Le frasi di «Armi, acciaio e malattie» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Armi, acciaio e malattie»
Le teorie basate sulle differenze razziali non sono solo odiose, sono soprattutto sbagliate. Non esiste una sola prova convincente del fatto che esistano differenze intellettuali innate tra le popolazioni umane. [...] Chi oggi vive «ancora all'Età della pietra» è in media più intelligente di un abitante delle società avanzate. [...] È utile ricordare che popoli appena usciti dall'Età della pietra come i guineani non hanno alcun problema ad imparare le moderne tecnologie, se si dà loro la possibilità di farlo. (prologo, p. 8)
I popoli del Nordeuropa non hanno giocato alcun ruolo nello sviluppo della civiltà eurasiatica, se non nell'ultimo migliaio di anni; hanno solo avuto la grande fortuna di ricevere a tempo debito i doni delle civiltà meridionali (l'agricoltura, la ruota, la scrittura, la metallurgia). (prologo, p. 10)
I destini dei popoli sono stati così diversi a causa delle differenze ambientali, non biologiche tra i popoli medesimi. (prologo, p. 13)
Dipinti in innumerevoli libri, film e cartoni animati come una razza di brutali scimmioni cavernicoli, i poveri neandertaliani avevano in realtà un cervello più grande del nostro, e furono i primi a mostrare segni di rispetto per i morti e di cure per i malati. I loro artefatti, però, sono sempre assai rozzi, e non si presentano in forme standardizzate e chiaramente differenziate nell'uso. (prologo, p. 24)
I neandertaliani, che vissero durante le glaciazioni ed erano adattati al freddo, non riuscirono ad andare oltre la Germania settentrionale e la zona di Kiev; ciò non fa meraviglia, visto che non sapevano cucirsi un abito, costruirsi un riparo e fare tante altre cose utili per sopravvivere in un clima freddo. Gli uomini moderni, invece, che erano in grado di farlo, si spinsero in Siberia circa 20 000 anni fa (anche qui non manca chi contesta questo dato); nel corso di questa espansione, probabilmente, si estinsero il mammut e il rinoceronte lanoso. (I cap. p. 28)
Il nostro archeologo trasportato nell'11 000 a. C. non è in grado di prevedere in quale continente l'uomo sia in procinto di svilupparsi più rapidamente: ciascuna area del pianeta ha buoni motivi per farcela. Con il senno di poi sappiamo che la vincitrice sarà l'Eurasia, ma le ragioni del suo successo non sono, come vedremo, quelle che l'archeologo nella macchina del tempo ha immaginato. (I cap. p. 35)
Perché Pizarro sconfisse Atahualpa? Gli spagnoli avevano una tecnologia bellica più avanzata: spade e armature di acciaio, fucili e cavalli. Le truppe di Atahualpa, senza cavalli o altri animali da montare, potevano opporre solo bastoni, mazze e asce, fatte di pietra, legno o bronzo, oltre a fionde e ad armature intessute. Una tale sproporzione fu decisiva in moltissime altre battaglie che opposero gli europei agli indiani. (III cap. p. 53)
Nella conquista spagnola dell'impero inca i fucili giocarono un ruolo minore. Gli archibugi del tempo erano difficili da caricare e da usare, senza contare che Pizarro ne aveva solo una dozzina. Avevano certo un grosso effetto psicologico, ma assai più importanti furono le spade, le lance e i pugnali di acciaio, le cui lame robuste massacrarono i poveri indigeni dalle armature intessute. Le mazze primitive usate dagli inca erano in grado al massimo di ferire, e raramente di uccidere uno spagnolo protetto da armature, cotte e elmi di acciaio o di maglia metallica. (III cap. p. 54)
Le malattie portate dagli europei, molto più rapide degli eserciti, si diffusero in America da tribù a tribù, fino a sterminare probabilmente il 95 per cento della popolazione indigena precolombiana. La prospera e numerosa società stanziata sulle rive del Mississippi, la più avanzata del Nordamerica di allora, fu spazzata via in questo modo tra il 1492 e la fine del XVII secolo, prima ancora dell'arrivo degli europei. (III cap. p. 55)
Nel Nuovo Mondo solo pochi privilegiati tra i popoli abitanti nell'odierno Messico sapevano scrivere. La conquista di Panama – a non più di 1500 chilometri a nord – da parte degli spagnoli iniziò nel 1510, mentre lo sbarco di Pizarro in Perù ebbe luogo nel 1527; eppure in diciassette anni gli inca non riuscirono a sapere nulla anche solo dell'esistenza degli invasori. Atahualpa non aveva idea del fatto che i suoi nemici avessero già sconfitto i popoli più forti e nomerosi del Centroamerica. (III cap. p. 56)
In breve, l'uso della parola scritta rendeva gli spagnoli depositari di una gran massa di conoscenze sulla storia e sui costumi umani. Per contrasto, Atahualpa non aveva alcuna concezione di un popolo come gli spagnoli, né aveva mai visto dal vivo un invasore; ma soprattutto, non aveva mai sentito (né letto) di situazioni analoghe, nel presente come nel passato. Questa enorme disparità di conoscenze fece sì che Pizarro tendesse la sua trappola, e che Atahualpa ci cadesse dentro. (III cap. p. 57-58)
La morte di Atahualpa ci dà modo di verificare quali sono le cause prossime che portarono alla conquista del Nuovo Mondo da parte dell'Europa, e non viceversa: la superiorità militare, basata su armi da fuoco, lame in acciaio e cavalleria; le epidemie di malattie infettive endemiche in Eurasia; la tecnologia navale; l'organizzazione politica degli stati europei; la tradizione scritta. In breve: «armi, acciaio e malattie». (III cap. 58)
L'agricoltura è un prerequisito necessario per arrivare alle armi, all'acciaio e alle malattie. (IV cap. p. 62)
Un nomade può, di tanto in tanto, portare con sé più cibo di quanto non riesca a consumare in pochi giorni; ma alla lunga questa abbondanza non gli è utile perché non ha i mezzi per conservarla e custodirla. Un sedentario invece può immagazzinare molto cibo e fare la guardia perché non glielo rubino. Il surplus alimentare è essenziale per la nascita e la proliferazione di quelle figure sociali non dedite in permanenza alla produzione di cibo, figure che una popolazione nomade non può permettersi. (IV cap. p. 65)
L'agricoltura e l'allevamento comparvero in modo spontaneo in poche aree del pianeta, con tempi assai diversi, e si diffusero da questi nuclei originari in due modi: tramite l'apprendimento delle tecniche da parte dei popoli confinanti, o con l'invasione da parte dei primi agricoltori – e anche questo avvenne in momenti assai diversi nelle varie parti del mondo. In alcune aree in cui le condizioni climatiche erano favorevoli, tuttavia, l'agricoltura non nacque mai spontaneamente, né fu portata in tempi preistorici, e l'uomo vi continuò a vivere per millenni come cacciatore e raccoglitore fino a quando non venne in collisione con il mondo moderno. I popoli che divennero agricoltori per primi, all'acciaio e alle malattie: da allora, la storia è stata una lunga serie di scontri impari tra chi aveva qualcosa e chi no. (V cap. p. 76)
Negli ultimi 13 000 anni vivere di caccia e di raccolta è stato sempre più difficile, perché le specie su cui si può contare sono diventate (soprattutto gli animali) sempre meno numerose, o sono scomparse del tutto. [...] Quasi tutti i mammiferi di grossa taglia si sono estinti in America alla fine del Pleistocene; altri scomparvero dall'Eurasia e dall'Africa a causa di mutazioni climatiche o per colpa degli uomini, che erano diventati cacciatori sempre più numerosi e abili. Se anche si può discutere sul fatto che le estinzioni di massa spinsero americani, africani ed eurasiatici (dopo un bel po') nelle braccia dell'agricoltura, esistono casi recenti in cui le cose sono andate proprio così. I polinesiani, ad esempio, si diedero all'agricoltura intensiva solo dopo aver fatto altrettanto con le specie locali di uccelli su altre isole del Pacifico. I primi coloni sbarcati sull'Isola di Pasqua nel 500 d. C. si portarono appresso del pollame da allevare, ma non iniziarono a cibarsene prima di aver fatto fuori tutti gli uccelli selvatici e le focene del luogo. Qualcosa di simile, secondo alcuni studiosi, può essere accaduto nella Mezzaluna Fertile con il declino numerico delle gazzelle selvatiche locali, che erano la principale fonte di cibo dei cacciatori indigeni. (VI cap. p. 82)
Il numero di calorie per ettaro fornite dalla coltivazione della terra è molto maggiore di quelle rese disponibili dalla caccia o dalla raccolta, e questo fa sì che più gente possa vivere nello stesso luogo. D'altra parte, l'aumento della densità umana durante il tardo Pleistocene è un fatto accertato comunque, dovuto ai progressi tecnologici che accrebbero l'efficienza nel procacciarsi il cibo. L'agricoltura si avvantaggiò di questa situazione, perché riusciva a nutrire un maggior numero di persone in modo più efficiente. (VI cap. p. 83)
In molte parti del mondo adatte alla coltivazione i cacciatori-raccoglitori locali o furono scacciati dai vicini agricoltori, o dovettero adottarne i costumi. In alcuni casi, grazie al loro numero o all'isolamento geografico, riuscirono a saltare il fosso in tempi preistorici e a sopravvivere: questo accadde nel Sudest degli Stati Uniti, sulla costa atlantica in Europa, e in parte in Giappone. In altre zone – Indonesia, Sudest asiatico, Africa subequatoriale e probabilmente in buona parte dell'Europa – i cacciatori-raccoglitori locali non fecero in tempo a cambiare, e furono rimpiazzati in epoche preistoriche da popoli di agricoltori invasori. Stessa sorte, infine, fu riservata in tempi assai più recenti all'Australia e a gran parte dell'Ovest americano. (VI cap. p. 84)
Non solo tra gli escrementi l'uomo semina involontariamente le piante di cui si nutre. I frutti raccolti, ad esempio, devono essere portati a casa, e nel tragitto possono lasciar cadere qualche seme; alcuni marciscono pur contenendo semi perfettamente vitali, e sono quindi buttati tra i rifiuti. Alcuni semi piccoli, come quelli delle fragole, sono inevitabilmente ingeriti e poi eliminati con le feci, mentre quelli più grossi vengono di solito sputati. Per farla breve, i primi laboratori di agronomia devono essere stati i cumuli di rifiuti e le latrine. (VII cap. p. 89)
Il grano e l'orzo del Vicino Oriente sono rappresentativi del gruppo dei cereali (le Graminacee), e piselli e lenticchie dei legumi (Leguminose). I cereali hanno molte virtù: crescono in fretta, sono molto produttivi (fino a una tonnellata per ettaro) e sono ricchi di carboidrati; è per questo che al giorno d'oggi più della metà delle calorie consumate nel mondo proviene dai cereali, soprattutto dalle cinque specie regine: grano, mais, riso, orzo e sorgo. Molti cereali contengono poche proteine, ma a questo pensano i legumi, che ne contengono in media il 25 per cento (il 38 la soia). Un'alimentazione basata su cereali e legumi fornisce quasi tutti gli ingredienti per una dieta bilanciata. [...] La combinazione cereali-legumi ha dato il via all'agricoltura in molte zone. I casi più noti, oltre al quartetto grano-orzo-piselli-lenticchie del Vicino Oriente, sono l'accoppiata mais-fagioli in Mesoamerica e quella tra riso e miglio africano con fagioli dall'occhio e arachidi in Africa, e del quinoa (un'erbacea che appartiene al genere Chenopodium e non è un cereale) con molti tipi di fagioli sulle Ande. (VII cap. p. 95)
Perché in alcune aree potenzialmente adatte – come la California, l'Europa, le zone temperate dell'Australia e dell'Africa subequatoriale – l'agricoltura non è stata «scoperta» in modo autonomo? E perché è sorta prima in certi posti e non in altri?
Vengono alla mente due spiegazioni intuitive: la «colpa» è stata degli indigeni, o delle piante disponibili in loco. Da un lato c'è il fatto che ogni angolo della Terra sufficientemente caldo e ricco di acqua ospita una grande varietà di specie selvatiche utili, il che farebbe propendere per la spiegazione di tipo culturale: certi popoli non avevano le caratteristiche adatte per diventare agricoltori. Però è estremamente improbabile che l'idea di coltivare la terra non sia venuta in mente a nessuno degli abitanti di aree vastissime del nostro pianeta. Il problema può essere anche nella mancanza di piante adatte. (VIII cap. p. 100)
Tutta l'area in questione ha un clima di tipo mediterraneo, caratterizzato da inverni miti e piovosi e da estati lunghe, calde e secche. Le specie che prosperano in questo clima sono adattate a sopravvivere alla lunga stagione arida, e a crescere rapidamente alla ripresa delle piogge. Molte piante mediorientali, in special modo i cereali e i legumi, hanno un adattamento specifico utile al genere umano: sono annue, cioè si seccano e muoiono con la stagione arida. [...] Un'altra caratteristica unica della Mezzaluna Fertile è data dal fatto che le specie selvatiche progenitrici di quelle coltivate erano già abbondanti e produttive in natura: il valore alimentare di un campo bello grosso di grano selvatico non poteva sfuggire a un cacciatore-raccolgitore della zona. [...] Un terzo vantaggio delle specie mediorientali consiste [...] nell'essere in gran parte ermafrodite sufficienti. Quasi tutte le piante selvatiche sono ermafrodite insufficienti o dioiche, e quindi la loro riproduzione dipende dalla presenza di individui della stessa specie. (VIII cap. pp. 104-105)
I popoli nativi americani, dal punto di vista dei requisiti biologici necessari per diventare frutticoltori, erano esattamente uguali a quelli europei, e le mele selvatiche avevano le stesse caratteristiche sulle due sponde dell'Atlantico (tanto che i frutti che troviamo oggi al supermercato sono a volte ibridi di varietà europee e americane). La ragione per cui gli indiani non riuscirono a coltivare le mele sta nell'intero complesso di specie animali e vegetali che avevano a disposizione nel loro territorio: un insieme dallo scarso potenziale, responsabile della partenza ritardata dell'America nella corsa alla produzione di cibo. (VIII cap. p. 119)
In Eurasia c'è una grande varietà di mammiferi terrestri, domesticabili o meno. [...] Questo per il semplice motivo che è la più estesa massa continentale del globo, e che contiene una grande varietà di ambienti naturali: dalle foreste pluviali tropicali ai deserti, dalle paludi alle praterie. [...] Un buon motivo per cui l'Eurasia ha fatto la parte del leone nella storia della domesticazione è quindi dato dalla sua ricchezza di specie di partenza, ricchezza che è stata minata dalle grandi estinzioni molto meno che altrove. (IX cap. 123-124)
L'orientamento dei continenti ha influenzato la velocità di diffusione dell'agricoltura e dell'allevamento, e forse anche della scrittura, della ruota e di altre invenzioni. (X cap. p. 135)
Tutte le località poste alla stessa latitudine hanno giorni di durata uguale, e le stesse variazioni stagionali della medesima. Anche se in modo meno automatico, tendono ad avere climi, regimi delle piogge e habitat simili. (X cap. p. 141)
Sia gli adulti sia – in maggior numero – i bambini contraggono malattie dai loro animali domestici. Molte sono semplici fastidi, ma alcune sono diventate in passato faccende molto più serie. I peggiori killer dell'umanità nella nostra storia recente (vaiolo, influenza, tubercolosi, malaria, peste, morbillo e colera) sono sette malattie evolutesi a partire da infezioni degli animali, anche se i microbi che le causano sono al giorno d'oggi esclusivamente caratteristici della specie umana. Poiché queste sono state le principali cause di morte per lungo tempo, sono anche state fattori decisivi nel corso della storia. (XI cap. p. 150)
Sono nomadi, che abbandonano gli accampamenti e con essi i loro escrementi, potenziali ricettacoli di germi e parassiti. I contadini sedentari, invece, devono convivere con i loro rifiuti, il che fornisce ai microbi una comoda strada per diffondersi nelle acque utilizzate dalla comunità. (XI cap. p. 157)
Quando ero un ragazzino, a scuola mi veniva insegnato che gli indiani nordamericani al tempo di Colombo erano non più di un milione; questo basso numero serviva a giustificare la conquista da parte dei bianchi di un continente praticamente vuoto. Ma gli scavi archeologici e un esame più attento dei resoconti dei primi esploratori ci permettono di stimare il numero dei nativi in circa 20 milioni. Nel complesso del Nuovo Mondo, nei due secoli successivi al 1492 la popolazione indigena scomparve per il 95 per cento. (XI cap. p. 163)
Nelle Americhe non c'erano molti grossi mammiferi, perché l'80 per cento di essi si era estinto alla fine dell'ultima glaciazione, 13 000 anni fa. I pochi animali che erano stati domesticati non avevano molte probabilità di trasmettere malattie, se confrontati con i buoi o con i maiali. I tacchini non si radunano in grandi stormi, né sono specie con cui l'uomo ha una grande intimità fisica. Le cavie possono aver contribuito alla diffusione di una tripanosomiasi come il morbo di Chagas, o della leishmaniosi, ma la cosa non è del tutto certa. Fa meraviglia che nessuna malattia ci sia arrivata dai lama, che saremmo tentati di considerare gli equivalenti americani dei mammiferi europei. Ma questi animali vivono in piccoli branchi, e il loro numero totale non era neanche paragonabile a quello, per esempio, dei bovini eurasiatici. Inoltre l'uomo non beve il latte del lama (e quindi non può venire infettato con questo mezzo), e non vive mai a stretto contatto con esso, perché è un animale che non viene tenuto in stalle coperte. I contadini eurasiatici, invece, hanno sempre vissuto gomito a gomito con i loro animali, anche nella stessa stanza. (XI cap. p. 164)
La conoscenza è potere. La scrittura è fonte di potere nelle società moderne, perché rende possibile trasmettere conoscenza meglio, più rapidamente e più lontano. (XII cap.)
I re e i sacerdoti sumeri volevano che i caratteri cuneiformi servissero agli scribi per tenere il conto delle tasse, non al popolo per poetare e ordire complotti. Come dice Claude Lévi-Strauss, la funzione principale della scrittura nel tempo antico era quella di «facilitare l'asservimento di altri esseri umani». (XII cap.)
Spesso l'invenzione è la madre della necessità, e non viceversa. (XIII cap.)
Molte altre tribù [oltre ai fayu] della Nuova Guinea e dell'Amazzonia devono il loro ingresso nella società contemporanea ai missionari, che precedono l'arrivo dei dottori, dei maestri, dei soldati e degli ufficiali di governo. La diffusione degli stati e delle religioni occidentali ha sempre proceduto di concerto, sia con modi pacifici (come con i fayu) che con la forza. In quest'ultimo caso, è in genere il governo che pianifica la conquista, e la religione che la giustifica. (XIV cap.)
La differenza più macroscopica tra i due continenti riguardava allora i mammiferi domestici di grossa taglia. [...] Abbiamo incontrato le tredici specie eurasiatiche, che di volta in volta furono la principale fonte di proteine, lana e pelli, il più importante mezzo di trasporto per cose e persone, un indispensabile veicolo di guerra, e una vera svolta nella produzione agricola. [...] Le Americhe invece avevano un solo mammifero di grossa taglia, il lama-alpaca, confinato in una ristretta area sulle Ande e sulla costa del Perù. Dava carne, lana, pelle e portava carichi, ma non forniva latte, non si poteva montare o aggiogare a un aratro, non trainava i carri e non fu mai usato in battaglia o come fonte di forza motrice. (XVIII cap. 280)
L'agricoltura americana, là dove era praticata, soffriva di ulteriori limitazioni: era troppo dipendente dal mais, povero di proteine, e mancava del paniere di ricchi cereali eurasiatici; i semi erano piantati uno a uno, e non con la più efficiente tecnica a spaglio; l'aratura era fatta a mano e non con aratri trainati da animali, il che rendeva impossibile coltivare certi suoli; si basava sulla sola forza muscolare dell'uomo per opere come la trebbiatura, la macinatura e l'irrigazione; e non aveva a disposizione il concime animale come fertilizzante. Per tutti questi fattori, è probabile che nel 1492 l'agricoltura americana desse una resa minore di proteine e calorie per ora di lavoro. (XVIII cap. pp. 281-282)
Oltre al vantaggio della partenza anticipata, l'Eurasia ebbe dalla sua anche la maggiore facilità con cui animali, piante, idee, tecniche e popoli si potevano spostare nel suo territorio. L'asse principale del continente è quello est-ovest, il che permette di muoversi stando sempre a latitudini simili e incontrare ambienti non troppo diversi. Il Nuovo Mondo, invece, era orientato lungo l'asse nord-sud e strozzato all'altezza di Panama; inoltre era costellato da barriere ecologiche e naturali, come le foreste dell'istmo che separavano i popoli del Mesoamerica da quelli andini, o il deserto messicano che non permetteva i contatti tra lo Yucatán e gli Stati Uniti meridionali. Alla fine, tra i centri principali del Mesoamerica, gli Stati Uniti orientali e delle Ande-Amazzonia non ci furono contatti per quello che riguardava gli animali domestici, la scrittura, l'organizzazione politica, e ci furono scambi lenti e limitati di colture e di tecniche. (XVIII cap. p. 288)
Mentre vari alfabeti di origine sostanzialmente unica raggiungevano i luoghi più distanti dell'Eurasia, dall'Inghilterra all'Indonesia (fermandosi davanti alla Cina), l'unico sistema di scrittura del Nuovo Mondo usato nel Mesoamerica non arrivò mai alle complesse società situate a nord e sud. La ruota, inventata in Messico come un giocattolo, e il lama delle Ande, che avrebbe potuto diventare un animale da traino, non si incontrarono mai. Gli imperi del Vecchio Mondo erano giganteschi, da quello romano la cui distanza est-ovest toccava i 4800 chilometri, a quello mongolo vasto anche il doppio; gli stati del Mesoamerica, invece, non avevano relazioni cone le chefferies degli Stati Uniti orientali, 1100 chilometri a nord, e con gli stati andini, a 1900 chilometri a sud. (XVIII cap. pp. 288-289)
Il Sahel, subito a sud del deserto del Sahara, ha un regime di precipitazioni invertito: piove in estate e non in inverno. Anche se le specie della Mezzaluna Fertile fossero riuscite a passare il deserto, si sarebbero trovate di fronte a difficoltà climatiche insormontabili. (XIX cap. p. 302)
Tutte le specie indigene africane sono state domesticate a nord dell'Equatore. Questo può darci un'idea del perché i bantu spazzarono via pigmei e khoisan, entrambi popoli stanziati più a sud che non conoscevano l'agricoltura. E non potevano conoscerla: l'Africa subsahariana non ha praticamente specie domesticabili, tanto che né gli invasori bantu né quelli europei riuscirono ad aggiungere qualche pianta locale al loro cantiere. (XIX cap. p. 304)
Come sappiamo, gli europei derivarono le loro caratteristiche vincenti dall'agricoltura; questa però fu ritardata in Africa subsahariana dalla relativa scarsità di specie domesticabili, dalla minore estensione delle terre coltivabili e dal suo orientamento lungo l'asse nord-sud, che ostacolò la diffusione delle colture. [...] Per quello che riguarda animali domestici, sappiamo che vennero tutti dall'Eurasia, con la possibile eccezione di alcuni dal Nordafrica, e che riuscirono a diffondersi a sud del Sahara solo dopo molti millenni. [...] Una specie domesticabile deve avere molte caratteristiche particolari: capre, pecore e buoi dell'Eurasia le possedevano, zebre, bufali e rinoceronti dell'Africa no. (XIX cap. p. 310)
In breve, la colonizzazione europea non fu dovuta alle differenze tra occidentali e africani, come i razzisti vogliono farci credere. Furono gli accidenti della geografia e della biogeografia a determinare l'esito finale: le differenti storie di questi due continenti dipendono in ultima analisi dal valore della loro terra. (XIX cap. 311)
Le forti disparità tra le vicende dei continenti non sono dovute a innate differenze nei popoli che li abitano, ma alle loro differenze ambientali. (epilogo, p. 313)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026