Frasi
Frasi di Gasparo Gozzi
18 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Gasparo Gozzi raccolte in un'unica pagina: 18 frasi, divise per libro e argomento.
Gasparo Gozzi (scrittore e critico letterario italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Gasparo Gozzi
Chi trovò l'amico, / trovò il tesoro; e se in bilancia metti / l'oro e l'argento, più l'amico pesa.
Dice un detto volgare, che all'orsa paiono belli i suoi orsacchini: ma non crediate che le sembrino mai cotanto miracolosi, quanto le sue scritture a uno che scrive.
È usanza quasi comune di tutti i secoli, che la più infelice e scontenta razza del mondo sieno stati sempre i letterati: e quando non sanno di che lagnarsi, incolpano il costume de' tempi loro, e fanno mille doglianze e lamentazioni, dicendo che oggimai non si pensa più ad altro che a' diletti; che della virtù non si tien conto veruno; e somiglianti piagnistei e querimonie, che non hanno mai arrecato utile a chi li ha fatti, e sono stati giudicati sempre una seccaggine da tutte le nazioni della terra che li hanno uditi.
Le cose non sono mai tanto torbide, che non abbiano alcun attacco di speranza.
Se nelle famiglie entra un letterato, vuole in ogni cosa ammaestrare. Parla d' allevare fanciulli in forma che, cresciuti a modo suo, parrebbero usciti delle tane. La cucina si dee fare secondo i dettami di Apicio: il vino chiamarsi Falerno: ogni cosa ha perduto il suo nome.
L'osservatore veneto
Di tutti i dispetti, il maggiore credo che sia quello di un uomo il quale sappia fare squisitamente l'arte sua e venga censurato e caratato da coloro che non la sanno né punto né poco. (IV)
Io non voglio altro esempio, fuorché quello degli scrittori, i quali si può dire che si cavino la pelle l'un l'altro, e non cessino mai di rubacchiare questo da quello; e ognuno fa sfoggio dell'altrui, come di trovati suoi propri. (XXV)
Io taglio me medesimo, fo notomia del cuor mio, di tutte le voglie di quello, del mio cervello, dell'intelletto, e di tutto quello ch'è in me, che somiglia a tutto quello ch'è in me, che somiglia a tutto quello ch'è in altrui; e notomizzando me stesso minutamente, so conoscere quel che sono tutti gli altri uomini in generale. (Prefazione)
La misura ne' passatempi e rimedio della vita; ed io tanto veggo magri, sparuti e disossati quelli che non pensano ad altro che al sollazzo, quanto quelli che tirano continuamente quella benedetta carretta delle faccende. (II)
Noi siamo così bestiali, quando si tratta di noi medesimi, che vogliamo che sieno approvate fino le nostre pazzie, e diventiamo nemici sfidati e mortali di chi non ne tiene quel conto che noi medesimi vorremmo.
non vede altro che lieti visi, e di persone che si congratulano seco; si sta per lo più a letto o a sedere; non ha più obbligo di sberrettarsi per cerimonia; gli è conceduto liberamente tutto quello che nelle compagnie negano a' sani gli statuti della creanza. Sono sbanditi dalla sua stanza i ragionamenti degli affari; la cucina sua è delicata, e in disparte dalla comunità; è sobria, come la raccomandano i filosofi e gli uomini dabbene.
In breve, lo stato suo è quella tranquillità che fu sì lungamente cercata da' più sottili ingegni del mondo: e si può dire che sia entrato a fare vita contemplativa, la quale quanto sia più nobile e più libera dell'attiva, lo sa ognuno che suda nelle opere e nelle occupazioni.
Ricordati bene che gli uomini, per quanto tu oda dire: il tale ha quaranta, cinquanta, sessant'anni, o più; non è però vero che mai sieno invecchiati, ma gli hai a giudicare sempre fanciulli, i quali altro non fanno in effetto, fuorché cambiare scherzi con gli anni; onde hanno fra loro i giuochi della fanciullezza de' sei anni, quelli della bambineria di dodici, e di venti, e di trenta, e di tutti gli altri; ma sono tuttavia giuochi, e ogni età ha la fanciullaggine sua, sicché le grinze sono magagne del corpo, ma non dell'intelletto. (XXIV)
Dicono di Gasparo Gozzi
A questi tocchi felici, a questi brevi schizzi e bozzetti, a questi scorci e ritratti si arresta l'arte del Gozzi; né dobbiamo chiedergli di più. Il Gozzi non sa dare vita durevole a nessun personaggio, non conosce il mistero che ogni uomo, per quanto umile, porta dentro di sé, le sue figure cadono facilmente nell'indeterminato, nell'allegorico, nel vuoto. Quando poi vuol rifare Luciano, riesce soltanto noioso.
Il Gozzi è pittore di miniature, un gentile e arguto artista del Settecento veneziano; ed è, di più, un indulgente osservatore e correttore dei difetti umani, un dolce educatore, come volle essere, uno scrittore popolare.
Ingegno critico per eccellenza, la cui severità dei giudizi giammai si disgiunse dalla gentilezza dei modi; scrittore , facile ed elegante; di cui ricorderemo principalmente il lavoro apologetico in difesa di Dante contro le accuse e le acerbe censure dell'ex gesuita Saverio Bettinelli, lavoro breve di mole, gaio nell'apparenza e profondo nella sostanza; tanto più autorevole, il Gozzi studiò tutto negli antichi, ed al suo secolo rimproverò il tralignare continuo in fatto di lingua. Fu così il primo a ricondurre la gioventù allo studio della fonte primitiva della nostra letteratura.
Invecchiando il Gozzi andò soggetto a malattie dolorose, delle quali muove troppo spesso lamento nelle sue lettere, quantunque le più volte scherzando. Una volta però questa filosofia, che il faceva maggiore de' suoi mali, lo abbandonò sì fattamente ch'egli ebbe a gettarsi nella Brenta; ma non vi peri, che anzi vi trovò alcun rimedio, poiché d'allora si fe' più coraggioso a sostenerli ed eccitò la compassione d'una pietosa donna, che con assai costanza e tenerezza prese ad assisterlo.
La lingua , a dispetto de' Granelleschi, che pretendevano conservarla pura, scrivendo con artificiosa toscanità, imbastardiva ogni giorno più, tanto che nel 1758 il solo tra essi che scrivesse con garbo, Gasparo Gozzi, nella Difesa di Dante, dice: «I Francesi hanno lingua propria, gl'Inglesi e i Tedeschi. L'Italia sola non sa più come parli, e ognuno che scrive fa come vuole».
Trascuratissimo in quanto si appartiene ai domestici affari, lasciò colla sua indolenza perire il patrimonio paterno, onde visse la parte maggiore di sua vita in angustie grandi, e fu costretto a far venale la sua penna in traduzioni dal francese e in altri lavori di commissione, e a campare d'impieghi che sovente il deviarono da' suoi studii, onde soleva dire: ho imparato a sonare il violino, e m'è forza pizzicar la chitarra.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026