Frasi
Frasi di Giuseppe Lipparini
15 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 15 frasi di Giuseppe Lipparini: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Giuseppe Lipparini (critico letterario, poeta e scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giuseppe Lipparini
È senza dubbio una delle più pittoresche d'Italia, degna veramente di essere conosciuta di più.
[...] il destino almeno in questo gli è stato propizio, che gli ha fatto chiudere gli occhi in pace, poche settimane or sono, proprio a Viareggio, in riva al suo bel Tirreno, nelle campagne care alla sua malinconia. Del resto la malinconia (la «ninfa gentile» del Pindemonte) era stata fin dalla nascita la sua dea, e lo aveva accompagnato sino alla fine, da quei primi Versi tristi del 1887 al Convegno dei cipressi e alla Primavera del desiderio e dell'oblio e alla Solitudine delle palme – raccolte nel 1922 nel volume zanichelliano dal titolo Il Convegno dei cipressi – benché in quest'ultima egli tentasse anche, e non sempre infelicemente, la corda della poesia gnomica e civile. Ma il vero Giorgieri Contri, quello che merita di essere ancora ricordato tra i migliori artefici di versi dell'ultimo Ottocento e del primo Novecento, è l'autore delle malinconiche e crepuscolari poesie del Convegno e della Primavera, e sopra tutto del primo. Pur movendosi nell'alone del Poema paradisiaco, e degli ultimi parnassiani, e dei simbolisti francesi (De la musique, de la musique encore – de la musique avant toute chose...), non senza qualche riferimento ad altri poeti nostri anteriori, come il Panzacchi, egli riuscì a modulare una nota tenue ma sua, e fu in qualche modo il precursore di Gozzano e dei poeti crepuscolari.
Frasi da «Il signore del tempo»
– Spesso, – rispose il professore, – le cose più facili sono le più difficili a scoprirsi. A chi non pare oggi naturalissimo il ragionamento che condusse Colombo alla scoperta dell'America? Ma il grande navigatore dovette il suo trionfo più al capriccio di una regina, che al valore delle proprie ragioni. (cap. IV, p. 39)
L'uomo che deve avere un duello vive tranquillo ed ha l'animo spavaldo fino a che, pure contro la sua stessa volontà, un poco di speranza di evitarlo gli rimane. Ma quando la cosa è certa, le spavalderie cadono per incanto, e il cuore gli trema. (cap. VI, p. 56)
La società umana, nelle relazioni giornaliere fra gli uomini, è fatta di compromessi, di viltà meschine, e di debolezze nascoste. Alcuni si conducono con amabile ironia, altri con ossequio di tutto e di tutti, pochi con franchezza ruvida e sincera. Ma tutti hanno qualche cosa da nascondere, qualche cosa da tener lontano dagli occhi e dalla conoscenza altrui. (cap. VIII, p. 90)
– Questo – pensava egli – è il destino dei grandi inventori. I loro meriti da principio sono vituperati. Anzi accade spesso che siano riconosciuti solo dopo la morte. (Professore Schwarz: cap. XI, p. 115)
– Gli uomini sono meschini – egli diceva, rivolgendosi al diletto Martino. – Non appena il loro vantaggio e le loro misere brighe lo richiedono, essi non esitano ad andar contro alla verità. (Professore Schwarz: cap. XI, p. 115)
[...] la scienza è un sacerdozio, ed ha, come la religione, i suoi martiri e le sue battaglie. (Professore Schwarz: cap. XIV, p. 152)
Urbino
La chiesa di S. Francesco appare terminata verso il 1350. Il suo stile è un misto di romanico e di gotico. Al primo apparteneva senza dubbio la parte più antica dell'edificio, e al secondo quella più recente. Dico «apparteneva» perché il corpo della chiesa fu rifatto per intero nel 1740, e noi siamo costretti oggi a indurre molto dal poco che resta. Dell'antica chiesa (la nuova è affatto destituita di stile, e non torna conto occuparsene) restano l'antiportico, il campanile e la vecchia cappella Paltroni, ora incastrata nei due primi piani del campanile stesso. Nel fianco destro della fabbrica restano ancora le tracce di finestre romaniche ad arco tondo. L'antiportico è in istile lombardo, non senza qualche ricordo delle belle e pure decorazioni toscane del tempo, ed è certo uno dei più belli ed eleganti edifici del secolo. (p. 26)
La chiesa di S. Domenico fu consacrata il 21 luglio 1365; ma la sua costruzione è certamente anteriore, e risale alla prima metà del secolo. Il tempio era gotico, come anche oggi si può arguire da ciò che rimane. Nel 1732 il papa Benedetto XIII lo fece rimettere a nuovo nell'interno, cioè lo rovinò. A dimostrare la meravigliosa ignoranza di quei settecentisti, sarà utile e curioso riportare le parole, con le quali monsignor Lazzari, autore d'un libro su le Chiese d'Urbino, riferisce il grande e fausto avvenimento: «Per beneficenza del Pontefice, e insieme dell'Eccl.mo Cardinale Annibale Albani, sotto l'architettura di Filippo Bargioni rinacque la medesima, cangiando aspetto e lasciando la gotica maniera». Ahimè! Quanto male rinacque! (pp. 31-32)
[...] da qualunque parte si contempli il doppio colle a cui si aggrappano le piccole case oscure di Urbino, la massa del vecchio palazzo ducale sovrasta, e impersona in sé tutta la bellezza e l'anima della città. Una città costruita intorno a un palazzo, parrebbe: ma il palazzo è sorto dopo, a confermare la potenza di un signore magnanimo che dalla cima di questa roccia aveva sparsa la fama di sé per l'Europa. Oggi, dopo più di quattro secoli, l'antico baluardo resta ancora a testimoniare la volontà di quel Federico , che con un grandioso edificio aveva voluto confermare la sua signoria, e avere una ragione di gloria di più. (p. 49)
Federico di Montefeltro, uomo di guerra, di lettere e di arti, fu uno degli eroi più compiuti del nostro Rinascimento. Questo conte di una piccola città, prima di lui ignota nella storia del mondo, favorito dai tempi propizii seppe, per virtù del proprio animo e della propria volontà, fare di un mucchio di case perdute su le vette di un colle degli , uno dei luoghi ai quali ancor oggi pensano con maggior riconoscenza gli uomini. (p. 49)
Della vecchia chiesa elevata nel più puro stile del Rinascimento, cominciata da Federico e da Luciano, e condotta a termine da e da Baccio Pontelli o dal Genga; dell'edificio sacro che accanto a quello ducale formava una delle più belle e compiute armonie della sua terra, oggi non resta quasi più nulla. Il 12 gennaio 1789 la cupola, elevata in principio del Seicento da Muzio Oddi urbinate, rovinò trascinando seco gran parte dell'edificio. Tra le cose più preziose per l'arte, si perdette il baldacchino dipinto dal Barocci con lAssunta, e il pulpito disegnato da Gerolamo Genga con entrovi la Cena di Federico Brandani, la vòlta della tribuna dipinta da Battista Franco, e, , il coro lavorato da artefici del Quattrocento. (p. 103)
Dicono di Giuseppe Lipparini
Il Lipparini vive nell'atmosfera autentica e nativa della sua fantasia: atmosfera debole, ma non viziata, che nutre fiori diafani e di odore un po' sciapo, ma non fiori di carta che un profumiere abbia immersi in essenze. S'intende che il Lipparini è un parnassiano, ma forse il migliore di quanti in Italia abbiano aspirato a questo titolo, l'unico che si possa ricordare con onore quando si discorra di quel tipo d'arte cui Anatole France deve la sua rinomanza europea.
Questo buon sangue letterario, ma rinvigorito dal secolo, circola nell'arte di Giuseppe Lipparini. Escogitare il nuovo; almanaccare, poniamo caso, novelle stravaganti come un o un Poe gli parrebbe insolente. Ricama tranquillamente un angolo di quell'eterno arazzo dell'arte classica e classicheggiante, alzando di tanto in tanto gli occhi per sorprendere una movenza o per carpire un piccolo segreto di stile. Non ha cure politiche, né religiose né morali; non osa rifare la patria né redimere la plebe. Vuole raggiungere una bella forma armoniosa e schietta.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026