Ritratto di Leo Longanesi
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Frasi

Frasi di Leo Longanesi

97 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 97 citazioni di Leo Longanesi, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Leo Longanesi (giornalista, pittore e disegnatore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Leo Longanesi

Ai funerali vuol essere il morto, ai matrimoni la sposa.
Citato in Marcello Veneziani, Imperdonabili, Marsilio, Venezia, 2017, p. 420. ISBN 978-88-317-2858-4
Creda a me: non creda a nulla.
Da Fa lo stesso.
Il paradosso è il lusso delle persone di spirito, la verità è il luogo comune dei mediocri.
Da L'italiano, 30 settembre 1927.
Flaiano è come me. Né io né lui ci rassegneremo mai a scrivere una frase come: "Ella staccò la fronte dal vetro della finestra e venne verso il centro della stanza". Purtroppo un romanzo esige anche passaggi banali: nemmeno Tolstoj può esimersene. Flaiano, come me, preferisce rinunziare al romanzo.
Citato in Indro Montanelli, Ennio Flaiano: genio e sregolatezza, Corriere della Sera, 4 febbraio 1996, p. 29.
L'amore è l'attesa di una gioia che quando arriva annoia.
Da Una vita, Longanesi.
L'esperto è un signore che, a pagamento, ti spiega perché ha sbagliato l'analisi precedente.
Citato in Focus N.108, pag. 204
L'omosessualità è un'estetica come la massoneria è una religione.
Citato in Alberto Burgio, Nel Nome Della Razza: Il Razzismo Nella Storia D'Italia 1870-1945, Il Mulino, Bologna, 1999, p. 507.
La borghesia usciva allora vittoriosa dalla prima guerra mondiale... la Romagna era rimasta rossa... mio zio custodiva intatta la fiamma del Progresso... la tradizione era un frutto dell'indolenza... leggevo Rimbaud... aderii al fascismo... le mie idee erano vaghe... oscillavano fra il lirismo socialista e il desiderio di epica... si succhiava ancora il latte della scuola carducciana]... provai l'esperienza cubista... la borghesia cercava un costume... scoppiò un militarismo violento e casalingo... mentre i romani mangiavano le granite di panna, cadde Mussolini... quel giorno, dopo aver sputato sulla salma di Mussolini, i milanesi andarono di corsa al cinematografo... fui epurato... col petto gonfio di dolore, videro cadere la monarchia... ritornai alla fede cattolica e a quel grande rebus che è Roma... la Patria col p maiuscolo si allontanò... futurismo, sindacalismo, pragmatismo, Dio mio, come passa il tempo!...
Da Una vita, Longanesi; citato in Storia della letteratura italiana del Novecento, a cura di Giacinto Spagnoletti, Newton Compton, Roma, 1994, p. 467.
Le apparenze hanno per me uno straordinario valore e giudico tutto dall'abito. Il mio motto è: Si vede subito. Non conosco il «più profondo dell'io» ed ho il coraggio di essere superficiale.
Dall'autobiografia scritta per L'Assalto nel 1927, ora in 20 giovani leoni. Autobiografie pubblicate su "L'Assalto" negli anni 1927-'28, a cura di Calimero Barilli e Mario Bonetti, Volpe, Roma, 1984, p. 77.
Moravia è come il tweed inglese, il rovescio è meglio del dritto.
Citato in Paolo Granzotto, Indro Montanelli, Il Mulino, Bologna, 2004, p. 41. ISBN 88-15-09727-9
Mussolini ha sempre ragione!
Da L'italiano, 11 febbraio 1926; poi in Vademecum del perfetto fascista, Vallecchi.
Noi italiani vorremmo fare la rivoluzione col permesso dei carabinieri.
Citato in Beppe Severgnini, La vita è un viaggio, Rizzoli, 2015, p. 27. ISBN 9788858680834
Non comperate quadri moderni, fateveli in casa.
Citato in Piero Buscaroli, La vista l'udito la memoria. Scritti d'arte, di musica, di storia, Fògola Editore in Torino, Torino, 1987, p. 154.
Non credo che in Italia occorra servirsi di scenografi per costruire un film. Noi dovremmo mettere assieme pellicole quanto mai semplici e povere nella messinscena, pellicole senza artifizi, girate quanto più si può dal vero.
È appunto la verità che fa difetto nei nostri film. Bisogna gettarsi alla strada, portare le macchine di presa nelle vie, nei cortili, nelle caserme, nelle stazioni.
Basterebbe uscire di strada, fermarsi in un punto qualsiasi e osservare quel che accade durante mezz'ora, con occhi attenti e senza preconcetti di stile, per fare un film italiano naturale e logico.
Da L'occhio di vetro, L'Italiano, n. 13, agosto 1932; ora ne L'Italiano, Ciarrapico, Roma, 1985, p. 177.
Passava i giorni con Interlandi Fu redattore di "Quadrivio" e scrisse una commedia intitolata Piave, nella quale appariva il duce in cielo. Mussolini ricevette Brancati e si congratulò con lui. Tutto questo non ha valore, perché Brancati, "il Mondo" e tutta la compagnia liberale è destinata a finire a calci nel sedere e a leccare le scarpe al prossimo dittatore. Non c'è scampo.
«Telesio Interlandi, direttore di "Tevere", fascista e filogermanico.» Roberto Gervaso, Ve li racconto io, Milano, Mondadori, 2006, p. 88.
Una fila di carrozze è elegante: una fila di Vespe disturba.

I giusti pensieri del signor di Bonafede

I filosofi, è cosa strana, non capiscono nulla di arte, mentre gli artisti capiscono assai di filosofia: segno è che l'arte è anche filosofia, ma la filosofia non è arte.
I nostri deputati leggono poco, si sente dal loro silenzio.
Il popolo italiano è sempre in buona fede.
Noi siamo il cuore d'Europa, ed il cuore non sarà mai né il braccio né la testa: ecco la nostra grandezza e la nostra miseria.
Sotto ogni italiano si nasconde un Cagliostro e un San Francesco.

In piedi e seduti – Citazioni

«Dove andremo a finire?» si domandano le direttrici dei collegi leggendo sulla Tribuna del ventun febbraio 1919 questa notizia: «Enrico Cavicchioli ha ultimato la sua nuova commedia in tre atti dal titolo: La danza del ventre, che ha per protagonista un eunuco.» (1968, p. 39)
La minoranza dei giovani borghesi reduci, che non sanno quale distintivo mettere all'occhiello, si domanda: «Perché fare il processo a una guerra vinta?»
«La guerra si accetta in blocco o si respinge in blocco. Se questo processo deve essere eseguito, saremo noi che lo faremo e non altri». (1968, p. 40)
Nei caffè apparivano piccoli cartelli con queste parole: «La mancia è un residuo medioevale: offende chi la riceve e degrada chi la offre». (1968, p. 42)
Gli ideali che nascono dal pane, fanno perdere il pane. (1968, p. 44)
«Il socialismo puzza di formaggio», disse un giorno il nostro professore alludendo agli scandali delle cooperative rosse. (1968, p. 46)
L'arte di trascorrere il tempo [...] è l'arte di non inseguirlo. (1968, p. 54)
Distratta, indolente, prudente, la nostra borghesia ama i suoi figli viziati e ribelli. (1968, p. 60)
«Suo figlio studia?»
«No, ora fa il fascista». (1968, p. 68)
Fra Facta e Mussolini, il paese aveva già fatto la sua scelta: il primo è un onest'uomo, con due baffi bianchi, ignoto a tutti, incapace di uscire dalla tutela giolittiana; il secondo ha due occhi autoritari, il passo spedito, la voce risoluta. Il primo spera, il secondo vuole, e tutti gli italiani vogliono. (1968, p. 113)
Alla storia non si chiede né il numero dei morti né il costo delle grandi imprese! (1968, p. 124-125)
Di tutte le marce che rallegrarono la nostra penisola, da quella di Quarto in poi, la marcia su Roma è la più gaia, la più numerosa, la più riuscita. Nessun triste incidente la rattrista, tutto si svolge in perfetto ordine fascista. (1968, p. 125)
Se si osserva attentamente il nascere della sua personalità, se si leggono tutti i suoi scritti dal 1910 in poi, ci si accorge che il segreto della sua fortuna è racchiuso, soprattutto, nella sua eclettica cultura, in quel suo continuo passare da una tendenza all'altra, da una precisa ideologia a una opposta, in quel suo costante contraddirsi e ripetere sempre due o tre formule a lui care. (1968, p. 142)

La sua signora

Alla manutenzione, l'Italia preferisce l'inaugurazione. (Milano, 3 agosto 1955)
Buoni a nulla, ma capaci di tutto. (Milano, 29 marzo 1955)
C'è una sola grande moda: la giovinezza. (Milano, 23 novembre 1949)
Chi rompe, non paga e siede al Governo. (Milano 4 ottobre 1956)
Ci sono anche i dolori di lusso, che recano lustro a chi li sopporta. (Milano, 19 novembre 1954)
Eppure, è sempre vero anche il contrario. (Milano, 25 marzo 1955)
I buoni sentimenti promuovono sempre ottimi affari. (Milano, 30 novembre 1955)
I debiti di riconoscenza si pagano entro le ventiquattro ore con l'antipatia. (Milano, 28 agosto 1953)
I difetti degli altri assomigliano troppo ai nostri. (Milano, 1° aprile 1955)
I problemi sociali non si risolvono mai: invecchiano, passano di moda e si dimenticano.
I ricordi si interpretano come i sogni. (Milano, 28 marzo 1955)
Il contrario di quel che penso mi seduce come un mondo favoloso. (Milano, 12 maggio 1948)
Il moderno invecchia; il vecchio ritorna di moda. (Milano, 29 aprile 1952)
«Il signore è andato a sinistra, ma ritorna a destra per l'ora di cena. Può richiamarlo più tardi.» (Milano, 17 settembre 1955)
In Italia, tutti sono estremisti per prudenza. (Milano, 19 febbraio 1956)
L'arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati. (Milano, 3 giugno 1956)
L'intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto. (Milano, 27 novembre 1955)
L'italiano non lavora, fatica. (Roma, 1° luglio 1953)
L'italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica. (Milano, 11 agosto 1956)
La domenica è il giorno in cui ci si propone di lavorare anche la domenica. (Milano, 6 marzo 1957)
La libertà tende all'obesità. (Milano, 28 maggio 1955)
La virtù affascina, ma c'è sempre in noi la speranza di corromperla. (Milano, 1° aprile 1955)
Montanelli: un misantropo che cerca compagnia per sentirsi più solo. (Milano, 27 marzo 1955)
Non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi. (Milano, 8 gennaio 1957)
Non si ha idea delle idee della gente senza idee. (Milano, 1° agosto 1956)
Nulla si difende con tanto calore quanto quelle idee a cui non si crede. (Milano, 16 marzo 1955)
Quando era fascista abusava di verbi al tempo futuro; ora, democratico, si serve del condizionale. (Milano, 15 dicembre 1956)
Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa. (Milano, 20 gennaio 1951)
Riportato anche in Fa lo stesso, Longanesi.
Se c'è una cosa che funziona in Italia è il disordine. (Milano, 17 novembre 1955)
Un anno passa rapido, un mese mai. (Milano, 23 giugno 1953)
Un tempo, il benessere era un mito, un sogno di giustizia; oggi no, esso è soltanto un desiderio immediato. E i miti a breve scadenza non accendono più la fantasia. Un ribelle, ora, si placa appena conquista il bagno. (Milano, 16 dicembre 1955)
Un vero giornalista: spiega benissimo quello che non sa. (Milano, 22 marzo 1957)
Un'idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione. (Imola, 13 agosto 1956)
Un'idea imprecisa ha sempre un avvenire. (Milano, 5 settembre 1956)
Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo. (Milano, 18 febbraio 1957)

La sua signora – Explicit

Quando potremo dire tutta la verità, non la ricorderemo più. (Milano, 6 agosto 1957)

Parliamo dell'elefante

B. C.: Non capisce, ma non capisce con grande autorità e competenza. (7 maggio 1939)
Bisogna trovare un fratello al Milite Ignoto. (26 luglio 1938)
Ci si conserva onesti il tempo necessario che basta per poter accusare gli avversari e prendergli il posto. (Roma, 16 agosto 1944)
Cielo chiaro, sole splendente; se non piove, siamo tutti ottimisti. (Roma, 17 gennaio 1943)
Conservatore in un paese in cui non c'è nulla da conservare. (Milano, 18 novembre 1946)
È meglio assumere un sottosegretariato che una responsabilità. (Roma, 4 novembre 1944)
Ezra Pound viene a trovarmi in ufficio, accompagnato da un comune amico ungherese. È un vecchio uccellaccio, con gli occhiali a pince-nez, alto, trasandato nel vestire, caotico nel discorrere, timido e impostore. Le sue idee sono molto confuse; crede nella grandezza del fascismo, nell'ingegno di Rossoni, nel tramonto delle razze anglosassoni, nel corporativismo, nel futurismo, in Rimbaud e in Ibsen. (18 dicembre 1938)
Fanfare, bandiere, parate.
Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica. (15 dicembre 1938)
Il napoletano non chiede l'elemosina, ve la suggerisce. (Napoli, 11 novembre 1943)
Il nazionalismo è davvero l'unica consolazione dei popoli poveri. (19 ottobre 1939)
La carne in scatola americana la mangio, ma le ideologie che l'accompagnano le lascio sul piatto. (Napoli, 14 gennaio 1944)
La noia segue l'ordine e precede le bufere. (22 marzo 1938)
La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Ho famiglia. (Roma, 26 novembre 1945)
La parola pompiere è stata messa al bando. D'ora innanzi si dovrà dire Vigile del fuoco. È un ordine personale di Mussolini, ordine che piace a tutti: accontenta dannunziani e socialisti. (20 dicembre 1938)
Non c'è posto per la fantasia, ch'è la figlia diletta della libertà. (Napoli, 9 dicembre 1943)
Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee. (Roma, 9 ottobre 1944)
Se le religioni fossero molto chiare perderebbero, coll'andar del tempo, i credenti. (Napoli, 7 dicembre 1943)
Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia. (Roma, 19 agosto 1944)
Sono un carciofino sott'odio. (11 dicembre 1938)
Citando, secondo Ruozzi, la definizione che Ugo Ojetti dava di Arrigo Cajumi, "Un limone sott'aceto", riportata da Cajumi in Pensieri di un libertino.
Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola. (27 maggio 1940)
Usciamo. Nella piazza deserta stride una civetta e i nostri passi risuonano sul selciato come quelli di un'antica ronda. La luce dell'osteria si spegne e nelle larghe pozzanghere la luna lascia riflessi d'argento.
«È triste il mondo, signori miei», dice Stefano. «Non so chi, ma qualcuno ha detto: Ci ricorderemo di questo pianeta. Sì, ce ne ricorderemo!». (Roma, 27 settembre 1943)
Vissero infelici perché costava meno. (15 marzo 1938)
Veterani si nasce. (15 novembre 1938)

Dicono di Leo Longanesi

Al cimitero ci si ritrovò in una decina di persone, non di più. Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: «E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici...» Una frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo.
Indro Montanelli
Il graffiante segno di un sogno anarco-conservatore.
Mario Praz
. Il Toulouse-Lautrec della Brutta Époque.
Marcello Marchesi
Longanesi
Mi sentivo qualcuno / quando / mi ascoltava.
Marcello Marchesi
Longanesi appartiene alla schiera degli spavaldi, degli ammazzasette di tutti i tempi. Uno di quei rari uomini che rimangono sempre all'opposizione in tutti i regimi. Scontento di Dio e del mondo. Pronto ad usare la spada in ogni torneo cavalcando un focoso cavallo con lo stesso ardimento dei capitani medioevali.
Francesco Grisi

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026