Frasi
Frasi di Gustaw Herling-Grudziński
21 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 21 citazioni di Gustaw Herling-Grudziński, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Gustaw Herling-Grudziński (scrittore polacco). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Gustaw Herling-Grudziński
Includere questo scrittore profondamente metafisico, a momenti addirittura mistico, nella categoria degli "atei ostinati" (come fece Kolakowski) è un non senso imperdonabile. (dall'articolo Franz Kafka: la colpa infinita, Corriere della Sera, 12 gennaio 1994)
Ritratto veneziano – Citazioni
A mio parere l'autentica possessione è proprio un amore autentico per il Male.
Come riaffluiscono all'improvviso i ricordi lontani? Per ciascuno forse in maniera diversa, in me assumono la forma di una tempesta caotica e violenta.
La consuetudine vieta che a un epilogo segua anche un commento: un racconto, per quanto breve, dovrebbe parlare da sè.
Un mondo a parte – Citazioni
Due calci alla porta facevano smettere il chiacchierio, e gruppi di prigionieri guidati dai loro capi spirituali marciavano incolonnati nel corridoio e si affollavano intorno al secchio della minestra. Ma un giorno un bruno ebreo di Grodno giunse nella cella, e piangendo amaramente annunciò che Parigi era caduta. Da quell'istante i commenti patriottici a bassa voce e le discussioni politiche sui pagliericci ebbero fine. (cap. I, p. 19)
"In uno stato normale," disse, "gli uomini sono liberi di esser contenti, abbastanza contenti, o scontenti. In uno stato in cui si suppone che tutti siano contenti, nasce il sospetto che nessuno lo sia. In ciascuno dei casi, noi formiamo un solido tutto." (cap. I, p. 32)
Noi stessi avevamo cura di non essere privati di questa modesta illusione di libertà, perché ogni prigioniero sente la necessità di preservare qualche vestigio di una volontà propria. Dimenticando che la prima legge della vita del campo è l'autoconservazione fisica, noi consideravamo la nostra libertà di accettare l'illimitato sfruttamento del nostro lavoro quasi frutto di un accordo volontario, come un privilegio prezioso. Era un'eco della frase di Dostoevskij: "La parola condannato non significa altro che un uomo privato della sua volontà, e nello spender danaro una volontà propria si esplica". Danaro non ne avevamo, ma potevamo mercanteggiare i resti della nostra energia fisica, ed eravamo così prodighi di essi come gli esuli zaristi dei loro copechi, quando si trattava di mantenere la minima apparenza della nostra umanità. (cap. III, p. 59)
Difendendosi contro un futuro ignoto, lottando nei lacci del presente, si faceva responsabile di quel passato che gli era stato imposto con la violenza. E forse, pochi attimi prima di morire, aveva salvato la sua fede nella realtà e nel valore della sua esistenza estinta. (cap. III, 3, p. 72)
Nella situazione in cui ci trovavamo, parlar loro degli orrori del regime nazista era come dire a tre topi presi in una trappola che il buco più vicino nel pavimento porta a un'altra trappola. (cap. IV, p. 80)
L'intero sistema del lavoro forzato nella Russia sovietica – in tutti i suoi stadi: interrogatori, udienze, carcere preliminare, e infine il campo – è inteso principalmente non a punire il colpevole, ma piuttosto a sfruttarlo economicamente e trasformarlo psicologicamente. La tortura non viene usata negli interrogatori in base a un principio, ma come strumento ausiliario. Lo scopo reale di un'udienza non è di estorcere al prigioniero la firma a un'accusa fittizia, ma la disintegrazione completa della sua personalità individuale. (cap. V, p. 82)
È doloroso scoprire che l'oggetto dei nostri pensieri e delle nostre attese è insignificante e volgare quando lo si è infine raggiunto: è meglio desiderare qualcosa di irraggiungibile che sapere che si è avverata solo l'ombra dei nostri sogni. (cap. VIII, p. 131)
Coloro che aspettano ancora qualcosa dal futuro possono parlare di speranza; ma come si può infondere speranza in un uomo che è troppo debole anche per troncare le sue sofferenze? Come avrei potuto convincere quest'uomo fondamentalmente religioso, che implorava una rapida morte come la più grande benedizione da Dio, che il maggior privilegio dell'uomo è l'esser padrone della propria volontà anche in schiavitù, e che egli conserva pur sempre il diritto di far la sua ultima scelta tra il vivere e il morire? (cap. X, p. 166)
Tornai nella baracca e presi le Memorie da una casa di morti dal suo nascondiglio sotto la trave smossa. Mi dispiaceva di dover restituire quel libro, poiché esso mi aveva aperto gli occhi sulla vera realtà del campo, anche se ciò che vedevo ora aveva tutto l'aspetto della morte: ma ero insieme segretamente contento al pensiero che mi liberavo dello strano e distruttivo fascino di quella prosa, così piena di disperazione che la vita che raffigura è solamente l'ombra di una interminabile agonia di morte quotidiana. (cap. XI, p. 184)
C'è sempre posto per la speranza quando la vita diventa così completamente disperata che nessuno ha presa su noi; allora apparteniamo a noi stessi... Capisce? Diventiamo padroni assoluti delle nostre vite... Quando non c'è speranza di salvezza in vista, non la più sottile breccia nelle mura che ci circondano, quando non possiamo levare la mano contro il destino proprio perché è il nostro destino, c'è una sola cosa che ci resta: rivolgere quella mano contro noi stessi. (p. 184)
Nulla conforta un cuore che soffre quanto la vista della sofferenza altrui; e nulla toglie la speranza quanto il pensiero che solo pochi privilegiati hanno diritto a essa. (cap. XIII, p. 217)
Al di sotto di un certo livello di vita l'uomo si lega con un attaccamento fatalistico alla sua miseria e tratta con diffidenza ogni occasione di miglioramento; l'amara esperienza gli ha insegnato che il mutamento può esser solo per il peggio. "Lasciatemi in pace," sembra dire. "Voglio soltanto continuare a vivere." Si può trarre da ciò la conclusione conservatrice che nessuno può esser reso felice contro la sua volontà, il che è in un certo senso esatto; la felicità non è mai la stessa per colui che la riceve e per colui che la dà. (cap. XIII, p. 218)
Migliaia di uomini in tutto il mondo combattono per diverse ragioni, senza sapere che anche la possibilità della sconfitta, se soltanto può assumere il carattere del martirio, diviene gloria e conquista. Gli uomini sconfitti in una lotta solitaria per qualcosa in cui essi credono prendono su di sé volontariamente il carico del martirio come amara ricompensa della loro solitudine. Ma disgraziatamente sono assai pochi coloro la cui resistenza fisica può andare di pari passo con la forza della loro determinazione. (cap. XIII, p. 223)
Al corpo di guardia, in presenza di un ufficiale della terza sezione, firmammo il testo di un telegramma al professor Kot, l'ambasciatore polacco, che allora esercitava le sue funzioni a Kujbyšev, e poi, ancora scortati da Zyskind, ci muovemmo verso il piccolo ospedale aperto di recente all'altro capo del recinto. Camminavamo appoggiandoci l'uno all'altro, eppure leggeri, come se in qualsiasi momento potessimo sollevarci dalla terra. Cadeva una neve fitta, che ricopriva le baracche fino alle finestre illuminate. Tutto era calmo, vuoto e pace. (cap. XIII, p. 231)
Dovevo essere un triste spettacolo, accovacciato su una tavola gelata, con la mia camicia svolazzante al vento, guardando fuori alla tempesta di neve che soffiava sulla pianura, con gli occhi pieni di lacrime, di dolore, ma anche di orgoglio. (cap. XIII, p. 232)
Il duro prezzo della pace completa e dell'ozio era la perdita irrevocabile di ogni speranza. Nessuno, pensando alla baracca alla quale, prima o poi, conducevano tutti i sentieri del campo, avrebbe osato confrontare il suo ozio senza scopo con la quiete di un ospedale. (cap. XIV, p. 234)
È uno sbaglio credere che solo chi è stato un mendicante possa capire la miseria e la sofferenza dei suoi antichi compagni. Al contrario, niente disgusta di più un uomo, e lo incita alla ribellione, del quadro della sua condizione umana portata al punto estremo di degradazione, apparsogli improvvisamente davanti agli occhi. (cap. XIV, p. 240)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026