Frasi
Frasi di Leo Turrini
126 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Leo Turrini raccolte in un'unica pagina: 126 frasi, divise per libro e argomento.
Leo Turrini (giornalista e scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Leo Turrini
Andavano a cambiarsi la maglietta fradicia di sudore in un sottoscala a bordo campo e io passavo di lì non perché fossi un guardone [...]: semplicemente, il mio era un transito obbligatorio per raggiungere l'area fumatori. Passavo di lì e loro, i miei amici che poi erano anche i miei idoli, stavano giocando la finale olimpica contro l'Olanda. Atlanta, estate del 1996. Sapevo quanto ci tenessero i ragazzi, da Zorro al Giangio, da Lollo a Paolino, da Papi al Bazooka, da Bracci a Sarto, da Grava a Meoni, da Bovo al Gardo. Ma forse loro non sapevano quanto ci tenessi io, che per anni e anni avevo raccontato l'ascesa degli azzurri, dal niente al tutto, con la sola, dannata eccezione dell'oro dei Giochi. All'ultimo passaggio, sul 2-2, prima che cominciasse il fottuto tie break, li ho scorti nell'angolo e ho giurato a me stesso: se ce la fanno, anzi, se ce la facciamo, io la smetto con questa fregatura della sigaretta. [...] la bionda la accendo ancora, perchè è andata come è andata.
[...] Daniele Bagnoli è stato uno dei miei migliori amici: sotto rete, in palestra. L'ho ammirato e apprezzato tantissimo come coach, credo che negli Anni '90 tra Modena e Treviso abbia espresso qualcosa di raro, se non di unico, nella conduzione di grandi squadre. Ha vinto tutto quello che era immaginabile vincere con i club [...]. Io gli ho voluto bene e sono stato contento di poter condividere con lui tanti momenti felici. Uno in particolare non lo riguardò come allenatore. Eravamo al Mondiale del 1998 in Giappone, quello del terzo storico titolo iridato consecutivo dell'Italia maschile, e lui si imbucò tra i giornalisti in tribuna stampa. Era accanto a me e ci abbracciammo all'ultimo punto come se fosse una conquista comune. In fondo Daniele era felice di essere un membro della grande famiglia della pallavolo [...]
[...] è stata un'emozione fortissima perché la Ferrari non ci vince così spesso, la gara è stata di grande intensità, la guida di Leclerc è stata meravigliosa. Sapeva che aveva una possibilità facendo una sosta in meno della McLaren. Gli ultimi giri che non finivano mai sono stati da batticuore. È stata una vera vittoria da Ferrari: la F1 è un romanzo nazionalpopolare, non è solo tecnologia ma un impasto tra uomini e tecnica che rende tutto affascinante. Quando la squadra che è un po' il simbolo dell'italianità ce la fa a imporsi, a Monza, nel tempio della velocità, è impossibile restare indifferenti.
Citazioni tratte da articoli – Guerin Sportivo
A rigor di logica, l'intero volley peninsulare dovrebbe mobilitarsi per incatenare alla panca l'argentino diventato italiano, il coach che [...] ha davvero riscritto la storia di uno sport [...]. Partendo, beninteso, dallo zero assoluto: prima di Velasco, l'Italvolley arrivava undicesimo ai Mondiali, nono agli Europei, eccetera eccetera. [...] Perché, all'estero, non hanno dubbi: Julio è il miglior tecnico del pianeta. O quasi. [...] La verità, paradossale fin che si vuole ma verità, è che Velasco non è amato da un ambiente che ha reso grande. È tollerato a fatica. Forse ha esagerato con metodi da Conducador che hanno indispettito chi caccia la grana. Sicuramente ha esagerato con le vittorie [...]. Troppe, per un mondo che resta malato di provincialismo.
[...] Balestre, presidentissimo che fa malissimo all'automobilismo mondiale [...]
Senna faceva già le «pole» con la Lotus? Chiaro, usava una macchina irregolare. Senna è andato alla McLaren ed è stato l'unico a battere Alain Prost, in prova e in gara? Per forza, sfruttava la mostruosa abilità del francese nel preparare la monoposto. Senna continuava a far soffrire Alain anche quando tra i due si era interrotta qualsiasi forma di dialogo? Semplice, Ron Dennis e i giapponesi gli davano il materiale migliore, per punire l'imminente scelta ferrarista del transalpino. Insomma, per almeno un lustro [...] le imprese del paulista trovavano sempre una spiegazione riduttiva. La rottura con Balestre per i fatti di Suzuka '89 [...] era la ciliegia sulla torta confezionata dai denigratori. Che si premuravano di rammentare i litigi del giovane Senna con Alboreto, una sua zuffa con Mansell a Spa, eccetera eccetera... Dopo Interlagos '91, il partito degli anti-Senna non esiste più. Si è dissolto.
[...] nel 1984, l'intraprendente sudamericano, a bordo di una Toleman abbastanza scassata, sfiorò la vittoria in un Gran Premio di Montecarlo allagato da una pioggia torrenziale. Anzi, avrebbe vinto se Jacky Ickx, direttore di corsa, non avesse sospeso la gara dopo appena 31 giri [...] per ragioni di sicurezza. Senna finì secondo. Primo, manco a dirlo, Alain Prost. Che sotto l'acqua, si sa, al massimo andrebbe a fare shopping in centro. Quel giorno, forse, nacque la rivalità tra Alain e Ayrton, i Coppi e Bartali su quattro ruote.
[...] all'epoca il Mondiale lo potevi vincere solo con il turbo Honda nella schiena.
[...] pure il magico Ayrton ha i suoi difettucci. Magari non in pista [...]. Per capirci: Senna si riempie sempre la bocca con Dio, gli attribuisce il merito di «pole» memorabili e di successi strepitosi. Okay per la fede, ognuno è libero di credere in quel che vuole: però la devozione di Ayrton talvolta ha qualcosa di pittoresco. [...] il Dio che suggerisce a Senna, parole sue, «come affrontare il giro decisivo», pare uscito non da Vangeli e non dal Corano, semmai da qualche macumba amazzonica. E poi il Dio del più veloce pilota del mondo è un po' troppo vendicativo. Può darsi che Senna si sia fermato all'Antico Testamento: quando ha speronato Prost a Suzuka '90, restituendogli il torto di dodici mesi prima, il brasiliano ha manifestato una scarsissima propensione per la teoria del perdono.
Ha la velocità addosso: talvolta la sua abilità assume contorni disumani.
Ha già dimostrato di essere il Van Gogh della Formula 1 moderna: il valore è incalcolabile.
Imola, basta la parola. Imola per noi della Formula 1, come Genova per i cantautori, è qualcosa di speciale, qualcosa di unico. Imola ha quel fascino imitabile della terra dei motori, la Romagna che poi è anche Emilia, a dispetto delle questioni di campanile. Imola è il vero Gran Premio «di casa» per gli italiani che corrono, per gli italiani che guardano correre, per gli italiani che «dentro» non hanno mai smesso di essere ferraristi [...]
Con le trovate aerodinamiche di Head e Newey, che il popolino intuisce dall'esplozione di scintille che accompagna le esibizioni delle monoposto di Patrese e Mansell, la scuderia inglese ha spostato «più in là» i confini dell'avventura tecnologica. La Williams poteva vincere [...]. Non c'è riuscita perché deve pagar pedaggio [...] al cambio semiautomatico. Ma una volta concluso il... rodaggio, diventerà molto difficile starle davanti.
Mai, in una carriera zeppa di contrattempi, il padovano ha avuto la possibilità di lottare per il titolo iridato. [...] comunque il nostro Riccardone non merita, aldilà della suggestioni anagrafiche, l'accostamento ai vari Spitz, Borg, Foreman. Patrese è sempre rimasto lì, sempre sulla breccia, a dispetto di vetture magari scarsamente competitive.
Mansell è nato per correre, è un soggetto che sfugge a qualsiasi classificazione. [...] il Leone non ama i test, non tollera i giochi di squadra, non si presta a una interpretazione sofisticata della sua professione. Però la forza di Mansell sta appunto nella sua irriducibile vocazione alla battaglia. Mansell corre e basta, se ne infischia di tutto il resto.
Citazioni tratte da articoli – Sky Sport
Ho un rimorso. Noi dell'ambiente eravamo pervenuti alla conclusione, clamorosamente fallace, che ormai non ci fosse più il rischio estremo nei Gran Premi. Il sabato perse la vita questo ragazzo semi sconosciuto Roland Ratzenberger. Quando morì pensammo che in fondo se l'era cercata, perché era un principiante, era arrivato tardi anagraficamente alla Formula 1. Non riuscimmo a sospettare che quelle macchine erano davvero pericolose. Mi ricordo che l'unico tra tutti i suoi colleghi che si precipitò sul luogo dell'incidente fu Ayrton Senna [...] Lui aveva proprio voluto rendersi conto di persona di quello che era capitato. Il mio rimorso è che quando incrociai Ayrton nel paddock, quando ormai si era diffusa la notizia che per Ratzenberger non c'era nulla da fare, avrei voluto parlargli ma lui mi fece capire con lo sguardo che non se la sentiva. Io rispettai questa sua decisione. Naturalmente non sarebbe cambiato nulla, ma rimane il rammarico di non aver, per l'ultima volta, scambiato quattro chiacchiere con lui in un momento così drammatico. Me lo sono sempre portato dentro.
[...] così si uccide la Formula 1. Per la semplice ragione che l'automobilismo comporta necessariamente una dose di rischio e non c'è stata alcuna cattiveria né scorrettezza da parte di Sebastian Vettel mentre tentava di rimediare a un suo errore per salvaguardare il primato su Lewis Hamilton. [...] Vogliono per caso trasformare i Gran Premi in versioni internazionali di gincane da strapaese? Perché se è questo l'intento allora ci informino. È stato vanificato lo spettaccolo di un duello intensissimo, perché Vettel e Hamilton hanno guidato da fuoriclasse assoluti ed è un peccato che una decisione presa, come si dice nel calcio, con il Var ci abbia tolto un epilogo mozzafiato.
La F1 è un romanzo, per chi non si ferma al solo elemento tecnologico. E così Lewis Hamilton ha eguagliato il record dei sette titoli di Schumi vincendo una gara complicatissima. All'Istanbul Park molto facile era commettere errori, guidando in circostanze estreme. E Lewis ha vinto proprio alla Schumacher! Governando la situazione, gestendo la gomma, eccetera. Sicuro, Hamilton dispone sempre della super Mercedes: ma andate a vedere il rendimento di Bottas e poi ne riparliamo. Sì, romantica è la Formula Uno. Che manda sul podio, dopo tempo immemorabile, Seb Vettel. Cioè l'uomo che, con i suoi quattro mondiali, insieme a Lewis ha segnato una generazione di Gran Premi. È stato bello vedere il ferrarista accanto ad Hamilton, in un giorno da non dimenticare.
Era un sabato di primavera del 1996. Da poche settimane Michael Schumacher aveva inaugurato la sua avventura in Ferrari. Schumi non aveva ancora a disposizione una Rossa vincente. Eppure, a Imola scattò un meccanismo di identificazione tra il Campionissimo e il suo popolo. Quel sabato, Michael toccò la perfezione. Compensò con il talento i limiti della macchina. E conquistò una pole pazzesca. La prima per lui in groppa al Cavallino.
Una faida sui regolamenti sfocia nella rinuncia alla gara delle scuderie britanniche. Restano a giocarsi la vittoria due Ferrari e due Renault. Le macchine francesi rompono, davanti restano le Rosse. Villeneuve e Pironi. Amici fraterni, anche nella vita privata. Ma può vincere uno solo: dopo una sfida esasperata, la spunta il francese. Il canadese si sente tradito. Due settimane dopo, senza mai essersi chiarito con Pironi, Gilles troverà la morte [...]
Citazioni tratte da articoli – Supervolley
[...] se un giorno qualcuno dovesse dirmi «ehi, ma lo sai che tu sei il Bertoli dei giornalisti sportivi?», beh, mi farebbe contento.
Franco ha vinto il primo scudetto nel 1979, nel 1983 è stato incoronato miglior giocatore d'Europa, tra il 1986 e il 1989 ha vinto quattro scudetto di seguito a Modena, insomma è un pezzo della nostra storia, un pezzo di pallavolo italiana, carne e sangue di una avventura che un tempo non era bella e felice come oggi. Era un altro mondo, un'altra vita, al limite un altro sport. Eppure, al tramonto [...] il signor Bertoli era ancora uno dei protagonisti, [...] un ragazzo della classe 1959 che è reputato più importante di tanti boys del 1968 o giù di lì.
[...] era difficile non sentire un brivido, nella notte di Genova, la notte della terza World League consecutiva, la notte infinita di quel pubblico dolce dolce, quasi diecimila persone che cantavano l'inno di Mameli a squarciagola. [...] quel brivido era un brivido d'amore. A Genova, davvero, tutto è stato molto bello, più bello del previsto e del prevedibile. Perché abbiamo vinto? Ma no. Cioè sì, anche per quello, non raccontiamoci favole [...]. È che la vittoria non è stata solo degli azzurri, non è stata solo sancita dal verdetto agonistico. [...] volevo vedere se un mese dopo una delusione come quella di Barcellona, la World League l'avessero dovuta giocare, mettiamo, i calciatori. Oppure i cestisti. Sai cosa sarebbe successo? Altro che applausi, altro che cori, altro che celebrazioni. Pomodori in faccia, te lo dico io [...]. La World League non vale l'Olimpiade, si capisce. Però noi romanticoni, noi teneroni, noi patriottici, noi zuccherosi, insomma noi del volley, siamo ancora capaci di vincere qualcosa. Così, per sport.
Citazioni tratte da video
[...] è un personaggio romanzesco. Alonso non appartiene alla semplice cronaca. Ha fatto la storia quando era giovane; è stato il grande avversario di Schumi, nell'ultimo periodo di Michael sulla Rossa; e poi [...] è stato il primo compagno e rivale di Lewis Hamilton... insomma è veramente un personaggio che ha attraversato le generazioni. E io credo che [...] vederlo ancora lì, protagonista, alla fine poi fa piacere a tutti: perché, a chi ha un'età come me, restituisce un'emozione della giovinezza, a chi [...] è appena uscito dalle superiori [...] sembrerà di essere tornato all'asilo... (da 0 min 19 sec a 1 min 9 sec)
Senna era un amico mio, una bellissima persona, ma pur di vincere avrebbe asfaltato sua mamma [...] (da 0 min 17 sec a 0 min 22 sec)
Monte Carlo [...] è la storia, la tradizione, la leggenda della Formula 1. Un Gran Premio che possiamo definire anacronistico, folle, tutto quello che volete... ma non c'è Grande dell'automobilismo che non abbia legato il suo nome a quel tracciato. (da 0 min 0 sec a 0 min 19 sec)
[...] era la prima volta che si correva nel Principato dopo la tragica fine di Ayrton Senna a Imola. E ci fu una scena di una intensità emotiva straordinaria. Prima della partenza tutti i piloti si radunarono intorno alla casella della pole – che Senna abitualmente occupava – e gli resero omaggio: e tra loro c'era anche Niki Lauda [...], e fu la prima e ultima volta che Lauda si tolse il suo famoso cappellino, mostrando tutte le ustioni, ricordi terribili del rogo del Nürburgring. Lì capimmo che avevamo perso per sempre un mito assoluto, e ci impadronimmo subito di un'altra leggenda, che era quella di Schumi [...] (da 0 min 23 sec a 1 min 7 sec)
[...] in quell'occasione ci fu un episodio rimasto nella memoria collettiva: un duello entusiasmante, su un rettilineo infinito tra Senna, era in McLaren, e Mansell, che guidava la Williams. Perché non è mai stato dimenticato [...]? Perché i due arrivarono addirittura a voltarsi col casco, l'uno verso l'altro, proprio come se volessero persino intimidirsi anche con quel gesto. (da 0 min 6 sec a 0 min 33 sec)
[...] per i ferraristi Barcellona significa la prima vittoria in rosso di Schumi, era il 1996, e in un diluvio apocalittico il tedesco fece capire, con un'impresa straordinaria, che con lui sarebbe cominciata l'epoca d'oro del Cavallino. (da 0 min 35 sec a 0 min 52 sec)
Interviste
Alla fine della stagione '95 – quando circolava la notizia dell'arrivo di Michael Schumacher a Maranello – avevamo aperto il centralino della redazione di Bologna del Resto del Carlino per conoscere, nella terra della Ferrari, il parere degli appassionati. Ebbene, ricordo che il novanta percento delle telefonate auspicava che la Ferrari rinunciasse al pilota tedesco, fresco di due Mondiali con la Benetton, per tenere Jean Alesi che da anni si sbatteva vanamente su una vettura del Cavallino Rampante. [...] così è in Italia, la macchina – intesa come Ferrari – prevale da sempre su qualunque pilota. [...] All'estero l'appassionato probabilmente tifa per il pilota e non per la macchina, perchè non c’è la squadra bandiera com'è per l'Italia la Ferrari.
Avevo detto che era una carriola dipinta di Rosso. Che fosse addirittura un gambero, non lo avevo previsto. Un gambero che si rompe pure [...]
Seb era venuto in Italia per imitare l'idolo della sua infanzia, Schumi. Gli riconosco di essere incappato nella Morte Nera. E lui non era il nostro Luke Skywalker. Nella storia della F1 non si era mai visto un dominio schiacciante come quello della Mercedes. Mai. Vettel era nel posto sbagliato al momento sbagliato. [...] Io immagino che, alla lunga, Vettel abbia pagato un prezzo alla pressione. Sapeva anche di doversela vedere con uno come Hamilton, che [...], beh, rimane il migliore della sua generazione. E Lewis aveva sotto il sedere la Morte Nera, cioè la Mercedes.
C'è stato molto di più, nella leggenda del ragazzo di Tavullia. Non possiamo comprendere il fenomeno Valentino se ci limitiamo alla contabilità della statistica. Rossi è stato per un quarto di secolo ciò che Coppi, Bartali e il Grande Torino furono per i nostri antenati. Cioè un punto di riferimento oltre lo sport. La domenica pomeriggio anche le nonne si fermavano per ascoltare le telecronache di Guido Meda e non è un modo di dire. Valentino è stato un idolo trasversale, una cosa che in tempi più recenti era riuscita solo a Pietro Mennea nell'atletica e ad Alberto Tomba sulla neve.
[...] è durato più del Duce, ventisei anni di carriera. Ma più del pilota, che pure è stato grandissimo, a me resterà il ricordo del Rossi come fenomeno socioculturale. Penso che, senza magari rendersene conto, Vale sia stato un antidoto contro la rassegnazione per milioni di italiani.
[...] Pecco è riuscito là dove persino il suo mentore Valentino aveva fallito. Iridato su moto italiana, cinquant'anni dopo Agostini con la Mv. Guarda, io vedo in questo capolavoro un trionfo di una certa idea sana dell'Italia. Ducati è la esaltazione del piccolo è bello, come si diceva un tempo. L'azienda non ha le dimensioni dei colossi giapponesi ma li ha battuti, valorizzando la creatività e l'ingegno. [...] C'è una cultura audace del lavoro, dietro e dentro il risultato.
[...] credo che con la scomparsa di Senna la Formula 1 abbia perso definitivamente l'innocenza. Non dobbiamo dimenticare che fino a quel drammatico fine settimana di Imola erano 12 anni che non si moriva più al volante di una monoposto. Sembrava ormai che fosse stato lasciato alle spalle un periodo nerissimo, nel quale le tragedie in pista erano quasi all'ordine del giorno. Ecco, in quel maledetto weekend di Imola ci rendiamo improvvisamente conto di quanto fossero fragili le nostre certezze. Per questo sostengo che la tragedia di Senna rappresentò la fine di un'epopea. Perché molto probabilmente Ayrton, insieme con altri illustri colleghi di allora, da Prost a Piquet, da Mansell a Schumacher, è stato uno degli ultimi mohicani. Dopo di loro, la F.1 è cambiata completamente. Lo choc fu talmente violento che vennero rifatti i circuiti in una notte o poco più. Le macchine stesse furono oggetto di un ripensamento strutturale e filosofico assoluto. La cultura della sicurezza in F.1 nasce proprio in quei giorni. Nulla è stato più come prima.
Era un personaggio straordinario, ma come tutti gli esseri umani aveva anche quello che in Guerre stellari viene definito il lato oscuro della forza. La mossa che Senna fa a Suzuka nel 1990, quando il destino gli offre l'opportunità di rivalersi su Prost, dal quale lui pensava di essere deliberatamente ingannato un anno prima, è di una violenza inaudita. Un anno dopo, nel giorno della conquista del suo terzo titolo mondiale, confermò quello che già tutti sapevano. Ecco, Senna era un pilota con un'umanità fuori dal comune, ma aveva anche un lato B, certamente meno nobile, come tutti.
L'ostilità che Senna dimostrò a più riprese nei confronti di Schumacher, che all'epoca era un debuttante della F.1, la dice lunga sulle sensazioni che provava il pilota brasiliano. Senna aveva capito che quel tedesco lì l'avrebbe detronizzato presto o tardi. Poi, il caso. Il 1° maggio del 1994 era Schumacher l'unico avversario in pista di Senna, che morì quando era in testa alla corsa. Forse, un segno del destino.
[...] per i risultati che ottiene, il merito è solo di Alonso, perché la macchina purtroppo è pessima.
Ricciardo ha confermato di essere un grandissimo manico e una persona completamente diversa da tutti gli altri colleghi che sembrano polli allevati in batteria, perché ricorda i piloti di un tempo, disponibili e sorridenti, oltre ad essere molto capaci. Ricciardo trasmette un'idea di freschezza della quale la Formula 1 di oggi ha molto bisogno.
[...] penso che il ragionier Fantozzi abbia avuto un fratello emigrato in Brasile. Nonno o zio di Massa.
Sicuramente è stato il pilota della svolta. Anche per via dello sviluppo tecnologico, è con lui che cambia completamente il modo di guidare. Già con Senna e Prost ci eravamo avvicinati, ma dalla seconda metà degli anni '90 il pilota di un'auto da Gran Premio diventa qualcosa di molto diverso dalla figura che immaginavamo: quasi uno scienziato nell'abitacolo. Pensa, solo per fare un esempio banale, alla quantità di manettini e pulsanti che ci sono sul volante oggi. Dall'era di Schumacher in poi, un pilota deve avere anche una componente intellettuale, ingegneristica, che in precedenza non era richiesta, perché le macchine erano diverse. Lui è stato il primo, il più abile, il più bravo a intuire questo cambiamento.
Per capire Schumacher, secondo me, bisogna rendersi conto che viveva per fare il pilota da corsa. Era nato per quello, aveva quel culto maniacale, quasi ossessivo, per il suo lavoro. Per esempio, fa parte della leggenda del personaggio che, quando arrivò in Ferrari, in occasione dei test a Fiorano che allora erano liberi veniva messo a dormire in un hotel nei paraggi del circuito, come tutti gli altri piloti. Fu lui che, visto che era sempre lì, chiese di poter dormire all'interno della pista. E per anni rimase nell'appartamento fatto costruire nei paraggi del box da Enzo Ferrari.
Nel salire in macchina, provare, testare in continuazione, evidentemente trovava la realizzazione, il completamento di se stesso. Bravo. Lo faceva sentire vero, felice. Attraverso gli anni aveva guadagnato delle cifre enormi, battuto ogni record, e mi meravigliavo di come non gli mancasse mai la voglia di restare in pista con i suoi.
Gli interisti hanno la tendenza a trasformare un moscerino in un elefante. Siamo fatti così.
[...] Villeneuve portò l'immaginazione al potere, nell'Italia terribile degli anni di piombo fu come un raggio di luce. Era l'innocenza al servizio della fantasia. La sai quella del sedile? Allora, a fine estate del 1977 [...] Lauda [...] tradisce la Ferrari e scappa alla Brabham. Il Vecchio di Maranello, prendendosi del rimbambito da tutti, lo sostituisce con lo sconosciuto Villeneuve. Gilles arriva a Fiorano, gli prendono le misure dell'abitacolo e siccome deve correre un Gp subito, proprio in Canada, Ferrari gli dice: ragazzo, piglia il sedile e spediscilo con i bagagli sull'aereo. Ma lui aveva una paura fottuta che andasse perso e pretese di portarselo, il sedile, in cabina. Il comandante dell'Alitalia credeva di avere a che fare con un pazzo e non voleva prenderlo a bordo. Andò a finire che Enzo Ferrari dovette telefonare al ministro dei trasporti per ottenere una deroga.
[...] Gilles ha vinto poco ma era unico. Un giorno arriva al casello di Modena Nord a bordo di una Ferrari. Non esisteva Telepass, non si pagava ancora con le tessere, dovevi consegnare lo scontrino e sborsare i contanti. Bene, il casellante controlla il biglietto e scopre che l'autista ha percorso la distanza Ventimiglia/Modena Nord in due ore e dodici minuti. Due ore e dodici minuti! Crede ci sia un errore e rivolto all'automobilista esclama: scusi, ma lei vorrebbe farmi credere di essere Niki Lauda? Il finestrino si abbassa e il tizio risponde: in effetti sono meglio di lui, sono Gilles Villeneuve!
Ovunque è normale che gli sportivi, come tutti, possano avere ed esprimere simpatie politiche. Bingo.
Profondo Rosso – blog
Era un amico ed è stato un maestro di innovazione: il primo giornalista italiano, io credo, a comprendere che la Formula Uno andava narrata non solo come momento di altissima tecnologia, ma anche, se non soprattutto, come umanissima emozione, generata da persone in carne e ossa, fragilissimi eroi pure quando sembravano fuoriclasse indistruttibili. Io a Carletto ho voluto molto bene. E mancherà a me, al giornalismo, allo sport, alla vita.
Non l'ho conosciuta, questa ragazza che sognava di essere al volante di una Formula Uno [...]. Non commentai il suo sconcertante incidente in un test con la Marussia [...]. Nello schianto Maria perse un occhio e poi ci eravamo abituati a vederla con una benda da pirata sulla fronte. Non svaniranno con lei i sogni e magari un giorno lontano, quando una ragazza vincerà il mondiale di Formula Uno, ecco, ripenseremo alla De Villota, figlia d'arte che si immaginò come pioniera verso una frontiera tutta da esplorare.
[...] sulla noia da F1 bisogna intendersi, magari una volta per tutte. [...] In Formula Uno, storicamente, è persino normale che molte competizioni possano risultare noiose, almeno con riferimento alla battaglia per il primo posto. Questo perchè la F1, nella accezione migliore, è il pinnacolo della tecnologia più sofisticata applicata alle corse. E se uno lavora meglio dei concorrenti, magari anche interpretando meglio le regole, è giusto che vinca facile. Il guaio è pretendere di combattere la noia inventandosi tarocchi a tavolino. Dopo di che [...], non è colpa mia se Senna-Prost-Mansell non ci sono più.
Il diluvio del 1996. Epifania di un Campionissimo in Rosso. Presi tanta di quell'acqua che a sera galleggiavo nei miei jeans. Eppure, ero felice come raramente mi era capitato, nella vita da cronista. Avevo visto. Pensavo, evangelicamente, beati quelli che non hanno visto ma mi leggeranno e crederanno. L'hubris [...]. Comunque, aver reso testimonianza della prima vittoria da ferrarista di Michael Schumacher non aveva prezzo. Poi, sono sincero, se mi avessero detto che ce ne sarebbero state altre settantuno, lo ammetto, non ci avrei creduto. Ma la bellezza di quel momento! L'emozione per quella bandiera a scacchi!
[...] mi stropicciavo gli occhi quando nel 2012 Maldonado vinse a Barcellona. Dico, Maldonado. Fu un evento talmente folle che, dopo, scoppiò pure un incendio ai box.
Profondo Rosso – blog – 2006
Quando qui a Suzuka un filo di fumo si è improvvisamente levato dalla Rossa di Schumi, istintivamente ho pensato ad Enzo Ferrari. Un giorno il Drake disse una cosa di una bellezza crudele: nell'automobilismo, la sfortuna non esiste. Ecco, sono d'accordo con il Vecchio. Se rompi il motore nel momento decisivo della gara decisiva, ha poco senso scomodare la dea bendata. Semplicemente, qualcosa non ha funzionato nella preparazione dell'evento. Però, però. Immagino e comprendo la frustrazione di chi stava davanti al televisore. Immagino l'umanissima rabbia dei ferraristi, condita da un senso di ingiustizia. Quanto sarebbe stato equo se il mondiale delle mille emozioni fosse arrivato a conclusione lasciando all'ultima tappa il verdetto finale! [...] Lo dico? Lo dico: questa è una favola senza lieto fine. Schumi, l'irriducibile vecchiaccio, meritava di giocarsela fino alla curva estrema di Interlagos. [...] È chiaro, dinanzi a quel motore rotto, che il mondiale delle rivincite non è stato perso qui a Suzuka. [...] La rincorsa è stata fantastica, un inno romantico di un gruppo, quello di Maranello, che non conosce il significato della parola "resa". Ma se ti costringi a camminare sull'orlo del precipizio, prima o poi ci caschi dentro.
[...] la storia di una pista affascinante morì con Ayrton, l'1 maggio del 1994. Morì perchè le drastiche modifiche al tracciato, imposte da motivi di sicurezza, hanno sfigurato l'impianto, trasformandolo, da tempio della velocità estrema, in teatrino da go kart. O quasi (naturalmente, con tutto il rispetto per i macinini). Più in generale, Imola ha malinconicamente aperto la via ad una rivoluzione che ha doverosamente (?) appiattito le emozioni "da circuito".
Profondo Rosso – blog – 2007
Strana la vita: in Formula Uno, la macchina conta più del pilota e la Ferrari è come la nazionale, da preferire a qualunque Trulli e a qualunque Fisichella. Sulle due ruote, il passaporto del pilota prevale nel giudizio, a prescindere dalla moto che guida. Io, se lavorassi per la Ducati, sarei vagamente incavolato!
Finisce in un pareggio. La Ferrari [...] conquista il suo dodicesimo mondiale: la McLaren è ufficialmente fuori dal campionato costruttori, ha barato e paga con l'azzeramento dei punti conquistati. Ma, per la serie "nessuno tocchi Caino", Hamilton e Alonso se la sfangano: i loro risultati resistono alla tempesta dello scandalo. Motivo: [...] hanno aiutato chi indagava [...]. Morale: Ron Dennis viene sputtanato [...]. Il Consiglio Mondiale ritiene provato l'imbroglio, c'è stata una frode, gli ingegneri della scuderia motorizzata Mercedes hanno sfruttato il lavoro degli ingegneri del Cavallino. Questo appunto dice la sentenza [...], forse questo era l'unico verdetto possibile. Umiliare la McLaren Mercedes [...] con una squalifica "senza se e senza ma" [...] significava distruggere il giocattolo. [...] È stato Bernie Ecclestone, l'uomo che pensa agli affari, a far ragionare chi doveva giudicare. La sanzione c'è, è pesantissima sul piano morale, finanziario e sportivo. Demolire la leadership di Hamilton e di Alonso era troppo [...]
C'è qualcosa di romantico, in questa strepitosa conquista mondiale del marchio Ducati, della azienda Ducati, della intelligenza Ducati. Qualcosa che rimanda direttamente alle radici di una terra, l'Emilia grassa e dotta, che ha saputo fare del motore e dei saperi collegati al motore una impresa, nel senso autentico ma anche metaforico del termine. [...] La Ducati] ha lanciato la sfida ai colossi giapponesi, la sfida di Davide a Golia, benconoscendo l'enorme diversità delle dimensioni, economiche e produttive. Non c'era e non poteva esserci, per la gente di Borgo Panigale, il "dovere" della vittoria: anzi, la logica fredda dei numeri suggeriva un epilogo inevitabile, favorevole alla Honda o alla Yamaha. Diranno gli esperti, davanti al capolavoro iridato del marchio emiliano, che, sì, certo, va bene la poesia della Terra dei Motori, però qui è stata determinante la...prosa australiana di Stoner, per tacere delle gomme nipponiche marchiate Bridgestone. Per carità, è vero: ma dentro e dietro la storia della Ducati mondiale c'è la forza di una competenza che da locale si trasforma in globale. Gli americani, che se ne intendono, sostengono che il futuro è "glocal", non "global": se ti manca la cultura delle origini, sei perduto.
[...] per storia e per tradizione, il Cavallino è "obbligato" a vincere, qualunque sia lo spessore della concorrenza: non esiste complesso di inferiorità in pista, per la Signora della Velocità.
Il miracolo di Raikkonen non è contestabile. L'uomo ci ha creduto sempre, non ha mollato mai, è stato addirittura sotto di venticinque punti, se non ricordo male. Il biondino sbevazzane è stato grandissimo da fine giugno in poi. Non oso immaginare quante bottiglie svuoterà stanotte, ma non importa. Se le merita tutte.
[...] io ho fatto fatica ad accettare l'idea che Ron Dennis, in quando leader della McLaren, fosse coinvolto nella disgustosa vicenda delle spie. Mi sembrava improbabile, nonchè incompatibile con la storia del personaggio e della scuderia. [...] Le prove [...] sono rovinosamente inequivocabili. Esse dimostrano, senza possibilità di interpretazione alternativa, che in McLaren tutti sapevano e tutti erano ben contenti di sfruttare il lavoro degli ingegneri della Ferrari. Questo è vergognoso e non c'è paragone che tenga con il passato, con i team che studiano le foto della macchina di un altro team o con l'intercettazione delle conversazioni via radio ai box. Robetta da niente, al confronto. [...] Qui, scientificamente, c'era una organizzazione che, tramite lo spione Stepney, raccoglieva in tempo reale le informazioni dall'Italia e le sperimentava sulla McLaren. È incredibile, ma è vero. [...] Se Ron Dennis, come continua penosamente a ripetere, non sapeva niente, beh, allora deve andare immediatamente in pensione. Se non sapeva niente, all'interno del suo team conta esattamente [...] meno di niente. Se non sapeva niente, se è stato raggirato, è una marionetta. Se sapeva, deve sparire dalla circolazione. Immediatamente.
Alonso esce malissimo dalla vicenda. Si è trasformato nel Tommaso Buscetta dell'automobilismo [...]
So bene che in Italia (ma anche nel resto del mondo) molti trovano inammissibile che ad Alonso [...] sia stato concesso il perdono. E molti si chiedono come mai la Ferrari si sia detta "contenta" della sentenza. Non è una spiegazione difficile: con i soli elementi in mano alla magistratura italiana, sarebbe finita [...] con l'assoluzione della McLaren. Ci volevano prove indiscutibili. E Alonso le ha fornite, barattando l'immunità con la verità sullo scandalo. Ecco perchè la Ferrari, cui premeva dimostrare di essere vittima di un colossale raggiro, ha accettato l'idea di Mosley di puntare sulla amnistia. Si faceva la stessa cosa con i pentiti di mafia, ricordate?
Quello che non si potrà perdonare alla McLaren è avere sporcato un campionato che, al netto dello scandalo, sarebbe stato affascinante. [...] vittorie a testa di qua e di là, un equilibrio raro nelle cronache recenti. Non sapremo mai fino a che punto i risultati di Alonso e di Hamilton siano stati favoriti dalla truffa. Che vergogna.
Profondo Rosso – blog – 2015
[...] Schumi era scattato dalla pole. Era il grande favorito. Non aveva completato il primo giro. Con una sincerità che mi fece impressione, subito dopo aveva detto: mi scuso con tutti i meccanici e gli ingegneri, se sono uscito di pista la colpa è esclusivamente mia, ho commesso un errore puerile (veramente usò un'altra parola in inglese, ma ci siamo capiti). Lì mi ero detto che forse c'erano elementi, nel personaggio, destinati a favorirne l'ingresso nei cuori dei fans del Cavallino.
E venne Barcellona. Il diluvio. Ancora oggi non so come abbia fatto, perchè onestamente le Williams erano di un'altra categoria. Però pioveva di brutto e lui andò al comando e poi sembrava guidasse un motoscafo. Io ogni tanto sfidavo la natura e uscivo per vedere gli spruzzi d'acqua che la Ferrari sollevava. Era un sottomarino rosso.
Uno di quegli ingegneri che vengono dalla scuola italiana che insegna ad amare l'automobile da competizione, a prescindere dalle risorse, dalle ambizioni, dai risultati da podio.
Profondo Rosso – blog – 2020
Una sera di aprile Irvine venne a cena a casa mia. Fortunatamente le mie figlie erano bambine e quindi non corsero rischi. Aveva guidato tutto il giorno a Fiorano, 100 giri di test gomme. Divorò due piatti di tortellini e poi mi raccontò aneddoti fantastici su Schumi. Umanamente lo trovava incomprensibile, maniacalmente devoto al mestiere. Ma come pilota Eddie venerava Michael. È il più grande, concluse bevendo il nocino di mia suocera. Ma subito aggiunse ghignando: comunque io ho fatto sesso con una sua compagna di scuola e lei mi ha giurato che in classe Schumi nessuna se lo filava.
Italia 90 rappresentò qualcosa di simbolico. Nel male. E nel bene. Nel male, perché sprechi e ruberie e furberie confermarono la tendenza alla dilapidazione gratuita e ingiustificata. Ancora nel male, perché la scelte fatte sugli impianti furono un esempio di inesistente lungimiranza. Vennero costruite autentiche cattedrali nel deserto (il Delle Alpi di Torino, per dire), furono ampliate a sproposito strutture che ben potevano restare com'erano (l'Olimpico a Roma). E tutto mentre nel mondo si avvertiva l'esigenza, invece, di andare verso stadi più piccoli, a misura d'uomo. Nel bene, però, quel torneo per oltre un mese offrì a tantissimi il senso di una partecipazione ad una passione collettiva, unificante come talvolta solo lo sport, nello specifico il calcio, sa essere.
La domenica in cui stavo all'Olimpico per la finale iridata tra i tedeschi e gli argentini, la Formula Uno si esibiva al Castellet, in Francia. Dovevo occuparmi di Klinsmann e di Caniggia. Andò a finire che dovetti scrivere, fortunatamente e felicemente, della Ferrari. Prost vinse ancora e fu il successo numero 100 della Rossa nei Gran Premi. Vinse superando nel finale un magnifico Ivan Capelli, secondo con la Leyton House. La Leyton House? Ma cos'era, il nome di una casa di appuntamenti di lusso?!? No, era una macchina. Una monoposto con la quale aveva a che fare un ingegnerino dai pochi capelli. Come si chiama costui? Adrian Newey. Mentre l'interista Brehme chiudeva il mondiale trasformando il rigore che consegnava la Coppa alla Germania, di una cosa ero sicuro. Non avrei mai più sentito nominare Adrian Newey in vita mia, garantito. Sono sempre stato un gran profeta, io.
Sul driver, niente da dire. Uno dei migliori che ho visto dal vivo. Un racer. Uomo da gara. Fortissimo. Sul personaggio, mi sono espresso tante volte. Pure troppo. Se hai 25 anni nel 2006, hai già vinto due titoli e arrivi a quaranta e i titoli sono sempre due, insomma, qualche domanda te la dovresti fare. [...] So che non è facile per nessuno esercitare l'arte dell'auto critica. A maggior ragione se sei circondato da adulatori. Spesso sciocchi. Dirò, paradossalmente, che l'Alonso migliore in pista è stato quello del 2007, quello che pareggiò il duello con Lewis Hamilton, in un contesto ambientale, dentro la McLaren, a lui progressivamente ostile. E dirò anche che il coinvolgimento nella spy story resta una macchia, anche se in circolazione ci sono sempre tanti... smacchiatori.
Il lunedì dopo il pazzesco Gran Premio d'Europa , il prode Ross Brawn andò a fare il pieno dal benzinaio che avevamo in comune, a Sassuolo. Il benzinaio si chiama Pancani ed è un mito local-popolare. Tifosissimo della Ferrari, tratta allo stesso modo Vip e perfetti sconosciuti. Un grande. Il lunedì post Ring arriva dunque Ross alla pompa. Pancani, ancora furibondo per gli eventi della domenica, chiede gentilmente a Brawn spiegazioni sull'accaduto. Il MangiaBanane, con aria contrita, racconta che il caos è stato generato dal fatto che proprio davanti a Irvine si era fermato a sostituire pneumatici il suo compagno Salo. L'incertezza meteo, tra acqua che andava e veniva, aveva innescato il patatrac. E la sparizione di una ruota di Eddie. Pancani il benzinaio ascolta compito la descrizione dei fatti e quindi fulmina Ross con una raffica alzo zero: scusi, sta per caso cercando di dirmi che Salo è rientrato in pista su cinque ruote?... Da quel giorno, Brawn non andò mai più a fare benzina da Pancani.
Alla vigilia della trasferta al Nurburgring, avevo scoperto (e l'avevo scritto) che Irvine aveva disputato le gare di Spa e Monza con un telaio "logoro". Cioè la sua macchina non era strutturalmente in condizioni ottimali. La Ferrari ammise la cosa, pur ridimensionandone il significato. Comunque, Eddie ebbe un telaio nuovo. Debbo dire che l'atmosfera era pregna di cattivi pensieri. Io mi sforzavo di restare lucido. Secondo me, al netto delle speculazioni e anche degli errori, una cosa tagliava la testa al toro e al topo. Se i vertici Ferrari non avessero voluto vincere il mondiale piloti (dopo vent'anni!) con Irvine, futuro driver Jaguar, beh, ad Hockenheim avrebbero lasciato trionfare Salo, no? E la penso ancora così. Poi, che all'interno della Scuderia fortissimo fosse il rimpianto di Schumi, ecco, questo era un altro discorso. Ma venne l'episodio della ruota misteriosamente scomparsa e a quel punto il vortice dei sospetti ingoiò tutto e tutti.
Non so se siete mai stati al Nurburgring. È un posto che adoro e non solo perché respiri la storia, inali la leggenda. Quando arrivi ad Adenau, sei come sommerso da uno tsunami di ricordi. I tedeschi per molte cose non sono simpatici. Ma amano l'automobilismo come noi. Sono latini, nella loro passione per le corse. Il Ring, per quanto rimpicciolito dopo il dramma di Lauda del 1976, ha un solo difetto. Il cielo. Non ci si capisce mai un cazzo. Arrivavo la mattina in maglietta perché faceva un gran caldo e tre ore dopo battevo i denti perché la temperatura si era abbassata e veniva giù acqua a catinelle. Allora io mi rifugiavo nel bar della sala stampa e mi riscaldavo azzannando salsiccine crude che erano la fine del mondo. Pessime per la mia salute, ottime per il palato.
Venne la domenica della gara e abbastanza presto fu chiaro che la variabile meteo avrebbe trasformato il Gran Premio in un terno al lotto. Motivo in più per tenere altissima la concentrazione. Al muretto Ferrari non ci riuscirono. In un delirio di ordini e contrordini, metto le gomme da bagnato no quelle da asciutto, con Salo involontariamente tra i piedi, in effetti una ruota di Eddie andò perduta. [...] ma fecero apposta, per frenare Irvine e un sogno iridato che forse era soltanto suo? No. Non fecero apposta. E debbo dire che nemmeno Eddie lo ha mai pensato. Perché lui conosceva, come me, le persone che fisicamente si occupavano del cambio gomme. Ci lavorava assieme da anni. Era gente che gli voleva bene. È inimmaginabile che quei meccanici si siano messi d'accordo per pugnalarlo alla schiena. Non ci credo. Non fu un delitto. Fu un errore. Il che è peggio, intendiamoci.
Profondo Rosso – blog – 2021
Dell'Alboreto ferrarista molto è stato detto, talvolta anche a sproposito. Il Drake gli voleva bene e lo aveva voluto a tutti i costi. Ma Enzo ormai era molto anziano e non controllava più la situazione. Sia come sia, nel 1985 Michele andò vicino al titolo. Lo perse contro Prost anche per misteriosi azzardi tecnologici, roba di forniture vagamente farlocche, cose così. Ma mi colpì molto un dettaglio. A inizio stagione, Alboreto aveva promesso una vacanza al mare dei Caraibi, tutta pagata, alla gente della squadra. Come premio per l'eventuale conquista del mondiale. Il mondiale lo vinse la McLaren, ma Michele mandò comunque in vacanza, di tasca sua, i meccanici. Spiegò: fosse stato per voi, ce l'avrei fatta. Questo era il personaggio. Non sempre solare, talvolta brusco, ma autentico.
L'amore è condivisione, fratello e sorella che leggete queste righe. Anche l'amore per una cosa da niente, quale dovrebbe essere un pallone che rotola. Quando riusciamo a smetterla di pensare da egoisti, entriamo in una dimensione distinta e distante. Più alta. A memoria, capitò qualcosa di simile nel 1978. Il furore terrorista dilagava in Italia, Aldo Moro era appena stato assassinato, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone era stato costretto alle dimissioni. Da una Argentina lontana lontana, presero ad arrivare le immagini della prima Nazionale di Enzo Bearzot, protagonista stupefacente di un mondiale non vinto ma quasi. Fu lì, lo affermo senza pudore, che la mia generazione intuì che ne saremmo venuti fuori, perché esisteva, anche e per fortuna, una idea sana della Nazione.
La conobbi per errore all'alba del millennio. Nel box Ferrari, in piena era Schumi, aveva fatto la sua apparizione una ragazza bionda. In un mondo maschilista, pensai si trattasse della ennesima addetta alle comunicazioni. Fu meraviglioso scoprire che invece si trattava di un ingegnere aerodinamico. Una donna dentro e dietro le imprese di Michael! Le dedicai un articolo sui miei giornali. Il primo su Antonia, che aveva rotto in F1 un tabù.
Profondo Rosso – blog – 2022
All'alba degli Anni Settanta, quando transitavo dalle elementari alle medie, Munari era un idolo generazionale. Lui nei rally, al volante della Lancia [...] sulle curve del Col de Turini, era come i gol di Gigi Riva, gli slalom di Gustavo Thoeni, le pedalate di Felice Gimondi. Un riferimento assoluto. Quando Enzo Ferrari chiamò Munari a vincere la Targa Florio del 1972, insieme ad Arturo Merzario, passai una domenica pomeriggio ascoltando le notizie su Radio Rai, che poi all'epoca era l'unica radio, a onde medie. E la Stratos? E le delusioni del Safari? A volte penso che chi è nato molto dopo di me abbia sì la gioia dei troll su Internet, povere infelici teste di cazzo protette dal nickname, e via delirando. Ma che cosa si sono persi?!? Mi si obietterà: sei un barbogio nostalgico. Infatti lo sono e non me ne frega una beata mazza.
Non fate alla memoria di Mauro Forghieri il torto di ricordarlo "soltanto" per le grandi imprese della Ferrari. [...] No. Mauro Forghieri [...] è stato ben più di un formidabile ingegnere da corsa [...]. A ben vedere, "Furia", come lo chiamavano i meccanici ai box per certi scatti d'ira, ha rappresentato l'Italia migliore del Novecento. Non sto esagerando: era una Italia in cui l'ascensore sociale funzionava ancora e il merito [...] un obiettivo da tutti condiviso. Figlio di Reclus, operaio della primissima Ferrari, capo partigiano nei giorni crudeli della Guerra Civile (nella sua fabbrica Ferrari gli permetteva di confezionare i chiodi che facevano saltare le gomme dei camion nazisti), Mauro si era laureato in ingegneria trasformando la passione di famiglia per la meccanica in cultura tecnologica. E siccome era bravo, nel 1962 il Drake gli aveva messo in mano, a lui non ancora ventisettenne!, l'intero reparto corse del Cavallino. Provate ad immaginare una cosa del genere nel Bel Paese di oggi. Trovatemi una azienda tricolore famosa nel mondo (la Ferrari già allora tale era) pronta [...] ad affidarsi ad un Under 30. Semplicemente perché è bravo [...]. Ecco, Forghieri ha incarnato tutto questo. È stato un volto dell'Italia del Boom, quello sano e non malato alla radice.
[...] un uomo della Ghirlandina, un cosmopolita attaccato visceralmente alle radici, un ingegnere ammirato in ogni continente che però, alla fine della fiera, invocava il diritto di esprimersi in dialetto. Ah, Mauro! Quanti viaggi, quanti convegni, quante serate. Il popolo dell'automobilismo pendeva dalle sue labbra e lui non se la tirava mai, aveva in mente le origini, Modena, la nebbia di una volta, il tortellino e lo zampone. Possedeva una cultura straordinaria, aveva conosciuto capi di stato e rockstar, ma mi diceva "Cat vegna un cancher" se lo riportava a casa tardi dalla sua amatissima Betta, nel verde di Magreta. Nella casa dove si è spento nel sonno, perché, benedetto lui, è stato sempre in anticipo sui tempi, si trattasse di inventare un alettone o di realizzare un dodici cilindri dotato di cambio trasversale.
Profondo Rosso – blog – 2023
Per chi era al liceo nella seconda metà degli anni Settanta, il turbo in F1 rappresentò una rivoluzione epocale. [...] ai box dei Gran Premi accadevano cose che accendevano la fantasia. Pensate alla Tyrrell a sei ruote, che riuscì pure a vincere una gara. Del turbo targato Renault, Jabouille fu all'inizio il Moschettiere solitario. Io seguivo incuriosito quella macchina rumorosa, annotavo le sistematiche rotture, eppure eravamo in tanti a sospettare che quella fosse la via (in anticipo sul Mandaloriano). E accadde, anche se a goderne non fu il turbo Renault. Forse c'era un destino già scritto, anche per Jabouille. Se ne rese conto anche lui, mi raccontò una volta Arnoux. Se ne rese conto quella domenica a Digione nell'estate del 1979. Un giorno storico, perché finalmente un turbo vinse un Gran Premio e lo vinse con Jabouille nell'abitacolo. Ma non se ne ricorda nessuno, perché alle sue spalle andò in scena l'epico duello tra Renatino e Gilles. La sera, a Digione, Jabouille disse ridendo ad Arnoux: ma proprio stavolta dovevi combinare tutto 'sto casino? Era un mondo così.
Quella disegnata da Barnard. Quella di Mansell e Berger. Quella, come si scriveva allora, dotata di cambio elettroattuato. Una rivoluzione! L'idea, alcuni lo ricorderanno, veniva da un cassetto di Mauro Forghieri. In un certo senso, la Rossa del 1989 fu l'ultimo regalo di Furia al Cavallino. Aggiungo che quella vettura segnò, senza più repliche!, l'innovazione Ferrari poi da tutti copiata, in fretta e furia (appunto). [...] ci vedevo l'estrema testimonianza di una genialità italiana, anzi, se posso permettermi, modenese.
Poi uno si chiede cosa sia la Ferrari, tra mito e tradizione, tra fascino e sogno. Beh, ve lo spiego subito, con un esempio fresco fresco. Stavo finendo di pranzare al Montana, il tempio gastronomico della Rossa, meravigliosamente governato da Maurizio e Rossella. Ero con quattro amici carissimi [...]. Quando sulla porta del ristorante si è affacciato lui. Carletto. Per l'anagrafe, Charles Leclerc. Il Predestinato o come diavolo preferite chiamarlo, sebbene il detentore del titolo sia ancora Max Verstappen. Leclerc ha vinto appena cinque Gran Premi in carriera. Eppure, sin dalle primissime apparizioni in sella al Cavallino ha incendiato i cuori della gente comune. Sarà l'aria da ragazzino, sarà la genuina sfrontatezza di un giovane rampante, sarà quello che vi pare. Ma raramente io ho visto tanto affetto intorno ad un pilota della Scuderia. La prova ultima? Beh, i miei quattro commensali non gliel'hanno mandata a dire. Tra un selfie e un abbraccio, il messaggio è stato corale: "Vedi di vincere il Mondiale, hai diritto ad una macchina che ti permetta di mostrare il talento che hai, perché tu sei più forte di quel diabolico olandese..." Onestamente, Leclerc è un ragazzo d'oro. Invece di evitare i fans, ha sorriso con il garbo di chi sa che non esiste una via di scampo. La Ferrari è una ossessione. Fine delle trasmissioni.
Avevo conosciuto per la prima volta le emozioni del Principato nel 1989. L'impatto era stato bizzarro, su un provinciale come me. Dopo due giorni, avevo riconosciuto nei paraggi delle monoposto almeno una dozzina di noti latitanti! Ma non ero lì per conto dell'Interpol, dunque presi atto della vittoria di Ayrton. Poi con Senna diventai amico. Lui rivinse nel 1990. E nel 1991. E nel 1992, respingendo un furibondo assalto finale del Leone Mansell. Quella volta lì [...] incontrai Ayrton in sala stampa. Ti rendi conto, gli dissi ridendo, che qui io ho visto solo te sul gradino più alto del podio [...]? Mi rispose con quel tratto sghembo del viso che riservava agli amabili scocciatori. Però, ecco, nel 1993 ero sicuro che finalmente avrei ammirato un altro vincitore. La Williams di Prost pareva invulnerabile. Anche per Ayrton. Per giunta, manco pioveva. Invece. Senna primo, per la quinta volta consecutiva. La sesta in assoluto, record storico e stellare. Non che mi dispiacesse, tutt'altro. [...] Incrociai Senna nel dopo gara [...]. Doveva avere una gran memoria. Beffardo, mi bisbigliò: sappi che vincerò anche l'anno prossimo, nel 1994. Non avrai altro vincitore all'infuori di me, pensai divertito. Dodici mesi più tardi, lui a Montecarlo non c'era. Mi rammentai all'improvviso di quelle frasi allegre e andai a piangere da solo in un angolo isolato della sala stampa.
Primavera 2004. Storicamente la stagione più bella per la Ferrari in F1. Il comune di Fiorano mi invitò a condurre una cerimonia pubblica: a Todt, a Barrichello e a Schumi veniva conferita la cittadinanza onoraria. C'era un delirio di gente. Bambini, nonne, operai. Tutti. Prima di andare in scena, il Pinguino di Francia, con la rituale ferocia, mi prese da parte. "Turrini, lei sa che Schumi non ama parlare in italiano in pubblico, dunque non rompa i coglioni e lo intervisti in inglese, grazie e non mi faccia incazzare come è suo costume". Simpaticissimo, as usual. Dunque, ci troviamo sul palco e obbedendo al sosia di Alvaro Vitali mi rivolgo a Michael nella lingua di Churchill. Prima domanda banalissima: dopo tanti anni spesi qui, cosa ti piace di questa terra, al netto della Ferrari? E non lo so che cosa è accaduto. Non l'ho mai capito, sul serio. Davanti a tutta quella gente, Michael Schumacher rispose in italiano. Parlò di cucina, di pallone, di automobili da strada. Nella lingua di Dante. Venne giù il teatro. È la memoria più bella che ho di lui.
Profondo Rosso – blog – 2024
Io cerco di adattarmi alla modernità, pur venendo da un'altra generazione. Scrivo in luoghi "pubblici", con la firma mia, ormai da mezzo secolo. Mi hanno insegnato, quando ero adolescente, che una opinione è una opinione. Una lettera anonima è anonima e va cestinata.
Ho conosciuto un po' Vettel nei suoi anni Rossi. Mi sono identificato nella sua passione per la Ferrari. Non era una forzatura, non era la banale ricerca di una consacrazione. Davvero Seb era cresciuto respirando la suggestione del Mito. Credo avrebbe pagato di tasca sua pur di ripetere le imprese di Schumi, l'idolo della sua fanciullezza. Cosa abbia rappresentato per lui il fallimento l'ho sperimentato da vicino. Quell'errore di Hockenheim 2018 suppongo abbia tormentato a lungo le sue notti. Non sapremo mai come sarebbe andata a finire la storia, senza quello scroscio di pioggia improvviso. E io invidio molto chi ha sempre la verità in tasca: invece, secondo me, nel l'esistenza di ognuno ci stanno le sliding doors. In generale, ritengo che il Vettel ferrarista sia stato trattato ingenerosamente. Ha dato il massimo, ha fatto quello che ha potuto. Certo ha commesso errori, ma se uno va a vedere i suoi numeri assoluti in Rosso, beh, si rende conto che pochi hanno fatto meglio. È mancato il titolo iridato e non è un dettaglio. Ma Seb è stato a Maranello in una era tecnologicamente dominata da Mercedes. E questo, in sede di giudizio, viene spesso ignorato.
Una volta nel Principato il venerdì era il giorno dell'attesa (le prime libere erano in programma il giovedì). E chi non poteva permettersi il casinò o altre cose, immaginava un giro da pole. [...] di Ayrton o di Michael. Monaco per noi.
Se mi chiedono di indicare la vittoria Rossa più emozionante sotto la Rocca, rispondo Gilles 81 senza pensarci un attimo, per un ventenne fu un tuffo nel mare della felicità davanti ad un piccolo televisore a colori. E mio padre commentava: chissà come sarà contento il signor Ferrari! Signor Ferrari, già. L'educazione, il rispetto, la passione. Gilles.
La Formula Uno, per me, è un impasto irresistibile di umanità e tecnologia. Io la vivo e la racconto come un romanzo popolare. E nei romanzi la trama è sempre un intreccio, un intrigo, una implausibile somma di contraddizioni.
È molto semplice: per me la Ferrari è una categoria dello spirito [...]
Elegante come Aramis. Spregiudicato come Porthos. Sensibile come Atos. Talentuoso come D'Artagnan. Eh, Dumas! Carletto è il quinto Moschettiere. Profeta in patria! E lasciate sullo sfondo [...] le pur inevitabili riflessioni sulla assenza di spettacolo a Montecarlo: adesso non interessano, non interessano perché Carletto ha fatto suonare le campane a Maranello. Riesco faticosamente ad immaginare cosa deve essere passato per la testa di Leclerc mentre si avvicinava alla bandiera a scacchi. Lui nel Principato ci è nato, ha cominciato a sognarsi pilota da bambino, guardando le macchine sfrecciare sull'asfalto di casa. E sempre il destino lo aveva respinto, rispedito alla casella di partenza, in un crudele gioco dell'oca: sembrava che Monaco, per Charles, fosse una favola nera, senza lieto fine. E invece. Invece, eccomi qua a cercare di trattenere la commozione che fatalmente aggredisce chi ha una età. [...] era dal 1979 che un pilota Ferrari (Jody Scheckter, il sud africano) non trionfava a Montecarlo scattando dalla pole. Allora sudavo sui libri per preparare l'esame di maturità, stavolta sudavo freddo temendo che un inconveniente qualsiasi potesse rovinare una celebrazione annunciata.
Fred Vasseur è un bel tipo. Io lo chiamo affettuosamente Giocondo perché la Francia, in cambio del capolavoro di Leonardo, ci ha mandato qui questo manager perennemente sorridente.
Fanculo. Lo so anche io che il Bop è una bestemmia. E figuriamoci cosa posso pensare di una safety car che dura ore e ore. Però. Però Le Mans è Le Mans, 24 Ore di intrigo e di passione, di pioggia e di portiere che non si chiudono, di unsafe release e bla bla bla. Chi se ne frega. Amo la Ferrari da quando ero bambino. Un ferrarista sa cosa rappresenta Le Mans nella storia della Signora in Rosso. E allora questa vittoria bis [...] ha il valore e il sapore di un romanzo. Nielsen, Fuoco e Molina, i piloti, hanno battuto Toyota, Porsche, Cadillac, Bmw, Lamborghini, Peugeot, Isotta Fraschini... [...] Questa doppietta a Le Mans in dodici mesi è un pezzo, un mattone da aggiungere al palazzo del Mito. Fanculo. La Grande Bellezza siamo noi.
Prost fu sleale con Senna alla chicane di Suzuka nel 1989? Per me che ero lì (e andai pure a controllare le strisciate della frenata, la domenica sul tardi) certamente sì. Prost è stato un asso del volante? Sicuramente si. Senna nel 1990 fece, come peraltro mi aveva anticipato giorni prima, una porcata nei confronti di Prost al via di Suzuka? Assolutamente sì. Senna è stato un Campionissimo? E vorrei vedere in faccia chi lo nega. Schumi fu scorretto con Villeneuve a Jerez nel 1997? Ero pure lì, nessun dubbio, il tedesco tentò di laurearsi campione con una sporca manovra. Michael è stato uno dei più grandi drivers nella storia? Yes, senza il benché minimo dubbio. E insomma. Come sostengo da sempre, in ogni contesto bisogna distinguere il talento dall'etica. In un mondo ideale, gli eroi sarebbero perfetti, gli idoli sarebbero sempre modelli anche di virtù. Ma non viviamo in un mondo perfetto. [...] Io ne ho conosciuti, di piloti senza macchia. Ce ne sono stati, ce ne saranno (spero). Ma insisto: è prova di lucidità tenere separate le cose. [...] Si può, anzi si deve!, cogliere la debolezza di un campione, senza metterne in discussione le qualità professionali. Nemmeno è difficile.
La Ferrari non è solo una azienda. Non è solo un brand. Non è solo un titolo in borsa. Non è solo un elenco di ordini d'arrivo, si tratti di stupende vittorie o di ingloriose sconfitte. [...] No. La Ferrari è un sentimento. La Ferrari [...] è qualcosa che ti entra sotto la pelle e anche se fingi di essere diventato indifferente alle sorti sue, beh, sai benissimo che non è vero. E se la vedi perdere male ti dispiace e speri smetta di accadere. Io sono uno dei tanti che ha questa malattia [...]
Era il 1977 [...] quando la casa francese annunciò che avrebbe portato in F1 una monoposto spinta da un motore turbo. Il turbo! Chi è nato dopo ha il diritto di non credermi e di non crederci, ma quella fu una rivoluzione. E nelle cronache dell'automobilismo di rivoluzioni non ce ne sono poi state tantissime. All'inizio, su quella presa del Palazzo d'Inverno della tecnologia pochissimi erano disposti a scommettere. E tale era la perplessità diffusa che persino quando Jabouille vinse il primo Gp con la Renault turbo, a Digione nel 1979, si parlò solo del secondo classificato, il mitico Gilles, per il duello frenetico (eufemismo) con l'altra Giallona sovralimentata, quella di Arnoux. Eppure, sebbene la Renault dell'epoca il Mondiale non lo abbia conquistato, nonostante gli sforzi di un giovane Prost, in compenso conquistò il mondo. E il primo successo di Senna, Portogallo 1985, era targato Lotus Renault. Dopo, i titoli sono arrivati, con l'aspirato dieci cilindri e non solo. A parte il biennio di Alonso, la Regie ha dominato come fornitore. Con Mansell, con Prost, con Schumi [...], con i figli d'arte Hill e Villeneuve e ancora nel nuovo millennio con la Red Bull di Vettel.
Possiamo discutere all'infinito sulla nobiltà di certe soluzioni, ma non sarebbe male evitare l'ipocrisia. Se vogliamo evitare i giochetti di squadra, esiste una unica via: un team, una macchina, un pilota. E stop.
[...] sulla pista di Ayrton, beh, Max Verstappen ha vinto alla maniera di Senna. O di Schumi, se preferite rievocare il San Michele ferrarista. Il resto sono quisquilie e pinzillacchere. Sono queste prodezze (battere tutti scattando dalla penultima fila, nel diluvio, fra incidenti, safety car e bandiere rosse) a fare la differenza tra un Campione e un buon pilota. [...] Sono questi episodi a lasciare il segno nella memoria collettiva. L'olandese stava per essere inghiottito dal buco nero della sconfitta irrimediabile, dopo qualifiche per lui umilianti e contro una McLaren annunciata in grande spolvero. Eppure, ci ha creduto. Forse ci credeva solo lui, non lo so. Magari la sorte, in mezzo ad un meteo pazzo, gli avrà dato una mano, per carità. Ma lo dicevano già gli antichi romani: la fortuna aiuta gli audaci. Super Max non si aggiudicava una gara da inizio estate, la Red Bull è stata squassata da clamorose convulsioni interne, il suo collega di lavoro Perez sembra che guidi un triciclo. Poi Verstappen si inventa un capolavoro come quello di Interlagos e tu comprendi dove sta di casa la vera grandezza [...]
La loro rivalità, non di rado feroce, aveva qualcosa di omerico. Io li seguivo sulle piste e spesso mi domandavo chi fosse Achille e chi Ettore. Avevo la mia simpatia, pro brasiliano. Ma mai ho dubitato dei meriti del francese. Per inciso, credo che su Alain, dopo la tragedia di Imola, si sia abbattuta quella cosa che i Romani chiamavano Damnatio memoriae. [...] inconsciamente, [...] la gente non perdona di essere sopravvissuto all'Eroe.
[...] la Ferrari, intesa nella sua interezza, è un impasto irriducibile di uomini e di tecnologia.
[...] il 13 gennaio 1974, sulla pista del Gran Premio di Argentina iniziava l'epopea ferrarista di Niki Lauda. Credo, con tutto il rispetto per chi è venuto dopo, che quell'evento abbia inciso in maniera non replicabile sulla storia del Cavallino. [...] È con la Rossa dell'austriaco (e di Montezemolo diesse e di Forghieri dt e di Regazzoni al volante) che la Ferrari del Drake diventa davvero un fenomeno nazionalpopolare. Non che prima non lo fosse: ma con Niki avviene il salto di qualità. Ero un adolescente, [...] fu allora che mi accorsi che attraverso Lauda una generazione nuova stava appassionandosi ai Gran Premi. Contribuirono tante cose, per carità: ad esempio, latitando ancora la Rai in vaste zone d'Italia arrivava il segnale della Televisione Svizzera Italiana, TSI in codice. I ticinesi, le corse le trasmettevano tutte in diretta. Pure a colori, se avevi la fortuna di permetterti l'apparecchio. E poi c'era lui. Lauda.
Posso paragonarlo a pochissimi, come campione. Ma la sua popolarità non dipendeva soltanto dal talento. Avevo un vicino di casa, una dozzina d'anni più vecchio di me, che lavorava come meccanico al reparto corse. Si chiamava Ermes Gambarelli. Andava a tutte le gare. Fu lui, all'inizio del 1974, a raccontarmi che Niki era un fenomeno. Non solo di piede, mi spiegò. Di testa.
Cosa sia stato Lauda per i ferraristi non starò a ripeterlo. Il dramma del Ring lo sublimò nell'immaginario collettivo: ero ai box a Fiorano, imberbe cronistello sedicenne, quando venne a dirci, sfigurato dalle ustioni, che sarebbe andato a correre a Monza. C'è da qualche parte una foto in cui si coglie uno stupore sbigottito sulla mia faccia, lì accanto a lui: non credevo a quanto stavo vedendo. Niki è stato tutto questo e ancora molto altro. Il ritiro del diluvio nel Fuji non fu solo un episodio da dibattito. Fu l'esaltazione di una identità: perché quando Forghieri, per salvarne l'immagine, gli disse che si sarebbe preso lui la colpa, inventando un guasto tecnico, beh, Lauda rispose che no, grazie, lui si era fermato perché aveva paura di morire e tutti lo dovevano sapere. E il resto, fino al suo ruolo in Mercedes passando per la McLaren divisa con Prost, appartiene al repertorio di una esistenza da romanzo.
Io ho fatto il mestiere che ho fatto perché Niki Lauda entrò nelle mie fantasie di ragazzino. Un giorno glielo dissi pure. Mi rispose ridendo: "Beh, anke io sbagliato, talvolta..."
Profondo Rosso – blog – 2025
Il tempo è stato galantuomo con il mio amico Kimi: adesso persino i detrattori di Raikkonen riconoscono che fu lui l'ultimo aedo di una fase epica. Per inciso: la più bella nella leggenda del Cavallino, durata dal 1999 al 2008 compreso.
Eh, Mazzacane! Io ho visto cose che voi umani, eccetera. Dunque, correva l'anno 2000. La Minardi annuncia l'ingaggio del nuovo Fangio. Mazzacane, appunto. Il quale si presenta alla conferenza dei rookies a Melbourne, in avvio di stagione. Agli eventi Fia, almeno all'epoca, era obbligatorio parlare in inglese. Pronti, via. Tra lo stupore generale, Gaston Hugo si esprime esclusivamente in spagnolo. Irritazione diffusa in sala. Invitato ad attenersi alle regole, Mazzacane da vero Hombre Vertical ribatte: "Imparate voi lo spagnolo e fate presto, perché io diventerò campione del mondo come Fangio". Di lì a poco si sparse una leggenda metropolitana. Secondo la quale Mazzacane era un soprannome: in realtà Gaston Hugo di cognome faceva Ibarra, ma siccome nella Pampa sfrecciava guidando malissimo facendo strage di poveri randagi, ecco che il popolo gli aveva appiccicato un nomen omen.
[...] siamo in Bahrain ed è il 2010. Comincia il campionato. È il primo di Fernando Alonso vestito di Rosso. Eppure. Eppure durante l'inverno è saltato fuori che Schumi tornerà alle corse dopo tre anni di stop e lo farà con la Mercedes. Eh. A distanza di tanto tempo, ancora non ho dimenticato lo stupore che assalì quelli che come me avevano consumato in apnea, day by day, gli anni di Michael a Maranello. [...] Io, come tutti i cronisti, non sono mai stato in confidenza con Michael. Del resto lui aveva rapporti solo rigidamente professionali con i media. Chiunque sostenga il contrario è un bugiardo. Però ci conoscevamo [...]. E insomma. Sto camminando, vagamente distratto, lungo l'enorme paddock di Sakhir. Finché non gli vado a sbattere contro. Lui, in tuta Mercedes ripiegata sulla cintola. Restai a bocca aperta. Dunque, era vero. Era successo sul serio. Superato lo stupore, lo guardai in faccia senza dire niente. Nemmeno Michael aprì bocca. In compenso, allargò le braccia. Come se volesse sussurrare: eh, dai, doveva andare così...
Confesso [...] di essere un tipo ostinatamente all'antica: per me la Ferrari è Rossa e stop. Però mi è venuta in mente una cosa. [...] dovevamo essere all'alba degli Anni Ottanta. O giù di lì. Ero giovanissimo e il giornale mi mandò a un incontro stampa del Drake. A parte il fatto che ovviamente mi tremavano le gambe per l'emozione, rammento che i miei colleghi più anziani scatenarono un putiferio contro il Vecchio. Motivo: era stata presentata una Ferrari da Gran Premio che oltre ai consueti e tradizionali sponsor tecnici [...] sfoggiava anche sulla livrea l'insegna della nota marca di sigarette. Siccome Ferrari aveva sempre criticato i concorrenti che reclamizzavano whisky, profilattici e bla bla bla, ai giornalisti non parve vero di coglierlo in castagna. Mica piccola, la contraddizione... Ebbene, il Vecchio fece una faccia schifata e più o meno disse: mi dispiace per voi ma non avete capito una mazza, da quest'anno sarà il brand tabaccaio a pagare l'ingaggio dei nostri piloti, ergo trattasi di sponsor tecnico, perché il driver fino a prova contraria è parte della macchina, è un membro della Scuderia... Ho recuperato questo brandello di memoria perché in fondo [...] sempre lì torniamo. La Ferrari è bella quando vince. Rossa, certo. Ma vincente.
Andrea Bertolini [...] è stato e rimane il protagonista di una idea romantica dell'automobilismo. [...] da monello [...] era formidabile sui kart. A detta degli addetti ai lavori, aveva tutto per arrivare alla F1. Tranne una cosa. I soldi. [...] Non potendo guidare la Ferrari di Lauda o Villeneuve, in Ferrari andò a lavorare come operaio. Dopo un po', la lungimiranza di qualcuno che sapeva delle origini sue gli garantisce un ruolo come collaudatore delle Rosse di serie. Finché. Finché una mattina a Fiorano il signore che dormiva in pista, nell'appartamento del Drake, non viene svegliato dal rumore di una Ferrari da strada. Intenta a girare sul circuito aziendale. Quel signore si chiamava Michael Schumacher. Incuriosito, il tedesco osserva le manovre del misterioso collaudatore. E poi va da Jean Todt a dirgli che forse in fabbrica c'è un tizio che potrebbe essere utile alla squadra della F1, per i test. Se questa non è una favola, dimmelo tu cos'è. Oppure è una leggenda metropolitana, ma Maranello è come il Far West di Liberty Valance: senatore, tra la verità e la leggenda qui vince sempre la leggenda.
Gerardone era molto simpatico e pure molto veloce. Ma dopo lo schianto di Imola '89 qualcosa in lui cambiò. Aneddoto: era Todt, Berger è atteso alle 9 di mattina in pista a Fiorano. Ma ha trovato compagnia la notte prima non lontano da Fiorano. Da quel letto fa sapere ad un esterrefatto Todt che una furibonda nevicata lo ha bloccato al Brennero...
So poco di moto. Di sicuro ho capito che chi criticava Marquez pilota ne sa meno di me, di due ruote.
È stato uno degli ultimi grandi interpreti della gloriosa tradizione motoristica italiana. Fece cose straordinarie con la Lancia Rally. Fu meno fortunato quando venne catapultato in Ferrari, all'alba degli Anni Novanta. [...] Non sono sicuro ci tenesse, al rango: ma così gli ordinarono da Torino e pace. Lo conobbi in quel periodo. Non sono sicuro amasse la Formula Uno, ma la sua competenza in materia di propulsori era indiscutibile. Soprattutto, aveva le qualità proprie di una brava persona. Mica poco, in un ambiente, quello dei Gran Premi, in cui non sempre l'onestà intellettuale è una virtù.
Io gli ho voluto bene sin da quando ero un piccolo tifoso, per una ragione personalissima e banalissima. Ho sempre avuto problemi di vista, non lievi. Andrea si presentava accanto al suo bolide inforcando gli occhiali. E a me sembrava il testimonial di tutti i miopi o presbiti del mondo!
Max Verstappen sta alla F1 come Pelé stava al calcio.
Non faccio proprio fatica a testimoniare che Verstappen merita di essere collocato allo stesso livello di Ayrton Senna e di Michael Schumacher. È un fantastico animale da competizione. Azzanna alla giugulare l'avversario quando ne coglie la difficoltà. E aggiungo che evidentemente come gli illustri predecessori, appunto Ayrton e Michelone, sa tenere unita la squadra nei frangenti delicati.
Profondo Rosso – blog – 2026
Chi non c'era probabilmente non capirà. [...] Munari sul finire dei Fab Sixties, i favolosi Anni Sessanta, venne ad incarnare il sogno di chi era bambino, quando le auto da corsa erano "naturalmente" potenti, ruggenti, tremendamente aggressive. Sandro era il driver da rally, era l'italiano che sfidava i maestri del nord e i francesi e i tedeschi... E lo faceva a bordo di una macchina italiana. La Lancia!
Quando ripenso a Michele, mi torna in mente, prima del suo talento al volante, la dignità elegante dell'essere umano. Non era uno che voleva piacere a tutti i costi. E nemmeno era uno smargiasso da circuito. Amava il suo mestiere e in fondo cercava quella semplice cosa che la sua educazione meritava e trasmetteva: il rispetto. [...] In una Italia che non c'è più e mai più tornerà [...], uno come Michele Alboreto incarnò nobilmente ottimismo e speranza. In un tempo pre social era finito nelle storie di Topolino e nelle battute dei primi cinepanettoni. A suo modo, era una icona.
Anche io sono idealmente iscritto, praticamente da sempre!, al partito di quanti considerano un anacronismo il Gp di Montecarlo. [...] ma che senso ha far correre auto velocissime tra marciapiedi, strettoie, guardrail e tunnel?!? [...] Dopo di che, guardo l'albo d'oro del Principato e vedo che il recordman di vittorie si chiama Senna. Ayrton, cioè l'essenza stessa dell'automobilismo. E subito sotto, in termini di successi monegaschi, ci sta Schumi. [...] Qualcosa vorrà pure dire, no?
Quante altre soluzioni "cittadine" ha proposto e continua a proporre la Formula Uno? Tante. Come per la [...] Settimana Enigmistica, innumerevoli sono i tentativi di imitazione. Ce ne sta uno che si sia avvicinato al fascino (perverso) dell'originale? No, evidentemente no.
Pazza Inter
È nel periodo 1962-1967 che l'Inter di Moratti e di Herrera diventa un fenomeno nazionalpopolare, osando sfidare il prestigio della Juventus, da sempre considerata la «fidanzata d'Italia». Merito dei risultati, certo. Ma non solo dei risultati. C'è un filo che lega i trionfi nerazzurri alle vicende del Belpaese. I successi di Mazzola e di Facchetti, di Suarez e di Corso, si sovrappongono ai progressi di un popolo che sta accarezzando l'idea del benessere diffuso, delle vacanze al mare, del frigorifero per tutti, della motorizzazione di massa. Gli anni Sessanta [...] sono il periodo di una speranza collettiva che rasenta l'entusiasmo. Certo non mancano le tremende contraddizioni, che presto avvieranno dolorosamente la lunga notte della Repubblica: ma quando Herrera comincia a trovare sul campo la conferma felice dei suoi proclami, gli italiani sono voluttuosamente prigionieri del Boom. (cap. Formidabili quegli anni, p. 21)
Quando l'Inter vinceva gli scudetti sul campo, ancora il calcio non si era venduto e svenduto alle logiche del marketing. Era dunque perfettamente normale, in quei tempi non dominati dalle esigenze del business, che i giocatori scendessero in campo indossando maglie numerate dall'1 all'11. Per i tifosi, era molto semplice memorizzare la squadra ideale: snocciolare la formazione-tipo [...] a mo' di mantra era un esercizio rassicurante, era un aggrapparsi alla coperta di Linus [...]. Poi, appunto, è arrivato il business, si sono moltiplicati i soldi, ci si è messo di mezzo Arrigo Sacchi, gli allenatori hanno scoperto il turnover e i fabbricanti di quattrini hanno decretato che era meglio assegnare ad ogni atleta un numero «personale» e «permanente», così da accentuare l'identificazione tra l'asso in questione e una specifica casacca. Come se, per chi era bambino negli anni Sessanta, l'11 nerazzurro non appartenesse sempre e comunque a Mariolino Corso o il 3 a Giacinto Facchetti. E d'altronde il 10 rossonero era indiscutibilmente Gianni Rivera: nessuno era sfiorato dal dubbio per il solo fatto che talvolta, in occasione di assenze per infortunio del Golden Boy, [...] Nereo Rocco si era visto costretto a consegnare la stessa maglia a tale Zazzaro o a tale Scarrone. (cap. Il gigante buono, p. 62)
Quando ormai pochi minuti separano l'Inter dalla Coppa UEFA, primo trofeo della gestione Moratti, il brasiliano rompe gli indugi, si lancia verso la porta dei laziali, mette a sedere Marchegiani con una finta spettacolosa e il boato del popolo sublima la sera dei miracoli. Parigi si innamora di Ronaldo, titola la mattina dopo "Le Figaro". Persino chi è neutrale non resiste alla seduzione del Fenomeno. (cap. «Fenomeno», nel bene e nel male, p. 106)
[...] Javier, cioè Saverio, rappresenta qualcosa di unico. In breve: è l'Inter. Zanetti, per la causa, ha reinterpretato lo slogan del Blob televisivo: di tutto di più. È stato terzino destro e terzino sinistro, mediano laterale e mediano centrale. Gli avessero chiesto di improvvisarsi portiere, si sarebbe adattato. [...] Zanetti è l'Inter perché trasmette al popolo la sensazione di condividerne i valori. Lui, che è un sudamericano, oggettivamente estraneo alle tradizioni italiche, si è impadronito della maglia fino a trasformarla in una seconda pelle. [...] Lo chiamano «El tractor», il trattore, perché ha un fisico contadino, le cosce ingrossate, il cuore che non smette di pompare, i piedi che quando artigliano il pallone non lo mollano proprio. [...] gli interisti [...] gli perdonano gli eccessi (gli esperti sostengono che ha la tendenza ad innamorarsi della palla), perché colgono in lui una dedizione che, dopo tanto tempo, non è figlia dello stipendio, ma di qualcos'altro, qualcosa di ben più profondo. (cap. Cuper l'«hombre vertical», p. 161)
Il furbo Boniperti non si era sbagliato: Anastasi ha ormai finito la benzina. [...] Mazzola si danna l'anima pur di restituire fiducia al compagno che aveva atteso per otto lunghe stagioni: inutile, tutto inutile. Lentamente ma inesorabilmente, Pietruzzu si intristisce. (cap. La «sindrome di Stoccolma», p. 189)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026