Frasi
Frasi di Giuseppe Verdi
51 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Giuseppe Verdi raccolte in un'unica pagina: 51 frasi, divise per libro e argomento.
Giuseppe Verdi (compositore, drammaturgo e politico italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giuseppe Verdi
A noi italiani la musica vocale; quella strumentale ai tedeschi.
Copiare il vero può essere una buona cosa, ma inventare il vero è meglio, molto meglio.
Discendendo jeri con Boito e Du Locle dallo scalone dell'Eden Hôtel di Nervi, dissi «Ecco la scena del II atto dOtello!» L'atrio di quell'albergo è grandioso, e bellissimo. Ha tre grandi finestroni; al di là un giardino (ancor giovine) di là del giardino, il mare.
Gli artisti veramente superiori giudicano senza pregiudizi di scuole, di nazionalità, di tempo. Se gli artisti del Nord e del Sud hanno tendenze diverse, è bene siano diverse.
Hanno molto torto quelli che si permettono di servirsi del mio nome per farmi dire sul conto tuo quello che non ho mai detto, né potevo dire. Tu sai, e tutti sanno quanta stima io abbia del tuo talento e come compositore e come concertista. Questa verità a tutti nota, avrebbe dovuto mettere un freno alle lingue troppo pronte a mentire.
Insomma fate tutto quello che volete, ma non quel diavolo di Bombardone che non si unisce cogli altri.
Io non posso ammettere, né nei cantanti, né nei direttori la facoltà di creare, che come dissi prima, è un principio che conduce all'abisso.
Io... vorrei che il giovane quando si mette a scrivere, non pensasse mai ad essere né melodista, né realista, né idealista, né avvenirista, né tutti i diavoli che si portion queste pedanterie. La melodia e larmonia non devono essere che mezzi nella mano dell'artista per fare della Musica, e se verrà un giorno in cui non si parlerà più né di melodia né di armonia né di scuole tedesche, italiane, né di passato né di avvenire ecc. ecc. ecc. allora forse il regno dell'arte.
La Capitale! Ma è egli possibile Napoli per capitale dell'Italia? Poi qual meschina idea?! Ma questo per Dio, non è amor patrio.
Prima di tutto ti ringrazio dello zelo grandissimo da te dimostrato per l'esecuzione d'Aida, e mi rallegro teco del talento nell'interpretare la medesima.
Si rinunci per moda, per smania di novità, per affettazione di scienza, si rinneghi l'arte nostra, il nostro istinto, quel nostro fare sicuro spontaneo naturale sensibile abbagliante di luce, è assurdo e stupido.
Tornate all'antico e sarà un progresso.
Dicono di Giuseppe Verdi
Alla Camera sedette sempre vicino al Sella, del quale pregiava moltissimo il carattere e l'ingegno. E mentre nelle uggiose dispute parolaie della Camera, giovanilmente linguacciuta, il Sella ingannava il tempo a fare dei bizzarri geroglifici di matematica, Giuseppe Verdi si divertiva a mettere in musica, su carta che lì per li rigava da sé, alcune frasi melense di onorevoli, ma specialmente qualche vivace interruzione. L'opera postuma del Meyerbeer, l non era conosciuta ancora: onde il Verdi, senza saperlo, fu plagiario del maestro tedesco, perché più d'una volta, sul banco suo di deputato, musicò la frase corale Ai voti! ai voti! che la Camera ripete sempre così volentieri, e che il Meyerbeer espresse nel primo atto dellAffricana con una così felice trovata.
Amavo poco, nella mia prima giovinezza, questo artista, quasi troppo genitale per essere un artista. «Tutti i suoi personaggi – dicevo – cantano divinamente con alito vinoso». Ma quel «divinamente» lo aggiunsi più tardi.
Certo a chi mi domandasse quale dei più grandi artisti nostri abbia espresso più profondamente e fedelmente di tutti quella così intima parte del sentimento individuale, sociale e nazionale, propria al nostro tempo e al nostro popolo, che il romanzo e la lirica e il dramma hanno inutilmente tentato d'esprimere intera, io risponderei che questo artista è stato Giuseppe Verdi.
Chi pretende un Verdi sempre scolasticamente corretto e delicatamente accurato, bisogna che si contenti di fare a meno di Verdi
Di Verdi [...] si cominciò a dire che il bel canto italiano riceveva da lui l'ultimo colpo e che rovinava le voci ai cantanti; del suo stile si misero in vista le asprezze, la volgarità, la violenza. Al coro degli acclamatori insomma si oppose validamente quello dei detrattori; e a questi pareva di conceder molto quando, messo il Verdi a lunghissima distanza dal Rossini, dal Bellini e dal , gli abbandonavano un posto dietro il Mercadante, il Pacini e i fratelli Ricci.
Diede una voce alle speranze e ai lutti. / Pianse ed amò per tutti. / Fu come l'aura, fu come la polla.
[...] Dirà che il "Falstaff" è opera perfetta in ogni suo elemento. Strawinsky, da vero Petruska, mutava spesso di umore e di idee, ma alla fine trovava sempre il pensiero giusto, come accadde poco dopo aver fatto la prima affermazione, allorché asserì che "Falstaff" era senz'altro un capolavoro assoluto.
Dotato di acutissimo istinto, il Verdi comprese essere necessario liberarsi dal fascino prepotente della imitazione. Volle essere lui, e fu lui: tutto impregnato di italianità, ossequente alle tradizioni dell' opera melodrammatica del settecento e dell'ottocento, ebbe come la divinazione dei tempi nuovi; ond'è che le sue opere del primo periodo, dal Nabucco alla Luisa Miller, furono promessa, anticipazione, conferma; furono impulso vigoroso alle speranze e alle aspirazioni ancora confuse di una gente, che domandava all'arte qualcosa più di uno sterile conforto.
Dove Verdi più che in altra cosa si affatica, è nelle prove dei suoi spartiti. Egli è addirittura inesorabile ; vuole che gli artisti ricomincino magari dieci volte un dato brano per dare alla sua musica il colorito e l' che, scrivendola, egli intese imprimervi.
Egli sul bianco cavallo / corse via con la sua tromba: / non è qui.
Giuseppe Verdi [...] è tenuto dagl'Italiani come il musicista nazionale; quantunque non abbia raggiunto la compiutezza artistica di Rossini e Bellini, i due massimi della musica italiana dell'Ottocento.
Gli Artisti che a' dì nostri tengono lo scettro della Musica e colle loro creazioni occupano gli animi della Società vivente sono il Mercadante, il Meyerbeer e il Verdi.
Il "Falstaff" è veramente qualche cosa di nuovo, di inatteso, è veramente un modello creativo.
Il veleno del dramma lirico doveva essere proprio sottile e tenace per potersi insinuare fin nelle vene di quel gigante che è Verdi! Come non rammaricarci che il grande maestro dell'opera tradizionale, giunto al termine di una lunga vita costellata da tanti autentici capolavori, abbia coronato la sua carriera con quel Falstaff che, se non è la migliore opera di Wagner, non è nemmeno la migliore opera di Verdi?
Io so, come diceva Pasolini, so e so perfettamente che potrebbe esserci un presidente della repubblica che corrisponde a quello a cui nessuno può dire di no, perché che cos'è che è considerato e ammirato in Italia da tutto il mondo, conosciuto? Bersani? Grillo? Berlusconi? No, Donatello, Giotto, Michelangelo, Brunelleschi, Verdi, Mozart e Da Ponte.
La bellezza e la forza di sua vita, / che parve solitaria, / furon come su noi cieli canori. / Egli trasse i suoi cori / dall'imo gorgo dell'ansante folla.
Nella notte così gli eterni spirti / riconobbero il Grande / cui sceso era pe' tempi il lor retaggio. / Il titano giacea senza ghirlande, / senza lauri né mirti, / sul coronato del suo crin selvaggio.
Non si vive di Ricordi. Solo Giuseppe Verdi c'è riuscito.
Oh! chi morì senza fine, / non ha fine, non è spento, / non è qui.
Per dare un' idea della prontezza con cui il Gran Maestro mette sulla carta le sue idee musicali, ricorderò che il famoso Miserere del Trovatore fu scritto al tavolo di una locanda, non appena egli era sceso da vettura.
Quanto alla musica poi... l'Italia ricorda e ripete.
Fortuna per essa che i capi d'opera dei suoi grandi maestri sono davvero la musica dell'avvenire, e che essi per molto secolo ancora terranno onoratamente il campo contro l'irruzione delle nordiche armonie, innanzi alle quali il genio stesso di Verdi, sfidato o smarrito sembra arretrarsi e vacillare.
Tuttodì si ripete che il Verdi corrompe la Musica: il Verdi non corrompe la Musica, secondo il senso che ordinariamente si accorda a questa parola, ma la fa rispondere alla Società di cui è figlio; e con ciò egli e tutti i maestri della nuova Scuola tengono ancor viva l'Arte, lo Spirito nel suo sviluppo, e appunto per questo sono degni di esser collocati nella corona degli eroi dell'Arte.
Un piccolo giardino / dove non devi entrare / e i cui uccelli (questo è l'avviso) / ti è proibito nutrire. / Verdi guarda ogni cosa / mantello di pietra sul braccio / come se stesse per lasciare / il piedistallo invaso dai piccioni.
Quando si sarà compreso che cosa vuol significare, nella carriera prodigiosa di Giuseppe Verdi la creazione del "Falstaff", allora le dolorose vicende che viviamo nei riguardi della creazione di opere musicali, potranno anche subire una svolta. Si ha un bel dire, anche se è vero, che Giuseppe Verdi compose la sua ultima opera, ispirata al teatro di William Shakespeare e preparatagli a libretto da Arrigo Boito, "per divertirsi".
Verdi aveva interpretato con la forza del sentimento immediato i drammi eterni della vita individuale e le aspirazioni dei popoli. Wagner si era contrapposto e sovrapposto alla vita sociale del suo tempo, alle leggi tradizionali, e si era rifugiato in un mondo mitico-fantastico, [...]. L'uno interpretava il mondo morale del sentimento, l'altro il mondo naturalistico della sensazione.
. È l'artista più genitale che conosca: tanto da non essere più quasi un artista. La maggiore beatitudine della sua musica è quella di possedere la donna amata; la più grande sventura quella di perdere un essere caro. Sono le sue eterne melodie di amore e di morte. Solo eccitante concesso: il vino. Tutti i suoi personaggi cantano divinamente con alito vinoso.
Voi che sotterra cercate / l'ultimo Grande d'Italia, / – era l'ombra, e il giorno è sorto – / l'ultimo Grande d'Italia, / io vi grido, non è morto, / non è qui.
Egli concepisce e scrive le sue opere con una rapidità prodigiosa; le pensa e le esplode come una creazione improvvisa, inattesa, quasi violenta del suo genio.
Il maestro Verdi in molto delle sue melodie è originale; tratta bene il recitativo non meno di Bellini e di ; nella strumentazione spesso è vigoroso come Mercandante, scorrevole come , semplice come Bellini. Egli mostra possedere grandi qualità di dottrina musicale, ed il pregio maggiore della sua musica è la universalità dello stile: trionfi, cerimonie, esequie, congiure, colloqui d'amore, scene di terrore e di spavento, veramente bisogna dire che tutto ha saputo degnamente trattare e spesso dipingere.
Il Verdi traendo partito del meglio di ogni scuola, ha emulato l'estro patetico ed appassionato di Bellini, il fantastico di Meyerbeer, gli adagi di , le cabalette di Pacini. Nel tempo istesso si è fatto ammirare come il più intelligente seguace della grande scuola Rossiniana dopo il .
Tutti coloro che scrissero di lui furono unanimi nel giudicarlo uomo di raffinata, conoscitore profondo della letteratura drammatica, amantissimo dell'arte, amico affettuoso e cittadino ardentissimo. In una parola tutte le qualità si trovano racchiuse in quel cuore nobile ed artistico per eccellenza.
La rivoluzione italiana, di cui Verdi si fa simbolo sul teatro, àltera la fisonomia del canto e quella dei cantanti. Un non so che di aspro e di selvaggio circola per le vene della musica verdiana e spinge il canto dalle zone dei pioppi e dei salici in quelle delle e dei faggi.
Mentre il Wagner ragiona e filosofeggia coll'arte sua e il raziocinio e la filosofia della sua musica impone ai pubblici invitandoli a ragionare e a filosofare con lui, Verdi invece raccoglie la poesia del popolo nelle sue vive manifestazioni, e al popolo la ritorna col fascino di canti e di melodie; di cui la miglior prova fu appunto l'immensa popolarità.
Quanto trascendentale e idealmente speculativa è l'arte del Wagner, altrettanto plastica ed umana è quella del Verdi; quanto poco s'interessa il Wagner delle tendenze e del gusto dei suoi contemporanei; altrettanto ne subisce il Verdi l'influenza e ne assorbe e ne respira l'aria; quanto meno il Wagner si preoccupa del maggiore o minore grado percettivo dei pubblici o della loro più o meno viva espressione di gradimento, tanto più ne tiene conto il Verdi.
Verdi [...] non fu mai del resto eccessivamente austero e melanconico; egli fu artista di genio che sentì indistintamente il bello in ogni sua espressione, tanto che, attraverso la sua musica ardente, immaginosa, robusta e talvolta michelangiolesca, guizzano, benché fugaci, fantasmi lievi e giocondi e un gaio scintillìo lampeggia nella sua tavolozza.
Ciò che anzitutto colpisce in Verdi è la sincerità dell'uomo e dell'artista. Tutto era schietto in lui. Schietta la sua vita, schietta la sua arte.
Sentimenti, affetti, passioni, vincoli di famiglia, amore, amicizia, gratitudine, fedeltà ai doveri civici, attaccamento alla propria terra e alla Patria, religione, ma non meno orgoglio, inimicizie, avversioni, rancori, tutto era sentito e vissuto da lui fin nel profondo delle possibilità umane. Dolore e gioia, tormento ed estasi, serenità e disperazione, cordialità e collera, contentezza di sé e rimorso, tutto si sviluppava in lui, nella sua natura, in modo pieno e libero. Egli poteva ridere come un nume e piangere come un bambino.
Come Goethe, così anche Verdi imparò a conoscere attraverso il dolore le potenze celesti, che comandano sulla vita umana, sul cuore dell'uomo, sulla sorte degli uomini. Egli imparò a conoscerle apprendendo che cosa significava la distruzione del suo dolce nido lungamente vagheggiato – due bimbi e l'adorata moglie Margherita morti –; e seppe per propria esperienza quanto male e quanta miseria possono cagionare nel mondo l'invidia e i bassi intrighi e le ambizioni smodate e la volgare incomprensione e la piccina angustia di cuore. Eppure apprese anche ogni volta dalla propria esperienza la riscossa della vita, immancabile invincibile, l'incoercibile vittoriosa supremazia dello spirito.
Egli non smentì mai la sua discendenza contadina, mise anzi volentieri in evidenza, che in lui spuntava spesso fuori «il contadinello delle Roncole», ed ebbe una spiccata predilezione per la campagna e la vita campagnola. Forse era da contadino in lui quella sua estrema precisione e fin minutezza in questioni di danaro; e certamente il suo orrore istintivo per la pubblicità intorno al suo nome e alla sua persona. I contadini non dicono, né odono mai volentieri pronunciare il loro nome (specie di tabù). E Verdi: «mi secco io stesso quando mi nomino».
L'Italia conta pochi grandi drammaturghi nella storia della sua letteratura. Se Verdi invece del genio della musica avesse avuto quello della poesia, noi oggi celebreremmo uno dei più grandi del mondo. Tutto nella sua mente, persino la preghiera, persino un canto liturgico, diventava dramma. È stato detto con una punta di malizia, che la sua Messa da Requiem sia teatrale. Essa non è teatrale, è drammatica.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026