Ritratto di Ferdinando Galiani
Jacob Gillberg / Robert Lefèvre · Public domain

Frasi

Frasi di Ferdinando Galiani

31 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Ferdinando Galiani raccolte in un'unica pagina: 31 frasi, divise per libro e argomento.

Ferdinando Galiani (economista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Ferdinando Galiani

La buona filosofia comincia col dubitare e non finisce mai con l'ostinarsi. (da Dialoghi sul commercio dei grani)
La donna è un animale debole e malato per natura. (da Dialogo sulle donne)
Le disgrazie sono la salsa di questa pessima pietanza che è la vita: ne siamo circondati attorno attorno. (dalle Lettere Inedite)
Le donne imparano con avidità e dimenticano con facilità. (da Dialogo sulle donne)
Le teorie generali e il nulla sono, presso a poco, la stessa cosa. (da Sentenze e motti di spirito, a cura di Marco Catucci, Salerno, 1991)
Molte volte le calamità distruggono le nazioni senza risorgimento, ma talvol­ta sono principio di risorgimento e di riordinamento di esse. Tutto dipende da come si ristorano. (citato da Gian Antonio Stella sul Corriere della sera, 8 aprile 2009)
Nel fare una profonda riverenza a qualcuno, si volta sempre le spalle a qualche altro. (dalle Lettere Inedite)
Per distrarmi, allevo due gatti, e studio i loro costumi: sappiate che è una scienza e uno studio del tutto nuovo. Sono secoli che si allevano gatti, e tuttavia non trovo nessuno che li abbia ben studiati. Ho il maschio e la femmina; ho loro impedito ogni comunicazione con i gatti di fuori e ho voluto seguire il loro comportamento con attenzione; credereste una cosa? Nei mesi dei loro amori, non hanno mai miagolato; il miagolio non è dunque il linguaggio d'amore dei gatti, non è che il richiamo degli assenti. Altra scoperta sicura: il linguaggio del maschio è completamente differente da quello della femmina, come doveva essere. Negli uccelli, questa differenza è più marcata; il canto del maschio è completamente differente da quello della femmina; ma nei quadrupedi, non so di nessuno che si sia accorto di questa differenza: inoltre sono sicuro che ci sono più di venti inflessioni differenti nel linguaggio dei gatti, e il loro linguaggio è veramente una lingua; perché impiegano sempre lo stesso suono per esprimere la stessa cosa. (da Sentenze e motti di spirito, pp. 75-76)
Sapete che cos'è il coraggio? [...] È l'effetto di una grandissima paura. [...] Paradosso finché vi piacerà, ma non perciò meno vero. È perché si ha una grandissima paura di morire che ci si lascia tagliare coraggiosamente una gamba. (da Dialogo sulle donne e altri scritti)
[...] sotto il regno di Teodorico avendo di nuova fatta piangere, e lamentare la vicina Campania tornò ad esser soggetto di esecrazione, e di orrore, e nella barbarie de' seguenti secoli crebbe l'odio contro di lui tanto, che fu chiamato bocca infernale, d'onde non mancarono romiti che vedessero uscire ed entrare frequentemente anime di dannati: né morì principe cattivo, ed odioso al suo popolo che non si trovane chi sulla sua fede attestasse aver vedute molte nere ombre di satelliti destinati a condurlo nell'eterna pena.
Da Catalogo delle materie appartenenti al Vesuvio contenute nel Museo. , Londra, 1772, p. 5.
Tutta l'educazione si riduce a questi due insegnamenti: imparare a sopportare l'ingiustizia e imparare a soffrir la noia. (dalle Lettere Inedite)

Del dialetto napoletano

Tra tutti gli amori terreni niuno certamente è più lodevole, più onesto, quanto quel della Patria. E quantunque a ciascuno sembri la propria esserne la più degna, e sola senza divisione d'affetti, senza comparazioni, senza rivalità l'onori, e l'abbia in pregio e l'ami; pure se fosse permesso tra questi doverosi amori far parallelo, niuna Patria a noi ne pare tanto meritevole quanto Napoli per chiunque ebbe in sorte il nascervi cittadino. (prefazione, p. 3)
[...] il più gajo, il più placido, il più sofferente di tutti i popoli [...] il popolo più buono, ed il più innocente [...]. (p. 6)
Solo pare che, in tanto progresso, resti indietro e resti irreparabilmente negletto ed incapace più di ristoro e di fortuna il nostro volgar dialetto napoletano: quello stesso dialetto pugliese che, primogenito tra gl'italiani, nato ad esser quello della maggior corte d'Italia, destinato ad esser l'organo de' pensieri de' più vivaci ingegni, sarebbe certamente ora la lingua generale d'Italia se quella felice Campania e quell'Apulia che lo produssero e l'allevarono si fossero sostenute quali prime, e non qual infime e le più derelitte delle provincie italiane. (pp. 7-8)
Tanto si sono incarnate le idee colle voci, che pare ormai, che parlar Napoletano, e buffoneggiare sia una stessa cosa. Alle menti filosofiche è manifesto, che sì fatta connessione d'idee non è figlia della natura, ma della sola abitudine; e quando anche non fosse così, e fossevi nel suono del dialetto Napoletano qualche occulto difetto, che ne togliesse la dignità e la gravità, quell'aureo detto di Orazio ridentem dicere verum quid vetat basterebbe a convincere, che anche in un dialetto scherzoso si possan pronunziare le più serie, e le più importanti verità. (p. 8-9)
Della passione generale de' nostri e della disposizione alla musica che giova ragionare? Ne abbiamo il primato; lo abbiamo da più secoli; lo abbiamo non contrastato, nè lo perderemo, se non se qualche tetro soffio di oltramontana calcolatrice filosofia, e la smania di migliorarci mutandoci, non verrà a turbare la nostra ingenita ilarità, l'espansione libera de' nostri polmoni, il nostro neghittoso scialare. Siane lontano l'augurio. (p. 25)
Molto diversamente dobbiam parlare del poemetto L'Agnano Zeffonnato, del quale Andrea Perruccio, e Fardella Siciliano vivente tra noi ci arricchì, e che quantunque non sia un perfetto lavoro, è però pieno di molti pregi, e di non volgari poetiche bellezze. (p. 137)
L'edizione è tanto scorretta quanto brutta. È verisimile, che la povertà, in cui visse l'autore non gli permise pubblicare il suo poema in miglior forma. [...] Certamente non merita questo grazioso poema di cader nell'oblio; anzi è da annoverarsi tra i più distinti, e preggevoli del nostro dialetto o si riguardi la ricchezza della fantasia, o la felice imitazione dell'Ariosto, del Tasso, e soprattutto della Secchia Rapita del Tassone, che sembra esser quello, che più d'ogn'altro ha preso ad imitare. (p. 161)
Il soggetto è fondato sopra una antichissima tradizione del nostro volgo, il quale è persuaso, che nel luogo ove oggi è il suddetto Lago d'Agnano vi fosse stata una città ingojata poi da una subitanea eruzione: tradizione, che quantunque non appoggiata sopra verun sicuro monumento storico, non merita assoluto disprezzo. [...] (p. 161)
La Malattia d'Apollo Idillio dello stesso. Va impresso dietro al poema dell'Agnano Zeffonnato. È un ingegnoso Idillio, in cui si finge Apollo divenuto ernioso per effetto de' rancori, che gli cagionano non meno i cattivi poeti, che la cattiva sorte loro. (p. 163-164)

Frasi da «Della Moneta»

Vidi, ed ognuno può ora vederlo, che il commercio, e la moneta prima motrice di esso, dal misero stato di natura in cui ognuno pensa a se, ci hanno condotti al felicissimo della vita comune, in cui ognuno pensa per tutti e fatica: ed in questo stato non per principio della sola virtù e pietà (che ove si tratti d'intere nazioni sono legami, che soli non bastano) ma per fine di privato interesse, e di comodità di ciascuno ci manteniamo. (p. 94)
Niente è meno da sperar in questo mondo, che una perpetua stabilità, e fermezza; perchè questa ripugna intieramente agli ordini tutti e al genio istesso della natura; siccome per contrario niente è più uniforme all'indole di lei, che quel costante ritorno de' medesimi accidenti, che in un perpetuo circolo ora più, ora meno tardo si ravvolgono infra certi limiti in se medesimi, e quell'infinito, che non hanno nella progressione, lo hanno nel giro. (p. 99)
Essendo il valore la proporzione tra il possedere una cosa, o un'altra, quando esso si sta ne' termini naturali, solo quella gente, a cui vien bisogno dell'una delle due, si dispone a cambiarla coll'altra; il resto degli uomini no: ma cambiandolo, forza è, che una delle due cose acquisti minor valore del giusto, l'altra di più. (p. 181)
La mutazione delle monete d'un metallo con quelle d'un altro si fa tra noi da persone occupate a sì fatto impiego, e dette bancherotti, o cagnacavalli. La regola di questo cambio è non meno la proporzione del prezzo dalla legge dato alle monete, che la proporzione dell'intrinseco valore de' metalli preziosi, che sono nelle monete. (p. 364)

Scheda del libro «Della Moneta»

Dicono di Ferdinando Galiani

ANNO 1779, 8 AGOSTO
Il Vesuvio si infuriò come millesettecento anni prima, e molti, a Napoli e in Provincia, ebbero una grande paura. L'abate Galiani, uomo spiritosissimo, prese a burla l'avvenimento, si mise a tavolino e scrisse.
Il giorno dopo diede alle stampe un opuscoletto intitolato
Spaventosissima descrizione dello spaventoso
spavento che ci spaventò tutti con l'eruzione
del Vesuvio, di don Onofrio Galeota, poeta e
filosofo all'impronto.
Michele D'Avino
Dopo tutto quello che se ne è scritto negli ultimi anni, non ci dovrebbe esser bisogno di dire chi fu l'abate Galiani, e come su la sua fisonomia tradizionale e un po' volgare d'uomo di spirito venuti disegnando, man mano, lineamenti più severi e più nobili, a misura che s'è conosciuto il suo valore reale d'uomo politico, di economista, di erudito, e s'è visto di quanta stima l'onorassero i più eletti tra i suoi contemporanei.
Francesco Torraca
L'uno era un piccolo magro, quasi gobbo a prima vista, contraffatto a giudicarlo così ad occhio e croce, più scimmia che uomo in apparenza, gli occhi vivissimi, le mani irrequiete, e saltava più che non camminasse. Vestiva di buon panno, portava parrucca, inforcava l'occhialino e gli stivaloni con la risvolta rossa rivelavano un piede quasi femminile.
Alessandro Varaldo
Lo stile assoluto e sicuro del libro dei Delitti e delle Pene e l'elegante trattato del Galiani sulle Monete vivranno nobile ed eterno retaggio tra noi.
Ugo Foscolo
Mezzo libero pensatore, mezzo pulcinella.
Giuseppe Buttà
Molto il Settembrini della maturità deve all'abate Galiani. Anche per le motivazioni (dimostrative) che lo portarono all'approntamento dell'edizione del Novellino di Masuccio: se dagli scritti burleschi si passa al trattatello galianeo Del dialetto napoletano (1779), attuale all'antiquaria filologica dell'editore del novelliere aragonese. […] Galiani era per la “nazionalizzazione” del dialetto napoletano, che poteva vantare l'ufficialità di un uso illustre nel Quattrocento aragonese: “[...] ben lungi dall'innalzar lo stendardo della ribellione e della discordia tra 'l napoletano e l'italiano, noi crediamo non potersi far meglio quanto il cercare di raddolcire il nostro dialetto, d'italianizzarlo quanto più si può e di renderlo simile a quello che i nostri ultimi re, gli Aragonesi, non sdegnarono usare nelle loro lettere e diplomi e nella legislazione”.
Salvatore Silvano Nigro
Votosi allo studio delle cose naturali, formò una collezione di tutte le pietre e materie vulcaniche del Vesuvio, e nel donarla a Benedetto XIV scrisse sulle casse che la contenevano: Beatissime Pater, fac ut lapides isti panes flant; ed il Papa fece il miracolo dandogli un canonicato che gli rendeva 400 ducati.
Giuseppe Maffei

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026