Ritratto di Giuseppe Culicchia
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Frasi

Frasi di Giuseppe Culicchia

15 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Giuseppe Culicchia raccolte in un'unica pagina: 15 frasi, divise per libro e argomento.

Giuseppe Culicchia (scrittore e traduttore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Giuseppe Culicchia

Era la prima volta che tornavo in una terra che per me era una favola perché ne avevo sempre sentito parlare in famiglia e aveva assunto dei toni davvero mitologici. La Sicilia era la cosa più esotica che potessi immaginarmi malgrado sul sussidiario della scuola ci fossero paesi più lontani, però per me fare quel viaggio significava davvero dare una prima occhiata al mondo al di fuori delle mura tra cui ero cresciuto.
Citato in Giuseppe Culicchia: "Sicilia, o cara", Feltrinellieditore.it, 27 luglio 2010. Video disponibile in Giuseppe Culicchia: "Sicilia, o cara", Youtube.com.
Cercare di identificare i personaggi è, tutto sommato, un gioco inutile. I nomi dei politici che ho scelto più che identificare individui particolari rappresentano maschere nazionali. Quelli sono i vizi comuni della politica italiana: è lo spirito dei tempi, quello della Casta per intenderci. Poi Torino è la città italiana in cui negli ultimi anni si è costruito di più, un processo che riguarda tutte le città post-industriali, destinate a diventare città del divertimento. Il modello, anche se non esplicito, è Las Vegas.
Non sei nessuno se non stai su MySpace, se non sei almeno su YouTube, non importa se in un filmato in cui vomiti addosso alla tua collega creativa sulla sedia a rotelle, come succede a Iaio nel libro . Non sei nessuno se non ti invitano alle vernici, alle inaugurazioni.
Se lo scrittore non racconta la realtà viene accusato di guardare solo il suo ombelico, se la racconta gli dicono che denigra.
La Sicilia è il mio paesaggio di riferimento. Il luogo di casa. Quello in cui vorrei passare gli ultimi anni della mia vita. Il cimitero di Marsala, ad esempio, ha un fascino tutto particolare, con quel giallo di tufo, gli alberi rigogliosi, il vento che spazza i viali.
La parola "decrescita" è praticamente un tabù nella nostra società dei budget con molti zeri e delle politiche suicide. I singoli, da soli e se anche cambiano mentalità nel loro quotidiano, non riescono a fare un granché. Mentre noi proviamo a rivoluzionarci, ci sono le economie orientali come la Cina che mutuano da noi i modelli di sviluppo, crescono a dismisura e poi le conseguenze le paga tutto il pianeta.
Le idee mi vengono ovunque, ma poi le metto in ordine nel mio studio. No ho mai avvertito, da scrittore, il desiderio di prendere e andarmene. Torino non è Roma. Sotto la Mole se vuoi riesci ad isolarti molto bene per trovare concentrazione.
Oggi un libro come American Psycho non lo pubblicherebbe nessuno. E, se anche fosse, verrebbe massacrato ancora più di quanto non avvenne allora. Ormai prevale l'idea che la qualità di un libro non conti: contano semmai le idee politiche dell'autore, la sua posizione in merito a determinati temi. Fermo restando naturalmente che il libro deve essere in grado di superare l'esame dei tutori del politicamente corretto, non urtare nessuno, a cominciare dalle minoranze. La cosa sconvolgente, in tutto questo, resta l'incapacità di capire che American Psycho è un romanzo profondamente morale, nonché la critica più lucida e feroce al liberismo capitalista e alla religione del denaro.
Temo che Ellis non sia tra gli scrittori più amati della scena letteraria americana: non è in linea con il pensiero dominante, non scrive storie consolatorie, non sa cosa sia un lieto fine, se ne sbatte delle aspettative di critica e pubblico scrivendo solo e sempre quello che vuole e quando ha voglia di farlo. Naturalmente, ne paga le conseguenze.
Il narcisismo di certi censori è francamente insopportabile. Il fatto è che questi signori non si rendono conto di quanto sono ridicoli. Ma sarebbe ora che noi ci si rendesse conto di quanto sono pericolosi.
Ellis scrive libri che sono cataloghi. È la sua forza. Come David Hockney, quello delle piscine, che cita: ti sembra di vedere un suo quadro, dove i particolari sono molto nitidi. Anche le descrizioni dei delitti. Certe immagini non mi lasciano più.
Una delle cose più difficili da rendere in un romanzo sono i dialoghi. I suoi sono sempre credibili. Ti sembra di sentire la voce dei personaggi.
Spesso Ellis non è stato capito. È successo a Jonathan Swift, quando scrisse che per risolvere il problema della fame bastava mangiarsi i bambini. Era il '700, però. Sono passati invano alcune centinaia di anni.
American Psycho era una satira ferocissima sul capitalismo, su un mondo privo di valori. La cosa clamorosa è che quando uscì, e anche dopo, non solo femministe inferocite e critici improvvisati ma anche persone di una certa levatura intellettuale lo scambiarono per un inno a Patrick Bateman, al cinismo, al crimine, mentre era una critica durissima al sistema. Non a caso, l'idolo di Bateman era Donald Trump, che allora era solo un tycoon.
Uno scrittore non deve giudicare i suoi personaggi. Molti scrittori purtroppo si autocensurano. Viviamo in un'epoca che ricorda la caccia alle streghe di Salem, quella messa in scena da Arthur Miller nel "Crogiuolo". Un clima che da una parte è ridicolo, dall'altro fa paura. Una collega mi raccontava che stava traducendo il romanzo di una scrittrice con un personaggio razzista e l'autrice non usa la parola negro, per non offendere i lettori, ma "n" con i puntini di sospensione. Come si fa? Se uno è razzista, dice negro non n...

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026