Frasi
Frasi di Giovanni Arpino
36 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Giovanni Arpino raccolte in un'unica pagina: 36 frasi, divise per libro e argomento.
Giovanni Arpino (scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giovanni Arpino
Cara Signora, mi tolgo il cappello / il suo nome è una stella nella curva del cielo / il suo nome rimbomba della terra alla luna. / Mi vesto a festa, lancio i coriandoli / il suo nome è un nome / che si legge anche Torino. / Il suo nome è una montagna / di tanti scudetti, / agli altri la manfrina, una lacrima, un peto. / Il suo nome è il migliore, il suo nome è il più forte. / Tu dici: sono gob. E gli altri: sono morto. / Il suo nome si allunga, / si contorce in un lamento / ma resta l'idea in tutte le genti. / Si restringe, si allunga, fa eco rotondo / che perda che vinca tra i primi del mondo. / Juventus, gridano, / o Goba o Madama, / sei forte, sei cattiva, fai girare le scatole. / Ma un'altra non c'è / e nessuno è stanco / di soffrire e cantare il tuo nero e il tuo bianco.
Come la Mole Antonelliana o la Tour Eiffel, come l'Arco di Tito o la milanese piazza del Duomo, la Juve è, a suo modo, un monumento che deve saper mantenere intatta la propria identità.
Da Superga a Meroni a Ferrini, la storia del Toro obbedisce a un copione drammatico. Di rappresentazione in rappresentazione, società tifosi, giocatori si sono cuciti addosso una divisa mentale ormai indelebile come la maglia granata: è più importante soffrire che non vincere.
Fanno più disastri gli scienziati di quanti ne abbiano combinati gli ignoranti.
Già Blok aveva intravisto nel progresso della civiltà, nell'idolatria della macchina e del ferro la minaccia di una America russa, ove l'età «ferrosa» avrebbe soffocato la dolce Russia di legno, cara a Serghej.
Il luogo comune dice che metà Italia ama la Juventus e metà Italia l'odia. Io credo sia profondamente sbagliato: è molto più amata, solo anche d'un amore corretto, di un amore non facinoroso. E quelli che credono d'odiarla, non è odio di classe, ma invidia di classe.
Il Torino – come tutti sanno – è una fede. E anche se non sempre la fede può vincere, il suo valore resta incontaminato.
JUVE, JUVE La vecchia signora, la madama, la signora omicidi, Juve primo amore, la fidanzata d'Italia, l'ambasciatrice d'Italia, il miglior «sponsor» per Torino e l'entità piemontese: sono soltanto i più noti nomignoli e definizioni che hanno etichettato il Football Club Juventus, una realtà sportiva, sociale e umana di ormai quasi centenaria storia, una «identità» di stile e di opere che non trova riscontri nella Penisola.
La Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un "esperanto" anche calcistico, il Toro è gergo.
Mille società sportive, piccole e grandi, si cancellano a vicenda perché il loro modo di essere era dilettantesco fin dalle origini, viveva d' emotività, di risultati, di traguardi miracolosamente raggiunti, di sfide occasionali. La Juventus: mai. Gioca nel tempo. Il suo "valore" non è in un titolo in più o in meno, ma nella durata.
[...] la memoria torna sempre a quel 35' minuto del primo tempo: quando Anastasi, solo, ben lanciato, libero come un aquilotto in volo, batte di destro e il pallone fugge maligno (e punitivo per chi l'ha colpito malissimo) oltre la traversa. La Coppa Fiere era lì, in quell'attimo, in quel vuoto verde tra un portiere tagliato fuori e due difensori inglesi annaspanti alle spalle del centrattacco bianconero. Li si è chiusa la partita, poi continuata nella cronaca banale di un incontro confuso, accanito, agonisticamente rispettabile, ma senza più il guizzo illuminato e prezioso che distingue il grande calcio.
Nel panorama un po' troppo polveroso e chiacchierone degli allenatori di calcio in Italia, uno come Heriberto, che non strilla né soffia nella tromba, è di per sé un fenomeno, bello o brutto, amato o disamato a seconda di infiniti pareri personali. Ma certo è un uomo, ritagliato in un suo legno tutto speciale, con spigolosità che hanno un loro preciso carattere.
Non avessimo bisogno delle donne saremmo tutti signori.
Non risponde ai richiami, ma sta bene attento a ogni trillo del telefono, a ogni colpo di citofono, a ogni scampanellata alla porta. Perché non desidera estranei, gente che può occupargli il divano [...].
Non uscire sconfitti moralmente da Bruxelles [19]85, aver accettato da giocare una gara infernale, e tuttavia corretta, è un fatto juventino che solo tra molto tempo verrà misurato nella sua validità; che poi sia un grande esempio sportivo, viene di conseguenza.
Ogni vero ricordo è ancora un richiamo, una verità che ci lavora nelle ossa, un febbrile atto di sfida al buio di domani.
[...] Quando dici Juventus sei conosciuto da Helsinki a Melbourne, dal Canada al Pakistan. Ed è questa 'identità' che diventa biglietto da visita internazionale...
Qui ricordiamo le 39 vittime di Bruxelles il 29 maggio 1985 trucidate da brutale violenza. Quando onore, lealtà, rispetto cedono alla follia, è tradita ogni disciplina sportiva. Alla nostra memoria il compito di tenerla viva.
Russ cume 'l sang / fort cume 'l Barbera / veuj ricurdete adess, me grand Turin. / En cui ani 'd sagrin / unica e sula la tua blessa jera.
Se non avrai nemici significherà che hai sbagliato tutto.
[...] si addensano i nuvoloni della pubblicità intesa quale manna per i club indebitati: c'è chi studia sigle capaci di non turbare il tifoso romantico; c'è chi medita sponsorizzazioni massicce in grado di trasformare, se non le maglie, lo stadio, visto quale luogo deputato per la consumazione dello spettacolo; e c'è chi spera di ridurci tutti quanti, spettatori e protagonisti, ad Arlecchini carichi di toppe colorate, come i piloti di Formula 1.
Si scrive Juventus si pronuncia scudetto. "Vincere sempre, e con classe" è l'imperativo categorico della Signora. Nata come "seleçao" della borghesia torinese, via via è assurta a modello: una riserva dov'è vietato illudersi, dove giocare fa rima con lavorare, dove la vocazione ha il sigillo della professione. È un carattere di ferro la "fidanzata d'Italia". Dentro lo stile, c'è lo stiletto.
[La Juventus è] un complesso di forze vestito d'eleganza. È come una struttura. Certe volte sembra una scultura di quelle infinitamente moderne con qualque tocco liberty.
Una squadra che ha sempre avuto la nomea di stramba, estrosa, inventiva ma a volte troppo lunatica.
Valtellina, Valcamonica, giù fino ai laghi, alla Brianza, a Milano, non sono soltanto «luoghi» ma una culla storica in cui moltissimi di noi possono riconoscersi, anche se vengono da lontane regioni e da parlate diverse. Tra le mille Italie che conosciamo, questa è un'Italia di confine ma anche un «cuore» e un «fiato» che ci assomigliano.
Lodiamo questa Juventus, e lodiamo questo Torino. Da mesi sosteniamo che il campionato testé conclusosi è il frutto di un'annata irripetibile. Da mesi la supremazia torinese ha fatto il vuoto dietro di sé, relegando tutti gli altri club al ruolo di comprimari. [...] È stata una stagione che non potremo dimenticare: la Juventus l'ha onorata, rinverdendo di colpo il suo blasone, ammaccato dopo la «caduta» del '76. Il Torino ha dato il massimo. Inutile recriminare dove e come si è perso quel famoso punticino di distacco: i conti, retrospettivamente, appartengono alla scienza del poi, che talvolta laurea anche i somari.
Su tre fronti ha vinto la vecchia signora: conquistando la coppa, strappando di forza uno scudetto difficilissimo per il valore dei «cugini» granata, e infine sul piano della compostezza dialettica. Si sa quanto è lungo il romanzo del campionato: ebbene, qui la Juve non si è mai lasciata scappare un aggettivo di troppo, una virgola fuori posto. E questo stile non è lezione secondaria rispetto ad altri «angoli», dove si smarrisce il senso e si ciancia fuor di misura.
Al magnifico «Giuanin» e al presidente bisogna rivolgere complimenti, omaggi e brindisi: volevano una squadra da «derby». Ebbene, pur lasciando tre punti nelle due stracittadine ai granata, hanno costituito una «équipe» rocciosa, dove l'esperienza degli uni veleggiava sottobraccio alla vigoria atletica degli altri. Il «cocktail» bianconero ha così potuto meritarsi il primo alloro europeo e l'ennesimo titolo, smaniosamente ambito. È una conclusione logica: la tabella della classifica appare da oggi lo specchio di una verità destinata ad entrare nella leggenda del nostro calcio.
Frasi da «Il buio e il miele»
"Davvero lei pensa d'essere una pietra? Diceva così, prima" saggiai la confidenza.
"Macché. Penso mai io. Tutto qui il segreto: pensare a niente e ridere. Sempre tutta una gran risata. Non diventarmi noioso, Ciccio."
"Che significa donna o non donna? Dicono che sono innamorata di lui. Lo dicono tutti, persino mia madre, povera creatura, e di nascosto mi prendono in giro. Solo di nascosto però. Ma non è lo stupido amore, lo svenimento sfessamento che pensano loro. Io ho solo deciso. Io ho scelto. Come un cane s'incammina dietro un tizio per strada, e solo a quello. E aspetta. Aspetta e non ha bisogno di spiegarsi."
Non sopportai il suo sguardo, che aveva trovato coraggio nel crescere della confessione.
Mi sentii stupidamente disarmato.
"Non è amore" disse. "È fedeltà, è fede, è credere e aspettare. Più altre cose. Chiamalo, chiamatelo come volete."
Viaggio in Italia
Oggi con gli architetti parlo del Canal Grande. [...] La battaglia tra modernisti e conservatori è vivace. La casa progettata dall'architetto americano F. L. Wright presso palazzo Balbi all'angolo del Canale non potrà sorgere, sconfitta dall'opposizione. Eppure era meno invadente dei palazzi del Rinascimento nella Venezia gotico-bizantina. Il problema del Canal Grande mi è esposto da Egle Trincanato. Questa donna ancor giovane è una Venezia incarnata; ne conosce e sente ogni casa; ma alla moderna, con il suo sfondo sociale ed economico. Mi parla dei molti progetti, alcuni stravaganti, per riportare il Canal Grande nel mondo. Vi fu chi propose perfino di listarlo di fondamenta per il traffico pedonale, che avrebbero assassinato l'architettura dei palazzi fatti per guardare sull'acqua. Egle Trincanato parte dalla constatazione che oggi la vita si svolge subito dietro il Canale, nelle calli interne. (pp. 28-29)
Le case veneziane soffrono un quotidiano e crescente logoramento, dovuto all'umidità, alla salsedine, al flusso delle maree, alle onde provocate dalle imbarcazioni a motore e all'azione chimica delle acque; a cui si aggiunge la miseria di un gran numero di inquilini e padroni di casa. È minacciata l'atmosfera della città. (p. 29)
Egle Trincanato insiste sulla necessità di un piano meticoloso, da urbanisti cesellatori, che sappiano valutare Venezia calle per calle, casa per casa, vedendo così nel minuto quello che si può eliminare e quello che invece concorre all'ambiente artistico e storico. Ma il discorso dall'arte scivola nell'economia. (p. 29)
Il colore sloveno, se si può chiamare colore il tono spento che riveste vite poco loquaci, chiuse, sorde, e in gran parte povere, si può cogliere solo nel poco che rimane di fascia carsica ai margini della città. Salgo a Villa Opicina, sul confine del Carso. Abitava qui Silvio Benco. Partiva ogni domenica per l'interno del Carso, lui solo, inclinato su un fianco, la barbetta da capra, il passo un po' zoppo e il bastone. Si fermava a mangiare nell'osteria dove lo portava il caso, e dove poteva incontrare l'umanità che gli piaceva, la piccola umanità di osti-contadini e pastori. (p. 76)
Ho passato qui la giornata, ospite della mia amica Aurelia Benco Gruber, figlia di Silvio. Non è a Trieste in odor di santità. Intelligente, esuberante, impetuosa, perfino equilibrata quando discorre con gli amici, trascorre subito all'estremo quando incontra un'opposizione. A me riserva la sua intelligenza, il buon senso ed il sentimento italiano ma rischiarato da una mente europea. Intorno alla sua casa sento vivere una congrega d'anime sorde, rispettose e profonde, impenetrabili alla vivacità triestina. (p. 76)
Dicono di Giovanni Arpino
Un'ora con lui era un bagno d'osservazioni, ricordi, aneddoti, confessioni, sembrava che ti avesse spiattellato su un tavolo tutto se stesso.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026