Frasi
Frasi di Giorgio Bassani
88 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Giorgio Bassani raccolte in un'unica pagina: 88 frasi, divise per libro e argomento.
Giorgio Bassani (scrittore e poeta italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giorgio Bassani
Cara mamma, ho ricevuto le tue lettere, che m'hanno fatto molto piacere. Sento anche da Valeria che ti stai rimettendo in forze, e questo è il più bel regalo che tu mi possa fare. Grazie per le squisite pietanze che mi mandi. Tutto è perfetto, e la tua mano maestra si sente dovunque. In questi giorni ho riletto Guerra e Pace, e chissà perché pensavo spesso a te, voltando pagina. Certo, qualcosa di te circola nelle scene famigliari di quel gran libro. Eppoi il modo che ha Tolstoj di mettere in ridicolo quel suo tetro Napoleone è un po' il tuo, popolare ed entusiasta, quello che dà tanto sui nervi al papà, che mira invece all'obiettività storica. Insomma sei una gran donna, e hai un monte di qualità.
Non saprei dire se di giorno o di notte se calpestando / io l'opposto marciapiede oppure se rapido / una volta di più passando / via con la macchina / ricordo però assai bene d'aver letto qualche mese / fa giusto al principio / dell'inverno / scritto a caratteri maiuscoli e cubitali sopra un intonaco / dilavato di periferia con un pennello / intinto in una scura vernice color sangue / rappreso / – e facevano le lettere una specie d'arco in lieve un poco esitante / salita quasi ad esprimere / anch'esse nel loro incerto flettersi la tenerezza / commemorante d'ogni supremo / addio – / ciao dolcissima Marg proprio così / CIAO DOLCISSIMA MARG e / nient'altro / Dove sei Marg – non faccio da allora che chiedermi – dove vivi in quale / anonimo quartierino del Salario del Tiburtino o del / Trionfale / dormi vegli parli mangi ridi sospiri gridi / piangi eccetera / trascini da una stanzuccia all'altra fino all'asfittico / balconcino la già molle / tua anca di imminente / Margherita / fai ondeggiare fra le magre scapole lunga / fino alla vita fino all'esile / giro dei blue / jeans / la fulva enorme / treccia / e dove mai sarà lui soprattutto – ignoto / completamente al comune lager metropolitano e forse persino / a te stessa – / lui l'ugualmente dolcissimo tuo / poeta?
Perché dell'avvenire cui si assume esitante / ancora la mia vita verrà un riso? Oh distante / isola del passato, là, che chiama, che invita! / Quel suo lume non è il tuo, morte, intriso e tremante.
Telefonai subito a Palermo. Seppi cosí che autore del romanzo era Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa: sí, proprio il cugino del poeta Lucio Piccolo di Capo d'Orlando – mi fu confermato. Il quale principe, purtroppo, ammalatosi gravemente un anno avanti, nella primavera del '57, era morto a Roma, dove era andato per un estremo tentativo di cura, il luglio dello stesso anno. [...] Si legga dunque da capo a fondo il romanzo, con l'abbandono che pretende per sé la vera poesia. Frattanto, dal canto suo, il piú vasto pubblico dei lettori avrà avuto il tempo di innamorarsi ingenuamente, proprio come usava una volta, di quei personaggi della favola dentro i quali l'autore, anch'egli come usavano una volta i poeti, se ne sta chiuso chiuso. Del principe don Fabrizio Salina, voglio dire, di Tancredi Falconeri, di Angelica Sèdara, di Concetta, e di tutti gli altri: il povero cane Bendicò compreso.
Poesie – L'alba ai vetri
Tutti viviamo come nemici assediati / dentro un mastio di ferro. // Questa strada è irta di sassi: / ne siamo tutti viaggiatori. / Io vi dico: curviamoci sui nostri passi, / sulle nostre lanterne da minatori. (da Primi versi, I carbonari; p. 35)
«Chissà», tenti; «e se questo / nostro vivere è un sogno? / Un alibi, un pretesto / per una gioia che solo // a me, a te si darà?...» / Ma al fosco riso, agli sguardi, / sempre al bel viso atroce, / ti riconosco, oh, tardi. (da Te lucis ante, 4; p. 48)
M'avessi da bambino / serbato alla tua Legge. / Stato sarei del gregge / dei morti a capo chino. // vittima persuasa / di un'altra libertà. (da Te lucis ante, 13, p. 57)
«Vide cor meum»: Tu, chiami? Oh il cuore, il cuore, niente / altro di me (Tu, cerchi?) ti specchia dal profondo. / Dunque toccami il cuore; gli occhi no, non la mente, / non la lingua insolente, la bocca ove m'ascondo. (da Un'altra libertà, Vide cor meum; p. 63)
Racconti – Citazioni
Soltanto l'insistenza del padre aveva potuto indurre Girolamo Camaioli a seguire i funerali dello zio Celio. «Il cancro non perdona», aveva detto. (p. 8)
Dopo il funerale – prevedeva Girolamo – suo padre avrebbe parlato della malattia e della morte, che adesso come non mai avrebbe intuito imminente. «Quante sofferenze prima di chiudere gli occhi, povero Celio!», avrebbe detto. «Ma dopo la morte non c'è più nulla». Solo i morti stanno bene. (p. 9)
...gli uomini sono tutti uguali! (p. 18)
...gli uomini sono tutti cacciatori. (p. 18)
L'amore, in fondo, ha il suo migliore alimento nei contrasti, nei sotterfugi... (p. 30)
Romanzi – Citazioni
Il professor Bianchi, d'italiano, aveva cominciato le lezioni declamando una canzone di Dante, e un verso, di questa, mi aveva straordinariamente colpito. Diceva:«L'essilio che m'è dato a onor mi tegno». Poteva essere la mia divisa – pensavo –, il mio motto. (p. 16)
Come due giovani sposi, unitisi non per scelta spontanea ma per volontà superiore, stavamo assieme ben consapevoli, entrambi, del significato sociale e della mondana importanza della nostra unione. (p. 22)
Non c'è nulla più dell'onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vita ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l'interesse indiscreto delle piccole società perbene. (p. 231)
«La guardi», diceva intanto Fadigati, indicandomela [la cagna]. «Forse bisognerebbe essere così, sapere accettare la propria natura. Ma d'altra parte come si fa? È possibile pagare un prezzo simile? Nell'uomo c'è molto della bestia, eppure può, l'uomo, arrendersi? Ammettere di essere una bestia, e soltanto una bestia?»
Scoppiai in una gran risata.
«Oh, no», dissi. «Sarebbe come dire: può un italiano, un cittadino italiano, ammettere di essere un ebreo, e soltanto un ebreo?» [...]
«Che cosa dovrei fare?», lo interruppi con impeto. «Accettare di essere quello che sono? O meglio adattarmi ad essere quello che gli altri vogliono che io sia?» (p. 304)
La gioia di mio padre – pensavo – era quella dello scolaretto ingiustamente espulso, il quale, richiamato indietro per ordine del maestro dal corridoio deserto dove rimase per un poco di tempo in esilio, si trovi, a un tratto, contro ogni sua aspettativa, riammesso in aula fra i cari compagni: non soltanto assolto, ma riconosciuto innocente e riabilitato in pieno. Ebbene non era giusto, in fondo, che mio padre gioisse come quel bambino? Io però no. Il senso di solitudine che mi aveva sempre accompagnato in quei due ultimi mesi diventava se mai, proprio adesso, ancora più atroce: totale e definitivo. Dal mio esilio non sarei mai tornato, io. Mai più. (pp. 317-318)
«Si capisce», rispose. «I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti» – e di nuovo stava raccontando una favola –, «che è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti».
[...] toccò a Giannina impartire la sua lezione.
«Però adesso che dici così», proferì dolcemente, «mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, invece, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri». (prologo)
Lì, tuttavia, nel breve recinto sacro ai morti familiari...almeno lì [...] nulla sarebbe mai cambiato. (prologo)
Pregava. Pregava per noi poverini, certo, inetti all'algebra quasi tutti; ma anche forse per affrettare la conversione al cattolicesimo dei signori israeliti [...]. (I, III; 2012, p. 25)
In fase di espansione imperialistica il capitalismo non può che mostrarsi intollerante nei confronti di tutte le minoranze nazionali, e degli ebrei, in particolare, che sono la minoranza per antonomasia. (II, I; 2012, p. 52)
La verità è che a furia di far collezioni, di cose, di piante, di tutto, si finisce a poco a poco col voler farle anche con le persone. (II, I; 1991, p. 56)
Anche le cose muoiono, caro mio. E dunque, se anche loro devono morire, tant'è, meglio lasciarle andare. (II, V; 2012, p. 89)
Una delle forme più odiose di antisemitismo era appunto questa: lamentare che gli ebrei non fossero abbastanza come gli altri, e poi, viceversa, constatata la loro pressoché totale assimilazione all'ambiente circostante, lamentare che fossero tali e quali come gli altri, nemmeno un poco diversi dalla media comune. (III, V; 1991, p. 137)
Mi aggrappavo alla scrivanietta che il professore Ermanno dal gennaio scorso aveva fatto collocare per me sotto la finestra di mezzo del salone del biliardo, come se, così facendo, mi fosse dato di arrestare l'inarrestabile progresso del tempo. (III, VI; 2012, p. 130)
Qui sedevamo noi, i vivi [...] tristi e pensierosi come dei morti. (III, VII, 2012, p. 137)
Anche se li sapevo [...] disadatti a valutare la reale portata dell'oggi li vedevo, avvolti nella memoria. (III, VII; 2012, p. 137)
Io ero rimasto qui, e per me, che ero rimasto...per me in realtà non c'era speranza, non c'era nessuna speranza. (III, VII; 2012, p. 138)
Ancora qualche secondo, e avrei udito la sua voce, il suo «ciao». «Ciao» disse Micòl, ferma sulla soglia. «Che bravo, a venire.» Avevo previsto tutto con molta esattezza: tutto, tranne che l'avrei baciata. (III, VII; 2012, p. 140)
Ora lui, Bartleby, finché lo mettevano a scrivere, ci dava dentro a sgobbare coscienziosamente. Ma se a Spencer Tracy veniva in testa di affidargli qualche lavoretto supplementare, come quello di collazionare una copia sul testo, originale, o di fare un salto dal tabaccaio all'angolo della strada per comperare un francobollo, lui niente: si limitava a sorridere evasivo, e rispondere con educata fermezza: «I prefer not to».
«E per quale motivo, poi?» chiesi, tornando col libro in mano.
«Perché non gli andava di far altro che lo scrivano. Lo scrivano e basta.»
«Però scusa» obbiettai. «immagino che Spencer Tracy gli passasse un regolare stipendio.»
«Certo» rispose Micòl. «Ma cosa significa? Lo stipendio paga il lavoro, mica la persona che lo compie.» [...]
Discutemmo abbastanza a lungo sul povero Bartleby e su Spencer Tracy. Lei mi rimproverava di non capire, di essere «un» banale, il solito inveterato conformista. (IV, II; 1991, pp. 173-174)
[...] ebbi il senso preciso che stavo perdendola, che l'avevo perduta. (IV, II; 2012, p. 158)
Eh, sì, tagliare la corda è facile: ma a cosa porta, quasi sempre, specie in materia di «situazioni morbide»? Novantanove volte su cento la brace continua a covare sotto la cenere: col magnifico risultato che dopo, quando due si rivedono, parlarsi tranquillamente, da buoni amici, è diventato difficilissimo, pressoché impossibile. (IV, III; 1962, p. 221; 1990, p. 398)
Domandai perché le sembrasse tanto impossibile .
Per infinite ragioni – rispose –: la prima delle quali era che a pensar di far l'amore con me le riusciva altrettanto imbarazzante che se avesse pensato di farlo con il fratello, toh, con Alberto. Era vero: da bambina, aveva avuto per me un piccolo striscio: e chissà, forse era proprio questo che adesso la bloccava talmente nei miei riguardi. Io… io le stavo di fianco, capivo?, non già di fronte: mentre l'amore – così, almeno, se lo immaginava lei – era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda: uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d'animo e onestà di propositi. (IV, III; 1962, p. 222; 1990, p. 399)
[...] l'amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusioni di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d'animo ed onestà di propositi. (IV, III; 2012, p. 162)
[...] più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente. (IV, III; 2012, p. 163)
Era il 'nostro' vizio questo: d'andare avanti con le teste sempre voltate all'indietro. (IV, III; 2012, p. 163)
Non gli restava che comportarsi come Don Abbondio. Inchinarsi, e mormorare:'Disposto sempre all'obbedienza'. (IV, IV; 2012, p. 170)
Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare... (IV, IX; 2012, p. 205)
Mi sentivo, ed ero, una specie di strano fantasma trascorrente: pieno di vita e di morte insieme; di passione e di distaccata pietà. (IV, X; 2012, p. 208)
« Sono anche io come tutte le altre: bugiarda, traditora, infedele… Non molto diversa da un'Adriana Trentini qualsiasi, in fondo».
Aveva detto «infedele» spiccando le sillabe, con una specie di amaro orgoglio. Proseguendo, aggiunse che se io avevo avuto un torto era sempre stato quello di sopravalutarla un po' troppo. Con questo, non è che avesse la minima intenzione di scagionarsi, per carità. Tuttavia era un fatto: lei aveva sempre letto nei miei occhi tanto «idealismo» da sentirsi in qualche modo forzata ad apparire migliore di quanto non fosse in realtà. (1962, p. 227)
Ma Micòl non discese, per questo, dal piedistallo di purezza e di superiorità morale su cui, da quando ero partito per l'esilio, l'avevo collocata. Essa continuò a rimanerci, lassù. Io, per me, mi consideravo fortunato di essere stato riammesso ad ammirarne ogni tanto l'immagine lontana, bella di dentro non meno che di fuori. (1962, p. 242)
Io, al contrario, sostenevo che l'amore giustifica e santifica tutto, perfino la pederastia; di più: che l'amore, quando è puro, cioè totalmente disinteressato, è sempre anormale, asociale, eccetera: proprio come l'arte – avevo aggiunto –, che quando è pura, dunque inutile, dispiace a tutti i preti di tutte le religioni, compresa quella socialista. (1962, p. 263)
La paura, anche in arte, è sempre stata una pessima consigliera.
Romanzi – Citazioni su Il giardino dei Finzi-Contini
Il giardino dei Finzi-Contini, capolavoro di Giorgio Bassani, descrive l'esistenza dei borghesi italiani durante il fascismo. Attorno a questi personaggi colti, che danno per scontata la loro vita agiata, viene a stringersi lentamente un cappio ammantato di legittimità legale e sociale. Eppure essi non se ne accorgono. Il padre del protagonista si iscrive persino al Partito fascista, mentre i Finzi-Contini, più ricchi, si rinchiudono nella cerchia familiare, in un distacco aristocratico. Orgoglio e scarsa lungimiranza impediscono loro di vedere il pericolo, sino a quando non verranno deportati nei campi di concentramento. (Ian Buruma)
Una pietà che è tutta nelle cose e non ha bisogno di manifestarsi con dirette parole: questa è la materia del romanzo di Giorgio Bassani. E su una materia così ardente lo stile è sempre limpidamente dominato. Pensavo al desiderio di Bonaparte, quando chiese al pittore David, come narrano, d'esser ritratto calmo su un cavallo furioso; mentre oggi assai spesso la letteratura ci dà piuttosto uomini furiosi su brocchi estremamente calmi. (Francesco Flora)
Romanzi – L'airone
Eppure no, non doveva cedere, rassegnarsi. L'idea di rincasare immediatamente, che di nuovo tornava a tentarlo, questa volta fu pronto a scartarla, senza esitazione di sorta. Ripercorrere in senso contrario la strada piena di curve che aveva percorso poco fa, ripassare sotto Pomposa, riattraversare Codigoro o quanto meno girarle attorno, e infine, verso le undici, scorgere profilarsi di lontano le quattro torri del castello Estense: tutto questo non sarebbe valso che a ripiombarlo, non ne aveva il più piccolo dubbio, in fondo a quel medesimo cupo pozzo di tristezza accidiosa da cui a un certo punto aveva creduto di essere emerso definitivamente. (II, I; p. 588)
Veniva avanti , adesso, sempre più avanti, mostrandoglisi con straordinaria, quasi insopportabile evidenza. Sulla testina perfettamente liscia inalberava per di dietro qualcosa di esile: una specie di filo, di antenna, chi lo sa. E lui, col cuore che frattanto aveva cominciato a battergli forte contro l'osso dello sterno, stava appunto chiedendosi che cosa diamine potesse essere quello strano affare, e stringeva le palpebre per cercare di vedere meglio, quando, all'improvviso, nella vasta aria soleggiata e ventosa, udì echeggiare il solito doppio sparo. (II, VI; p. 604)
Come erano tranquilli e beati gli altri, tutti gli altri! – tornava a ripetersi, riabbassata la testa sul piatto –. Come erano bravi a godersi la vita! La sua pasta si vede era diversa, inguaribilmente diversa, da quella della gente normale che una volta mangiato e bevuto non bada che a digerire. Accanirsi a mangiare e a bere a lui non sarebbe servito, no. Quando dopo l'antipasto avesse trangugiato anche il resto, il rombo lesso, il gorgonzola, l'arancia, il caffè, sarebbe ricascato in pieno a ruminare sulle sue solite cose, le vecchie e le nuove. Le sentiva in agguato, già pronte a saltargli addosso come prima, come sempre: e tutte quante insieme. (III, II; p. 617)
Di là dal vetro il silenzio, l'immobilità assoluta, la pace.
Guardava ad una ad una le bestie imbalsamate, magnifiche tutte nella loro morte, più vive che se fossero vive. [...]
Vivi ad ogni modo anche gli uccelli di una vita che non correva più nessun rischio di deteriorarsi, tirati a lucido, ma soprattutto diventati di gran lunga più belli i quanto respiravano e il sangue correva veloce nelle loro vene, lui solo, forse – pensava – era in grado di capirla davvero la perfezione di quella loro bellezza finale e non deperibile, di apprezzarla sino in fondo. (IV, III; pp. 650.651)
Si sentiva incredibilmente ricco, generoso, disposto a dare: in preda a una specie di ebbrezza. Tuttavia lo sapeva, oh se lo sapeva! Sarebbe bastato che, per questo, si fosse indotto a pensare di sopravvivere un solo giorno di più, perché la felicità che da un'ora portava chiusa dentro se stesso come un tesoro si dissolvesse di colpo, e perché tornasse a provare anche nei confronti di sua figlia, rimasta là, a fissarlo al disopra dell'orlo del cucchiaio coi suoi begli occhi di un blu cupo, selvatico, il consueto, amaro senso di estraneità, quasi di repulsione, che gli aveva sempre impedito di considerarla sua, di volerle bene. Ecco, dunque – si diceva –: soltanto a patto di morire poteva volerle bene, alla Rory! (IV, IV; p. 657)
Saggi – Da una prigione
Dal che si vede che, dal fondo della miseria, gli agi e i piaceri della vita, in sé vani e caduchi, possono acquistare un valore spirituale vero e proprio. (V; p. 12)
Cara Jenny, per disegnare bene, bisogna essere molto cattivi, ricordatelo. Bisogna smontare il mondo, per ricostruirlo poi pezzo a pezzo, con infinita pazienza. (VIII; p. 15)
La poesia è delle anime vergini, degli angeli, di chi crede. Naturalmente noi non viviamo più all'età d'Omero, e quindi ci è difficile trovare qualcosa in cui credere. Ma ad ogni modo, per essere poeti bisogna tornare a una necessaria condizione d'ingenuità. (XIII; p. 19)
Saggi – Di là dal cuore
[...] il più vasto ma sostanzialmente identico dibattito che dura da tempo in Italia fra gente che vive di memorie e gente che vive di speranze. Per nessuno, adesso più che mai, il presente esiste. Un incubo doloroso e confuso, ecco cosa sono i nostri giorni. (da Pagine di un diario ritrovato, IX, mercoledì; p. 40)
La disinvoltura linguistica del dialogo manzoniano cos'altro è se non il segno, la spia, di una religione indifferente alla realtà, alla realtà così com'è intesa dai romanzieri realisti? (da Per un nuovo film sui Promessi Sposi; p. 199)
In un mondo come il nostro, volto con sempre più consapevole determinazione, ad est e ad ovest, a nord e a sud, alla ricerca e all'impiego delle competenze e dei talenti, non mi pare che sia il caso da parte degli scrittori di invocare una inserzione nell'ingranaggio della gran macchina produttiva ancora più diffusa e completa di quella attuale. [...] E così bisogna servire, rendersi utili, collaborare [...]. L'unica cosa da pretendere sarà se mai un'altra: e cioè che il nostro servizio, la nostra collaborazione, non abbiano a risolversi in una alienazione della nostra natura e del nostro destino. [...] vendere l'anima: ecco uno sbaglio che l'utente vero, il destinatario autentico e indispensabile, così poco adatto a far parte delle inerti assemblee consumistiche vagheggiate dalle fantasie dei tecnici e dei datori di lavoro, non perdona mai. (da Lo scrittore e i mezzi di diffusione della cultura; pp. 209-210)
La vita è musicale, si sa. Sui suoi temi fondamentali, sulle sue frasi più intense, non ama indugiare. (da Prefazione al Gattopardo; p. 218)
Saggi – In difesa di Ferrara
Come se non fosse evidente, viceversa, che la storia è fatta anche di cose minori, di episodi secondari, marginali, e che ogni monumento, per continuare a vivere, non può essere separato senza danno, spesso irreparabile, dall'ambiente circostante.
È molto strano, me ne rendo conto, da parte mia, che sono socialista, vi venga questo invito alla conservazione. Sennonché, oggi, in questa materia, credo non esista altra via per essere autenticamente, onestamente rivoluzionari. È tempo che il proletariato assuma la piena responsabilità storica del proprio potere, è tempo che il proletariato ferrarese sappia conservare ciò che gli è stato tramandato dagli avi aristocratici e borghesi.
Certo, che sono di origine borghese. Però, siccome non sono un borghese decadente, ed ho il senso delle mie responsabilità, proprio per questo milito in un partito di sinistra.
Saggi – In risposta
Fra due o trecento anni, quando la lingua italiana sarà diventata veramente nazionale, e non sarà più indispensabile far studiare ai ragazzi delle scuole il latino, il quale resta a tutt'oggi l'unico connettivo del caos linguistico nazionale, allora, anche in Italia, tutto sarà possibile. (I, II; p. 229)
Per ciò che mi riguarda, non ho ambizioni letterarie di tipo balzachiano. Non mi importa niente di dare un quadro generale della nostra società. Vorrei poter scrivere qualcosa che si avvicinasse al lirismo e alla tensione narrativa dei Malavoglia, di Senilità, e, soprattutto, di The Scarlet Letter di Hawthorne: libro che non posso rileggere senza provare, ogni volta, la più violenta commozione. (I, VIII; p. 232)
Chi corre dietro al pubblico, vuol dire che dentro di sé non ha niente. (II, I; p. 264)
E pur respingendo le aberrazioni deliranti di certa medicina «industriale», o meglio fantascientifica, badiamo piuttosto, specialmente noi letterati, a debellare quella che fra le malattie contemporanee è la più diffusa nell'ambito della categoria: l'estetismo, il culto narcisistico del proprio io spirituale, insaziato di privilegi ottenuti a scapito di chi, come patrimonio personale, non può disporre che del proprio corpo, a scapito dei più... (IV, VII; p. 357)
Per ciò che riguarda esclusivamente me, gli anni dal '37 al '43, che dedicai quasi del tutto all'attività antifascista clandestina (non ripresi a scrivere che nel '42, quando nell'estate di quell'anno buttai giù le poesie che più tardi avrei pubblicato nel volumetto Storie dei poveri amanti, del '45), furono tra i più belli e più intensi dell'intera mia esistenza. Mi salvarono dalla disperazione a cui andarono incontro tanti ebrei italiani, mio padre compreso, col conforto che mi dettero d'essere totalmente dalla parte della giustizia e della verità, e persuadendomi soprattutto a non emigrare. Senza quegli anni per me fondamentali, credo che non sarei mai diventato uno scrittore. (V, III; p. 379)
Sì. Proprio il consistere del minimo, del pressoché inesistente, accanto al sublime, mi fa sperare d'avere scritto dei libri che, in qualche modo, abbiano a che fare con la vita, con la vita nella sua realtà, e quindi con la poesia. (VI, X; p. 385)
Saggi – Italia da salvare
Siamo dilettanti in tutto, ma non nel campo della vita morale. In questo campo sentiamo di non essere inferiori a nessuno, rivendichiamo la nostra competenza. Qui siamo altamente competenti. (dalla dedica)
È necessario che ci si convinca – anche in termini meramente capitalistici, magari – che vale la pena di espandersi e di consumare un po' meno, perché l'uomo resti uomo. (da Nascita e storia di Italia Nostra)
Noi amiamo l'arte, ma riteniamo che essa non vada sottratta al contesto sociale in cui si è manifestata. Crediamo non abbia senso restaurare e conservare un centro storico, trasformandolo da agglomerato naturale di vita collettiva in residenza di lusso per esteti e maniaci dell'antico. Il nostro atteggiamento al riguardo si ispira, d'altra parte, oltre che a motivi sociali, a criteri storici: soltanto in Italia, infatti, si è verificata la convivenza armonica della pienezza dell'arte (pensiamo, ad esempio, al caso di Michelangelo) con la pienezza della vita: cioè con il suo contrario: perché l'arte è una cosa, la vita un'altra. (da Nascita e storia di Italia Nostra)
E dunque: perché ci si gingilla, tuttora, con l'invio sul posto di comitati o comitatoni ministeriali? Non sartà soltanto perché passi dell'altro tempo, giusto il tempo necessario perché anche i bambini si rassegnino all'idea di una Venezia chiusa da ogni parte dentro un anello di superbe dighe cementizie, più o meno olandesi o longaroniane: di una Venezia in bagnarola? (da L'amministrazione dei beni culturali)
La natura e la storia, in Italia, sono così tanto apparentate fra di loro che sarebbe impossibile separarle. Il territorio nella sua configurazione naturale è praticamente inesistente; nel tempo, in tutto il paese, la natura è stata rimodellata o quanto meno segnata dal lavoro dell'uomo. [...] Questa fusione della natura e dell'intervento umano è evidente in tutta la sua bellezza, varietà e coerenza; ma il miracolo di questo equilibrio si è manifestato come tale solo al momento in cui è iniziata la sua distruzione – prima sporadica e poi sistematica. (da Fragilità del territorio italiano)
Lo ripeto: Venezia soffre soprattutto delle conseguenze di una cultura che tende ad estrapolarla, a farne qualcosa che non appartiene più alla vita, ma soltanto ai sogni dei poeti (dei cattivi poeti, tuttavia, giacché i poeti veri hanno, e come!, il senso del rapporto tra l'arte e la vita). (da Un Paese sacro)
Il giardino dei Finzi-Contini non è mai esistito a Ferrara, me lo sono inventato. L'ho collocato a Ferrara perché mi serviva da un punto di vista poetico, avevo bisogno di un fatto di questo genere, e non è mai esistito, né sono mai esistiti i Finzi-Contini come famiglia, né tanto meno Micòl Finzi-Contini. Me lo chiedono in molti: ma è esistita veramente Micòl? Non è mai esistita. Però, naturalmente, Micòl è esistita in quanto che sono esistito io, esisto io, è una forma del mio sentimento, è una parte di me. (da Ecologia e letteratura)
Ma torniamo a ciò che fin dall'inizio siamo stati. Politici senza esserlo, non è che fossimo contro la civiltà tecnologico-industriale nel cui ambito ormai stavamo e, in qualche modo, eravamo soddisfatti di stare. Volevamo tuttavia che essa, la civiltà tecnologico-industriale, si desse una religione. Non siamo come i Verdi, noi. Ci guardiamo bene dal sognare che l'Italia e il mondo tornino indietro, verso la civiltà agricolo-forestale da cui tutti proveniamo. Vogliamo però che la civiltà tecnologico-industriale, di cui facciamo parte, la smetta di tentare di convincere il mondo che è opportuno l'avvento di un'epoca di consumatori-consumati. Noi siamo diversi, vogliamo che gli uomini continuino a essere uomini. (da I trent'anni di Italia Nostra)
Perché la poesia non è il fiore sul vulcano. Brama il contesto, esige le strutture. È il riflesso della vita, la prova della vita. E, proprio come la vita, non è mai pura. (da Taranto vecchia)
Invece che perder tempo a postulare impossibili ritorni ad arcadie pastorali, d'altronde abbondantemente intrise, a scrutarle da vicino, di sangue e di dolore, perché non la forziamo, la civiltà industriale e tecnologica, questo frutto supremo dell'intelletto umano, a darsi una religione? A darcela? (da Dalla parte degli animali)
Molto spesso, negli intellettuali di sinistra, affiora la preoccupazione di apparire dei perdigiorno innamorati del Bello. Mentre, invece – come del reto Terranova medesimo ha ammesso –, il momento estetico è fondamentale. (da Il centro storico di Ferrara)
Un parco naturale, signor presidente, è, prima che una forma di gestione del territorio a scopi conservatori, una grande occasione di turismo, di quello vero, di quello cioè che visita un parco rispettandone i valori e rinunciando a pretenderne il sacrificio con ragnatele di impianti e strade con costruzioni cementizie. (da Tutela del paesaggio in Trentino)
L'Arte, lo sappiamo, è sempre uguale a sé stessa. Sta là, diversa dalla Vita, anzi il suo contrario, a ricordarci della Vita, e, talvolta, addirittura a restituircela. Il fatto è che noi, figli dello storicismo, noi invece siamo cambiati. Cambiati per sempre. (da Il territorio nazionale)
L'America mi interessa perché è la sede, il punto di parenza della civiltà industriale nella quale siamo tutti coinvolti. Le origini sono qui. Anche noi italiani ci riferiamo all'America. Ora, la cosa la stupirà, ma sento che qui c'è qualcosa d'altro: quialcosa di quella religione della società che fu il portato della rivoluzione protestante. È questo fondamento di religiosità che impedisce al consumismo materialistco di trasformare i suoi utenti in oggetti, in puri robots. Per esempio, ammiro molto il senso della privacy che è qui, il culto della casa. E lo stesso modo di gestire il traffico. (da Una mostra in Canada)
Perché i popolani italiani uscissero dal loro ghetto, non c'è mai stato che un mezzo, imparare il latino per poi passare all'italiano nazional-popolare del Manzoni. Era impensabile non passare attraverso il latino. Oggi, qui in America, [per gli immigrati italiani bilingui] invece del latino c'è l'inglese. (da Una mostra in Canada)
Saggi – La missione della cultura
Ma l'Italia – io lo ricordo sempre agli americani – è la matrice culturale del corso moderno. Senza il ripensamento critico del passato avvenuto nel rinascimento, il mondo, che era antico, non sarebbe diventato moderno. Il patrimonio artistico è la prova, la testimonianza puntuale, del processo spirituale che ha cambiato il profilo della civiltà. È per questo motivo che l'Italia, per me, ha un un carattere «sacro».
Se mi occupo d'Italia Nostra è anche perché in contrasto con la mia natura contemplativa mi sono sempre interessato di politica.
Dopo la dittatura non si è verificato il trapasso alla democrazia, ma solo la spartizione fra i partiti del potere e dello spazio politico. Siccome lo Stato non c'è, gli intellettuali, a seconda delle loro inclinazioni ideologiche, si lasciano assorbire dai vari potentati.
Dicono di Giorgio Bassani
Prediligo la letteratura della frontiera, della soglia, dell' attesa. La letteratura che richiede anche una lettura dei silenzi, degli scarti. L' Airone di Giorgio Bassani, in questa prospettiva, è un capolavoro tutto da riscoprire.
Senti un non so che di penoso e di chiuso.
Tra prìncipi e princìpi incerti e vani / vano passa Bassani.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026