Frasi
Frasi di Goffredo Fofi
26 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 26 citazioni di Goffredo Fofi, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Goffredo Fofi (saggista, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Goffredo Fofi
Alla sua rivolta, incompiuta perché tradita, molti giovani di oggi, almeno in Italia, amano richiamarsi – da lui diversi come la torbida acqua della realtà lo è, in Ho remato per un lord, dalla verde acqua dell'utopia. È bene non ascoltarli, e dire a chi si fa bello gridando in giro "sono un anarchico" quel che Berardinelli suggeriva di rispondere a chi un tempo diceva "sono un comunista": "me lo dimostri!". Una moda come tante, ma più ipocrita di tante.
Attraverso una lenta caccia, un lento inseguimento, si assiste a una lenta, e perciò stesso più violenta e inchiodante, messa a morte dell'americano per eccellenza: l'indiano.
Era più che un racconto e più che un saggio, e mi fece pensare a una preghiera o a una bestemmia (che sono spesso la stessa cosa).
Fascinoso ritorno-scavo sui temi morali dell'azione e del rischio, l'amicizia virile e la vecchiaia.
La grandezza e la miseria di Chaplin sta nella sua capacità di adattamento e seduzione, nel suo dialogo con la storia. Quella di Keaton nella sua inadattabilità, nella sua fedeltà, nella sua irriducibilità alla storia. Chaplin è sociale, Keaton è metafisico.
Non è facile raccontare un vero scrittore, è più facile inventarsene uno alla Sean Connery, un colto James Bond elegantemente e nevroticamente invecchiato. Ci sarà certo qualche spettatore che crede a queste storie, ma i più sbadigliano. E quanto chiacchierano i vecchi scrittori dei film, e quanto chiacchierano i giovani sceneggiatori da corso di scrittura!
Più sociale nonostante tutto il teatro, più asociale il cinema e con una straordinaria e singolarissima autonomia di linguaggio la televisione. Riconquista della parola e del volto nell'era della più degradata spettacolarità, che ha strappato alla parola il suo potere abusandone e ridicolizzandola, e al volto la sua anima omologando le facce nella faccia unica d'una massa che crede di essere in quanto grida.
Questa impossibilità di essere eroi è anche una delle basi del suo teatro, le basi della sua nostalgia di Verdi del "bel canto", della sua impossibilità a sapere che tutto questo, comunque, oggi non ha più senso.
Qui la levigatezza della confezione, da rivista di moda o di arredamento, la prevedibilità della costruzione, dominano sulla trama e ne tolgono perfino la morbosità, rendendo patinata anche quella.
Si ammirò [...] il grande lavoro di ricerca, certamente da storico più che da critico cinematografico (ed è un elogio, anche se Anile non aveva niente da invidiare ai critici del mestiere), e una maestria che sapeva coniugare il rigore del saggio con la scioltezza della narrazione [...].
Sotto molti aspetti Fellini e Bene portano avanti discorsi assai prossimi, e un raffronto tra le loro opere sarebbe istruttivo: stessa tradizione cattolica, stessa angoscia di fronte alla vita e alla donna, stesso gusto del tutto pieno, del decadente, del soggettivo, dell'esibizionistico, del ripetitivo. Ma le differenze sono altrettanto grandi: soprattutto, Fellini si difende più di quanto non riesca a fare Bene; Fellini cerca di conservare e conservarsi e si difende col gioco, Bene distrugge e autodistrugge; Fellini è assente alla contemporaneità, fermo al passato e al mito dell'infanzia, Bene non ha miti che lo sostengano.
Sulla figura e l'opera di Luca Rastello si dovrà tornare spesso, nei prossimi tempi, perché sono tra le più belle e più esemplari tra quelle che hanno agito in questi anni e hanno cercato di investigarne le tensioni, gli interessi, le brutture e disgrazie e le pochissime grazie [...].
Tutto di testa, mai libero e mai autentico, mai leggero e mai profondo, a Youth manca semplicemente, fellinianamente, un'anima. Neanche l'ombra di un'asa nisi masa.
Carla Del Poggio veniva dal cinema dei «telefoni bianchi», esplose col neorealismo ma rimase poi per qualche anno ai margini (ma fu con la Masina e Peppino De Filippo la formidabile ballerina di avanspettacolo nel film di esordio di Fellini, Luci del varietà, diretto insieme a Lattuada, che lo fece così esordire nella regia).
Ho avuto la fortuna di conoscere Lattuada e, quando fu immobilizzato e fuori coscienza per malattia, di aver molto frequentato sua moglie, l'attrice Carla Del Poggio assai bella e assai brava. Era napoletana, mi disse, figlia di un militare di carriera, ed era nata nel palazzo che ospitò poi la Rinascente a via Roma/Toledo, ed era nipote di Vittorio Imbriani, il grande scrittore cresciuto nell'esilio politico e poi garibaldino, autore della geniale satira dell'aristocrazia Dio ne scampi dagli Orsenigo, da cui i letterati napoletani avrebbero ancora da imparare.
Di Carla, della sua simpatia e intelligenza, della sua dedizione a un marito privo di coscienza che ha curato per anni in casa, potrei parlare per ore. Molti napoletani ricorderanno il suo come-back negli anni cinquanta con il formidabile sucesso di un super-melodramma, Core 'ngrato. Nel nostro cinema tra il '45 e i Settanta non c'erano solo Zavattini & Co. Con il loro "buonismo", per fortuna!, e non vi si raccontava solo Roma, e non c'erano solo i critici pseudo-lukacsiani e ruffiani; c'era anche tanto eros, e c'erano grandi attrici con grandi personaggi femminili, c'erano grandi registi "borghesi", e c'erano Alberto Lattuada milanese doc, e Carla Del Poggio napoletana doc.
Più stelle che in cielo
Fu spiritosa e «alla mano», dopo essere stata distante e aureolata, ma restò tuttavia «diva», un ideale di donna con una «classe» conquistata con sforzo, partendo da una calorosa volgarità cui aveva rinunciato per Sternberg, ma cui mai aveva rinunciato del tutto. (p. 23)
È impossibile che tra il pubblico di oggi e Totò possa ristabilirsi quel tipo di complicità, di immedesimazione vendicativa o anche, a tratti, masochista che con Totò avevano il sottoproletario, il proletario, il piccolissimo borghese degli anni Cinquanta. (p. 74)
Fare la diva super bella e superoca, la bionda scema e desiderabile consolante per ogni cretino di maschio occidentale doveva esserle ben pesante, poverina. (p. 172)
Per la cronaca, il ruolo di Edward [mani di forbice] era stato offerto dapprima a quel bischero di Tom Cruise, che per nostra grande fortuna di spettatori intelligenti e amorevoli, lo rifiutò. (p. 252)
Strade maestre
L'importanza della figura di Vittorini nella nostra storia letteraria è ben nota: pochi come lui hanno dato altrettanto e con altrettanta generosità, dal lavoro editoriale alle riviste, dalla promozione di nuovi talenti all'attenzione nei confronti delle trasformazioni del contesto italiano. (p. 14)
L'autore del Canzoniere , uno dei rari monumenti alla felicità e alla pienezza, nonostante tutto, del vivere lasciatoci dalla letteratura italiana del secolo, ha raggiunto quella purezza, quella libertà e quella grazia che rendono la sua vecchia poetica così «saggia» al contrario delle molte impudiche cui si assiste. (p. 21)
Certamente il fascismo è una chiave di lettura fondamentale del libro, certamente l'adolescenza ne è l'altra, ma è come se dal connubio di queste due coincidenze "temporali" – l'età del fascismo e l'età dell'adolescenza – scaturisse una terza componente, o che sia la terza a far scattare il cortocircuito tragico delle altre due: una terza non completamente definibile ma la cui aura è infine quella di una nevrosi estrema, che in quanto estrema rende estreme le sue violenze "storiche". Essa ha origine su un terreno più lontano e più antico dell'epoca del romanzo e forse della stessa storia. Su un terreno di tragedia, e di mito, nell'angoscia del nato di donna di fronte alla donna, al sesso, al rapporto con la donna. (pp. 159-160)
Film
Sbatti il mostro in prima pagina (1972) – sceneggiatura
Dicono di Goffredo Fofi
Caro Goffredo, la tua andata via mi ha colpito profondamente e oggi il pensiero non riesce a sopportare il peso di tutte le cose belle che mi hai dato. Tu mi hai cambiato la vita vestendomi di una luce che ha oscurato tutto lo snobismo che la cultura italiana, senza conoscermi, mi aveva attaccato addosso. Hai buttato a terra un muro di pregiudizio insuperabile, mi hai liberato da una gabbia di indifferenza in cui il potere del sapere aveva rinchiuso il mio essere artista del sottoproletariato, parola tanto amata da te. Mi hai insegnato la differenza tra la cultura e l'intelligenza, la lotta per l'uguaglianza, l'importanza del crescere senza dimenticare mai la provenienza. Mi hai accompagnato passo dopo passo nel cinema che conta, spendendo tempo e inchiostro per raccontarmi agli scettici. Sei stato e sarai per sempre il mio unico 'sdoganatore'. Grazie Goffredo per avermi reso un artista stimato.
Erano gli anni Ottanta e Fofi faceva una cosa che forse è stato l'ultimo adulto a poter fare senza che il pubblico gli ridesse in faccia: usava «borghese» come insulto.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026