Frasi
Frasi di Giuseppe Zoppi
37 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 37 frasi di Giuseppe Zoppi: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Giuseppe Zoppi (filologo, critico letterario, professore universitario, teorico della letteratura, traduttore). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giuseppe Zoppi
Antichissimamente vivevano quassù accanto agli uomini gentili, i selvaggi. In realtà, per la maggior parte, non erano selvaggi, ma piuttosto nani o pigmei: buoni, servizievoli.
D'inverno, quando cadono montagne di neve, e arrivare alle stalle fuori del paese è quasi impossibile alle forze umane, s'incaricavano loro di dar da mangiare e da bere alle bestie, che non soffrissero né fame né sete. Noi s'arrivava stracchi morti quando Dio voleva, e si trovavano le nostre bestie belle rotonde, contente, al caldo. Le campanelle squillavano serene, tacevano un istante, riprendevano felici. Grazie ai selvaggi, la vita poteva continuare.
Or corri, treno, felice, nel piano. / Sorvoli alto il Ticino / che, alla foce vicino, / s'attarda, e sogna il nido suo montano. / Poi, tutto a un tratto, costeggi la sponda / del lago. È ancor febbraio. / Ma di primule è gaio / il prato. E vien, cantando, onda su onda.
Ora l'aquila ha fame; per sé e per gli aquilotti. Ogni giorno scende a far preda, ogni giorno risale con gli artigli infissi nella carne viva. Ora è giunta su un prato, il più alto di tutta la valle: Monte di Cima lo chiamano. Finora era sempre deserto: abbandonato da anni. Ora, non più: sono saliti a falciarvi il fieno: vi son comparsi, spinti dalla necessità, un uomo e una donna, Battista e sua moglie, col loro bambino. Lei, ora, è dentro la baita a far la polenta, lui è fuori, con un fucile fra mano. L'aquila però non lo vede, non può vederlo: nascosto dalla gronda del tetto.
Tanto bella e dorata era la sera / ch'io non potea staccarmi / da lei, né i lenti carmi / riprendere con mano acre e leggera. / [...] / La Madonna del Sasso, in mezzo al folto | verde, aveva in fronte / più luce d'ogni monte: / s'era forse il buon Dio tutto a lei volto.
Il libro dell'Alpe
Ieri, percorrendo la mia valle con un amico, gli indicavo, lassù nel cielo, sopra i paeselli di Brontallo, Menzonio, Prato, Peccia, Fusio, da ogni parte, i sette o otto alpi su cui da fanciullo sono stato: tutti a circa duemila metri sul mare, tutti aggrappati alle ultime vette ancora pezzate di neve, tutti fuori, in un certo senso, dal mondo, e mi esaltavo al pensiero di essere vissuto per tanto tempo così in alto. Oggi salgo all'alpe di Brunescio, quello dove fui più a lungo, quello che più mi è caro. (pp. 15-16)
Rima, dolce piano, luogo di sosta, paradiso del ciliegio!
Ogni famiglia ha qui la sua casetta, le sue stalle, i suoi campi, i suoi prati. Per secoli vi mancò l'acqua corrente: ora, non più: sono andati a prenderla fin sull'alpe, l'hanno imprigionata in tubi, l'hanno condotta fin qui, anzi fino al villaggio laggiù... (p. 22)
Come potrei passare davanti alla chiesetta di Rima senza sentirmi intenerire? L'estate e l'inverno, essa se ne sta lì ad aspettare l'uomo buono che venga a inginocchiarsi, a pregare, a ricevere, dalle mani della Madonna della Neve, la sua grazia.
Per noi, il suo portico dai bei rustici archi, così alto, così aperto a tutti i venti, era un luogo prediletto, uno di quei luoghi ove i ragazzi si danno tacitamente convegno per le loro prodezze. Ci stavamo a cantare, molto più giocondamente e sonoramente che in chiesa, le litanie dei Santi. [...] Ci stavamo poi a suonare, a qualunque ora, di giorno e di notte, la campana. (pp. 24-25)
Sasselli, Sasselli, nido dell'infanzia, «montagna» veramente mia! Bel prato grande, tutto a conche e a onde, fiorito di bianco e di giallo, cinto, ai quattro lati, da faggi folti e cupi, con a sinistra il famoso larice dei miei primi anni, il gran larice che somiglia proprio, così contro il cielo, un altissimo candelabro! Giungendo oggi, tacito e solitario, ed entrando per lo stretto sentiero coperto di un'erbetta fina, mi pare di andare per le vie dell'altra vita. (p. 31)
Eccomi al Motto, un'altra «montagna» nostra; l'ultima prima di entrare nel territorio dell'alpe. Per via ho incontrato una donna che mi ha venduto un litro di latte; il pane, l'ho portato con me; nella cascina, ho trovato una scodella che conosco benissimo; nel fienile, due coperte per la notte: stasera non vado più oltre. (p. 39)
Odore di resina, ombra dei primi larici: sono al Cortino. La vecchia baita c'è ancora; con il suo uscio nero e il barbacane che le fecero perché non crollasse. Un certo autunno si temeva che, da un momento all'altro, potesse caderci sul capo. Pure eravamo venuti a starci; perché, fra l'altro, non si poteva farne a meno. Ogni sera, prima d'infilare la scaletta del giaciglio io uscivo fuori, osservavo la pendenza del tetto, rientravo pieno di gravi pensieri. (p. 55)
Piane e piatte sono certe pasture che, a destra e a sinistra, circondano il corte. La cascina, invece, sorge sul vertice d'una costa ripidissima, e l'aria vi penetra da tutte le parti. Per me il Piatto è appunto il corte del vento. Qualche volta la nostra baita bassa era tutto un turbinìo di cenere, di bruscoli, di sabbiolina. Bisognava per forza chiudere gli occhi. Quando si riaprivano, la caldaia e le conche del latte erano spruzzerellate di mille diavolerie. La ricotta, in meno di un'ora, era fredda. Il pane era sempre duro come un chiodo. [...] E, per tutto il giorno, il Piatto era così: arioso, dolce, soavemente tepido. (pp. 111-112)
Lo chiamano forse così , questo ultimo corte, per la lunga striscia di terra verde che si stende giù giù, fin quasi al Piatto? Non so. Ma, certo, questa bella e ondulata distesa, corsa da un gorgogliante filo d'acqua, dà, più di qualunque altra in tutto l'alpe, l'idea del prato e del campo. (p. 137)
Leggende del Ticino
"In questo paese, io non posso proprio più vivere": tale era, qualche secolo fa, il ritornello più frequente nei discorsi e nei soliloqui di Veronica, una povera vedova di Lumino, la quale, dal giorno che le era morto il marito, la pace non la conosceva più, nemmeno di nome. [...] Per non parlare delle altre donne di Lumino, le quali, sempre secondo lei, erano poco di buono, essa non aveva certamente più stima degli uomini, e nemmeno di quelli che erano stati amici di suo marito: l'uno peggio dell'altro: o falsi, o prepotenti, o ladri. (Leggenda delle croci, pp. 21-23)
Anselmo, in mezzo alle sue angustie, era quasi felice: l'aria dei suoi monti gli riempiva il cuore di sollievo. Per le strade, di qua e di là dal fiume, non si vedeva ancora nessuno; ma lassù, ai piedi della faggeta che s'inerpica, oltre Cavergno, su per il monte, un fumo azzurrino si levava a volo dal camino di casa sua.
Appena il Capro ebbe infilato quell'ultimo ponte del suo viaggio, le campane di Cavergno cominciarono a suonare l'Ave Maria con un dindonio di festa chiaro e fresco come un canto di giovinette contente. (Leggenda del caprone d'Olanda, pp. 114-115)
Le campane, intanto, avevano ripreso a suonare. Gli uccelli cantavano, felici, da presso e da lontano. E lassù, in cima alla Valle Bavona, il ghiacciaio del Basodino, alto sul suo gigantesco di roccia, ardeva, tutto d'oro, nel primo sole del mattino. (Leggenda del caprone d'Olanda, p. 117)
Soltanto a Brione, piccola terra situata circa a metà valle, proprio dove si apre una valletta laterale detta Òsola, una tribù di Pagani, nove o dieci famiglie in tutto, resistevano tanto più ostinatamente alla nuova fede quanto più, intorno, le conversioni erano edificanti, e la virtù, conforme alla parola del Vangelo. (Leggenda della nuvola, pp. 121-122)
In estate, la gente di Brione si sparpagliava tutta, come usa ancora oggi, su per i monti e gli alpi. Sull'alpe di Òsola, che si trova proprio in fondo alla valle dello stesso nome, venivano a trovarsi insieme tutta la prepotente tribù dei Pagani, ricca di numeroso e bellissimo gregge, e due sole famiglie di Cristiani, poverissime, con tre o quattro vaccherelle in tutto, e un branchetto di pecore e capre. Le capanne degli Infedeli, sulla riva destra del fiumicello che taglia in due quell'estremo cantuccio di mondo, erano ampie e comode; quelle dei Cristiani, sulla riva sinistra, piccole e povere. Quegli uomini senza legge né fede, trovandosi così a un tratto superiori di numero e di forza, ne approfittavano senza misura, con selvaggia baldanza e crudeltà. (Leggenda della nuvola, p. 123)
La mattina trascorse tuttavia serena, in opere di pace. Era una giornata così limpida che, se fosse spuntato un camoscio sull'orlo dei monti, se ne sarebbero vedute le corna profilarsi precise contro il cielo. Le cascatelle che erano più vicine alle baite dei Pagani, fluivano giù, aderendo alla roccia dolcemente inclinata, l'una dopo l'altra, con una musica che pareva un incantamento benigno. Le cascate più lontane, invece, balzando dal precipizio altissimo che chiude in fondo quella piccola valle, si sfaldavano tutte in bianche spume, e, giocando con gli arcobaleni, sembravano insieme il canto, lo sguardo e il sorriso della montagna felice. Intorno alle capanne, di qua e di là dal fiume, le bestie pascevano, concordi e beate. Le erbe e i fiori, appena divelti da quelle lingue avide, sembravano rinascere subito, più belli di prima, sotto gli occhi miracolosi del sole. (Leggenda della nuvola, pp. 128-129)
In cima alla Valle Bavona, là dove ora giace, entro una specie di naturale imbuto, il Lago Sfondato, c'era una volta un bellissimo piano, non grande, in verità, ma ricco, in estate, di erba fresca e di fiori odorosi. In mezzo a esso, un picciol lago gaio e sereno rifletteva in sé, da una parte, l'aereo pizzo della Cristallina; dall'altra, una fuga di piccole cime popolate di cento e cento pezze bianche come di uno sparso gregge di agnelli: in mezzo, il cielo con le sue nuvole bianche e bionde, guidate nel suo pazzo modo dal vento. L'acqua vi affluiva d'ogni intorno, gridando e cantando; nel lago si confondeva con le placide onde, mutando la sua voce in un festoso e carezzevole sussurro d'amore; poi ne usciva svelta e paga, correva un poco ridendo nel piano, e precipitava verso il Lago Bianco, lungo un ripido pendìo, con musiche sempre più care e belle. (Leggenda del Lago Sfondato, pp. 163-164)
Nell'angolo del piano che era meglio riparato dalle valanghe, sorgeva una piccolissima baita, a cui salivano, dopo la metà d'agosto, i pastori di Lielpe con le loro bestie. [...] Arrivava a quella baita, e da essa poi si dipartiva, il sentiero che conduce al passo della Cristallina. [...] Ma, con l'andare del tempo, l'alpe di Lielpe capitò fra le mani del più rozzo e selvatico uomo che avesse allora la Valle Bavona. Era costui un certo Lodovico; ma lo chiamavano tutti "il Barba", o perché fosse zio di molti nipoti (in quei paesi "barba" vuol dire zio) o perché portava una barbaccia nera come la pelle del diavolo. [...] Quelli che lo conoscevano, giravano alla larga e tiravano di lungo, per non incontrarlo nemmeno; ma lassù, vicino al passo della Cristallina, capitava gente anche di paesi lontani, la quale, non sapendo ancora con che razza di diavolo avesse a che fare, gli domandava con gentilezza ora una ciotola di latte, ora un pezzetto di pane, ora qualche notiziola intorno a monti, strade o sentieri. [...] Il passo della Cristallina divenne così, a poco a poco, sempre meno frequentato. Quelli che, proprio per necessità, vi dovevano transitare, procuravano di non trovarcisi soli, e filavano via svelti e silenziosi come ombre. (Leggenda del Lago Sfondato, pp. 164-167)
Oggi ancora, quel luogo, un tempo così bello, si presenta tetro e selvaggio. Quella pozza di tragica acqua ha preso, col tempo, il nome di Lago Sfondato. Ed è un lago per così dire, poiché, anche d'estate, rimane quasi sempre coperto, se non pieno, di ghiaccio. L'acqua non si scorge, verdastra e malvagia come un veleno, se non in qualche crepa che si apre fra il ghiaccio del lago e la neve delle rive ove in inverno si accumulano valanghe su valanghe. Ghiaccio e neve sono brutti, sporchi, nefasti, e striati in ogni senso di righe nere tortuose e maligne come serpenti. L'acqua dei ruscelli viene ancora, cantando, a gettarsi nel lago; ma poi non ne esce più; e quella sua bella voce che, invece di ripigliare il canto, si spegne nel gelido silenzio, fa pensare alla morte. In verità, non c'è luogo, in tutto il nostro mondo alpino, su cui si senta gravare, in modo così evidente, tanto peso di maledizione celeste. (Leggenda del Lago Sfondato, pp. 175-176)
Presento il mio Ticino
Mite sempre, il clima di Locarno: fiorite spesso anche in gennaio, sui colli intorno, mammole e primule. Esso fece però, quella volta, la sua prova più memorabile. Era ottobre, ma pareva piuttosto aprile. Colori favolosi, tendenti al rosso, al giallo, al viola, vestivano i monti tutt'in giro. Le foglie si dimenticavano di cadere. Il lago, lì davanti, non s'accontentava già di far da specchio a tanta meraviglia: si muoveva con tutte le sue onde, le spingeva lente lente verso le rive, sembrava mormorare giorno e notte, sotto le finestre dei diplomatici, un consiglio di moderazione. (p. 135)
Ma conobbi un poco il quartiere a noi più vicino: quello, assai popolare, di Sant'Antonio. Mi pare di vedermi (avevo dieci, undici anni) arrivare giù a lenti sospesi passi. Che gran chiesa è mai questa! Il tetto, una volta (così m'han raccontato), per la troppa neve, è crollato sulla testa dei fedeli: cinquanta morti! E che bella piazza, così tutta circondata da alte case! E questi leoni della fontana, che sputano acqua dalla bocca! Come son grossi, che bestioni! (Ora mi sembrano leoncini d'un mese.) E quel signore, lassù! Porta un mantello aperto sul davanti, pendente dalle spalle: sotto il sole e la pioggia, la testa è nuda. «Barone Marcacci» còmpito sul piedestallo. (p. 137)
La collina è una delle più belle trovate di quel grande Inventore che costrusse il mondo. La collina vi mette in alto e dice: «Guardate». Ha davanti la pianura, ha davanti e sotto il lago o il mare. La collina è fresca: i venti si dilettano di correrci intorno come fanciulli.
Per Locarno la parola "collina" è però inesatta. Anche dietro Locarno comincia subito la montagna, e sale. Fino a 1700 metri, nientemeno. Ma ben presto, a circa 400 metri (la città è la più bassa della Svizzera, 200 metri sul mare), essa forma sì e no un ripiano: "collina" la chiamano talvolta per approssimazione. Il ripiano è rotto a metà da una valletta; entro questa, s'inalza un picco erto, dirupato; sul picco, come una nave ancorata con alberi e sàrtie sulla montagna, sorge la Madonna del Sasso, il santuario nazionale della Svizzera italiana. (pp. 139-140)
Salire è per chi voglia un piacevole gioco. La funicolare azzurra s'avvia calma e brava, per quanto decisa, volonterosa. Slitta all'insù, con moto uguale, proprio come la sua gemella, su presso il Santuario, slitta all'ingiù. Percorre da principio una via tutta fiorita: da una parte, camelie, rose, glicini, secondo la stagione; dall'altra, ben presto, ricchi, odorati giardini. A mezza strada incontra la carissima gemella che scende: i passeggeri si guardano, e per poco non si salutano, come ragazzi. Si sale ancora, si passa sotto una volta di verdi rami intrecciati, s'entra in una breve galleria, se ne riesce. Ed ecco, mentre la vettura corre in cima a un viadotto altissimo (la cima degli alberi è lì, sotto i piedi) ecco, di fronte, piantata in vetta alla sua grande roccia, la Madonna del Sasso. (p. 140)
Come elegante il Tamaro, proprio là dirimpetto, a duemila metri! Come inciso tutto bene, finemente, nell'azzurro! (p. 141)
[...] le due isolette, più oltre, posate ed equilibrate sull'onde come in un gioco ben riuscito... il paesello di Ronco, su a mezza costa, in tal posizione che solo il pensarlo inazzurra l'anima... (p. 142)
A pianterreno, portici e portici, fin dove l'occhio arriva; sopra, ma soltanto in due o tre case, archi e colonne, nell'aria vivida, avvolgente. I portici, li percorreremo or ora. Gli archi e le colonne, conviene invece goderli di quassù e immaginarne altri e altre in riva al lago, sul dorsale dei colli, in grembo ai monti; come una musica i cui motivi tornino e ritornino melodiosi, a quando a quando.
I portici, a Locarno, son la passeggiata obbligatoria, inevitabile. Ti proteggono dalla pioggia e dal vento. Ti mantengono locarnese, se già lo sei; ti fan diventare, se non lo sei. Ti avvicinano alla benevolenza del prossimo: mentre passi (stanne certo) tutti in cuor loro ti danno il benvenuto. (p. 143)
Dei Visconti il Castello fu per circa un secolo: dal 1340 in poi. Essi ne fecero la rocca più forte, dopo quella di Milano, che ci fosse nel loro Stato. A quei tempi, il Lago Maggiore era percorso da una flotta armata: il Castello aveva un porto. Ora il lago è lontano un duecento metri; allora, almeno con un braccio, o una lingua, lambiva queste mura. Dove ora sorgono quelle case tanto pacifiche, un naviglio da guerra si cullava sull'onde.
Ai Visconti succedettero i Rusca, signori più provinciali, ma non meno amici d'una certa eleganza. Essi mantennero le fortificazioni, anzi le ampliarono. Fecero del Castello la loro residenza stabile, e perciò, sotto l'egida delle torri massicce e delle mura, si costruirono e adattarono una piccola Reggia. Si deve a loro tutto ciò che di artistico il Castello ancor oggi possiede: il mirabile porticato a colonne, le alte sale dai soffitti di legno intagliato, le squisite finestre aperte verso i monti e verso il lago... (p. 149)
È un corte dell'Alpe di Campolungo. Non so come si chiami, e non m'importa. Ciò che m'importa è che, nel fresco mattino, m'inonda il cuore di gioia.
È l'ora che tutta la greggia, dopo essere stata munta, riposa nel primo confortante sole. I campani vanno e vengono, al collo dei ruminanti assopiti. Vanno e vengono così calmi, così lenti che il battaglio appena appena li sfiora, e ne trae un suono parco, incantato. Così su tutto il pianoro, per quanto è largo e lungo: cento campani, cento suoni, cento anime di suoni: tutti, dal primo all'ultimo, così in minore, senz'ordine apparente, eppure consonanti in un adagio delicato, miracoloso. (p. 197)
Quando avevo le ali
Ai Sasselli – dove, agli ultimi di maggio, salivamo noi tutti con armi e bagagli, dove salivano quasi correndo le nostre bestie tornate dai paesi del piano, stufe morte del fieno secco e della stalla chiusa, pazzamente, furiosamente desiderose dell'aria libera e dell'erba fresca che si pasce e respira su pei monti, su per gli alpi – ai Sasselli avevo troni meno leggiadri, ma più gagliardi e selvaggi. (p. 116)
Le nostre casupole e le nostre stalle giacevano fra il prato chiaro e il faggeto cupo. Nel prato c'erano discreti macigni da scalare, c'era un discreto larice, c'era un dirupo calvo e tondo, chiamato "il motto", da cui si vedevano, sotto, la conca dolce di Rima e, sull'altro versante della valle, altissime scogliere ignude, alpi raccolti e profondi, cascate bianche come latte. Ma nel bosco, soltanto nel bosco cominciava l'imprevisto, germinava il fantastico, fioriva, come un selvatico rosaio, la leggenda. (p. 116)
I due bestioni non ci sono più. Forse il diavolo se li è portati con sé all'inferno. Dieci minuti dopo, io entro, saltellando come un capretto, nei prati di Rima; mi precipito verso la nostra casetta; la vedo chiusa e mi accingo ad aprire, quando la campana della chiesa, laggiù sul suo poggio roccioso, si mette soavemente a suonare e, di sotto al portico, esce la processione che si avvia al suo giro per campi e prati. (p. 131)
Le nostre mucche vanno a bere trionfalmente, a testa alta; non più a qualche grigio torrente rimbalzante fra pietra e pietra, ma al Lago Maggiore che sfavilla laggiù, estrema linea del mondo. La siccità di questa estate, bruciando e divorando il fieno dei nostri prati, ci ha cacciati dai monti. Non si poteva vivere più fra quelle bricche arsicce. Siamo dunque scesi giù, un bel mattino, uomini e bestie, in una fila tintinnante che faceva accorrere, in ogni villaggio, le donne e i fanciulli. (p. 135)
Riesco a strapparle la gerla e a recarmela in ispalla io. Riesco a farle dire che sta ad Ascona, in una casetta bianca con la porta verde, in mezzo alla piazza. Me ne vado carico della sua soma, ma pur leggero come una piuma, felice, fatto quasi di dolce aria e di gioia. Mezz'ora dopo, con la mia gerla sulle spalle, entro timidamente nella lunga piazza di Ascona. A destra, l'una a fianco dell'altra, splendono estatiche al sole le case bianche, verdi, rosse, gialle, celesti. A sinistra, oltre un filare di platani dorati, si culla lento lento, con tutti i suoi sogni negli occhi il lago. (pp. 136-137)
Dicono di Giuseppe Zoppi
Bisogna quindi risalire verso la fine degli anni venti (come usa dire) per ritrovare questa immagine fervorosa e ingenua di lui, scapolo e recluso in quella sua casetta alta sui Monti, gialla, con finestre e decorazioni neogotiche (che recentemente ha dovuto adeguarsi al gusto del nostro squallido tempo cementizio, perdendo ogni carattere).
La casa natale di Giuseppe Zoppi è a metà della valle e in mezzo al paese di Broglio. Si apre sul brolo verde ombreggiato della vite, ha da un lato la strada della valle e dall'altro il sentiero che sale agli alpi. Le due strade di Giuseppe Zoppi: quella, sassosa ed erta, per la quale salì bambino incontro ai suoi miti e alle sue fantasie, e quella per la quale discese più tardi, recando con sé il dono poetico dell'infanzia.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026