Ritratto di Giuseppe De Lorenzo
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Frasi

Frasi di Giuseppe De Lorenzo

10 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Giuseppe De Lorenzo raccolte in un'unica pagina: 10 frasi, divise per libro e argomento.

Giuseppe De Lorenzo (geografo e geologo italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Giuseppe De Lorenzo

[...] il serio e sincero Rudyard Kipling; il quale, pur essendo banditore del più energico imperialismo britannico, ha ben compreso ed artisticamente esposto il valore dell'oriente, mostrando anche come e quando non vi sia più differenza tra oriente ed occidente.
Citato in Gianni Sofri, Gandhi in Italia, Il Mulino, Bologna, 1988, p. 128. ISBN 88-15-01768-2

Geologia e geografia fisica dell'Italia meridionale

Nel complesso le Isole Pontine, tenendo anche conto delle loro propaggini sottomarine, formano un importante gruppo vulcanico: quasi una formidabile avanguardia della schiera di giganti sparsa nel prossimo continente. (cap. VI, p. 168)
Tra l'ampia e salsa solitudine del golfo di Gaeta e la coppa azzurra di quello di Napoli si protende per circa quaranta chilometri nel mare, fuoriuscendo dal mirabile piano della Campania Felice, una serie di colli, di seni, di penisole e di isole, a costituire una terra, plasmata e agitata dai sotterranei fuochi, la quale perciò appunto fin da remotissimi tempi porta il nome di Flegrea. (cap. VI, p. 168)
[...] i vulcani flegrei avevano una straordinaria forza esplosiva; giacché non rassomigliavano ai vulcani lavici, continui, come il Vesuvio, lo Stromboli, il Kilauea, ma erano quasi dei giganteschi mortai verticali, che lanciavano con formidabili esplosioni in aria il materiale, polverizzato dalle grandi riserve di vapor d'acqua o acqua semiriscaldata sotterranea, che ogni tanto si liberava così dall'eccessiva tensione. Ogni singolo punto che studiamo della regione flegrea, ci rivela tale origine esplosiva, violenta. (cap. VI, p. 171)

L'Etna – Citazioni

Le nevi dell' Etna [...] non sono persistenti, tranne che sulla sommità, dove durano ancora durante l'estate al riparo di letti di ceneri e lapilli, che sopra vi si depositano. Generalmente in fin di luglio esse sono quasi tutte fuse, per cominciare di nuovo a depositarsi nell'autunno ed aumentare gradatamente di volume e d'estensione per tutto l'inverno. Vige sempre qui, come altrove, l'alterna vicenda delle stagioni e del tempo, descritta nel carme oraziano, in cui l'anno e l'ora, che rapisce l'almo giorno, ammoniscono a non sperare cose immortali. (pp. 20-21)
Nel testo "Geneneralmente".
[...] anche sulle falde dell'Etna oltre il fiore della ginestra v'è quello del limone e dell'arancio e della vite, che imbalsama l'aria col suo profumo e solleva l'animo del pellegrino, distogliendolo dallo spettacolo di distruzione e di morte, per fargli solo ammirare il quadro mirabile, per quanto illusorio, creato dalla vita attraverso tante distruzioni e tante morti. (p. 103)

Venosa e la regione del Vulture

Avendo subito compreso la forte posizione strategica di Venosa, i Romani nel 291 a. Cr. vi stabilirono un ingente presidio di ventimila coloni e ne fecero così una formidabile piazza forte, atta a tenere in rispetto i Sanniti, gli Appuli ed i Lucani, nonché le città greche della costa. Così Venosa e la regione del Vulture divennero come un centro di forza romana, dominante sulla circostante barbarie, e risplendente anche di civiltà, quando il fiero vincitore tolse le arti alla vinta Grecia e le introdusse nel selvaggio Lazio.
L'importanza di Venosa si palesò infatti nelle due guerre più fiere, che Roma ebbe a sostenere nell'Italia meridionale: quella contro Pirro e l'altra contro Annibale. (pp. 31-32)
Dopo la presa di Taranto nel 272 e la fondazione di Brindisi nel 244, Venosa crebbe ancora d'importanza, giacché fu il punto di passaggio della via consolare per Brindisi e per Taranto e divenne così una delle principali stazioni della grande arteria militare e commerciale tra Roma e l'Oriente. Cicerone, che vi possedeva una villa, dalla quale è anche datata una delle sue lettere, rammenta più volte Venusia come un punto di riparo lungo il viaggio da Roma a Brindisi. E così Venosa restò durante tutta la repubblica e l'impero come un vivo fuoco, da cui la forza di Roma raggiava superbamente su tutta l'Italia meridionale. (p. 33)
Restano ancora i segni delle antiche strade, giacché, come osservano i due storici dell'arte di quelle terre, Lenormant e Bertaux, le strade, per le quali la direzione era stata determinata dalle accidentalità del suolo e dalle quali dovevano per secoli e secoli essere regolati gli scambi e gli incrementi della civiltà, sono state come pietrificate nelle terre d'Italia mediante il lastricato delle vie romane. Gli itinerarii aperti dalle legioni sono gli stessi, che erano stati seguiti dalle immigrazioni degli antichi popoli, gli stessi ancora, che durante il medio evo dovevano essere battuti dai mercanti e dagli artigiani. Anche oggi la maggior parte delle ferrovie, che attraversano e superano così arditamente le montagne d'Italia, non hanno fatto che riprendere la direzione di quelle vie secolari. L'opera immensa delle vie romane è stata compiuta con sì perfetta delle necessità geografiche, che sarà sempre legittimo, in Italia, lasciare alle grandi vie tracciate dalla natura il loro nome romano, nome di console o d'imperatore. (pp. 33-34)
Il più cospicuo ricordo della dominazione angioina nella regione del Vulture è certamente il castello di Melfi, che s'erge sulla viva roccia dell'antico vulcano e col suo profilo irregolare è tanto diverso dalla maestosa fabbrica sveva di Lagopesole.
Melfi conserva anche altri ricordi, di architettura anteriore al periodo angioino. Per esempio la Porta Venosina, che portava un'inscrizione di Federico II pare che sia ancora quella dell'epoca sveva, a sesto acuto, mentre il torrione rotondo, che la fiancheggia, è opera aragonese. E il grazioso campanile, coi musaici greci, che contornano le finestre, e i grifi colorati, che adornano il terzo piano, è opera del 1153, come risulta da una inscrizione incastrata nella base dell'edificio. Le porte della chiesa di Sant'Andrea, Santa Maria la Nova e S. Lucia sono successivamente del secolo XII, XIII e XIV. La più ricca porta medioevale, che si fosse conservata nella città, si trovava nel cortile di un antico palazzo baronale ed era di qualche importanza, come opera dell'arte locale verso il 1200 e come esempio unico nell'Italia meridionale dell'architettura civile di quei tempi. Oggi quella porta è emigrata lontano, chi sa dove. (pp. 95-96)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026