Frasi
Frasi di Giustino Fortunato
19 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 19 citazioni di Giustino Fortunato, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Giustino Fortunato (politico e storico italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giustino Fortunato
Che la borghesia, nel cui nome usa oggi comprendere più particolarmente le classi sino a ieri dette dirigenti, debba – per la prima – rispondere di così triste condizione, non è dubbio. Fin dall'inizio della nostra unificazione essa mancò di ogni percezione dell'effettivo essere nostro, e da allora la sua tragedia fu un continuo sognar lontano per non voler vedere la verità vicino. (da Scritti politici, De Donato, 1981, p. 359)
Chi più di me convinto che Tripoli sarà impresa infruttuosa e dispendiosa, quando anche necessaria e fatale? Ebbene, viva la guerra, se ora mi è chiaro che non invano sono trascorsi cinquant'anni di vita nazionale e qualcosa di nuovo, di bello e di promettente è nella nostra Italia. (citato in Nino Valeri, Giovanni Giolitti, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1971, p. 227)
Come ha fatto un giovane prete borghese di Sicilia, venuto su da un seminario, a riuscire così padrone, anche dal lato tecnico, della realtà politica del nostro Paese, l'Italia, considerata pur di fronte a tutto il movimento della civiltà occidentale d'Europa? (lettera di Giustino Fortunato a Luigi Sturzo; citato in Luigi Sturzo, Scritti Inediti, vol. II, Cinque Lune, Roma, 1975, p. 65)
Conobbi giovinetto il Nitti, venuto in Napoli – di antica famiglia borghese dei miei paesi, poverissima, – insieme col padre, la madre e le tre sorelle, che egli sostentò, letteralmente, per più anni, del più duro umile suo lavoro di tavolino; e lo amai, perché veramente eroico e d'ingegno e desideroso d'apprendere. Fu autodidatta, nel più stretto ed anche nel più eccessivo significato della parola. (citato in Francesco Barbagallo, Francesco Saverio Nitti, UTET, Torino, 1984, p. 12)
La Lucania è cosa morta, e la Basilicata è cosa viva: la Lucania non comprendeva gran parte della presente Basilicata orientale (Matera e Melfi), cosi come la Basilicata non piú comprende ben oltre la metà dell'antica Lucania occidentale (Campagna e Vallo) [...] Nato basilicatese, basilicatese – e non lucano – spero morire. (da Pagine e ricordi parlamentari - Volume 1, Vallecchi, 1926, p.376-383)
Non "rivoluzione", no, ma "rivelazione" è stato, e rimane, il fascismo: rivelazione di quel che realmente è, di quel che realmente vale l'Italia. Il fascismo è proprio l'Italia, di ieri e dell'altro ieri, così come sarà indubitatamente, l'Italia di domani e di domani l'altro. (da Carteggio 1927-1932, Laterza, 1981, p. 185)
Il Mezzogiorno e lo stato italiano
Il secolo, dopo la vivida aurora delle nazionalità, si chiude fosco ed acceso tra le nebbie e l'ideale del socialismo. È un nuovo ideale che si spande, come da per tutto, anche in Italia, perché anche in Italia si propaga e fruttifica, per tutte le classi, il sentimento del benessere economico e della solidarietà umana. È la coscienza stessa che muta intorno a noi, perché nonostante gli errori scientifici e la concezione eccessivamente ottimista della vita, su cui si fonda non poca parte della dottrina, il socialismo ha dentro di sé un concetto morale di gran lunga superiore a quello dell'individualismo; un concetto che indubbiamente varrà, se l'utopia non s'impadronisce delle menti, a riformare la compagine delle nazioni moderne. (vol. I, XIV, p. 332)
L'Italia non è fusa nemmeno nel male; tra noi, più che altrove, anche la criminalità è regionale: essa è di corruzione e di astuzia nel Settentrione, di violenza e di miseria nel Mezzogiorno. (vol. II, XXVII, p. 203)
Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C'è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale. (vol. II, XXXI, pp. 311-312)
L'Italia meridionale entrò disgraziatamente a far parte del nuovo Regno in condizioni assai diverse da quelle che il Nitti lascia credere. Essa viveva di una economia primitiva, in cui quasi non esisteva la divisione del lavoro, e gli scambi erano ridotti al minimo: si lavorava più spesso per il proprio sostentamento, anziché per produrre valori di scambio e procurarsi, con la vendita di prodotti, quello di cui si aveva bisogno. (vol. II, XXXI, p. 340)
Il Mezzogiorno entrò a far parte della nuova Italia assai meno ricco e assai meno progredito delle altre regioni, e la politica troppo fantasiosa dello Stato unitario non contribuì certo a fargli né superare la distanza originaria né, quando anche i vantaggi materiali fossero stati meglio ripartiti, colmare le profonde differenze anteriori. (vol. II, XXXI, p. 344)
Dicono di Giustino Fortunato
Conobbi personalmente Giustino Fortunato non prima del 1909; e solo nel 1910 mi si rivelò in tutta la sua originalità e genialità il pensiero di quell'uomo singolare. Lo avessi conosciuto dieci anni prima, quanta maggiore ricchezza di informazioni e quanto minore ottimismo mi avrebbero accompagnato nel trattare una materia, che era da lui ben più profondamente conosciuta che da me.
Dev'essere anzitutto un signore: a quel modo che possono esserci dei signori anche da noi, in Italia. Gentiluomo di provincia, e padron di terre con cura di anime. La chiarezza istruttiva ed ornata dei suoi discorsi, anche di materia finanziaria o in altro modo tecnico, mi piace. Come il suo stile largo, riposato e fiorito, e le sue citazioni oraziane. [...] Spirito di predicatore, e quasi d'apostolo, c'è infatti in questo «pessimista»: in questo «provveditore d'inquietudini», come lo chiamarono per dileggio.
Giustino Fortunato e Benedetto Croce rappresentano [...] le chiavi di volta del sistema meridionale e, in un certo senso, sono le due più grandi figure della reazione italiana.
Il più grande e illuminato studioso del Meridione.
Non vi fu assertore più alto delle ragioni dell'unità d'Italia e insieme delle ragioni del Mezzogiorno, di Giustino Fortunato. Il suo pensiero e la sua battaglia politica, quali si espressero in decenni di partecipazione appassionata all'attività parlamentare e alla vita pubblica, restano ancor oggi un punto di riferimento illuminante per cogliere aspetti e nessi essenziali del discorso che siamo chiamati ad affrontare nel centocinquantesimo anniversario della fondazione del nostro Stato nazionale.
Portò la questione meridionale a chiarezza di coscienza e di definizione, iniziandone la discussione in termini politici e storici, fino a farla riconoscere come la questione massima dello Stato italiano unitario.
Fortunato, questo venerando superstite del liberalismo, coniò l'epigramma che il fascismo non era una rivoluzione ma una rivelazione, la rivelazione di quell'Italia servile, arrogante e bigotta che derivava i suoi caratteri direttamente dalla Controriforma e dalla dominazione spagnola e nella cui storia il liberalismo non era stato che una parentesi.
L'unificazione era stata «improvvisata», era stata un «miracolo» che era andato contro la storia e contro la geografia, e per i cinquant'anni successivi egli continuò ad aspettarsi che la nuova nazione potesse andare nuovamente in frantumi.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026