Ritratto di Guillermo del Toro
Gabriel Brooks · CC BY 4.0

Frasi

Frasi di Guillermo del Toro

47 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 47 frasi di Guillermo del Toro: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Guillermo del Toro (regista, sceneggiatore e produttore cinematografico messicano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Miglior film (2018)
Miglior regia (2018)

Citazioni di Guillermo del Toro

Crimson Peak è un film di metafore, anche visive. La stessa Jessica Chastain è una sorta di larva, mentre il personaggio di Mia Wasikowska è la farfalla. E a un certo punto la larva divora la farfalla! Mi piace creare illusioni, trucchi che non sempre si notano immediatamente, messaggi nascosti negli oggetti, nelle scritte sulle pareti. Sono ovunque nella casa che abbiamo costruito – davvero! – per il film. Se veniste sul set vedreste una vera magione gotica di tre piani, con un ascensore realmente funzionante, una cucina, il bagno, biblioteche, corridoi… tutto vero, nei minimi dettagli.
Scrivere è al 90% perseveranza e per il 10% ispirazione. Per questo mi obbligo a scrivere ogni giorno.
[...] da bambino la pioggia mi faceva sognare. Mettevo il cuscino vicino alla finestra e guardavo le gocce. E immaginavo cose. C’erano notti a Guadalajara, nella casa di mia nonna dove vivevo, in cui quando pioveva andavo alla finestra e guardavo la strada, vuota. Mi dicevo: «Cosa succederebbe se qualcuno, camminando, improvvisamente si fermasse e guardasse direttamente verso di me?». Ne sarei stato terrorizzato, fino alla paralisi.
Per me il mostro di Frankenstein è più reale di molti miei cugini. Lo conosco meglio di loro. Conosco il Gill-man di Il mostro della laguna nera meglio di mio zio. È un modello da seguire? Magari sono fuori di testa, ma sono così. Ho vissuto con la famiglia che mi sono costruito. I mostri mi hanno salvato la vita così tante volte che sono loro grato. Sono stato cresciuto da strane creature, e le amo.
Non sono una persona normale. Non lo sarò mai. Da bambino sono stato formato in un certo modo, e qualcosa deve essersi rotto. Qualcosa che non si può sanare nemmeno con anni di terapia. Ma qualsiasi cosa sia, è ciò che guida la mia vita.
In questo tipo di film c'è sempre l'idea che sesso e virtù non possano coesistere. Molti uomini sono a disagio con l'idea che una donna si masturbi, faticano ad accettare l'idea che un personaggio sia forte e puro, ma non innocente.
Al cinema le scene tra una donna e un mostro sono puritane o perverse. Non condivido nessuno dei due approcci. Il mio film è una storia d'amore tra due entità che si incontrano. Non parlano, ma si comprendono a vicenda e sì, finiscono insieme nella vasca da bagno.
I veri mostri sono gli uomini ossessionati dalla perfezione, che non tollerano difetti, diversità.
Trump non è la malattia ma il sintomo. Noi ci allarmiamo quando scopriamo il tumore, in realtà siamo ammalati di cancro da tanto tempo. I repubblicani non hanno smesso un giorno di attaccare il governo Obama e, se guardi al '62, capisci che l'odio arriva da lontano. Quello che è orribile è il fatto che oggi certi discorsi sull'odio possano essere fatti pubblicamente e senza vergogna.
Ci ho messo sei anni per riuscire a portare questa storia d'amore tra un mostro e una donna sul grande schermo. Nella sua fase primigenia, per delinearne gli aspetti visivi, mi sono fatto ispirare dalla colonna sonora composta da Jon Brion per Ubriaco d'amore, diretto da Paul Thomas Anderson. Ovviamente la fonte di ispirazione più immediata è il film Il mostro della laguna nera, ma è stata quella musica a ispirarmi la love story tra un mostro marino e una donna, oltre a un B-movie giapponese su un pesce nero. E ci sono voluti tre anni per dare vita all’anfibio antropomorfo; credo la più lunga gestazione per una creatura cinematografica.
Il cinema è pieno di versioni di La Bella e la Bestia puritane e pudiche, dove il mostro diventa un principe, ma in cui manca la parte erotica. Oppure, ci sono le variazioni kinky e perverse. Io invece volevo una storia d'amore che includesse la sensualità. Avevo bisogno anche che Elisa non fosse una principessa, ma un personaggio unico, che impiegasse tre minuti per far bollire le uova, tre minuti per masturbarsi, tre minuti per lucidare le scarpe... Un personaggio puro e innocente, ma allo stesso tempo con istinti sessuali vivi.
L'idea più pericolosa al mondo è la perfezione. Tutti i fascismi e i nazionalismi manipolativi invocano la perfezione. L'imperfezione, invece, è raffigurata dai mostri. L'atto d'amore supremo che si può fare è riconoscersi l'un l'altro: se io ti vedo, allora tu esisti e viceversa. E, soprattutto, ti vedo così come sei e non come vorrei che tu fossi. Esattamente come i mostri che si presentano per quello che sono; per loro è impossibile mentire. King Kong è un gorilla ed è puro. Come Elisa, che è un’emarginata ed è innocente. Il mostro è l’emblema della tolleranza.
Sono arrivato alla conclusione negli ultimi dieci anni che non sono un fan de Il mostro della laguna, ma sono un chierico, sono un evangelista. Sento davvero un legame con questa creatura. Non sono il tipo di fan che tiene le figurine nella scatola. C'è qualcosa di complesso nella sua immagine che lo rende molto intimo per me. Avevo sei anni quando ho visto Julie Adams che nuotava con la creatura sotto di lei e mi sono sentito travolto dall’arte, ho sentito letteralmente la sindrome di Stendhal. Ero un bambino e sono stato travolto da delle emozioni che non conoscevo. Sapevo cosa era l'amore, l'amore in senso romantico, e credevo che il film sarebbe finito con loro che stavano insieme e così non è stato. Il film quindi per me è diventato un film che parla di un'invasione. Questa creatura stava nuotando nel suo habitat, nel suo fiume e quest'uomo arriva e la cattura! Una cosa così ingiusta. Quel mostro è stato con me per anni, da bambino poi ho continuato a disegnarlo tutti i giorni. Lui e il fantasma dell’Opera, li disegnavo sempre. Poi è diventata quasi un'immagine da balletto sincronizzato, come un musical che è rimasto nella mia testa, e me la sono portata dietro tutta la vita, fino a quando nel 2012 ho iniziato a scrivere la sceneggiatura di La forma dell'acqua.
Mi ricordo da bambino un Gesù nella mia chiesa locale che era rappresentato con delle ossa viola e verdi. Quando ho visto Frankenstein aveva la stessa aria tragica, e ho pensato fosse una sorta di messia. I mostri sono diventati dei marcatori della normalità, nel senso che sono stati uccisi dai cosiddetti normali, e alla mia età non ho ancora capito cosa "normale" voglia dire! Non lo capisco e credo che quello che viene considerato standard sia in realtà distruttivo, perché se essere normale significa essere perfetto allora non è possibile. I mostri per me sono i santi patroni dell'imperfezione e io prego loro tutti i giorni perché siamo tutti imperfetti. Gli standard che ci imponiamo ci distruggono, crediamo che si debba essere bianchi o neri, ma in realtà è possibile vivere solo nel grigio, altrimenti viviamo nella paura. I mostri sono tolleranti, non mentono mai, sono quello che sono. Godzilla non verrà mai a dirci: "Prometto di non distruggere niente!". No, arriverà e con un colpo di coda distruggerà tutto. Dal primo secondo in cui vediamo i mostri sappiamo cosa sono.
L'unica cosa che si può fare sono i film che ti piacciono, perché nessun altro li farà, e magari per una buona ragione!
Perché parla dell'oggi, delle minoranze di genere, di maschilismo tossico, di dominazione, di razzismo, di abuso di potere, di divisione, di guerra fredda... di tutto quello che si parla al giorno d'oggi!
Il film è fatto con una palette di colori molto semplici. Il blu e il ciano sono per l'appartamento di Elisa che è sempre sott'acqua, pieno di perdite e di macchie. Al di là del corridoio, per ogni personaggio che vive all'aria, c'è il colore oro, quindi gli ambienti per Giles, Strickland e Zelda sono sull'ambrato. Poi il rosso per il cinema che rappresenta la vita e l'amore. Quando Elisa apre la porta del cinema infatti è tutto rosso, le poltrone, il sangue... Dopo aver fatto l'amore anche Elisa inizia un po' alla volta a vestirsi di rosso. E infine il verde che è il futuro, l'ossessione dell'America per il future, quindi le gelatine, le torte, le macchine, il laboratorio. Tutto quello che dovrebbe essere futuristico è stato pensato per essere verde.
Il personaggio di Michael Shannon nel film è il classico uomo che vuole avere tutto sotto controllo, dominare gli altri, sua moglie, la creatura, Elisa ed è un'immagine senza tempo perché il mondo è manipolato. Non è solo una persona a essere così e non lo sono tutti, è il mondo a essere fatto in questo modo ed è quello che dobbiamo cambiare attraverso le leggi.
Sally Hawkins per me è una delle attrici migliori e volevo che la protagonista fosse una persona bellissima e luminosa, ma non in una maniera da pubblicità di un profumo. Volevo qualcuno che si può incontrare mentre si aspetta l'autobus, qualcuno che illumina lo schermo appena viene inquadrato.
I mostri sono esseri spirituali che proteggono tutti noi imperfetti. La mia relazione con le creature mostruose, protagoniste di molti miei film, inizia quando avevo 6 anni, dopo aver visto Il mostro della laguna nera con Julie Adams che nuotava con il suo costume bianco. Me ne innamorai, ma non solo di lei, anche del mostro. La domenica per la mia famiglia era un giorno sacro: il mattino si andava in chiesa tutti insieme e poi, dopo pranzo, al cinema a Guadalajara o incollati davanti alla televisione davanti a qualche classico. Speravo che Julie si sposasse con il mostro, ma invece la storia finisce malissimo. È il film più ingiusto che abbia mai visto, ci ho messo 46 anni a rimediare a questo errore triste e terribile.
Volevo fare una favola sulla passione, sull'emozione, una storia d'amore, perché l'amore non si può controllare, è imprevedibile, non sai mai di chi ti puoi innamorare [...]. Purtroppo viviamo in un mondo dove chi dimostra di provare emozioni viene considerato stupido e debole, mentre gli arroganti sono i nuovi furbi, quelli privilegiati, che hanno accesso a tutto. Per me essere emotivi e compassionevoli oggi significa essere i nuovi punk, siamo noi i coraggiosi.
Ero stanco della solita storia stile La bella e la bestia, dove sicuramente non finiscono a letto e forse, dico forse, si danno un bacino. Oppure delle storie opposte, dove il mostro è un maligno stile Harvey Weinstein a cui piace solo il sesso perverso. Allora perché non raccontare una storia d'amore tra un anfibio e una donna, una relazione normale dove entrambi sono felici di scopare. Normale, no? Per me scopare è molto normale!
In questo film ci sono molti riferimenti alle mie passioni, all'amore per il cinema, il colore rosso per esempio è molto importante, mi ricorda quello delle tende di velluto, delle sedie dei cinema che frequentavo da bambino, rosso come le scarpette del film Scarpette rosse, un grande classico, che è anche nella lista dei film preferiti di Scorsese.
Era un periodo ricco di promesse economiche, soprattutto se eri uomo, bianco ed eterossessuale. Erano gli anni del futuro, di Kennedy, quando gli Stati Uniti prosperavano, un momento storico importante per la politica, l'economia e anche la fantasia. La voglia di esplorare altri mondi, le donne eleganti, le automobili veloci, I pronipoti, le cucine tecnologiche. La perfezione, quella che chi ha votato Trump spera di ritrovare, tutti quelli che hanno creduto nel suo slogan "Make America Great Again". I suoi elettori vogliono questo. Anche se ancora non hanno compreso le ripercussioni negative che arriveranno grazie alla sua politica ignorante. E poi si sono dimenticati di quello che è arrivato nel 1963, l'assassinio di Kennedy e l'escalation della guerra in Vietnam. E negli anni successivi le discriminazioni razziali, sessiste, classiste e tutti i problemi di immigrazione. Purtroppo siamo retrocessi ancora alla stessa situazione, i bravi sono i bianchi, i neri sono criminali e gli immigrati rubano il lavoro.
Come regista, è tuo dovere sforare il tempo e il budget. Se hai abbastanza tempo e soldi, stai sbagliando qualcosa.
Dirigere è una negoziazione di ostaggi con la realtà, è come orchestrare un incidente.
La maggior parte delle volte faccio film perché la premessa è stupefacente. Quando sei sul set e hai assorbito cento anni di cinema, devi fermarti e dire ‘Ok, è quello che succederebbe normalmente in quel film. Cosa posso fare per renderlo diverso?’ E ti fermi. Devi fermarti.
Mi ha colpito perché Pinocchio vedeva il mondo come lo vedevo io. [...] Dal mio punto di vista, non è un film fatto per bambini. Perché dico questo? Perché l’animazione in generale non è un genere per bambini, ma i bambini possono guardarlo se i loro genitori ne parlano con loro.
Mi infastidiva che le persone chiedessero obbedienza a Pinocchio, quindi volevo fare un film sulla disobbedienza come virtù, e sul fatto di non dover cambiare per essere amato. La nostra versione riguarda appunto la disobbedienza che è un fattore primordiale per diventare umani e diventare umani non significa cambiare te stesso o gli altri ma capire.
Il fascismo, per me, è una questione molto maschile, molto paternalistica e uno dei fili del film è quello. Non è la parte predominante, ma uno dei filoni. Uno dei temi toccati da questo film è quello della paternità. Il fascismo assomiglia a una forma paterna di diverso tipo, in noi c’è il desiderio di liberarsi di un padre che vuole imporci il suo pensiero. Lo sentivo sin da quando ero un adolescente che se avessi fatto Pinocchio, sarebbe stato così.
Il rapporto con Pinocchio è iniziato quando ero piccolo. Quello Disney del 1940 è stato il secondo o terzo film che ho visto con mia madre. Mi impressionò nel profondo: per la prima volta ho sentito quello che di fragile e terribile si prova da bambini. Mi fece paura e insieme mi ci riconobbi. Mi sentivo come lui, non avrei saputo spiegarlo meglio.
Lo considero il terzo capitolo della trilogia iniziata con La spina del diavolo e Il labirinto del Fauno, ambientati durante il franchismo. Ho pensato subito di ricollocare la favola in questo momento storico. È una storia di padri e figli, uno dei perni del fascismo è la figura paterna, il paternalismo come forma di dominio ed educazione all’uniformità e al conformismo.
Volevo dire che Pinocchio deve essere amato senza cambiare. Pretendere che qualcuno si trasformi come requisito per amarlo mi sembra un ricatto terribile. Inaccettabile.
Era importante non mettere un finale tutto "e vissero felici e contenti". Non pretendo di dare messaggi con il mio cinema, ma spero che aiuti a fare capire che possiamo imparare ad amare l’attimo, i momenti di felicità. Perché passano.
La complessità del presente è che viviamo a stretto contatto, vicino alla morte, alla perdita, ai lutti. Negli ultimi tre anni ci siamo stati immersi con il Covid e la guerra: molti hanno vissuto lutti pesanti.
I due santi patroni della mia vita sono stati e Frankenstein. È in un certo senso la stessa storia raccontata in toni differenti, la storia di un padre che adotta un figlio e una creatura che deve imparare come stare al mondo. È una metafora meravigliosa del nostro percorso sulla Terra.
L’animazione è cinema e basta, non una sua forma minore. E non è neanche vero che sia un genere per bambini. È arte e basta.
Ho cercato religiosamente di evitarli da adulto. Visto che mi aveva fatto quell’impressione da piccolo, sono cresciuto con la certezza di fare il mio. Ho visto alcune versioni animate, compreso un Pinocchio nello spazio giapponese, da piccolo. Da adulto li ho evitati, quando vuoi raccontare una storia non vuoi vedere cosa hanno fatto altri. Ne ho parlato con Matteo Garrone, che mi pare un regista sensazionale: con lui mi sono confrontato. Esistono almeno sessanta versioni a livello internazionale tra animazione e film di finzione. L’unica cosa che potevo fare era seguire la mia idea.
Scoprii il capolavoro cinematografico Frankenstein del 1931, regia di James Whale con Boris Karloff nei panni della Creatura, quando avevo sette anni, ed ebbe un profondo effetto religioso su di me. Sono cresciuto cattolico, ma lì ho trovato la mia vera religione, ho capito con Karloff cosa significasse essere un martire e un messia, ed è allora che quell’immaginario cattolico ha cominciato ad aver senso.
Devo confessare che ho dedicato la mia vita, decenni di studio e approfondimento, alla letteratura gotica e al movimento romantico: Mary Shelley, Percy Shelley, Lord Byron. Il mio film è un amalgama della sua biografia, della mia, del movimento romantico, e del romanzo.
[...] credo che Elizabeth sia diventata un amalgama di me e Mary Shelley. Stavo già scrivendo, e avevo scritto un lungo trattamento definendo le sue azioni, ma non il suo ruolo. La prima volta che ho incontrato Mia Goth, aveva appena avuto la sua bambina, e ne stava parlando con grande amore, passione e dedizione. Ho pensato, questa è Elizabeth, è lei il personaggio più intelligente del film, capisce più di chiunque altro, porta con sé una fortissima energia di comprensione dell’altro, che è quello di cui tratta veramente il mio film. Voglio dire, ho delle notizie per voi, l’altro siete voi, ogni volta che svilite l’altro, svilite voi stessi, perdete. Ed ecco perché Victor e la Creatura esistono allo specchio, ecco perché il film inizia dove finisce, e solo la Creatura alla fine rompe il cerchio. Tutto questo per me era articolato in teoria, ma Elizabeth lo articola in modo drammatico quando parla di amore. Dice che la natura dell’amore è di essere trovati e di essere persi. Tutto quello che dice ha saggezza. Quindi per me, Mary Shelley è fusa dentro Elizabeth.
Questo look è stato disegnato da Mike Hill, creatore di effetti di trucco, mio amico e di cui sono anche cliente. [...] Mike ha creato una Creatura che non è un mostro, ma un personaggio. [...] Vogliamo però cercare di evitare il tipico aspetto di una vittima di incidente stradale che ne è uscita tutta rattoppata, un mucchio di parti messe insieme. Abbiamo disegnato il corpo quasi come si farebbe con una bellissima scultura in alabastro di un santo scuoiato della pelle, come San Bartolomeo. Abbiamo fatto ricerche anatomiche, e l’idea era che non si trattasse di una creatura riparata, ma di una nuova anima appena nata. Quando compare su schermo, è quasi come un pallido bambino gigante. So che questo suona molto crudele, ma è quello che succede nelle famiglie: si nasce perfetti, e poi tutta la famiglia si intromette, ti danneggia e ti rompe. La Creatura deve sembrare prima un bambino, poi un filosofo, poi un uomo. La sua crescita è uno dei tratti più salienti del romanzo di Mary Shelley nonchè del mio film. Tracciamo l’arco della Creatura che diventa un essere umano. Volevo mostrare quel viaggio da anima appena nata a essere umano pensante, quando alla fine la liberazione di una nave incastrata nel ghiaccio è il suo primo atto di libera volontà.
Victor sogna quella creazione da decenni, quindi il pubblico sa che è una persona esteticamente consapevole. [...] Volevo che Victor seducesse l’intera università e gli investitori, che convincesse Elizabeth, almeno fino a quando non vede i suoi difetti. Era un poeta magnetico, come Lord Byron, una figura alla Paganini che si muove come una rockstar tipo Mick Jagger e può pensare come uno scultore.
Ogni tiranno nella storia dell’umanità non ha dubbi, almeno pubblicamente, e si considera una vittima. Quella è una costante. Dicono, "Povero me, povero me". E sono mostri, che distruggono la vita di tutti.
Devi stare attento con la poesia, perché se gli dai un solo significato, diventa matematica, diventa chimica. I simboli siano alchemici, dipendono da chi li legge e possono significare molte cose. Quindi, sarei molto esitante a dire che il mio film significa una cosa sola. Credo che ciò di cui vuole parlare sia l’umanità, credo che il perdono e l’accettazione, che sono molto scarsi in questo momento, ci rendano umani. Alla fine di tutto quello che stiamo passando, chiunque sarà rimasto in piedi, non importa che aspetto abbia, spero solo che sia un essere umano.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026