Frasi
Frasi di Giuseppe Montanelli
21 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Giuseppe Montanelli raccolte in un'unica pagina: 21 frasi, divise per libro e argomento.
Giuseppe Montanelli (scrittore e politico italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giuseppe Montanelli
Un misto di bonarietà e di , di grazia e d'ironia, un prete di buone intenzioni, sbalzato in un mondo nel quale non si raccapezzava, solo contento di essere amato.
Dello ordinamento nazionale – Citazioni
Ci eravamo sentiti rallegrare, quando fu messo fuori dal Ministero il così detto sistema delle regioni. Sperammo trovata la vera formula del saldo e libero ordinamento d'Italia: aggiunta la nuova unità ai preziosi acquisti unitarj della tradizione: rappresentata in cotesto sistema quella triplice centralità, che abbisogna al progressivo vivere d'ogni popolo moderno; vale a dire la centralità nazionale, istrumento della sovranità costituente, legislatrice, e amministrativa dello Stato: la centralità municipale, primo ritrovo delle famiglie in opera comune di civiltà; e la centralità regionale, consorzio mediatore tra il Comune e lo Stato, autorità di mezzo, partecipe insieme della vita dell'uno e dell'altro. (cap. 1, p. 2)
Il disegno proposto dal Ministero, è forza dirlo, fallì in tutto alle nostre speranze. Il sistema delle regioni, quale il Ministero lo concepiva, è un aborto. Si vede bene che gli architetti dell'ordinamento nazionale non si elevarono all'altezza del subbietto; non seppero spiccicarsi dalla forma francese, quantunque avessero la presunzione di scostarsene. (cap. 1, p. 2)
Noi siamo unitarj; vale a dire, poniamo al di sopra del municipio e della regione la sovranità nazionale: non facciamo derivare questa da patto di Province, o di Comuni, ma da coscienza d'italianità: siamo unitarj, perché siamo italiani. Ma per ottenere, che l'unità diventi forte, e ripari con energiche provvidenze ai nazionali pericoli, è egli necessario, che la somma del governo si concentri in un punto solo del territorio italiano? La sola centralità forte sarebbe l'unità, assorbente ogni altra centralità nazionale? (cap. 1, p. 3)
[...] l'armonica vita delle nazioni, dell'uman genere, e dell'intero universo resulta, non da centro unico, ma da colleganza gerarchica di centri differenti: benefico quindi è l'accentramento, se accresce potenza alla civiltà progressiva; esiziale, se la diminuisce, o la spegne del tutto. (cap. 2, pp. 5-6)
È naturalmente sentito il bisogno di costituire la nazionalità italiana, senza cadere per un lato nel federalismo, per l'altro nel centralismo francese.
Quanto al primo pericolo, si eviterà avendo la metropoli della nazione in Roma: colà è il capo d'Italia: colà ogni politico ritrovo italiano è necessariamente unitario.
Per al secondo pericolo, non basta porre autonomie amministrative in ogni Municipio, o in ogni città; ma conviene fondare grandi centri di amministrazioni provinciali, o regionali (il nome non importa), nelle città che ereditarono dal passato una primazia provinciale egemonica. Chi rinnega queste secondarie preminenze metropolitane, abbandoni come sogno l'idea del , e si rassegni a fare un Italia francese. (Conclusione, p. 95)
Memorie sull'Italia e specialmente sulla Toscana dal 1814 al 1850 – Citazioni
[...] Carlo Bini, giovane negoziante livornese, del quale l'Italia non conobbe tutto il pregio se non per un volume di scritti in gran parte inediti raccolti dai suoi amici, e pubblicati dopo la sua morte. (vol. I, cap. IV, p. 23)
Guerrazzi fornito d'ingegno eminentemente pratico, dell'ingegno che guarda le idee dal lato dell'applicazione, spregiava le teoriche filosofiche intorno all'umana perfettibilità; discepolo di e di Byron, adorava la potenza, e la voleva resa all'Italia senza sperare che l'acquisto della potenza sarebbe per lei cagione di felicità. (vol. I, cap. IV, p. 24)
Carlo Bini, scettico di mente, credente di cuore, rivelava in tutti i suoi scritti senso profondo di compassione per le miserie dell'umanità; e l'amore gli spuntava il dardo dell'ironia, e i suoi epigrammi stillavano lacrime. (vol. I, cap. IV, p. 24)
Carlo Bini [...] parlava di Mazzini come d'un buon figliuolo che scambiava la realtà colle larve dorate della sua fantasia, e la sola cosa che non gli perdonasse era la pretensione di voler dirigere il movimento italiano stando fuori d'Italia, perché diceva: non può governare la nave chi non c'è dentro. (vol. I, cap. VII, p. 41)
Quantunque poco più che ventenne, Carlo Fenzi era entrato nella politica con tutta la sodezza d'un uomo fatto. Dotato di squisito buon senso, e di schietto, tenace, cavalleresco e arditissimo animo, non prendeva partiti dei quali non avesse prima bene bene persuasa la ragione al suo riflessivo intelletto, e la moralità alla sua scrupolosa coscienza; presili, li proseguiva con perseveranza, e voleva vederne la fine. (vol. I, cap. XIX, pp. 154-155)
Il Viva Pio IX aveva fatto in pochi mesi il giro del mondo; e atei e , e cristiani ed ebrei, e protestanti e cattolici, purché con un briciolo di cuore, guardavano a Roma con allegra speranza; né mai parve così vicina ad avverarsi la profezia evangelica, Saranno un solo ovile e un solo pastore, come in quei giorni in cui gli ambasciatori della democratica America e dell'autocratico Oriente, si scontravano sulle scale del Quirinale a dare il a Pio IX. (vol. II, cap. XXVII, p. 5)
Quando Pio VII nell'anno 1814, primo a tornare fra i monarchi italiani, rimise il piede in Roma, erano alcuni cardinali che non volevano lasciare , e ce ne erano di quelli più discreti, ai quali le novità galliche non parevano poi tutte diavolerie. Il cardinale Rivarola, caporione degli arrabbiati , ogni volta che gli nominavano la istituzione francese del Registro, facevasi il segno della croce. (vol. II, cap. XXXII, p. 84)
[...] Consalvi di ritorno dal congresso di Vienna, dove aveva guelfeggiato, brontolato, protestato perché non rendevano al papa qualche pezzettino della antica dominazione, e ficcavano guardie tedesche nelle fortezze papali di Ferrara e di Comacchio, levò al rivale suo Rivarola il maneggio della cosa pubblica, e propenso com'era ai partiti mezzani, e politico degli accomodativi, rimise alla peggio la baracca della amministrazione pretesca, e sposò al decrepito monarcato alcunché di modernità, e per i popoli , promise un monte di belle cose, codici, tribunali ammodo e simili, delle quali promesse però nei sette anni che dopo rimase al timone della segreteria di Stato non tenne nessuna, governasse da furbo, e senza sciupìo di quattrini, e lasciando vivere. (vol. II, cap. XXXII, p. 85)
Leone XII scavò ogni specie di fossili per rifare il monarcato teocratico di prima; e sotto guardia del prete pose al tutto le scuole e i luoghi pii, e privò i comuni delle secolari franchezze, e ordinò che, tanto nelle università come nei tribunali, si parlasse e si scrivesse in latino, e rese autorità ai signori Spocchiosi di eternare la boria del casato in onta ai diritti del sangue, e alle rotazioni del commercio. (vol. II, cap. XXXII, p. 85)
Lo errante e disperso Israele ebbe a patire sotto Leone XII battiture da secoli di mezzo. Fu bandito che gli Ebrei in potestà del papa non potevano possedere, e avevano a vendere in breve termine i possessi presenti, e a contentarsi di vivere chiotti chiotti in quei loro luridissimi ghetti chiusi sotto chiavistello la notte. (vol. II, cap. XXXII, p. 85)
Correvano i Napoleonidi dietro alle rivoluzioni, e uno di loro, il principe Napoleone, figlio primogenito del re d'Olanda, morì di scarlattina a Forlì, mentre andava per battersi colla legione di Sercognani. Le ossa di lui, sepolte nel chiostro di Santo Spirito a Firenze, spirarono al mio caro amico Giuseppe Muttedo un canto italianissimo che non morrà. (vol. II, cap. XXXII, p. 88)
Una circolare del 1826 avvertiva i giudici che il re aveva due specie di sudditi, i fidi e gli infidi, e i primi soli aver diritto a giustizia, e i secondi avere a essere aspreggiati e abbassati in ogni occasione, perchè nemici di Dio e del re. (vol. II, cap. XXXIV, p. 159)
Rossi voleva riedificare il primato papale, dandogli a barbacane, non la monarchia Sabauda, come era stata intenzione di Gioberti, ma la Borbonica; voleva raffrenare gli istinti generosi, irrequieti e bellicosi della democrazia, creando, ad esempio di quel che fece Filippo Orleanese in Francia, una borghesia taccagna e paciona; voleva rimettere a nuovo il feudo ecclesiastico introducendovi quanto più potesse di modernità col lasciar passare della benedizione papale. I quali intendimenti gli rovesciavano addosso le ire dello universale. (vol. II, cap. XLIV, pp. 413-414)
Dicono di Giuseppe Montanelli
Montanelli era così infatuato e tanto ne parlava nei suoi discorsi che il popolino – dicono – finì per credere che la Costituente fosse il nome di sua moglie.
Montanelli, gran galantuomo e ricco d'ingegno, non lo era altrettanto di carattere. Idee ne aveva, anzi ne aveva troppe; ma, facilmente suggestionabile, finiva sempre per adottare quelle dell'ambiente in cui viveva.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026