Ritratto di Giorgio Bocca
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Frasi

Frasi di Giorgio Bocca

124 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 124 frasi di Giorgio Bocca: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Giorgio Bocca (giornalista e scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Giorgio Bocca

A me queste Brigate Rosse fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti; e quando i magistrati e gli ufficiali Cc e i prefetti ricominciano a narrarla, mi viene come un'ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla.
Da Il Giorno, 23 febbraio 1975.
Aveva ragione Giuliano a non volersi muovere dalle montagne di Sagano e a dire: "No in città io non scendo, sull'asfalto scivolo". Il cerchio di morte si chiude nel febbraio del '54 all'Ucciardone. La mattina del 9 febbraio la guardia carceraria Ignazio Selvaggio porta il caffè nella cella che Pisciotta divide con un mafioso. Muore di stricnina senza aver ripreso conoscenza. La guardia carceraria e il mafioso Riolo vengono processati, assolti e uno dopo l'altro fatti sparire come testimoni pericolosi. Riolo viene freddato a Piana degli Albanesi, Benedetto Minasola che ha guidato Pisciotta a Castelvetrano finito con la lupara a San Giovanni Jato, restano in vita la madre e la sorella di Giuliano.Da
Avete capito perché il Berlusconi nemico dei giudici, che assolda gli avvocati per corromperli, che invita a non pagare le tasse, che fa uso disinvolto di smentite, che promette ciò che non può mantenere, che nasconde i suoi affari pericolosi, piace tanto agli italiani? Perché tanti italiani evidentemente sono come lui inclini alle complicità anarcoidi.
Da Venerdì de la Repubblica, 14 dicembre 2007.
C'era un sistema Moggi, un sistema Juventus truffaldino e sportivamente ingiusto? Se si, resta da capire come questo sistema abbia riportato il calcio italiano al primato mondiale e lo abbia riportato con un'impresa non solo di valore sportivo, ma etico, con una squadra italiana che superava con la volontà, con l'attaccamento alla maglia, la superiorità atletica e tecnica di squadre come il Brasile, l'Argentina, la Francia, la Germania. Ma, si dice, il campionato Mondiale è un'altra cosa che non va confusa con la corruzione del nostro sistema. Affermazione assurda. Le vittorie e le sconfitte nel campionato del Mondo hanno sempre avuto il peso di un giudizio generale sul nostro calcio. Questa volta no, questa volta il fatto che siamo di nuovo i primi nel mondo, dopo sei finali e mezzo secolo di competizioni, appare quasi casuale.
Citato in Campioni del Mondo di trame e vendette, L'espresso, 6 agosto 2006.
Che cosa era Enrico Mattei? Un avventuriero? Un grande patriota? Uno di quegli italiani imprendibili, indefinibili, che sanno entrare in tutte le parti, capaci di grandissimo charme come di grandissimo furore, generosi ma con una memoria di elefante per le offese subite, abili nell'usare il denaro ma quasi senza toccarlo, sopra le parti ma capaci di usarle, cinici ma per un grande disegno.
Da Mattei l'uomo mistero, la Repubblica, 3 agosto 2000, p. 42.
Chi ha raccolto le sfide della vita sa che nei momenti decisivi ha dovuto disattendere o disobbedire ai legami della famiglia.
Citato in Chi ha paura del cardinal Bagnasco, L'espresso, 25 maggio 2007.
Dopo piazza Fontana avevamo capito in tanti che il rapporto con le autorità costituite non era più attendibile. Avevamo la prova che c'erano dei questori e c'erano dei Pm che deviavano le indagini, che insabbiavano le inchieste. Toccavamo con mano che c'era questo potere imperiale. Allora ci rendemmo conto che si sarebbe dovuta fare dell'informazione democratica. Poi però la cosa scatenò la psicosi del golpe, per cui la lotta politica divenne frenetica e faziosa.
Da L'Italia in redazione, La Stampa, 7 gennaio 1995; citato in Maria Grazia Bruzzone, L'avventurosa storia del Tg in Italia, BUR, Milano, 2002, pp. 168-169.
È l'ultima giornalista che fa inchieste vere, in un momento in cui su tutti i giornali sono state abbandonate. E addirittura stupisce che le possa fare.
Dall'intervento al Premio "È giornalismo" 2008.
È un uomo che ho sempre giudicato un cretino per le sue elucubrazioni politiche e un imbecille come intellettuale.
Citato in Negri, parole - pallottole, la Repubblica, 14 gennaio 1993.
Girate per la città di Catania, spaventoso, allucinante connubio di sublime barocco e di decomposizione urbana, di natura stupenda e di umanità indecente [...].
Da Candeline d'oro su quella torta chiamata Catania, ricerca.repubblica.it, 29 marzo 1988.
E' la città di un paese civile, Catania? [...] E' vita vivere a Catania? Centinaia di bambini di questa infelice città hanno il padre in prigione e la madre prostituta, ottanta minorenni sono stati arrestati in un anno per rapina in una città di 372.000 abitanti, quanti nel resto d' Italia su ventidue milioni. E il mafioso pentito Calderone ci ha confessato di avere ucciso a Catania quattro bambini colpevoli di aver rubato in casa di sua madre. Per dare una lezione.
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/11/02/quel-terzo-mondo-nel-sud-italia.html?ref=search
Il commissario unico era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti.
[...] il gioco del calcio in Italia senza la Juventus sarebbe impensabile.
L'errore capitale commesso dal cavaliere Silvio Berlusconi e da altri fondatori di network privati non è stato tanto quello di investire in uomini e mezzi prima che fosse data una legislazione precisa, ma nel non aver capito, subito, che anche il boccone saporito delle TV private, prima o poi sarebbe finito sotto i denti dei nostri partiti.
Da Cadreghe e cadreghini, la Repubblica, 8 dicembre 1984.
[...] la favola della "vecchia signora" dello "stile Juventus" mai esistito nella pratica, sempre nella leggenda.
La new economy è una cosa molto seria nei suoi effetti. Mai nella storia del capitalismo si era assistito a uno spostamento così rapido e colossale e spesso arrischiato di mezzi finanziari, mai tante persone si erano decise a puntare somme enormi sul futuro, mai tanti giovani avevano pensato di avere delle occasioni così splendide a portata di mano e mai, come conferma la prima ondata di fallimenti delle imprese elettroniche, tante persone apparentemente ragionevoli avevano investito il loro patrimonio e quelli dei parenti e anche degli eredi senza fare un minimo di conti sul costo per il lancio delle loro aziende, sul costo della pubblicità e sulla concorrenza dei più forti.
Citato in Pandemonio – Il Miraggio della New Economy, Mondadori, 2000.
La ragione per cui il populista-demagogo Berlusconi piace agli italiani è la stessa per cui, ai loro occhi, il conflitto d'interessi non è una ferita grave della nostra democrazia. Il fatto che egli sia stato al contempo capo del governo e padrone dell'informazione sembra qualcosa di naturale, di normale, qualcosa che tutti vorrebbero praticare.
Da Venerdì de la Repubblica, 14 dicembre 2007.
Leggendo le cronache amare dello scandalo Juventus mi è parso di ritornare a una storia nota, una storia piemontese e monarchica dove re onnipotenti e amati dagli umili per la loro onnipotenza, si circondano di corti tanto brave a gestire il potere e i privilegi quanto ipocrite nel celebrare virtù che non hanno uno stile signorile e corretto mentre si dilaniano per la spartizione del bottino: lo stile Savoia o lo stile Juventus.
Da Il padrone bianconero, Repubblica.it, 13 maggio 2006.
Nei sessantotto anni della sua vita Josef gioca sulla scena europea le parti più contraddittorie: fino al 1914 è il socialista temuto dagli imperi reazionari dell'Austria-Ungheria e della Russia, caro alla retorica dei parlamentari francesi del tempo, e all'idealismo del presidente americano Wilson; eppure lo stesso uomo sarà, fra il 1926 e il 1935, un personaggio emblematico delle dittature militari filofasciste.
Da Il maresciallo del compromesso, in Storia illustrata, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, n. 211, giugno 1975, p. 21.
Nel 1917 è alleato dei bolscevichi per abbattere lo zarismo; nel 1920 li fa impiccare. Di tale ambiguità Stalin farà uso per decimare a sua volta i comunisti polacchi non graditi. Alleato della Francia, il Pilsudsky del 1934 tresca con la Germania nazista e firma patti di non intervento con l'URSS. Un voltagabbana dunque? Un uomo di potere pronto a giocare su tutti i colori? In parte sì, come ogni uomo politico, ma soprattutto un uomo del suo tempo e della sua nazione.
Da Il maresciallo del compromesso, in Storia illustrata, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, n. 211, giugno 1975, p. 21.
Non ho mai detto che la Resistenza è stata egemonizzata dai comunisti. Strumentalizzata sì, eccome. Dopo la guerra il pci aveva bisogno della base partigiana e popolare e se ne è appropriato con una propaganda molto intensa e metodica. D'altronde questo faceva anche gioco ai conservatori e gliel'hanno lasciato fare. Basta leggere il libro di Battaglia: non è storia, è un'agiografia della Resistenza.
Dall'intervista di Raffaella Silipo, «Bocca inguaribile anticomunista», La Stampa, 28 settembre 1995, p. 6.
Ogni sera alle 19 in punto, dallo scoppio della guerra, compare sugli schermi del Tg3 il corrispondente da New York, Lucio Manisco, in un gessato scuro che ricorda un po' l'Al Capone della notte di San Valentino e un po' un notabile della Dc partenopea quando sposa una figlia. Ha passato la giornata a spulciare sulla stampa americana tutto ciò che non va nel Golfo, alla Casa Bianca, al Pentagono e si vede che non sta più nel suo gessato per la soddisfazione di potergliela dire agli Stati Uniti d'America. Noi non sappiamo quali siano le cause, magari rispettabili e comprensibili di questo antiamericanismo che è diffuso fra i nostri corrispondenti da New York, forse un po' frustrati dal fatto che nessuno in America si accorge che ci sono, ma ci fa un po' ridere e un po' ci infastidisce per come si manifesta. Perché ogni sera alle 19 in punto Lucio Manisco, nel suo gessato scuro, con la sua bella voce baritonale spiega, più a Bush che a noi che lo ascoltiamo per un certo masochismo, perché e come deve perdere la guerra. Dia retta a lui, Lucio Manisco, che se ne intende. [...] E poi ogni sera i bravi giornalisti del Tg3 devono dimostrarci che gli americani sono stupidi, incapaci, cattivi economicisti e imperialisti.
Citato in È faziosa l'informazione di Rai Tre?, L'Espresso, 18 febbraio 1991.
Palmiro Togliatti è ricordato come uomo freddo, scostante, che portava occhiali da professore, parlava con voce nasale, un intellettuale arido nei sentimenti, un politico scaltro che conosceva la langue russe, cinico. Resta allora da spiegare perché l’Italia proletaria fu pronta all’insurrezione armata quando si attentò alla sua vita e perché milioni di italiani di ogni ceto ebbero il sentimento, nel giorno della sua morte, che con lui se ne andava uno dei padri della Repubblica e comunque uno a cui si era debitori di mutamenti importanti.
Citato in Ilaria Ester Ramazzotti, Aldo, la storia triste del figlio ebreo di Palmiro Togliatt, BEt Magazine Mosaico, 9 gennaio 2020.
Per me destra e sinistra si equivalgono in stupidità.
Citato in Dario Fertilio, Nessuno capisce più quello che dicono i nipotini di Togliatti, Corriere della sera, 30 maggio 1994.
non è un personaggio amato dalla sinistra; egli è giustamente considerato un reazionario e un filo-fascista. A sua giustificazione però si deve dire che la Polonia che ha governato veniva da secoli di dominazioni straniere, che avevano sistematicamente represso e eliminato la cultura nazionale, e letteralmente impedito ai polacchi di frequentare le scuole. Ecco il contesto che non può essere ignorato.
Da Il maresciallo del compromesso, in Storia illustrata, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, n. 211, giugno 1975, p. 25.
Quando c'è un caso che riguarda la Resistenza sono tacciabile come uno che dà sempre ragione ai partigiani.
Citato in «Le nostre questioni private», La Stampa, 3 giugno 1997, p. 14.
Quel Grande Torino non era solo una squadra di calcio, era la voglia di vivere, di sentirsi di nuovo cittadini di una città viva e concorde che ci prendeva alla gola quando passavamo davanti alle macerie di piazza San Carlo, di fronte agli edifici sventrati.
Da Me Grand Turin, di Sauro Tomà, Graphot Editore – Torino.
Se ripenso ai raduni di quella nazionale nella mia città, a Cuneo, faccio fatica a credere in tanta modestia. La imponeva Vittorio Pozzo, un tipo di alpino e salesiano arrivato chissà come alla guida degli azzurri senza essere né un allenatore di professione né un burocrate dello sport ma semplicemente un piemontese risorgimentale ciecamente convinto delle virtù piemontesi. Uno di quelli per cui la parola sacra è "ël travai".
Citato in La valigia di Meazza, la Repubblica, 7 luglio 2006.
Se una squadra di calcio vince tutto per settant'anni e ha alle spalle un gigante industriale, non ha bisogno di chiedere dei favori perché tutti sono pronti a farglieli, si crea un tale incantamento che i tifosi, la gente comune se ne fa un'immagine diversa e migliore di quella reale, un'immagine superiore persino alla lotta di classe, con il Togliatti juventino, e il siciliano Anastasi diventato l'idolo degli operai piemontesi del Lingotto. Ma la fame dell'oro era già forte nella Juventus del quinquennio dei cinque campionati consecutivi vinti. Ricordo un allenatore austriaco, Sturmer, mi pare, che quando andai a Torino per fare un provino alla Juventus si informava del mio rapporto con il denaro, mi metteva in guardia dal diventare avido come il terzino Rava o come i sudamericani Monti e Cesarini, ma io non capivo di che parlasse: la Juventus per un ragazzo di provincia era un sogno, una riunione di tutte le virtù sportive e civili.
So solo che Montanelli è fatto così: un maestro di giornalismo che ogni tanto s'impenna con qualcuna delle sue bizzarrie.
Citato in Bocca e Montanelli a duello causa Orlando, Corriere della sera, 23 gennaio 1993.
Sta oggettivamente dalla parte di coloro i quali vogliono che tutto stia fermo com'è per non perdere uno solo dei loro privilegi.
Citato in Pierluigi Battista, Da Buzzati a Flaiano autori senza ideologia, Corriere.it, 11 luglio 2010.
Un certo Berlusconi costruisce Milano 2, cioè mette su un cantiere che costa 500 milioni al giorno. Chi glieli ha dati? Non si sa. Chi gli dà i permessi e dirotta gli aerei dal suo quartiere? [...] Noi saremmo molto curiosi, molto interessati a sapere dal signor Berlusconi la storia della sua vita.
1976; citato in Peter Gomez, Ciancimino: i soldi della mafia per la Milano2 di Berlusconi, il Fatto Quotidiano, 2 febbraio 2010.
Uno che non si ferma ai luoghi comuni della sua professionalità, che non si accontenta di un lessico manageriale e che ha il coraggio, se occorre, delle vecchie e spesso irrise verità morali.
Da Quattroruote, 1986; citato in Vittorio Ghidella, il padre della Uno, quattroruote.it, 9 aprile 2020.
Vespa non lo considero un giornalista, lo considero un servo di regime. [...] Non [è una questione, NdR] di sinistra o di destra: non si può essere considerati giornalisti se non si ha il coraggio di dire la verità, e la verità non è né di sinistra né di destra.
Da un'intervista a Daria Bignardi nel programma Le invasioni barbariche, LA7, 10 dicembre 2010; citato in Giorgio Bocca: "Vespa non è un giornalista, è un servo di regime", il Fatto Quotidiano.it, 11 dicembre 2010.
Villarbasse è uno di quei villaggi della campagna torinese che sono immersi nella storia, ma ancora fuori dalla modernità.
Da È la stampa, bellezza!, Feltrinelli Editore, 2008.
Berlusconi mi mette in difficoltà: non so mai dove comincia e dove finisce la sua recita, non so dove voglia arrivare con il lifting, con la bandana, con le tasse, non so se neppure lui si renda conto di quanto ci prenda in giro.
Berlusconi vanta i sondaggi che lo danno in risalita. Ma lui è un manipolatore di sondaggi e per giunta è sempre più difficile capire come si divida la gente, se ancora cioè l'uomo di Arcore possa vantare qualche appeal illusionistico.
Mussolini ha commesso tanti errori, tipo l'entrata in guerra quando gli sembrava di dover semplicemente salire sul carro dei vincitori. Andò a invadere l'Albania e la Grecia in modo insensato e persino Hitler, che era folle ma non fesso, s'infuriò.
Non c'è questione che mi possa trovare d'accordo con lui . L'ho conosciuto tanti anni fa. È solo peggiorato. Faceva l'imprenditore. Si divertiva a convocare qualche centinaio dei suoi sottoposti e a arringarli con un microfono in mano. Si compiaceva di dirne di tutti i colori...
Questo non sa nulla di politica. È solo furbo.
Salvo che la statura di Mussolini era ben altra . Mussolini era un uomo colto che sapeva di politica, che era andato a scuola dai socialisti.
La cultura politica mimata e cantata, l'impegno del rock, le grandi indimenticabili stagioni degli Inti Illimani e della Baez ci sono estranei, probabilmente per ragioni di età, ma possiamo capirli e rispettarli. Quello che ci riesce più difficile capire e rispettare, a fronte della tragedia guerra, è l'astrattezza, il velleitarismo, questo gridar pace pace sulle piazze senza chiedersi a che prezzo, con quali effetti. Sembra che nessuno o pochi di questi pacifisti abbiano capito, alla prova di questa dura guerra, che la posta in gioco non sono i pozzi di petrolio del Kuwait, ma il tentativo iracheno di formare nel giro di pochi anni un potentato arabo superarmato, revanchista avente come obbiettivo centrale, per affermarsi nel mondo arabo, la distruzione di Israele.
Gli arabi non sono i poveri della terra, molti arabi sono fra i ricchi e ricchissimi come dimostra la crisi, da rarefazione di clienti, della moda, della gioielleria, del marmo, dell'arredamento, della finanza, dei panfili. E ci vuole padre Balducci, erede del terzomondismo di La Pira, evangelico ma finanziato dal petrolio dell'Eni, per sostenere che è solo colpa del capitalismo se il fiume di miliardi arrivati nei paesi arabi è finito in armamenti. Sì, è colpa dell'affarismo occidentale, [...] ma le nostre colpe, i nostri errori non possono voler dire la resa all'avventurismo e al caos mondiali, non possono voler dire la rinuncia a quell'unico luogo, a quella unica istituzione, le Nazioni unite, che può non diciamo garantire un perfetto ordine internazionale, ma almeno un punto di deterrenza e di riferimento.
Ho votato per la Lega come da dichiarazioni di voto pubblicate dalla stampa, per ragioni che a me sembrano di comune buon senso politico. Chi come me pensa che il sistema dei partiti abbia fatto il suo indecoroso tempo, chi è convinto che bisogna arrivare presto a una nuova legge elettorale, a una nuova costituzione, a facce nuove, in pratica a Milano non aveva scelta.
La forza della Lega non sta nel fiuto politico soprattutto tattico del senatore Bossi, e neppure nel suo linguaggio violento e colorito che può servire da valvola di sfogo allo zoccolo fanatico del movimento, non sta neppure nel localismo e nel separatismo. Sta nel fatto che la Lega con tutte le sue rozzezze è qualcosa che nuota nelle acque vorticose del mutamento mentre gli altri, i vecchi partiti, ci annaspano. La Lega sa nuotare nel movimento perché è nata da quelli che si muovono: da quelli che non capiscono più le vecchie distinzioni tra destra e sinistra fra classi alte e classi basse e non perché queste diversità abbiano cessato di esistere, ma perché devono essere risolte nella pratica e nella innovazione fuori dalle false ideologie. La Lega con il federalismo, con la lotta al centralismo ha capito che oggi uno stato in cui la legge è spesso falsa legge e schiaccia i cittadini non è più sopportabile perché la gente vuole che lo stato sia sottomesso alla volontà dei cittadini.
Credo di conoscere abbastanza, dato che ci lavoro da mesi, la Lega nei suoi difetti, nei suoi comportamenti da "mucchio selvaggio", nella navigazione spesso contraddittoria del suo leader. E non mi sento assolutamente in grado di prevedere quello che farà come primo partito dell'Italia del Nord e come uno dei due o tre partiti che ci governeranno nei prossimi anni. Ma il fatto che senza la Lega Di Pietro, come dice Bossi, "sarebbe stato mandato a spaccar sassi in Sardegna", che senza la Lega due terzi dei deputati socialisti e democristiani sarebbero ancora convinti di essere dei rappresentanti del popolo italiano e non degli zombi mi fa tranquillamente dire: "Grazie barbari".
La Cuneo in cui nacque il gioco del calcio apparteneva alla civiltà del legno. Il campo, in piazza Regina Elena già Cavalleria aveva tribune di legno, era circondato da un passamano di legno e veniva chiusa al traffico, in occasione delle partite, da tavolati di legno, sorpassati o sotto passati da noi "gagnu", ragazzini, appena i sorveglianti delle porte se ne erano andati a guardare la partita, come tutti. Erano gli urli degli spettatori a farci volare oltre i tavolati, a farci strisciare sotto a infilarci a forza fra le schiene e le gambe degli anziani. Non c'è mai stato al mondo credo un campo da calcio così casalingo più che cittadino, specie per chi ci abitava come i Paschiero o noi Bocca che stavamo a cento metri ed eravamo lì da mattino a sera a correre dietro un pallone.
Si stava vivendo negli anni trenta la storia del calcio italiano campione del mondo ma c’era stata anche una preistoria di quella favolosa Alta Italia che aveva vinto un campionato italiano dei dilettanti, non sapevamo bene quale ma leggendaria con la maglia a strisce bianco e nere come quelle della Juventus, stessa buona borghesia anglofila, basta leggere i nomi della formazione del 1920: Rattalino, Fiorio, Giriodi, Borra, Cantona, tutte buone famiglie con casa sul viale degli Angeli. La Cuneo Sportiva o Associazione Calcio Cuneo in cui arrivai nel 1939 mi pare dopo aver rischiato le gambe in tutti i tornei provinciali degli avanguardisti o di giovani fascisti del fascismo cuneese più vicino alla sagra del castagno che alla Marcia su Roma aveva due caratteri precisi, il rapporto stretto con la Liguria e quello intimo con la città.
Per noi di Cuneo non c’erano contratti e stipendi. Semplicemente si passava dal calcio di cortile e di strada a quello che aveva una maglia, un nome uno stemma. E io che avevo come altro sport lo sci, giocavo fino a dicembre e poi arrivata la neve sparivo fino ad aprile o maggio quando allenatori e dirigenti mi riprendevano senza neppure protestare perché quella mia appartenenza alla squadra era qualcosa di naturale, mi spettava per nascita, non per contratto.

Il filo nero

Siamo l'unico paese moderno in cui un sistema politico, il fascismo, dato per morto e sepolto il 25 aprile 1945, ha visto tornare al governo nel 1994 un partito neo o postfascista che ne ha ereditato direttamente idee, costume, forme. (cap. I, p. 9)
Spesso chi parla di democrazia italiana dimentica semplicemente questo: che in un buon terzo del paese la democrazia è impossibile, perché un sistema fondato sulle regole del gioco, sul rispetto delle leggi, affidato ai cittadini più che alle istituzioni, non può esistere dove l'antistato è più forte dello stato e dove la legge della giungla, della forza, della violenza si impone sovrana. Anche oggi, 1995, essere democratici a Palermo, Catania, Reggio Calabria, Bari, Napoli è una forma di eroismo civile più che una scelta politica. (cap. I, pp. 41-42)
Mussolini per togliersi dai piedi il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi di val Cismon, un monarchico torinese di nessun seguito, gli inventò un posto di governatore del Dodecaneso. (cap. II, pp. 57-58)
L'Italia non è solo un paese lungo, è un paese antico dove il meraviglioso pagano si è trasfuso nel miracoloso cattolico e in cui il papa è il vero re con cui bisogna comunque andare d'accordo, o con il Concordato o con la sua riconferma nella costituzione repubblicana, articolo 7, approvato da tutti i comunisti materialisti e atei salvo la Teresa Noce e il professor Concetto Marchesi. (cap. II, p. 83)
La condizione di Salò è povera e umiliante: un duce prigioniero delle SS, attorno a lui un nido di vipere, di gelosie, di assurdi appetiti, un esercito diviso fra milizie di partito, compagnie di ventura, sopravvissuti della casta militare. E poi l'odio popolare, la stanchezza. Ma allora perché i giorni di Salò sono rimasti per i reduci «la stagione della verità»? Forse nel suo essere come sospesa nel vuoto c'era qualcosa di miracoloso, come una risurrezione del cadavere decomposto del fascismo di regime di un fascismo, sofferente ma vivo, che senza Salò sarebbe scomparso. Ecco, la repubblica fu vissuta e poi ricordata non come un periodo concluso, ma come un ponte, come la prova che le porte della storia non si sarebbero chiuse alle spalle di Mussolini. (cap. III, p. 116)
[...] il MSI naviga a vista ora su posizioni fortemente antiamericane, antiatlantiche, ora come cane da guardia dell'alleanza anticomunista, ora dando spazio alla sua sinistra, ora ricorrendo a perbenisti come il commercialista Michelini che nel MSI è l'equivalente dei Grandi e dei Federzoni, i notabili conservatori del regime . (cap. IV, p. 129)
Per alcuni decenni la sopravvivenza del MSI è affidata alle doti camaleontiche di dirigenti come Giorgio Almirante, figlio di teatranti, dotato di qualità istrioniche e di eleganza da capocomico, con occhi azzurri. Tocca a lui e a quelli come lui guidare il doppio gioco fra il neofascismo parlamentare che naviga nel sottogoverno e quello mistico o violento che va bene alla borghesia d'ordine per tenere a bada i rossi. (cap. IV, p. 141)
Passano gli anni, cambia il mondo, ma il MSI continua a essere identico nel suo camaleontismo, reazionario e populista, presente nei salotti dell'aristocrazia nera di Roma come nelle borgate, protettore dei violenti e ovazionato dai pellicciai, lo stesso partito di quelli che negoziano con ministri democristiani e degli altri che hanno scritto sulla porta delle loro sedi: «Vietato ai cani e a Michelini», legittimo e illegittimo. (cap. IV, pp. 143-144)
Arturo Michelini (1909 – 1969), segretario del MSI dal 1954 al 1969.
Una democrazia che antepone rigorosamente la libertà agli interessi costituiti non è mai esistita e probabilmente non esisterà mai. Le costituzioni democratiche contengono utopie manifeste come quella degli Stati Uniti per cui «gli uomini hanno il diritto inalienabile alla vita e alla libertà» il che è comprensibile, ma anche «alla ricerca della felicità» che francamente sembra un po' troppo. Però si dice che queste utopie, questi sogni servono a dar animo e spinta. (cap. VI, pp. 176-177)

Il viaggiatore spaesato

Sono debitore ai miei gatti di rare beatitudini. A fine pranzo [...] stanno sdraiati pancia in su, in quest'aria casalinga di amore cui cedono anche i gatti di pelo grigio. È il momento in cui sogni felini passano per le loro teste triangolari, in cui a occhi socchiusi guardano ciò che noi non vediamo, forse un dio con la faccia a triangolo e i baffi. (pp. 42-43)
Ti arrivano di un balzo sul petto e ci si insediano come la sfinge, per l'eternità. Sì, forse mi vogliono bene, ma sempre dopo i loro desideri e gli scatti e gli scarti di belva domestica, che vive con gli umani senza rinunciare a nulla della sua naturale innocente ferocia. (p. 43)
Quando uno di loro gioca con il topo dominato da quegli occhi gialli e lo «totticchia», lo lascia muovere di un centimetro per riprenderlo con la zampina fulminea, lo vedi come preso dalla casualità della vita e della morte di cui è padrone e vittima, nessuno più di un gatto è conscio delle alterne sorti. Non c'è nulla che abbia deciso di fare che tu possa cambiargli in quella testa. (p. 43)
Tutto ciò che un gatto può fare di buono, hanno l'aria di dire i miei gatti, lo facciamo, [...] se apriamo la porta della tua stanza da letto, non è per disturbarti ma per dormicchiare qualche ora in compagnia. Quando ti guardiamo in attesa del cibo con occhi di disperato, irresistibile desiderio è perché siamo fatti così, e non lo nascondiamo. (p. 44)

In che cosa credono gli italiani? – Citazioni

Gli umili mentono per necessità, i potenti per scaltrezza e per arroganza, i menestrelli e i propagandisti per mestiere e per abitudine. Il corsivista dellUnità, Fortebraccio, scrive un pezzo acido sul presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, che in visita a Milano ha fatto la cosa più normale di questo mondo, è andato a pranzo al Savini con alcuni imprenditori. E Fortebraccio: «Un pranzo al Savini costa dalle quaranta alle cinquantamila lire, senza contare i vini. Mai che lor signori vadano a una mensa operaia». Lui, nella vita Mario Melloni, ci va? No, e le vacanze le passa a Capri, con i vecchi amici della buona borghesia milanese. Ma Fortebraccio sa che la menzogna italiana più è impudica, esagerata, retorica e più sembra normale [...]. (cap. I, p. 7)
La religione cattolica ci ha insegnato a raccontare le nostre verità private nei confessionali; la società a riservarle ai familiari o agli intimi. Ma può esserci anche una confessione pubblica, rumorosa, magari invereconda purché sia implicito che resterà anonima e senza conseguenze, senza assunzione di responsabilità: dico le confessioni casuali che gli italiani si fanno sulle piazze, al caffè, sulle spiagge, nelle sale d'aspetto, su fatti concreti come gli amori, le corna, le malattie, persino certe deviazioni sessuali. (cap. I, p. 17)
C'è una sola macchina che zittisce gli italiani, a parte la ghigliottina: l'ascensore. Sia l'angoscia da claustrofobia o altro, tutti tacciono e quasi tengono il respiro: poi, appena si apre la porta, riesplode il canaio. (cap. VI, pp. 94-95)
Per venti anni il fascismo è stato quasi solo spettacolo, per venti anni ha recitato, rappresentato ciò che l'Italia non era, un paese guerriero, disciplinato, marziale, duro. Da Franceschiello a Mussolini si ripeteva la frase dello spettacolo militar-farsesco «facìte 'a faccia feroce». Mussolini sullo spettacolo delirava, imponeva la farsa del passo romano simile a quello tedesco dell'oca. (cap. VIII, p. 131)

L'italia l'è malada

Qualunque cosa faccia il "tipo Silvio" l'idea del tornaconto personale è totale, quella del bene pubblico è assente. Silvio ha cercato di fondare il partito liberale di massa, sul principio reaganiano che la somma degli egoismi individuali fa la ricchezza della nazione. Anche noi, i diversi da Silvio, coltiviamo i nostri egoismi ma siamo arrivati a capire che senza disciplina comune, senza legge comune, senza educazione comune non esiste vera società, vero stato.
Che cosa ci offre il cavaliere? In pratica la libertà di tacere, se no di essere estromessi dagli uffici pubblici e dall'informazione.
La grande vittima della giustizia di parte, il cavaliere di Arcore, per sfuggire al "complotto" giustizialista ha ingaggiato novantotto grandi avvocati e trentadue consulenti affinché lo difendessero dai giudici "comunisti" di cui all'inizio di Mani pulite era il massimo estimatore.
Non si può dire che Berlusconi sia un fascista: è qualcosa di peggio, un anarcoide piccolo borghese.

Napoli siamo noi – Citazioni

Napoli adagiata sul golfo è stupenda, ci si chiede se anche questa bellezza non faccia parte della maledizione della città, non faccia parte del prezzo spaventoso che paga per esistere. (p. 6)
È possibile a Napoli pranzare in un educato silenzio, magari prendendo appunti di quel che ti dice un tuo commensale? No, non è possibile, perché "pur isso adda campa'". Isso è uno con la chitarra che si avvicina al tuo tavolo, sorridendo fra i sorrisi affettuosi dei camerieri suoi amici. (p. 30)
Per secoli Napoli, capitale del regno, è stata una metropoli che lo stato borbonico riusciva a governare solo grazie alla camorra. (p. 37)
E a Napoli non si sa mai se sia una recita o se si faccia sul serio. (p. 84)

Palmiro Togliatti – Citazioni

Tasca ha convincimenti politici in parte dissenzienti da quelli gramsciani, quindi per tutta la storia togliattiana del binomio perfetto Gramsci-Togliatti sarà la palla al piede del gruppo, colui che non ha capito, che ha sbagliato. Oggi, con un ragionamento altrettanto astratto, si potrebbe dire, a posteriori, che su molti punti Tasca ha avuto più ragione di Gramsci; e si potrebbe dire per esempio che il «partito nuovo» fabbricato da Togliatti nell'Italia postfascista è più vicino a una politica taschiana che non a quella gramsciana dei Consigli. (cap. 3, p. 46)
Consigli di fabbrica, sull'esempio dei Soviet russi.
[...] Tasca ha nell'«Ordine Nuovo» una posizione politica e culturale seria, rispettabile, la posizione di chi conosce le tradizioni del socialismo italiano e non vuole buttare alle ortiche le idee che il socialismo ha prodotto nell'Europa occidentale, in Italia e in Francia in particolare. (cap. 3, p. 46)
Periodico fondato a Torino nel 1919 da Antonio Gramsci e altri intellettuali socialisti torinesi.
Ma il fatto esemplare, la spinta decisiva la danno i francesi: nell'ottobre '34 Thorez propone al comitato che coordina le azioni del Partito comunista e socialista di estendere l'intesa ai radicali e ripete l'appello il 26 ottobre a Nantes anche se sconsigliato «da un dirigente di un partito fratello», e cioè Togliatti, venuto, forse, per conto dell'IC a raccomandare prudenza. Sta di fatto che data dal 1934 una forte antipatia di Thorez verso Togliatti che continuerà fino alla morte. (cap. 11, p. 228)
M. Hayek, Storia dell'Internazionale comunista, Roma 1969, p. 273.
Coloro che vivono attorno a Stalin sono, in un modo o nell'altro, stalinisti; lo sono per sempre, e la ragione fondamentale per cui si riconoscono nello stalinismo e ne accettano tutte le conseguenze è che ne condividono i e la logica. Coloro che si oppongono a Stalin, se manda a morte i vecchi bolscevichi, sono gli stessi che hanno trovato giusto e naturale lo sterminio dei menscevichi e la strage dei contadini, i buchariniani che si lamentano per la durezza dell'autocrate sono i medesimi che hanno assistito ai pubblici processi, alle persecuzioni degli intellettuali, all'affissione degli elenchi dei "criminali", senza distinzione fra delinquenti comuni e oppositori politici; sono gli stessi che fino al 1928 o '29 hanno avallato la politica del terrore silenzioso, invisibile agli stranieri. (cap. 12, p. 240)
Lo stalinismo ha i suoi fascini mortali, fra cui, irresistibile, quello del potere totale. (cap. 12, p. 240)
Togliatti è uno stalinista educato, colto. Estraneo alla condizione russa, alle tradizioni russe, non vede per alcuni anni la necessità di estendere a tutto il movimento comunista il modello russo; poi si rassegnerà, ma senza lasciarsi convincere fino in fondo. Non è che egli discuta o ripudi i grandi tagli staliniani imposti con la "giusta" e necessaria violenza; è che non sente le necessità di aggiungere terrore a terrore, rimane esente da manie persecutorie, padrone degli istinti canaglieschi, normale quanto a intelligenza. Ed è questa sua normalità in un mondo deformato dalla follia o dalla tragedia che lo fa apparire più democratico di quanto in realtà non sia. (cap. 12, pp. 253-254)

Partigiani della montagna – Citazioni

Attraverso la somma dei sacrifici e dei dolori sopportati, col grandioso apporto dato alla causa della libertà, con i risultati militari ottenuti, il movimento partigiano è riuscito ad assumere un significato morale di valore altissimo. Ha riscattato dinnanzi al mondo, insieme a coloro che nei campi di Germania tennero fede alla loro patria, la dignità del popolo italiano; ha dimostrato ben altrimenti, che generiche e facili affermazioni verbali, la sua volontà di essere un popolo libero degno di essere riammesso nella vita delle libere nazioni. (p. 147)
Come aveva intuito Vittorio Foa, la politica partigiana era la politica delle larghe alleanze democratiche già sperimentata nella guerra di Spagna. In sostanza un riformismo socialdemocratico che per la prima volta annullava le millenarie divisioni di classe facendo rientrare tra i cittadini di pieno diritto gli operai e i contadini. (pref., 2004, p. 8)
C'è una campagna di denigrazione della Resistenza: diretta dall'alto, coltivata dal cortigiano. Il loro gioco preferito è quello dei morti, l'uso dei morti: abolire la festa del 25 aprile e sostituirla con una che metta sullo stesso piano partigiani e combattenti di Salò, celebrare insieme come eroi della patria comune Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti e il filosofo Gentile, presidente dell'accademia fascista, giustiziato dai partigiani, onorare insieme le vittime antifasciste della risiera di San Sabba e quelle delle foibe titine. Proposte da comitati di reduci che evidentemente non hanno mai sentito parlare dei lager in cui i fascisti, prima e dopo l'armistizio, hanno chiuso migliaia di cittadini colpevoli unicamente di essere di etnia slovena. (pref., 2004, p. 13)
Ma la democrazia dov'è? Che democrazia è questa autoritaria che si va affermando nel nostro paese? Ai suoi sostenitori basta che il governo non apra i suoi lager, che non fucili gli oppositori, che non soffochi tutte le voci critiche per gridare che la democrazia è salva. Ma la mutazione autoritaria è sotto gli occhi di tutti, anche dei rassegnati o indifferenti: i personaggi della televisione invisi al potere cacciati o tacitati, gli autori dei libri all'indice berlusconiano esclusi dalla televisione e ignorati dai giornali, i dirigenti di qualsiasi ufficio o istituzione, dalle fiere campionarie agli enti lirici, scelti dal padrone, i disegnatori satirici ostili al potere emarginati, i cortigiani imposti. (pref., 2004, p. 14)
Assistiamo a un revisionismo reazionario che apre la strada alla democrazia autoritaria, da noi e nel resto del mondo. Uno di quei cicli storici che dimostrano che anche la libertà ha le sue stagioni.[...] C'è stata una mutazione capitalistica, una rivoluzione tecnologica di effetto obbligato: ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri ed emarginati. È questa la ragione di fondo per cui la Resistenza e l'antifascismo democratico appaiono sempre più sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere. Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam con i loro parlamenti di yes-men. (pref., 2004, p. 16)
Ciò che può compiere un partigiano, indipendentemente da valutazioni di valore personale, è differente da ciò che può compiere un soldato di un reparto regolare. Chi crea è diverso da chi esegue, chi fa volontariamente una cosa è differente da chi vi è costretto, chi persegue un ideale costruttivo non è eguale a chi soddisfa un precetto legale. Nel secondo potrà esistere volontà e determinazione, ma difficilmente entusiasmo. (p. 29)

Storia dell'Italia partigiana – Citazioni

Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo è un ufficiale virtuoso e capace. In vita e in morte lui e i suoi più stretti collaboratori sono degni di ammirazione. Ma il giudizio storico sul movimento, il giudizio dei fatti è negativo: esso è un freno alla Resistenza nazionale, un motivo di confusione e di paralisi. (Parte prima. VI Il ribellismo, p. 96)
Montezemolo è un eroe fatto per un tempo risorgimentale e per le sue obbedienze; per la Resistenza è un capo discutibile. È stato lui a dettare la circolare del pessimismo badogliano: «In Italia terreno e popolazione poco si prestano alla guerriglia...» (Parte seconda. XVII Roma non insorge, p. 284)

Storia della Repubblica italiana – Citazioni

Le ragioni per cui i giovani intellettuali che hanno guidato le formazioni Giustizia e Libertà dedicano a Parri, nome di battaglia «Maurizio», una sorte di venerazione, sono molteplici e si riconducono al concetto di uomo completo che in lui sembra incarnato: è uomo di coraggio che ha guadagnato in guerra due medaglie d'argento; è uomo di cultura moderna che negli anni trascorsi durante il fascismo nell'ufficio studi della Montecatini ha seriamente studiato i problemi economici del Paese; è un antifascista quasi leggendario, ha partecipato all'evasione di Turati, è stato condannato al processo di Savona ed è stato «Maurizio», il comandante padre dei giorni partigiani, il signore dimesso, dai capelli bianchi e dalla voce nasale che ha insegnato ai giovani qualcosa di quasi sconosciuto nell'Italia fascista e anche in quella crociana: uno humour, una capacità di modestia nell'orgoglio, di misura nella decisione tenace, diciamo una umanità inconsueta nell'Italia tribunizia e massimalista. (vol. 1, Gli anni della rinascita, p. 14)
Processo celebrato nel 1927 contro gli organizzatori dell'evasione del leader socialista Filippo Turati.
Il personaggio dominante del sindacalismo italiano del dopoguerra è Giuseppe Di Vittorio. Figlio di un bracciante pugliese, bracciante semianalfabeta arriva giovanissimo nell'anarcosindacalismo. Combattente nella prima guerra mondiale, ferito a Monte Zebio, si incontra poi con il gruppo torinese di Gramsci e di Togliatti e diventa uno dei dirigenti del Partito comunista seguendo la sua storia tempestosa e sinuosa, dalla lotta fronte contro fronte degli anni Trenta, con tutto il suo settarismo antisocialista, alla guerra di Spagna, al Fronte popolare, alla Resistenza. Come gli altri dirigenti del PCI Di Vittorio passa in questi anni da posizioni massimaliste a posizioni possibiliste e riformiste, ma conservando sempre un rapporto con la società reale, con i suoi bisogni, con le sue speranze, conservando sempre quel rispetto per l'uomo che lo stalinismo aveva completamente cancellato. (vol. 2, La società industriale, pp. 70-71)
[...] a ben pensarci l'impatto grandissimo che Adriano Olivetti e la sua fabbrica di Ivrea hanno sulla cultura italiana del dopoguerra è che in buona sostanza sono l'unico fatto veramente nuovo, che segna un distacco netto dalla cultura tradizionale italiana: la scoperta della cultura industriale anzi della civiltà industriale. (vol. 2, La società industriale, p. 224)
Una cosa che manda in bestia la cultura tradizionale e il padronato è che Olivetti si comporta come un principe rinascimentale: invece di fermarsi agli ingegneri e ai tecnici per fabbricare macchine per scrivere, lui raccoglie attorno a sé architetti, pittori, disegnatori industriali, giornalisti, letterati perché ha fatto un'altra scoperta scandalosa per l'Italia di allora: che la libera circolazione delle idee e dei talenti è necessaria alla produzione quanto la competenza tecnica. (vol. 2, La società industriale, p. 226)
La confusione democristiana tocca il fondo nelle elezioni siciliane del '58. Silvio Milazzo, un protetto di don Sturzo, insofferente della stretta egemonia fanfaniana progetta un'operazione disinvolta al punto da apparire cinica: una grande alleanza fra destra e sinistra. Milazzo vince le elezioni con i voti dei monarchici e dei fascisti, dei comunisti e dei socialisti. Fanfani gli ordina di dimettersi, ma Milazzo rifiuta, fonda un suo partito scissionista, l'Unione sociale cristiana siciliana. Il caso Milazzo si chiuderà anche per l'intervento della gerarchia ecclesiastica preoccupata di mantenere l'unità del partito cattolico, ma aprirà una serie di conflitti interni alla DC da cui Fanfani sarà logorato. (vol. 2, La società industriale, pp. 334-336)
Paolo Bonomi è un altro dei mediocri che la filosofia dorotea innalza a poteri sommi. Non è un politico, non è un intellettuale, non è un sovversivo, non ha tradizioni, non ha cultura, è semplicemente l'uomo adatto ad organizzare la base di un potere grigio. (vol. 3, Il centro sinistra, p. 40)
Il fisico italiano Gilberto Bernardini ha cessato di essere scienziato italiano per diventare scienziato europeo al centro ginevrino di Meryn. Piccolo, magro, un ciuffo di capelli sempre scomposto, il suo ufficio a Meryn assomiglia a un comando di operazioni militari; è da qui che i vari gruppi di ricercatori vengono mandati all'attacco dei problemi. Il generale, il capo, il coordinatore è lui il piccolo fisico italiano. (vol. 4, Dal '68 al terrorismo, p. 16)
Gli intellettuali italiani, pessima razza, quasi sempre irresponsabile politicamente, ma pronta a saltare su tutte le mode, fa del '68 un suo show, giustamente spernacchiata dai giovani. (vol. 4, Dal '68 al terrorismo, p. 85)
Dopo il maggio francese tutti si sentono in dovere di scioperare: scioperano, non si sa contro chi, tutti gli attori di teatro guidati da un «mattatore» come Gassman che ha incassato centinaia di milioni per film commerciali. (vol. 4, Dal '68 al terrorismo, p. 85)
Nel testo "Gasmann".
Lotta Continua è l'organizzazione più articolata e complessa del movimento, la più raziocinante, la più fornita di dirigenti colti. La prima a capire che gli estremismi rozzi degli autonomi e l'insurrezionalismo vetero-sovietista di Potere Operaio e discendenti non hanno alcuna possibilità di affermarsi. (vol. 5, Terrorismo e «caso Moro», p. 24)
La data storica della rivoluzione culturale e della sovversione giovanile italiana è fissata per l'eternità nel '68, il bel '68 subito mitizzato. E certamente il '68 ha le sue grosse e decisive responsabilità come rivelatore e come autore della grande destabilizzazione. Ma non dimentichiamo che è un altro anno, il 1977, a portare le grandi e definitive rotture, a creare una situazione da guerra civile. Sì, il '68 come il Quarantotto risorgimentale è il periodo in cui tutte le carte vengono rimescolate, ma il '77 è quello in cui gli opposti e i diversi si separano, si scontrano, si lacerano, l'anno in cui molti giovani rompono definitivamente con il Partito comunista, con il sindacato, con la cultura operaia. (vol. 5, Terrorismo e «caso Moro», p. 25)
Il 1848, primavera dei popoli.
Gli italiani usciti dal regime fascista e militarista si accorgono che esiste il problema degli obiettori di coscienza quando Pietro Pinna nel 1948 si rifiuta di fare il servizio militare affermando che per motivi religiosi egli non vuole portare le armi ed uccidere. (vol. 5, Terrorismo e «caso Moro», p. 102)
Nessuno sembra accorgersi che rispetto ai precedenti segretari Craxi ha delle idee chiare e una strategia precisa: ritrovare piena autonomia nei confronti sia del Partito comunista, sia della Democrazia cristiana. Insomma quest'uomo di apparato, di potere, di manovre autoritarie è però il primo dopo la Liberazione che veda nel PSI un partito capace di camminare sulle sue gambe. (vol. 6, La crisi delle Istituzioni, p. 76)
Signorile ha molte qualità: è giovane, intelligente, ambizioso, umanamente aperto. Ma pecca di ingenuità, si azzarda a giocare partite pericolose al di sopra delle sue forze, compie delle piccole gaffes giornalistiche che i suoi avversari ingigantiscono. Dove cade e maldestramente è sull'affare ENI-Arabia Saudita, una delle tante operazioni commerciali su cui i partiti e le correnti dei partiti si ritagliano delle tangenti. Questa però è di una tale dimensione – si parla di 120 miliardi – da far ingaggiare nel partito una lotta di vita e di morte. (vol. 6, La crisi delle Istituzioni, p. 80)
Licio Gelli nasce come piccolo carrierista: impiegato nella federazione fascista di Pistoia riesce ad accumulare cariche, anche quella di factotum del gruppo universitario fascista pur non avendo fatto la scuola media. Neppure la guerra gli serve per ottenere un diploma: si presenta a un esame di ragioniere e viene solennemente bocciato. Nasce qui però la sua vocazione di archivista e di ricattatore: il federale di Pistoia lo porta con sé a Cattaro in Montenegro: l'operazione a cui è destinato è di quelle redditizie. Deve far la guardia al tesoro della Banca Nazionale di Jugoslavia. fa così bene che quando esso sarà restituito a Tito si troverà che mancano venti tonnellate d'oro e un milione di sterline. (vol. 6, La crisi delle Istituzioni, p. 196)
Dire che papa Wojtyla è un papa reazionario o conservatore è una semplificazione. È un papa diverso da quelli che gli italiani conoscono: non ha la mitezza di Luciani, non ha la sapienza dubbiosa e sofferta di Paolo VI, non ha la simpatia e la generosità di Giovanni XXIII; ma non si può neppure dire che sia un papa all'antica di quelli che guardano dal soglio di San Pietro all'esercito dei fedeli come a qualcosa che non ha nome, né personalità. Wojtyla conosce il senso del collettivo, delle masse come lo conoscono i capi autoritari e rivoluzionari. Ma invece di ripetere il grido di Bakunin «Io non sono io, io sono voi», invece di parafrasare i detti autoritari dei capi «Voi siete me e io sono voi» dice «Non io, ma tu e tu e tu» non l'egoismo, il narcisismo, il superomismo, ma neppure il collettivismo che appiattisce, neppure il «volgo che nome non ha», ma una società di uomini ognuno dei quali ha la sua dignità, la sua responsabilità. (vol. 6, La crisi delle Istituzioni, p. 245)
Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I.

Una repubblica partigiana

I tedeschi a metà settembre rastrellano i centri rivieraschi del Lago Maggiore, catturano alcuni ebrei, li fucilano e li buttano in acqua. I giovani caduti nelle retate vengono stipati sui carri merci e spediti in Germania, come bestie. Allora parecchi capiscono che non si può affidare la propria vita alla fortuna o al caso, ma che bisogna difenderla con le armi. E anche qualcosa di più: che bisogna combattere le barbarie. (pp. 14-15)
È la stagione dei rapidi scontri, delle gloriose scorrerie, delle effimere occupazioni. Villadossola viene occupata dagli operai e dai partigiani nel novembre del 1943, senza un preciso piano: una fiammata improvvisa che si allarga dai gruppi partigiani alle fabbriche. Allora il nemico si fa conoscere meglio con le stragi, le impiccagioni, gli incendi, allora si capisce che questa sarà una guerra senza quartiere, spesso una guerra senza prigionieri. (p. 15)
Fra Locarno e Lugano si incontrano profughi ebrei, "fuoriusciti" politici, spie fasciste inglesi tedesche americane, diplomatici, poveri cristi. Ora le vie del contrabbando sono battute dai partigiani, dalle loro staffette, dai profughi, dai prigionieri inglesi fuggiti dai campi di prigionia e accompagnati in salvo. Le guardie di finanza chiudono entrambi gli occhi; i soldati anziani dei piccoli presidi tedeschi sono prudenti e ragionevoli. (p. 28)
La repubblica dell'Ossola controllerà un territorio che va dalle sponde del Lago Maggiore al Monte Rosa, da Gravellona al Sempione. La Valle del Toce con tutte le valli laterali, come le vene di una foglia, e le valli che scendono verso il Lago Maggiore. A prima vista il territorio può sembrare favorevole alla guerra partigiana: montagne, montagne e valli strette. Poi la Svizzera con la sua possibilità di scampo. Alla prova dei fatti l'Ossola è una delle zone meno adatte alla guerriglia. Troppo lontana da Milano per poterne ricevere l'aiuto; ma non tanto lontana da essere trascurata dai tedeschi e dai fascisti. (pp. 39-40)
Manca all'Ossola uno sbocco diretto sulla pianura, il lago e la cintura morenica la isolano dalle campagne e dalle stalle della Bassa. I rifornimenti alimentari, difficili nei mesi della guerra di montagna, diventeranno impossibili durante la repubblica. L'Ossola è l'unico luogo della guerra partigiana che resterà più di un mese senza pane. I rari tentativi di rifornimento via lago si risolvono in altrettanti fallimenti. (p. 40)
Poi ci sono le montagne: abbastanza alte e aspre per essere disagevoli, per rendere dura la vita a chi vive e ci combatte; non abbastanza alte e boscose da poter dare un rifugio sicuro. La Val d'Ossola è una delle poche valli industrializzate. Ci sono fabbriche a Villadossola, Rumianca, Gravellona. E miniere a Pestarena e grandi centrali elettriche. (p. 40)
La Valle del Toce, fino a Domodossola, è nuda, aspra. Pochi villaggi sui versanti, quasi tutti in fondovalle lungo le rotabili. Le valli che scendono sul Verbano non hanno case e non hanno bestie, non offrono cibo né riparo. Le valli più sicure sono quelle di Antigorio e Formazza o del Sempione. Ma una volta imboccatele si va a finire in Svizzera. Però ai partigiani l'Ossola sembra una terra meravigliosa. (pp. 40-41)
Il 26 agosto il battaglione garibaldino "Redi" scende a Baveno, in Val d'Antigorio, a nord di Domodossola. Il presidio fascista si arrende, il bottino in armi e munizioni sembra favoloso: mitragliatrici, mitragliatori, migliaia di colpi. Tre giorni dopo si arrende anche il presidio tedesco. (p. 46)
L'attacco partigiano investe anche la Valle del Sempione, cadono i presidi di Iselle, Varzo, Crevola d'Ossola. Ai primi di settembre le valli al nord di Domo sono ripulite, i partigiani le controllano dalla frontiera a poche centinaia di metri dal capoluogo; ed è già cominciato l'attacco della "Piave" a Cannobio, sul Lago Maggiore. (p. 47)
Le mitragliatrici partigiane tirano sui fuggiaschi, non si saprà mai quanti muoiono o rimangono feriti. Più lunga la resistenza fascista. Tra i fascisti ci sono dei criminali che hanno ucciso e rubato, in paese. Costoro conoscono la loro sorte: una giustizia sommaria in riva al lago. Presa Cannobio, spediti in Svizzera i prigionieri, la "Piave" lascia un piccolo presidio e risale verso le bocche di Finero per passare in Val Vigezzo e puntare su Domodossola. (p. 48)
Allora il colonnello Moneta e i suoi puntano su Santa Maria Maggiore per tagliare la strada della ritirata ai tedeschi. Ma è tardi, il locomotore messo di traverso al passaggio a livello non serve, i camion tedeschi sono già passati. Restano viveri e armi nell'albergo che serviva da comando ai tedeschi. Attorno all'albergo c'è una barriera di filo spinato; adesso le ragazze di Santa Maria Maggiore vi posano fiori. (pp. 48-49)
Gli uomini della "Valtoce" attaccano Piedimulera avanzando fra le prime case del villaggio. I partigiani non sono addestrati alla guerra negli abitati; non hanno neppure le armi che servono a snidare il nemico dalle case. Si disuniscono facilmente, non hanno né l'addestramento né la disciplina di un reparto regolare. E qui c'è un osso duro da rodere. I fascisti hanno piazzato una mitraglia sul campanile e battono le vie di accesso. Sono fascisti duri, funebri, ribaldi. (pp. 49-50)
Il giorno 12 i garibaldini decidono l'attacco a Gravellona. La cittadina è certamente una posizione militare importante. Caduta Gravellona, le forze partigiane potrebbero occupare tutto il territorio fino al Lago d'Orta, stabilire comunicazioni rapide con Valsesia e con il Cusio, premere su Baveno. Però si ha l'impressione che con l'attacco a Gravellona i garibaldini cerchino anche altro: una vittoria clamorosa da opporre a quella delle formazioni non comuniste, una affermazione di prestigio. (p. 61)
I partigiani avanzano fino al crocevia dove si uniscono le strade di Omegna, di Domodossola e di Baveno. Il fuoco nemico è infernale; da lì non si passa. Allora tentano di risalire la ferrovia, ma un reparto fascista si è sistemato in una fabbrica che fronteggia la scarpata e tiene i partigiani sotto un fuoco nutrito. Si va all'attacco della fabbrica con i georgiani che urlano e Barbisun che bestemmia. I feriti e i morti sono numerosi, le automobili fanno la spola fra Gravellona e l'ospedale di Ornavasso. (p. 62)
La Giunta dedica l'intera riunione del 18 settembre al problema dell'epurazione e decide questi provvedimenti: l'arresto degli iscritti al fascio repubblicano; l'istituzione di un campo per prigionieri a Druogno in Val Vigezzo; la destituzione dei podestà; la sospensione dei sussidi alle famiglie dei richiamati alle armi nell'esercito fascista. In pochi giorni vengono arrestate trecento persone: le carceri di Domo non sono mai state così affollate. A volte l'arresto è casuale: un partigiano o un cittadino crede di riconoscere per strada o in un negozio un fascista. Si mette a gridare, accorre gente, l'uomo viene sballottato, arriva la polizia, anche se non si sa bene quale polizia. Nei primi giorni della repubblica operano nell'Ossola almeno sette polizie, una per ciascuna delle formazioni partigiane, più quelle istituite dalla Giunta. (p. 85)
Il 4 ottobre i garibaldini attaccano le caserme fasciste di Pallanza. Ci sono scontri di pattuglie sul Montorfano, la "Valtoce" cannoneggia la stazione di Gravellona. Si fanno dei gran piani per liberare Omegna o Intra, ma non ci si muove dalla valle, le energie migliori vengono dedicate alle opere di difesa e alla fabbricazione di nuove armi. (pp. 120-121)

Dicono di Giorgio Bocca

Fra i giornalisti che hanno svolto prestazioni professionali per me c'è pure il grande moralizzatore Giorgio Bocca. Purtroppo ho potuto pagarlo troppo poco: pretendeva troppi soldi.
Paolo Cirino Pomicino
Giorgio Bocca può essere raccontato anche in poche parole. Il suo è stato un grande giornalismo, ma anche una grande faziosità e anche grandi errori. Abbiamo lavorato insieme negli stessi giornali, a cominciare dal Giorno per concludere, poi, tanti anni a Repubblica, L'Espresso, ma non siamo mai stati amici. Bocca era un tipo d'uomo complesso: non amava avere concorrenti e neppure contraddittori. Abbiamo combattuto molte guerre uno contro l'altro, inutile rievocarle. Oggi Giorgio è scomparso. Non so se mancherà all'Italia come dice qualcuno dei suoi colleghi di Repubblica, però certamente lascerà un vuoto... che io, però, non rimpiango.
Giampaolo Pansa
Giornalista d'istinto. Capace di rendersi simpatico e antipatico. Lo incontrai a Macao, lo portai in giro, lo aiutai. Il giorno dopo lessi nel suo articolo: "C'è qui anche il decadente Bettiza..."
Enzo Bettiza
In un'intervista alla Stampa, Giorgio Bocca ha detto che io sono un bravissimo giornalista che non capisce nulla di politica. Bocca non mi delude mai: riesce sempre a dire di me quello che io penso di lui.
Indro Montanelli

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026