Ritratto di Gustavo Strafforello
G.E. Gallieni · Public domain

Frasi

Frasi di Gustavo Strafforello

13 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 13 frasi di Gustavo Strafforello: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Gustavo Strafforello (scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

La Patria. Geografia dell'Italia – Provincia di Roma

Quasi nel mezzo della città, il Tevere forma un'isola, tanto celebre negli antichi tempi pei monumenti che conteneva. La sua origine, stando agli scrittori dell'antichità, deriva dall'espulsione dei , in seguito alla quale, il Senato decretò che i beni di quella famiglia fossero confiscati, conceduti al popolo e posti a sacco. Le messi che biondeggiavano nel campo tra la città e il Tevere, furono tagliate e gittate nel fiume, di guisa che, arrestandosi l'acqua pei cumuli delle biade gettate, formò una specie di argine che a poco a poco si cangiò in vera e propria isoletta. (I - Circondario di Roma, p. 98)
Gli ultimi tre re di Roma di origine etrusca.
Era già sotto il governo papale ed è ancora, dopo che Roma divenne capitale d'Italia il cuore della città, il ritrovo dei mercanti di campagna, degli uomini di mare, dei negozianti, come delle allegre brigate. Nella state vi si danno concerti e la popolazione vi accorre in folla a passeggiare o a sedersi in crocchi di seggiole che dannosi lungo il palazzo Chigi o dispongosi fuori delle trattorie, caffè e che apronsi lungo gli altri tre lati. Imperrocché codesta piazza era un quadrilatero formato da quattro palazzi: a nord il palazzo Chigi, a sud il palazzo Ferrajoli, a est (sul Corso) il palazzo Piombino, ora demolito, e ad ovest il palazzo detto delle Colonne.
Ma il monumento più interessante della piazza è senza paragone la maravigliosa colonna eretta dal Senato e dal popolo romano in onore di Marco Aurelio Antonino per le sue vittorie sui Marcomanni ed altri popoli della Germania. (I - Circondario di Roma, pp. 110-111)
In estate.
[...] è il più bello spazio anfitreale moderno col grandioso ellittico colonnato del Bernini (1667) degno vestibolo del primo tempio del mondo. (I - Circondario di Roma, p. 174)
Tutte le arti hanno contribuito alla decorazione di questo tempio, il quale è, senza dubbio, il monumento più sorprendente, non solo di Roma, ma del mondo moderno. La pittura, la scultura, l'architettura, il , l'arte di fondere i bronzi e di dorare vi hanno profuso le loro ricchezze, ed i più grandi artefici vi hanno sviluppato i loro talenti: dimodoché, se in Roma non vi fosse altro da vedere che questo solo tempio, sarebbe cosa degna ch'ognuno vi si recasse per ammirarne la impareggiabile magnificenza. (I - Circondario di Roma, pp. 179-180)
Il più bello e maestoso di Roma e fors'anco del mondo, per la sua architettura. [...]. I massi di travertino, ond'è composto furono tolti sacrilegamente al Colosseo e al teatro di Marcello.
Il palazzo si presenta nel suo aspetto migliore dalla piazza con fontane a vasche granitiche, tolte dalle terme di Caracalla. Entrando, la grossezza dei massi di travertino e la precisione con cui sono collegati attrae l'attenzione. Nulla può superare la solidità della costruzione: il basamento del cortile posto dal Vignola sul disegno originale del Sangallo e il primo piano dello stesso Vignola, sono degni dei migliori tempi dell'architettura. Tutte le parti superiori dell'edifizio, coll'imponente e maraviglioso cornicione sono di Michelangelo. (I - Circondario di Roma, p. 286)

La Patria. Geografia dell'Italia – Provincia di Napoli

Suol dirsi comunemente che la Grotta Azzurra rimase sconosciuta sino al 1822 quando fu scoperta da due Inglesi o più veramente da un pescatore dell'isola detto Ferrara, il cui diritto alla scoperta fu riconosciuto dal governo borbonico che gli assegnò una piccola pensione. Il vero si è che la Grotta era nota sin dal 1605, nel qual anno fu descritta dal precitato scrittore napoletano Capaccio. In seguito se ne perdé la traccia e la memoria finché fu riscoperta dal poeta e pittore tedesco Augusto Kopisch di Breslavia (insieme a Fries, nel 1826) [...]. (III, Circondario di Castellammare di Stabia, p. 362)
Giulio Cesare Capaccio (1550 – 1634).

La Patria. Geografia dell'Italia – Provincia di Venezia

Fu detto e stampato da più di un impressionista che la piazza di San Marco a Venezia è la più bella piazza del mondo. Noi non diremo questo, perché in siffatta materia vige sempre il relativo e non l'assoluto, tanto che non è possibile confrontare piazza San Marco colla piazza San Pietro a Roma o della Concordia a Parigi o colla Puerta del Sol a Madrid o della Signoria a Firenze, che pur tengono fama di bellezza mondiale: diremo invece che fra le più belle piazze del mondo essa è certo la più caratteristica e, nella sua tipicità, unica al mondo. Dicono che Napoleone I, il quale nelle sue sentenze passava, fra gli adulatori infiniti ed i cortigiani del suo tempo, per un oracolo, la definisse «una grande sala». Ora neppure questa definizione ci pare appropriata granché, mentre è piazza con tutte le caratteristiche che a tale nome si addicono, ed è per giunta suscettibile di una sola qualifica, di un solo aggettivo «maravigliosa». (Parte prima, p. 122)

La sapienza del popolo spiegata al popolo

Chi a' medici si , a sé si toglie.
La sanità è la prima ricchezza dell'uomo, segnatamente dell'uomo del popolo che non ha che le sue braccia. Ciò è chiarito dai proverbi di tutte le nazioni: Primum recto valere, dicevano i latini; Chi ha la sanità, è ricco e non lo sa; ovvero: Chi è sano e non è prigione, se si lamenta non ha ragione, diciam noi italiani; e i francesi: Chi non ha sanità non ha nulla e chi ha sanità ha tutto; e gli inglesi: La sanità è una gran ricchezza; ovvero: La sanità val più della ricchezza; e i tedeschi: Chi è sano non sa quanto sia ricco; ovvero: Sano e libero, che vuoi di più? e gli olandesi: La sanità è moneta sonante; e i boemi: La sanità vai più che l'oro e i possessi, ecc.; e gli arabi finalmente, nel loro linguaggio orientale, dicono che la sanità è un dattero che cresce soltanto sulla palma del povero. Or come avviene che poveri e ricchi d'ogni nazione spesso questo tesoro che è così difficile ricuperare? Perché non pongono mente ai proverbi che contengono tante salutari ammonizioni, tanti bei precetti igienici, tante regole provate del viver sano? (cap. VIII.3, pp. 139-140)
Una buona coscienza è un buon guanciale.
La coscienza; a sentire e anche un po' al vedere, la non è più roba di stagione e de' tempi. Quella coscienza che i latini chiamarono stupendamente il Dio dell'uomo: Conscientia hominibus Deus est, e che costituisce il suo più grande attributo, la moralità, vogliono alcuni la s'abbia a cercare da' ferravecchi fra le sferre e le anticaglie, ma non più nel consorzio civile. Se così fosse, poveri a noi! È il vero che i nostri vecchi avevano più coscienza che scienza, mentre noi moderni, viceversa, abbiam più scienza che coscienza; ma quest'ultima non muore mai e, volere o non valere, la si abbarbica tenacemente all'uomo, come l'oliera all'olmo, non lo lasciando finché nol vegga morto e seppellito. Sentite in fatto i proverbi: La coscienza male per mille accusatori e per mille testimoni – Grave più d' ogni pena è rea coscienza – Alla coscienza nessun può sottrarsi, e va dicendo. (cap. VIII.4, pp. 142-143)
La superbia è figlia dell'ignoranza.
Questo brutto peccato non trova misericordia nei proverbi di alcun popolo. Sentite che antifone: La superbia andò a cavallo e tornò a piedi – La superbia si sdigiunò coll'abbondanza , pranzò con la povertà e cenò con l'infamia – La superbia crede che il suo uovo abbia due tuorli – La superbia crede che il suo trar di dadi gitti sempre diciotto – La superbia va innanzi e la vergogna dietro – La superbia moltiplica i nostri nemici e mette in fuga i nostri amici – La superbia non ama nessuno e non è amata da nessuno – La superbia unita ad altre virtù le soffoca tutte – La superbia si fiacca il collo.
Io nulla conosco di fatto così meschino o ridicolo come la superbia. La è un misto d'insensibilità e di perversa natura in cui è malagevole determinare qual delle due preponderi. (cap. VIII.10, p. 161)
A pensar male ci s'indovina.
Che dicesi anche più comunemente: Pensala alla peggio e l'indovinerai, è un altro proverbio che suona di frequente sulle labbra del popolo ed inculca una massima non solamente contraria alla carità ed alla morale, ma perniciosa in sommo grado all'umano consorzio. Coloro, e non son pochi pur troppo, che, avvalorandosi di questo proverbio, inchinano a pensar male di tutto e di tutti, dovrebbero figgersi bene in mente, a mo' di correttivo, questi altri proverbi: Prona est ad malum suspicio – In bonum virum non cadit suspicio – Presto vien ingannato chi pensa al male – Chi mal fa, mal pensa – Chi mal pensa, Dio gli dia male – Chi mal pensa, mal abbia – Chi mal pensa, mal dispensa – Chi d'altri è sospettoso, è di se mal mendoso – Chi è in sospetto è in difetto, ecc. (cap. IX.4, pp. 202-203)
Tutto è fumo e vento fuorché l'oro e l'argento.
Pecunia regina mundi, e anche i proverbi sono i suoi umilissimi servitori. A ben due mila assommano i proverbi di tutti i popoli in lode e glorificazione del dio quattrino, che ho già raccolto e pubblicherò separatamente col suo bravo commento. Per ora ho acciuffato quest'uno e vo' provarmi a metterlo al crogiuolo della morale, pur per mostrare che i proverbi in encomio dell'oro non sono tutt'oro di coppella. (cap. IX.8, p. 213)
Fortuna e dormi.
Tutti indistintamente i popoli del mondo glorificano nei loro proverbi la fortuna come fattrice principale se non unica dell'umana prosperità; e noi italiani segnatamente, usi in malora a far la brutta vita di Michelaccio, ad aspettar la manna dal cielo, a far continuo assegnamento sulle vincite al lotto, ecc. Ma ha veramente così gran parte nelle umane cose quella che noi chiamiamo Fortuna? I felici, osserva uno scrittore, dicono che è cosa ideale, gli sventurati sostengono che tutto è opera di questa cieca deità; i primi attribuiscono i loro lieti successi al buon senno, all'accorgimento, alla prudenza loro propria; i secondi imputano le loro disgrazie all'avversa fortuna, alle stelle nemiche. Molti grand'uomini credettero alla fortuna, cominciando da Cesare che al pilota tremante nella tempesta disse imperterrito: «Che cosa temi? Tu porti Cesare e la sua fortuna?» e venendo giù giù fino a Napoleone III, che ha una fede inconcussa dans son étoile. Ma la fortuna dei grandi uomini, chi ben guarda, non è mica una favorevole fatalità, come crede il volgo, è la coscienza del loro proprio valore, è il forte volere accoppiato al molto potere. (cap. X.5, pp. 232-233)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026