Frasi
Frasi di Giovanni Camerana
21 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 21 citazioni di Giovanni Camerana, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Giovanni Camerana (poeta, critico d'arte e magistrato italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giovanni Camerana
Ave, Maria, di stelle inghirlandata, / curvo e triste nell'ombra io pur t'imploro; / la valle imbruna, è il fin della giornata; / coi mandriani dell'alpe io pur t'adoro. // Tu che salvi dall'ira del torrente, tu azzurra vision nell'uragano, / tu ospizio fra le nevi ardue, tu olente // aura, in che orror mi affondo, in che agonia; / l'onta, il ribrezzo, il gran buio crescente, / tu lo sai, tu lo vedi: Ave, Maria.
Come un bel sogno il bel giorno passò, / le tetre dune'sfuman nel crepuscolo, / sfuma il nordico mar dentro la nebbia, / come un bel sogno il bel giorno passò. // Le tetre dune sfuman nel crepuscolo, / le vigilanti del nordico mar: / desolati profili, enormi tumuli, / catene eterne del nordico mar. // Come un bel sogno il bel giorno passò. / Un fil d'ombra divien la freccia gotica; / lontan lontano, gigantesca lucciola, / già splende il faro; il bel sogno passò. // Un fil d'ombra divien la freccia gotica, / dei mulini il torneo strano finì; / sul cielo giallo nereggian le immobili / braccia di spettro; il bel sogno svanì. (Helder; in Dal testo alla storia dalla storia al testo, vol III, tomo I, pp. 802-803)
Costei è il nero fatto carne viva / per l'alta ebbrezza nostra ed il tormento; / certo costei dal buio abbracciamento / degli uragani e della notte usciva. // Certo nata è costei, tigre lasciva, / cupa tigre dal passo ambiguo e lento, / quando, o Trinacria, te comprime il vento / d'Africa e strugge la gran vampa estiva. // Qual nome darti, o audace imperio, o muto / fascino delle chiome atre? Chi sei / tu, fatta d'ombra e fatta di velluto // come una bara? Quale a saziarti / basterà, o tigre, fra i rei, / o implacabile rea, quale a placarti? (Tenebre, in Poesie, a cura di G. Finzi, Einaudi, Torino, 1968.)
Per una adolescente. J'aperçois tes yeux dans les flammes des phalariques et sur la dorure des boucliers.FLAUBERT| Crescerai bruna e trionfal, destando / su dal cuor delle turbe, al tuo passare, / come olibani'effusi ad un altare, / grida e plausi, che sprezzerai, varcando. // Dai neri occhi usciran lampi di brando / e altezze d'inconturbato mare; / fascini vaghi avrai d'alba lunare, / possanze d'ombra, imperïal comando. // Degna eri tu di scintillar nell'alto / di un'acropoli, al sol punico, ritta / sovra un trono di smalto e di basalto; / e da gli elefantarchi'e le coorti / verso la fosca tua bellezza invitta / clamasse il glorïal canto dei forti. (Salammbô)
Il pioppo nell'azzurro / è un vivo tremolio di grigio e argento; / fa in mezzo ai rami il vento / lento sussurro. // Per la marea dorata / delle messi, olmi e noci hanno sembianza / grave; la lontananza / splende infiammata. // Rosseggia il cascinale / fra pianta e pianta; il muricciuol di creta / piove una larva queta / dentro il canale. // Dentro il canale, a riva, / cinque bianche in concistoro / si dicono fra loro / l'egloga estiva. // Verran le luccioline / stasera, or pieno è il prato di farfalle: / candide, glauche e gialle, / grandi e piccine. // Al gaio torneamento / la libellula mesce il suo ronzio; / e il pioppo è un tremolio / di grigio e argento. (da Il pioppo nell'azzurro)
Il tugurio è lugúbre, la campagna è profonda. / Il tugurio è una tetra macchia meditabonda; / come una grande affranta la campagna sospira. / Bacian le nebbie il prato, le nebbie il prato attira / voluttuoso. È l'ora che si acquetan gli ardenti / uragani dell'anima, e che i chiusi lamenti, / le rivolte, le seti sconfinate, i blasfemi / superbi e rimbalzanti fino ai cerchi supremi / paion volgere in mite preghiera. È l'ora strana / in cui si fa di intenso cobalto la lontana / montagna e di vïola finissimo; e fra i torvi / tronchi, e nei rami brulli, abitati dai corvi, / splende, fornace enorme, tempesta incandescente / d'oro, d'ambra e di sangue, l'autunnale ponente. / E quell'orgia di brace, la campagna profonda, / il tugurio, funerea macchia meditabonda, / e dei tronchi e dei rami le buie forme nude / si specchian capofitte nella plumbea palude. / Beinette, 14 novembre 1882. (Note morenti, in Il decadentismo, pp. 103-104)
La nera solitudine alla nera / solitudine; – il sogno alto al profondo / pensier; – la sera che è triste alla sera / che piange; – al mondo infranto il bieco mondo.
Quando, angoscioso come una sventura, / striscia e pesa sui campi il sepolcrale / buio notturno, e, ragno enorme, il Male / trama in silenzio la sua tela oscura, // io per le vacue vie, lungo le mura / gialle, ove occhieggia e si dibatte e sale / l'Incùbo, io sogno un sogno mio spettrale: / e il ricordarlo, e il dirlo, m'impaura. // La terribil scalèa, più solitaria / che la più solitaria gola alpina, / la scalèa maledetta e leggendaria, // fra cento archi e colonne ascende e gira, / irta di travi, cadente in rovina, / tetra Babele dalla immane spira. / Torino, maggio 1881. (Piranesi, in Il decadentismo, p. 103)
Sogno e medito e invidio il velo nero, / il vel che avvolge la tua faccia pallida, / che recinge la tua testa ineffabile; / sogno e medito e invidio il velo nero! // Felice il vel, perché ti bacia e tocca, / perché freme del tuo fiato al tepore; / felice il vel, beato il tenebrore, / felice il velo che ti bacia e tocca! // Felice l'ora che non verrà mai / di sentir fra le mie convulse mani / il vel, il viso ed i capelli strani! / Ora infinita che non verrà mai! // Il velo, il viso e gli strani capelli, / i capelli d'abisso e di fuligine / negri cotanto da parer cerulei! / Il velo, il viso e gli strani capelli! // Ora infinita e grigia dei tramonti / d'autunno! Il velo soffuso di stille / di nebbia, e gli occhi vibranti faville, / tigre fatal nel grigio dei tramonti, // io, più raggiante che un levar di sole, / ti coprirei di baci e di carezze, / ti morderei nelle più estreme ebbrezze, / io più raggiante che un levar di sole! // Gli occhi, la testa bella, il velo nero, / i capelli d'abisso e di fuligine, / tutte del corpo tuo le arcane tenebre! / Sogno e medito e invidio il velo nero. (Il velo nero, in Dal testo alla storia dalla storia al testo, vol III, tomo I, p. 801)
Poesie
Sembra un'eco tranquilla di gironda / fra i tuoi monti il tuo nome, o ; // verde, selvosa, remota, profonda, / fin dall'infanzia ti sognai così. / (p. 20)
Tempo di morte, sepolcral coperchio / di angoscia e d'afa nella cupa estate; / o lèmuri di fiamma che tremate / sull'immenso dei campi arido cerchio // e sprona intanto lo ardor già soverchio / la beffarda cicala; o fulminate / dal sollïon boscaglie, o arroventate / mille torture, io voi stringo e rincerchio // nel nodo mio furente d'anatèma; / mentre al buio pensier tornano e fremono / i bei verdi del Potter e di , // e gruppi e fila di molini a vento, / poi, nel vanir dei piani, Harlem, che premono / nuvole sopra nuvole d'argento. / Torino, 8 agosto 1904. (Canicola, p. 45)
Augustal Reno, vasto e lento Reno, / vasto qual frase Beethovenïana, / lento come un gran pianger di campana / languida in decembral vespro sereno, // verso qual cielo, in qual profondo seno / del tempo dileguò l'ora lontana? / Dove il salve mio primo a tua sovrana / onda, e la strofa d'ombra e di baleno? // Inabissaron gli urli e la zagaglia / delle Valchirie? Ove spirar gli squilli, / gli squilli che scotean rupi e boscaglia?... // Parla il fiume: «Com'io revolvo in sorte / cieca, e così lo Universal. – Tranquilli / forse responsi ha l'isola di morte». / (p. 47)
Tranquilla Oropa, ove sognai, lontano / da tutti gli echi del mondo; tranquilla / piazza, ove d'ambra e d'oro è il sol montano, / e il grigio fonte secolar zampilla; // trasparenze e bianchezze infra il silvano / mister sui clivi, e della occidua squilla / dolci vibrazïoni e pianto arcano; / tenebra chiusa, olente, in cui sfavilla // come un bracier di dïamanti e come / una queta invernal notte serena, / la fosca Etìope da le fulve chiome; // fra voi questa parea pugna terrena / svanir, fantasma stanco e senza nome, / in unAve Maria, gratia plena. / (p. 58)
Ti ho veduta al finir del giorno, quando / si arrampica la febbre per le mura / erte. Una melma lenta, gorgogliando, / si trascinava alla tua bocca oscura. // Ogni macchia più ambigua, ogni nefando / miasma, il baccanal della sozzura; / lo strano ritmo andava fluttuando / fra odor di cesso e odor di sepoltura. // Ed io pensavo: «Dentro i limbi tuoi / quante al Tebro portasti e all'oceàno, / sconcezze, o fogna, da Tarquinio in poi! // Ma poiché lasci indietro il cuore umano, / poiché il suo fango vomitar non puoi, / senti!... anche il tuo, cloaca, è un nome vano». / (Alla cloaca massima, p. 133)
Si dirada, agonizza e poscia appieno / scompar l'alpina flora. / Splende il ghiacciaio sul cielo sereno. / Dalla grigiastre basi escon rigagnoli / frementi in rauca melopea sonora. // Noi, vinta la morena erta e montona, / calchiam l'argenteo deserto. È una pace / candidissima, bieca, / e affascinante; ogni fragor si tace. / Parlan di morte i bei crepacci glauchi. / Scricchiola il ghiaccio; il gran bianco ne accieca. / (Sul ghiacciaio, p. 135)
Non già nel saldo scintillante argento, / ma nelle strofe mie battuta e chiusa, / questa grave, Jerace, a te presento / medaglia trïonfal di Siracusa. // Dal centro splende, i forti ricci al vento – / come un astro – il profil dell'Aretusa; / amor fremon le nari avide, il mento / impera; e la stupenda testa, inclusa // fra i guizzanti delfin, canta il Peana / della quadrupla immensa Urbe, la gloria / feral d'Imera e la doma . // Ecco a te il decadramma! – A retro, scalpita, / coronata dal vol della Vittoria, / la gran quadriga – e il saldo argento palpita. / . (Decadramma, p. 175)
Poesie – In Poesia italiana, a cura di Maurizio Cucchi
É autunno. Il parco tanto verde un dì, / splendido tanto, / intirizzisce nella nebbia; il canto / cessò nei rami; ogni allegria finì: / È il triste ottobre. I fracidi sentier / son seminati / di foglie gialle e piene d'acqua; i prati / fumano, come un immenso incensier; / sullo stagno, che attonito squallor, / che strana calma! / Forse lenta nel fondo erra la salma / di qualche ondina dai capelli d'or; / le bacian l'alghe flessuose il piè / fatto di neve; / non è una morta, è un'ombra bianca e lieve, / una ideale trasparenza ell'è; / nel buio specchio rigato qua e là / di un tenue filo / bianco, immerge la selva il suo profilo, / la sacra selva per antica età; / è autunno, è il pianto , il respir / dell'agonia; / gravi echi d'arpa e strofe d'elegia / paion dal lago e dalla selva uscir... (Corot, p. 776)
Se non ci sei, mi sembra un sepolcreto / questo villaggio; / svanita è la malìa del paesaggio, / del verde idillio queto, / se non ci sei. // Se non ci sei, rifaccio il mio sentiero / a fronte bassa, / e i colli, i fior, la nuvola che passa, / tutto mi è strano e nero / se non ci sei. // Se non ci sei, se non ti leggo in volto / che sai ch'io t'amo, / che irrequïeto ti sogno e ti chiamo, / che il raggio mio m'è tolto / se non ci sei; // se non ci sei, mi avvinghia oscuramente / nelle sue braccia / la Noia, incùbo dalla tetra faccia; / l'ore son nebbie lente / se non ci sei; // Ma se ti trovo, sfuggon via col volo / delle farfalle; / ride la casa, un cantico è la valle, / un trillo d'usignuolo, / quando ti trovo! (Se non ci sei..., pp. 781-782)
Tu sei mia. Dal triregno'alto raggiante, / cui sormonta la croce aurea, dal fiero / triregno cuspidal fino alle piante, / Tu sei mia; Tu il profondo astro, Tu il nero // astro fascinatore, il dïamante / notturnamente abbagliator; mistero / di penombre e di lampi, sfolgorante / Sirio, fascinator del mio pensiero. // Tu sei mia Tu che sei nera ma bella, / nera come la intensa lava Etnea; / bella come gli Etnei clivi al bel sole; // sei mia, perché sei nera e arcana e bella, / mia fra i veli del sogno e dell'idea, / mia nel bivio fra il sogno e le parole. (Oropa e la statua, p. 783)
Dicono di Giovanni Camerana
La poesia per il Camerana, fu da prima, più che una creazione, uno stato dell'anima. Nel fondo di questa giacevano indistinti e confusi i sentimenti della gloria, dell'amore, della fede, e venivano indifferentemente espressi con il verso, la linea e il colore o la nota musicale. Il poeta non si ripiegava in sé per rendere più nitidamente la sua immagine, né il pittore il suo paesaggio, né il musico la sua sinfonia: l'ispirazione usciva scabra e selvaggia, senza dar tempo a pentimenti od ammettere dilazioni. C'era del donchisciottesco in codesto procedere, ma c'era anche della sincerità e una violenta brama di cose nuove. Si battagliava continuamente in macabre tenzoni, cinti d'ogni orrore della natura e dello spirito, senza tregua e senza consolazione.
Sono usciti in magnifica edizione i Versi completi (credo) di Giovanni Camerana, il poeta magistrato che, non è molto, già arrivato in alto e avendo passato la sessantina, si è ucciso, come un giovine senza conforti e senza avvenire. Era uomo di carattere integro e di coscienza superiore. La sua morte ha armonizzato con la sua vita e con la sua arte ed è stata, quasi per tragico destino, una conseguenza logica di quelle. Giovane, si era unito con Emilio Praga ed Arrigo Boito, e, contro il tradizionalismo persistente, aveva inneggiato ad un'arte nuova e libera, piena di sensazioni raffinate, di fantasie strane e terribili come incubi, di godimenti squisiti e sottili come veleni.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026