Frasi
Frasi di Giovanni Testori
18 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 18 citazioni di Giovanni Testori, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Giovanni Testori (scrittore, drammaturgo e storico dell'arte italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giovanni Testori
Abitando in un paese appena fuori Milano, uso servirmi, pei miei quotidiani spostamenti, delle Ferrovie Nord; greve eppur cara dimestichezza che dura dai lontani tempi della scuola e durerà, spero, fino alla conclusione stessa della vita. Chi li abbia frequentati sa che quei treni, grigi e malandati, risultano quasi sempre disagevoli, tanto son colmi di viaggiatori: pendolari del lavoro, dell'impiego, dello studio, e, insomma, nei modi più diversi, della fatica. Solo la notte, all'ultime corse, capita di trovarli vuoti; o quasi.
Era, quella di ier l'altro, una notte freddissima; terso e come ripulito da un vento di cristallo, il cielo; innumeri, dentro di esso, a portata, ecco, di mano, le tremanti luci delle stelle. Resti di neve, per le strade, là dove il traffico non l'aveva di già ridotta a pantano; e, tuttavia, bianchissima coltre appena, passate le gallerie, il treno avrebbe accostato gli ultimi, derelitti orti della Bovisa...
Affondare gli occhi nel nostro male tenendo presente il Dio che abbiamo lasciato o, quantomeno, il dolore d'averlo lasciato, non significa veder meno: significa vedere ancora di più; e significa, inoltre, non poter più usare la parola (quella parola che è appunto ciò che si fa carne) come menzogna; menzogna che è servita e serve per usare la carne; per colpirla, crivellarla e stenderla, assassinata, su una delle strade che avevamo costruito per il nostro bene e per la nostra vita.
Anche Tua madre ha gridato. / S'è afferrata alla mangiatoia / quando dal ventre le uscivi. / Sapeva anche lei / che nascendole Cristo / come Dio le morivi?
A quanti, come chi scrive, lo hanno sempre amato, forse perché in qualche parte o misura si sono sempre sentiti "in passione socii", sia concesso quel silente grido di vittoria che dovrebbe accompagnare il lento traghettarsi da questa buia riva all'altra, cui non è necessario credere perché esista; il traghetto di un grande poeta che il dolore e l'insipienza della nostra vita ha vissuto, partecipato e rappresentato fino all'ultimo respiro; creando così, per tutti, una terribile forma di nuovissimo e atroce splendore.
Ferroni più incisore che pittore? Non questa è la scelta. La scelta è, se mai, sulla definizione del suo mondo poetico o di come possa venir pronunciato con esattezza. E lì, non esistono dubbi; la risposta pende tutta dalla parte del biancore che chiama se stesso dal nero; della luce che chiama se stessa dall'ombra; o viceversa; insomma, dalla parte della neve abbacinata e abbacinante e dei bui velluti, densi e fruscianti come licheni, che si formano, piano piano, sull'intero sunto e, insieme, sull'intera consunzione dell'umana storia; ma, soprattutto, sulla possibilità che tale storia venga vanificata dalla domanda che, a un determinato punto del processo, insorge circa la sua realtà e, insieme, circa la sua ragione d'essere veramente esistita e di veramente esistere.
Il modo in cui la musica di Bachsotto o dentro le mani di Michelangeli, nell'unico, inscindibile impasto che si crea tra le sue mani e i tasti del pianoforte, andava depositandosi nello spazio era appunto un cerchio di perfezione. Non la perfezione di ciò che è obbedienza tecnica e meccanica, ma di ciò che è ripercorrimento e reinvenzione dell’impronta suprema e del supremo disegno fattisi musica, suono: quell'impronta che, appunto, genera perché il generato ritorni dentro il proprio grembo.
In fondo, trovare il Cristo fasciato dai panni della nascita significa trovare dentro di noi il bambino che il Padre ha creato; significa, insomma, trovare dentro di noi la possibilità della nostra vera innocenza.
Negata, dunque, e rifiutata ogni bellezza, ogni sua memoria, ogni suo segno? È questione d'intenderci; poiché una bellezza deformemente solenne e deformemente sublime sibilante nella sua voragine e nella sua perdizione d'un nero più nero dei fori stessi da cui nasciamo e da cui defechiamo, è presentissima e, anzi, intona e incarna lo stesso dissistemato sistema dell'ultimo Varlin; ed è da delibarsi come una risata che si faccia «complainte» sulla cisterna, tre sull'orinatoio, sul vespasiano e sulla latrina dell'universo mondo; e degli universi cieli. Ma, oltre a tutto questo, fate ben attenzione; in , in quei precipizi, in quegli iati, esistono occhi che v'attendono al varco: celesti, azzurri o neri, essi, possono fulminarvi lì, per sempre, con la forza e l'ipermalia medianica di gioielli fabbricati da un vero e proprio terrorista psichico; in essi s'è infatti coagulato tutto ciò che, per anni e anni, era stato il rutilante splendore della materia e delle trombe pittoriche varliniane; esistono bocche che possono aprirsi, mordervi, addentarvi, baciarvi; facce che possono ipnotizzarvi e obbligarvi a seguirle in eterno [...].
Nell'ora tarda, nell'ora, qui, della dorata sera, vieni, Madre nostra amata, vieni, cascina consacrata! [...] Noi ti chiamiamo. Di Te sete, fame, bisogno abbiamo. Vieni, porta disserrata, speranza disarmata, cima altissima innevata! Tu sai, parlare Ti dobbiamo; su di noi, povere formiche, intorno a questa sedia che T'attende, non spirito, ma carne, Ti dobbiamo interrogare.
[...] l'atto più rivoluzionario che l'uomo possa oggi compiere è anche l'atto più antico: l'accettazione delle sua origine sacra, divina.
L'esempio più sporco e osceno di chi finge di perdere il proprio ruolo sociale per mantenerlo.
L'uomo e la sua società stanno morendo per eccesso di realtà; ma d'una realtà privata del suo senso e del suo nome; privata, cioè, di Dio. Dunque, d'una realtà irreale.
Mitoraj s'è sempre mosso per consegnare al nostro tempo le truppe di resistenza e d'assalto di ciò che il nostro tempo soprattutto desidera pur mostrando di non saperlo poi raggiungere: cioè, il valore morale, etico, religioso, se non addirittura teologico, della bellezza. È stato proprio continuando a battere su questo bisogno, e a battere con la paziente e pervicace costanza con cui gli antichi fabbri percuotevano il ferro, che Mitoraj ha, per dir così, scoperto più da vicino di che dolore, di che "lagrime e sangue" tale bellezza non può non "grondare".
Quando ho detto che sono nato nel 1923, a Novate, cioè a dire alla periferia di Milano, dove da allora ho sempre vissuto e dove spero di poter vivere sino alla fine, ho detto tutto.
Se c'è una pittura silente, anzi, nella sua mutezza, addirittura agghiacciante (ed abbagliante), questa è proprio quella di Grünewald. L'urlo, se esiste (e sicuramente esiste), viene di continuo ricacciato nella gola; anzi, nel buio più riposto del ventre; nei sotterranei dove s'annida la gloria dell'esistere e, insieme, la sua sconcezza, dove si verificano le sue nozze, i suoi pasti, ma anche i suoi coiti osceni e i suoi atti da stalla e da latrina.
Se T'ho amato / è stata forse / anche questa / una proterva lussuria?
Siamo soli, ecco la constatazione terribile e primaria, soli, per sempre; e, chissà, soli da sempre. Trafitti dalla luce di ciò che fu; quella luce che diventa, sembra dirci Ferroni, tutto ciò che siamo stati e saremo. Così anche quando non esisteremo più come corpi, questi interni, questi studi, questi muri (o altri, forse differenziati, ma pur sempre eguali) vivranno ancora; e di noi, unico baluginio, cadrà, su di loro la luce in cui saremo andati, poco a poco, a finire; o a bruciare, come farfalle da lei troppo attratte, e disperate.
T'ho amato con pietà / con furia T'ho adorato. / T'ho violato, sconciato, / bestemmiato. // Tutto puoi dire di me / tranne che T'ho evitato. (da Nel tuo sangue)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026