Le frasi di «Canti» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
I – All'Italia
Piangi, che ben hai donde, Italia mia. (v. 18)
L'armi, qua l'armi: io solo / combatterò, procomberò sol io. / Dammi, o ciel, che sia foco / agl'italici petti il sangue mio. (vv. 37-40)
III – Ad Angelo Mai: quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica
Italo ardito, a che giammai non posi / di svegliar dalle tombe / i nostri padri? ed a parlar gli meni / a questo secol morto, al quale incombe / tanta nebbia di tedio? (vv. 1-5)
Ahi ahi, ma conosciuto il mondo / non cresce, anzi scema, e assai più vasto / l'etra sonante e l'alma terra e il mare / al fanciullin, che non al saggio appare. (vv. 87-90)
Amore, / amor, di nostra vita ultimo inganno, / t'abbandonava. Ombra reale e salda / ti parve il nulla, e il mondo / inabitata piaggia. (vv. 128-132)
Da te fino a quest'ora uom non è sorto, / o sventurato ingegno, / pari all'italo nome, altro ch'un solo, / solo di sua codarda etate indegno, / allobrogo feroce, a cui dal polo / maschia virtù, non già da questa mia / stanca ed arida terra, / venne nel petto; onde privato, inerme / (memorando ardimento!) in su la scena / mosse guerra a' tiranni: almen si dia / questa misera guerra / e questo vano campo all'ire inferme / del mondo. Ei primo e sol dentro all'arena / scese, e nullo il seguì, che l'ozio e il brutto / silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto. // Disdegnando e fremendo, immacolata / trasse la vita intera, / e morte lo scampò dal veder peggio. / Vittorio mio, questa per te non era / età né suolo. Altri anni ed altro seggio / conviene agli alti ingegni. (vv. 151-171)
Citazioni su Ad Angelo Mai: quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica
È invalsa, a proposito dei sentimenti politici del Leopardi, l'opinione che esso, divenuto scettico, non ebbe più a cuore il risorgimento d'Italia. Tutt'altro provano gli scritti suoi. Dopo le due prime canzoni, ne fa documento solenne quella Ad Angelo Mai che compose quando era già pessimista; la quale spira tutta quanta un amore ardente alla patria, e pungendo la viltà degli Italiani, li infiamma ad insorgere; onde l'Austria ne proibì la diffusione nelle province italiane da essa occupate. (Giovanni Mestica)
IV – Nelle nozze della sorella Paolina
Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta. (v. 30)
Donne, da voi non poco / la patria aspetta [...] (vv. 31-32)
Ad atti egregi è sprone / amor, chi ben l'estima, e d'alto affetto / maestra è la beltà. (pp. 46-48)
IX – Ultimo canto di Saffo
Arcano è tutto, / fuor che il nostro dolor. (vv. 45-46)
Negletta prole / nascemmo al pianto, e la ragione in grembo / de' celesti si posa. (vv. 46-48)
Virtù non luce in disadorno ammanto. (v. 53)
Vivi felice, se felice in terra / visse nato mortal. (vv. 60-61)
X – Il primo amore
Tornami a mente il dì che la battaglia / d'amore sentii la prima volta, e dissi: / oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia! (vv. 1-3)
XI – Il passero solitario
D'in su la vetta della torre antica, / passero solitario, alla campagna / cantando vai finché non more il giorno; / ed erra l'armonia per questa valle. (vv. 1-4)
Tu, solingo augellin, venuto a sera / del viver che daranno a te le stelle, / certo del tuo costume / non ti dorrai; ché di natura è frutto / ogni vostra vaghezza. (vv. 45-49)
A me, se di vecchiezza / la detestata soglia / evitar non impetro, / quando muti questi occhi all'altrui core, / e lor fia vòto il mondo, e il dì futuro / del dì presente più noioso e tetro, / che parrà di tal voglia? / che di quest'anni miei? che di me stesso? / Ahi! pentirommi, e spesso, / ma sconsolato, volgerommi indietro. (vv. 50-59)
XII – L'infinito
Sempre caro mi fu quest'ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. (vv. 1-3)
Ma, sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo; ove per poco / il cor non si spaura. (vv. 4-8)
Così tra questa / immensità s'annega il pensier mio; / e il naufragar m'è dolce in questo mare. (vv. 13-15)
Citazioni su L'infinito
Leopardi era dedito alle pratiche solitarie. Con tutto ciò, un grande poeta. La prima versione della famosa poesia L'infinito, all'ultimo verso non suonava "... e naufragar m'è dolce in questo mare", bensì "... e naufragar m'è dolce in questa mano". Probabilmente l'aveva scritta in stato di tensione autoerotica. (Marcello Marchesi)
XIII – La sera del dì di festa
Dolce e chiara è la notte e senza vento. (v. 1)
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno / appare in vista, a salutar m'affaccio, / e l'antica natura onnipossente, / che mi fece all'affanno. A te la speme / nego, mi disse, anche la speme; e d'altro / non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. (v. 10-16)
Ecco è fuggito / il dì festivo, ed al festivo il giorno / volgar succede, e se ne porta il tempo / ogni umano accidente. (vv. 30-33)
XIV – Alla luna
Oh come grato occorre / nel tempo giovanil, quando ancor lungo / la speme e breve ha la memoria il corso, / il rimembrar delle passate cose, / ancor che triste, e che l'affanno duri! (vv. 12-16)
XVII – Consalvo
Due cose belle ha il mondo: / amore e morte. (vv. 99-100)
XVIII – Alla sua donna
Ma non è cosa in terra / che ti somigli; e s'anco pari alcuna / ti fosse al volto, agli atti, alla favella, / saria, così conforme, assai men bella. (vv. 19-22)
XXI – A Silvia
Silvia, rimembri ancora / quel tempo della tua vita mortale, / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, / e tu, lieta e pensosa, il limitare / di gioventù salivi?. (vv. 1-6)
Io, gli studi leggiadri / talor lasciando e le sudate carte, / ove il tempo mio primo / e di me si spendea la miglior parte, | [...] (vv. 15-18)
O natura, o natura / perché non rendi poi / quel che prometti allor? Perché di tanto / inganni i figli tuoi? (vv. 35-38)
All'apparir del vero / tu, misera, cadesti: e con la mano / la fredda morte ed una tomba ignuda / mostravi di lontano. (vv. 60-63)
Citazioni su A Silvia
Silvia è sorella di certe dolci femminili figure virgiliane ed omeriche, ma è tutt'altro che una reminiscenza classica, è un ritratto di una realtà, d'un'evidenza meravigliosa. La giovanetta da gli occhi ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa, percorre con la mano veloce la tela e, immaginando un vago avvenire, riempie del suo canto le quiete stanze e le vie d'intorno, mentre, come la Laura petrarchesca sotto la pioggia di fiori cadente da l'albero, umile continua intenta l'opera femminile, sotto la diffusa luce del maggio, il riso del cielo sereno. Col rimpianto de la fanciulla perduta, il poeta risente più amaro lo sconforto dei soavi perduti pensieri, de le morte speranze; nel cantare Silvia egli risente in sé quel suo cuore d'una volta. Non dimenticò mai la bruna popolana, e, se il canto di una tessitrice solitaria sempre lo commosse, gli è certo che in ogni solinga laboriosa fanciulla, egli rivedeva col pensiero l'immagine adombrata de la candida Teresa . (Emma Boghen Conigliani)
XXII – Le ricordanze
Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea / tornare ancor per uso a contemplarvi / sul paterno giardino scintillanti, / e ragionar con voi dalle finestre / di questo albergo ove abitai fanciullo, / e delle gioie mie vidi la fine. / Quante immagini un tempo, e quante fole / creommi nel pensier l'aspetto vostro / e delle luci a voi compagne! allora / che, tacito, seduto in verde zolla, / delle sere io solea passar gran parte / mirando il cielo, ed ascoltando il canto / della rana rimota alla campagna! (vv. 1-13)
Né mi diceva il cor che l'età verde / sarei dannato a consumare in questo / natio borgo selvaggio, intra una gente / zotica, vil; cui nomi strani, e spesso / argomento di riso e di trastullo, / son dottrina e saper [...]. (vv. 28-33)
[...] dolce per sé; ma con dolor sottentra / il pensier del presente, un van desio / del passato [...]. (vv. 58-60)
O speranze, speranze; ameni inganni / della mia prima età! (vv. 77-78)
XXIII – Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, / silenziosa luna? (vv. 1-2)
Nasce l'uomo a fatica, / ed è rischio di morte il nascimento. / Prova pena e tormento / per prima cosa; e in sul principio stesso / la madre e il genitore / il prende a consolar dell'esser nato. (vv. 39-44)
Perché reggere in vita / chi poi di quella consolar convenga? / Se la vita è sventura, / perché da noi si dura? (vv. 53-56)
Che sia questo morir, questo supremo / scolorar del sembiante, / e perir della terra, e venir meno / ad ogni usata, amante compagnia. (vv. 65-68)
E tu certo comprendi / il perché delle cose, e vedi il frutto / del mattin, della sera, / del tacito, infinito andar del tempo. (vv. 69-72)
A me la vita è male. (v. 104)
Dimmi: perché giacendo / a bell'agio, ozioso, / s'appaga ogni animale; / me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale? (vv. 129-132)
Forse s'avess'io l'ale / da volar su le nubi, / e noverar le stelle ad una ad una, / o come il tuono errar di giogo in giogo, / più felice sarei, dolce mia greggia, / più felice sarei, candida luna. (vv. 133-138)
[...] forse, in qual forma, in quale / stato che sia, dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale. (vv. 141-143)
Citazioni sul Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
Si ricordi come Leopardi per un certo tempo abbia amato le falsificazioni filologiche e l'abbia scherzosamente praticate come dilettantismo artistico. Ma ora lo stadio dell'Inno a Nettuno è superato. La mistificazione è divenuta manifestazione del proprio io. Non pel desiderio di travestirsi, ma per conoscere e rappresentare se stesso s'immedesima in quel pastore dell'Asia. Il sentimento e la coscienza che il più proprio del suo pensiero, la sua filosofia e la sua religione, sia divenuto del tutto estraneo all'Europa occidentale, che egli sia un anacronista o un dépaysé, un arcade emigrato, non viene invero espresso immediatamente, ma costituisce il fondamento della poesia. Perciò fa un effetto di così straniato ed intimo, così artistico e originario, così esotico e leopardiano, così privo di costume e primigenio, moderno e senza tempo. (Karl Vossler)
XXIV – La quiete dopo la tempesta
Ecco il sereno / rompe là da ponente, alla montagna: / sgombrasi la campagna, / e chiaro nella valle il fiume appare. (vv. 4-7)
|Piacer figlio d'affanno; | [...]. (v. 32)
O natura cortese, / son questi i doni tuoi, / questi i diletti sono / che tu porgi ai mortali. Uscir di pena / è diletto fra noi. / Pene tu spargi a larga mano; il duolo / spontaneo sorge e di piacer, quel tanto / che per mostro e miracolo talvolta / nasce d'affanno, è gran guadagno. (vv. 42-50)
Umana / prole cara agli eterni! assai felice / se respirar ti lice / d'alcun dolor: beata / se te d'ogni dolor morte risana. (vv. 50-54)
XXV – Il sabato del villaggio
La donzelletta vien dalla campagna, / in sul calar del sole, / col suo fascio dell'erba; e reca in mano / un mazzolin di rose e viole, / onde siccome suole, / ornare ella si appresta / dimani, al dì di festa, il petto e il crine. (vv. 1-7)
Questo di sette è il più gradito giorno, / pien di speme e di gioia: / diman tristezza e noia / recheran l'ore, ed al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno. (vv. 38-42)
Garzoncello scherzoso, / cotesta età fiorita / è come un giorno d'allegrezza pieno, / giorno chiaro, sereno, / che precorre alla festa di tua vita. / Godi, fanciullo mio; stato soave, / stagion lieta è cotesta. / Altro dirti non vo'; ma la tua festa / ch'anco tardi a venir non ti sia grave. (vv. 43-51)
Citazioni su Il sabato del villaggio
Mi spiego Fefé, è come un'intima insoddisfazione che tengo dentro. Per esempio tu sai quanto mi piace l'uva, ah? Be', a me l'uva mi piace più quando non ci sta che quando ci sta. Quando ci sta l'uva, Fefé, io tengo voglia di pere. Mi spiego? [...] Per me non è tanto importante l'uva in se stessa, quanto la voglia che ho d'uva, un po' come quella poesia che mi piace tanto, Fefé, dove dice che il sabato è meglio assai della domenica. (Divorzio all'italiana)
Nel Sabato del villaggio la scena poetica che avrebbe dovuto suggerire coi suoi stessi tocchi il pensiero della gioia aspettata, che è unica e vera gioia, della gioia di fantasia, è commentata da una critica riflessione e appesantita da un allegorizzamento, che prende forma di rettorica esortazione al «garzoncello scherzoso». (Benedetto Croce)
Secondo Leopardi, il più bel giorno della settimana non è la domenica, ma il sabato, perché precede la domenica; mentre la domenica si è tristi, pensando al lunedì. Ma ormai tutti han letto l'immortale canto, epperò il venerdì sera dicono: «Che gioia, domani è sabato, il più bel giorno della settimana!», mentre l'indomani pensano con tristezza alla domenica. Ragion per cui siamo più felici il venerdì che il sabato; e invece che Il sabato Leopardi avrebbe fatto meglio a scrivere Il venerdì, o addirittura Il giovedì del villaggio, se si pensa che il giovedì, precedendo il più bel giorno della settimana, viene ad essere esso stesso il più bello, sempre per quella teoria che la vigilia d'un lieto giorno è più bella che il lieto giorno medesimo. (Achille Campanile)
XXVI – Il pensiero dominante
Sempre i codardi, e l'alme / ingenerose, abbiette / ebbi in dispregio. (vv. 53-55)
Di questa età superba, / che di vote speranze si nutrica, / vaga di ciance, e di virtù nemica; / stolta, che l'util chiede, / e inutile la vita / quindi più sempre divenir non vede; / maggior mi sento. (vv. 59-65)
Pregio non ha, non ha ragion la vita / se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto. (vv. 80-81)
Angelica beltade! / Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro, / quasi una finta imago / il tuo volto imitar. Tu sola fonte / d'ogni altra leggiadria, / sola vera beltà parmi che sia. (vv. 130-135)
Citazioni su Il pensiero dominante
Perché è evitata la parola e dissimulata la chiave? Evidentemente di fronte alla novità dell'esperienza essa sarebbe apparsa troppo logora, perché ogni appicco a cose già passate e già esistite avrebbe potuto dare l'impressione di uno sminuimento. "Io non ho nome per ciò". (Karl Vossler)
XXVII – Amore e Morte
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte. / Cose quaggiù sì belle / Altre il mondo non ha, non han le stelle. (vv. )
Quando novellamente / nasce nel cor profondo / un amoroso affetto, / languido e stanco insiem con esso in petto / un desiderio di morir si sente: / come, non so: ma tale / d'amor vero e possente è il primo effetto. (vv. )
Poi, quando tutto avvolge / la formidabil possa, / e fulmina nel cor l'invitta cura, / quante volte implorata / con desiderio intenso, / morte, sei tu dall'affannoso amante! (vv. )
XXVIII – A se stesso
Amaro e noia / la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. (vv. 8-9)
[...] l'infinita vanità del tutto. (v. 16)
XXIX – Aspasia
Torna dinanzi al mio pensier talora / il tuo sembiante, Aspasia. (vv. 1-2)
Raggio divino al mio pensiero apparve, / donna, la tua beltà. Simile effetto / fan la bellezza e i musicali accordi. (vv. 33-35)
Pur quell'ardor che da te nacque è spento: / perch'io te non amai, ma quella Diva / che già vita, or sepolcro, ha nel mio core. (vv. 77-79)
Già del fato mortale a me bastante / e conforto e vendetta è che su l'erba / qui neghittoso immobile giacendo, / il mar la terra e il ciel miro e sorrido. (vv. 109-112)
XXXI – Sopra il ritratto di una bella donna
Tal fosti: or qui sotterra / polve e scheletro sei. Su l'ossa e il fango / immobilmente collocato invano, / muto, mirando dell'etadi il volo, / sta, di memoria solo / e di dolor custode, il simulacro / della scorsa beltà. (vv. 1-7)
Natura umana, or come, / se frale in tutto e vile, / se polve ed ombra sei, tant'alto senti? / Se in parte anco gentile, / come i più degni tuoi moti e pensieri / son cosí di leggieri / da sí basse cagioni e desti e spenti? (vv. 50-56)
Citazioni su Sopra il ritratto di una bella donna
In uno dei suoi canti estremi, nel canto Sopra il ritratto di una bella donna, vediamo come egli scorga un motivo di dubbio insolubile non già nel contrasto tra la bellezza femminile e l'opera dissolvitrice della morte, bensì nel contrasto fra la distruzione che la morte ha compiuto di quella bella forma corporea e gli ineffabili altissimi sentimenti che quella ispirò un tempo:
Natura umana, or come / se frale in tutto e vile, / se polve ed ombra sei, tant'alto senti? La nobiltà dell'uomo, così come la sua beatitudine, il Leopardi ripone nella sua capacità di sentire: né è senza significato il fatto che nelle sue pagine, in quelle della giovinezza come in quelle della maturità l'epiteto divino si accompagni così di frequente alle espressioni che si riferiscono al sentimento. (Mario Fubini)
XXXII – Palinodia al marchese Gino Capponi
Errai, candido Gino; assai gran tempo, / e di gran lunga errai. Misera e vana / stimai la vita, e sovra l'altre insulsa / la stagion ch'or si volge. (vv. 1-4)
XXXIII – Il tramonto della luna
[...] scende la luna; e si scolora il mondo [...]. (v. 12)
XXXIV – La ginestra o il fiore del deserto
Qui su l'arida schiena / del formidabil monte / sterminator Vesevo, / la qual null'altro allegra arbor né fiore, / tuoi cespi solitari intorno spargi, / odorata ginestra, / contenta dei deserti. (vv. 1-7)
Questi campi cosparsi / di ceneri infeconde, e ricoperti / dell'impietrata lava, / che sotto i passi al peregrin risona; / dove s'annida e si contorce al sole / la serpe, e dove al noto / cavernoso covil torna il coniglio; / fûr liete ville e cólti, / e biondeggiâr di spiche, e risonâro / di muggito d'armenti; / fûr giardini e palagi, / agli ozi de' potenti / gradito ospizio; e fûr città famose, / che coi torrenti suoi l'altèro monte / dall'ignea bocca fulminando oppresse / con gli abitanti insieme. Or tutto intorno / una ruina involve, / ove tu siedi, o fior gentile, e quasi / i danni altrui commiserando, al cielo / di dolcissimo odor mandi un profumo, / che il deserto consola. A queste piagge / venga colui che d'esaltar con lode / il nostro stato ha in uso, e vegga quanto / è il gener nostro in cura / all'amante natura. E la possanza / qui con giusta misura / anco estimar potrà dell'uman seme, / cui la dura nutrice, ov'ei men teme, / con lieve moto in un momento annulla / in parte, e può con moti / poco men lievi ancor subitamente / annichilare in tutto. / Dipinte in queste rive / son dell'umana gente / «Le magnifiche sorti e progressive». / Qui mira e qui ti specchia, / secol superbo e sciocco, / che il calle insino allora / dal risorto pensier segnato innanti / abbandonasti, e vòlti addietro i passi, / del ritornar ti vanti, / e procedere il chiami. (vv. 17-58)
[...] obblio / preme chi troppo all'età propria increbbe. (vv. 68-69)
Non so se il riso o la pietà prevale. (v. 201)
E tu, lenta ginestra, / che di selve odorate / queste campagne dispogliate adorni, / anche tu presto alla crudel possanza / soccomberai del sotterraneo foco, / che ritornando al loco / già noto, stenderà l'avaro lembo / su tue molli foreste. (vv. 297-304)
Citazioni sui Canti
Sulle sue idee, certamente c'è poco da equivocare. Ma dove, principalmente, egli le espose e le ragionò?
Nelle grandi liriche, nelle composizioni in cui la fantasia e l'estro si accendono al calor bianco e cercano di raggiungere per ineluttabili scorciatoie i significati assoluti. È lo stato più estraneo alla coscienza vera, al giudizio accettato dalla ragione, quello che genera canti come A se stesso o La Ginestra. In quella loro altezza disperata si confonde davvero con la negazione una più alta e improvvisa accettazione dell'idea divina. (Giovanni Artieri)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026