Buonaiuti, profondamente segnato fin dai suoi primi passi da un caratteristico senso di «romanità» che doveva accompagnarlo tutta la vita. Dopo un primo giovanile interesse per i temi del rinnovamento sociale, in un'ottica tuttavia non priva di venature utopiche, egli esprimeva in modo sempre più esplicito la sua convinzione della necessità di un rinnovamento soprattutto religioso nella prospettiva dell'attesa del Regno di Dio.
La formazione del Buonaiuti era stata dominata da un netto orientamento antintellettualistico, che lo aveva portato al rifiuto della Scolastica e a guardare invece con simpatia e interesse alle nuove tendenze apologetiche ispirate alla filosofia dell'azione e allo stesso pragmatismo di William James diffuso in quegli anni in Italia. D'altro canto, dallo studio dell'opera del Loisy e da un incontro con l'esegeta francese, che ebbe nell'estate del 1906, Buonaiuti aveva tratto la ferma convinzione dell'importanza dominante, per l'interpretazione del messaggio cristiano, dell'aspetto escatologico [...]. Sulla base di questi presupposti Buonaiuti tenterà, nel clima delle polemiche suscitate dall'enciclica Pascendi, una delle più originali e sconcertanti sintesi del cristianesimo con le affermazioni del socialismo moderno.
La produzione di Buonaiuti è ampia e abbondante. Ingegno versatile, studioso appassionato tanto da considerare la sua attività universitaria come una missione, forse non sempre persuasivo sotto il profilo del rigore scientifico, Buonaiuti sul piano culturale ha dato soprattutto un contributo alla conoscenza della storia del cristianesimo, e in particolare di quello medievale. A proposito della spiritualità medievale francescana e specificamente di Gioacchino da Fiore, egli ha potuto far emergere la sua peculiare visione del cristianesimo mettendone in luce la prospettiva escatologica, a suo avviso fondamentale.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026