Frasi
Frasi di Grazia Deledda
24 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 24 citazioni di Grazia Deledda, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Grazia Deledda (scrittrice italiana). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Grazia Deledda
[...] I Misteri del Popolo di Sue, quel gran romanzo; glorioso o infame secondo i gusti, ma certo molto atto a commuovere l'anima poetica dell'ardente fanciulla.
Io non sogno la gloria per un sentimento di vanità e di egoismo, ma perché amo intensamente il mio paese, e sogno di poter un giorno irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi, di poter un giorno narrare, intesa, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza.
Mutiamo tutti, da un giorno all'altro, per lente e inconsapevoli evoluzioni, vinti da quella legge ineluttabile del tempo che oggi finisce di cancellare ciò che ieri aveva scritto nelle misteriose tavole del cuore umano.
Possibile che non si possa vivere senza far male agli innocenti?
Tutti siamo impastati di bene e di male, ma quest'ultimo bisogna vincerlo, Antonio. L'acciaio che è l'acciaio viene temprato e ridotto a spada, da chi vuol vincere il nemico.
Frasi da «Canne al vento»
«Adattarsi bisogna» disse Efix versandogli da bere. «Guarda tu l'acqua: perché dicono che è saggia? perché prende la forma del vaso ove la si versa.»
«Anche il vino, mi pare!»
«Anche il vino, sì! Solo che il vino qualche volta spumeggia e scappa; l'acqua no.»
«Anche l'acqua, se è messa sul fuoco a bollire,» disse Natòlia. (cap. IV)
«E perché nascere?»
«Oh bella, perché Dio vuole così!» (cap. IV)
«E le mie padrone? Non s'accorgono?»
«Loro? Sono come i santi di legno nelle chiese. Guardano, ma non vedono: il male non esiste per loro.» (cap. V)
[...] l'amore è quello che lega l'uomo alla donna, e il denaro quello che lega la donna all'uomo. (cap. VI)
«Il rimedio è in noi» sentenziò la vecchia. «Cuore, bisogna avere, null'altro...» (cap. VII)
Un uomo libero è sempre adatto per una donna libera: basta ci sia l'amore. (cap. IX)
E come i bambini ed i vecchi si mise a piangere senza sapere il perché, – di dolore ch'era gioia, di gioia ch'era dolore. (cap. IX)
La vita passa e noi la lasciamo passare come l'acqua del fiume, e solo quando manca ci accorgiamo che manca. (cap. XII)
Efix mangiava e raccontava, con parole incerte, velate di menzogna timida; ma quando ebbe gettato le briciole e il fondo del bicchiere sul pavimento, – poiché la terra vuole sempre la sua piccola parte del nutrimento dell'uomo, – si drizzò un po' sulla schiena e i suoi occhi si circondarono di rughe raggianti. (cap. XVI)
«Siamo nati per soffrire come Lui; bisogna piangere e tacere...» disse con un soffio.
E questo fu il suo augurio. (cap. XVII)
Dicono di Grazia Deledda
Animata da un precoce bisogno di emanciparsi e da una segreta quanto chiara vocazione letteraria, Grazia Deledda riempì autonomamente le lacune della sua educazione, leggendo qualsiasi libro le capitasse a tiro, dalla Invernizio a Tolstoj. I suoi primi esercizi poetici e narrativi muovevano da influenze decadentiste e tardoromantiche verso più congeniali ispirazioni veriste.
Così ci fermiamo al Dazio, la casetta della dogana in città, e Vestito di Velluto deve pagare per della carne e del formaggio che porta con sé. Dopo di che scivoliamo via nella fredda strada principale di Nuoro. Penso che questa è la patria di Grazia Deledda, la scrittrice, e vedo una bottega di barbiere: De Ledda. E grazie al cielo siamo alla fine del viaggio. Sono le quattro passate.
Il sacrificio non è per Deledda una soluzione salvifica, non c'è nella sua poetica alcun intento assolutorio o moralistico, ma unicamente descrittivo. La tragicità è insita nella vita, ed è l'incapacità (generalmente maschile) di assumere la responsabilità dei propri istinti a radicalizzare il male. Rileggendo in questa chiave Grazia Deledda e sistemando intorno alla centralità del tema erotico (capito perfettamente da D.H. Lawrence) anche il suo splendido panteismo, la sua «ieraticità biblica» e il suo «verismo folclorico» [...], si può tornare a leggerla oggi con attualità e sorpresa insospettabili.
La signorina Deledda fa benissimo di non uscire dalla sua Sardegna e di continuare a lavorare in questa preziosa miniera, dove ha già trovato un forte elemento di originalità. I suoi personaggi non possono esser confusi con personaggi di altre regioni; i suoi paesaggi non sono vuote generalità decorative. Il lettore, chiuso il libro, conserva vivo il ricordo di quelle figure caratteristiche, di quei paesaggi grandiosi; e le impressioni sono cosi forti, che sembrano quasi immediate, e non di seconda mano, a traverso un'opera d'arte.
Gli eroi della Deledda non hanno mai alcun tratto superomistico: la passione da cui sono sospinti non conosce i compiacimenti orgogliosi che esaltano sopra se stesse le creature dannunziane.
Il metodo narrativo della Deledda consiste in una adesione immediata ala realtà vitale, sentita come luogo di un eterno contrasto fra opposte forze, che ponendo a prova tutte le doti dell'uomo ne impegnano e ne realizzano al più alto grado l'umanità.
Il senso della miglior narrativa deleddiana sta proprio nella sua irrisolutezza, poiché da essa nasce la forza drammatica degli episodi in cui la crisi delle coscienze esplode, portando finalmente in luce l'unico principio etico cui vada riconosciuto un valore integralmente positivo: il sacrificio di sé.
Il vitalismo della Deledda ha una sostanza tormentosamente antiidillica che induce la scrittrice ad affaticarsi di romanzo in romanzo sui termini di una contraddizione destinata a rimanere insolubile, in quanto non illuminata da una organica concezione ideologica o fideistica.
In un'opera giovanile, la Deledda definisce Eugenio Sue "quel gran romanziere glorioso o infame, secondo i gusti, ma certo molto atto a commuovere l'anima poetica di un'ardente fanciulla". Queste parole illuminano efficacemente il clima in cui si svolse la sua formazione. Grazia nacque a Nuoro nel 1871, da famiglia benestante. Le elementari furono le sole scuole che frequentò regolarmente. In seguito si abbandonò a una congerie di letture, acavallando Dumas, Balzac, Byron, Sue, Scott, e la Invernizio. La precoce vocazione di scrittrice si alimentò dunque di un disordinato ultraromanticismo, incline ai vividi contrasti di colori e linee, al fervore e all'enfasi dell'orchestrazione melodrammatica.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026