Frasi

Frasi di «Cento anni»

13 citazioni dal libro di Giuseppe Rovani

Le frasi di «Cento anni» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Cento anni»

Talvolta un'idea, un'opinione, una credenza s'impadronisce di un'intera massa di gente in un modo irresistibile. E gli uomini di buon senso e di spirito equo, che, volendo esaminare prima di condannare, azzardano qualche difesa e qualche osservazione, sono quelli che precisamente danno le mosse al temporale. (da Vol. I, Libro secondo, p. 174)
Era da circa mezzo secolo che in Francia, dove si davano in pubblico perfino otto balli in maschera per settimana, s'era introdotta la perversa invenzione delle maschere-ritratti, le quali, eseguite da pittori esperti e da plastificatori, rendevano al vivo la sembianza, di chiunque si voleva. Questa maschera-ritratto di solito la si copriva con un'altra maschera qualunque, la quale, levata con destrezza, lasciava intravedere il volto imprestato che stava sotto, e che ricoprivasi tosto, onde impedire si potesse conoscere l'inganno. Questa moda dalla Francia si diffuse tosto in Italia, e segnatamente a Milano e a Venezia. Ma i disordini che ne seguirono furon tali e tanti, che la pubblica morale se ne risentì altamente. Giovani scaltri assumevano il volto di fortunati amanti a ingannar donne e donzelle inesperte. Donne gelose e gelosi amatori e mariti, traevano in insidia donne e amanti creduli, dal che derivarono vendette e delitti. (da Vol. I, Libro secondo, pp. 187-188)
Casa Salomon. Allorché la gondola si fermò davanti allo scaglione di quella casa, Galantino diede al gondoliere un breve portafoglio si seta legato con nastri, fuor del quale spuntava una cartolina. Allora, come ognuno sa, non c'erano biglietti di visita propriamente fatti, ma c'eran i loro precursori; e giacché era il secolo delle eleganze più profumate e delle caricature, chi voleva farsi annunziare a qualcuno per una visita, faceva presentare al guardaportone, perché lo facesse avere al padrone della casa, un bigliettino su cui scriveva il proprio nome, il qual bigliettino veniva sempre collocato in un portafoglio, in un astuccio, in un vezzo qualunque; e tali vezzi qualche volta avevano un gran valore, essendo d'argento, d'oro e persino ornati di pietre preziose; a seconda della ricchezza del visitatore, e del bisogno che aveva di rendersi gradito e d'imprimersi bene nella memoria di chi voleva visitare; perché era di prammatica che il padrone di casa, tolto il foglietto, e letto il nome si tenesse il vezzo per sé, come pegno e come dono. (da Vol. I, Libro secondo, p. 226)
Donna Clelia taceva, ma nella sua testa era penetrata la convinzione che quel che aveva sospettato era vero. Nella bilancia della giustizia legale, il rossore, il pallore e lo smarrimento sono imponderabili morali; ma nella bilancia dell'uomo valgono più della stessa colpa confessata. (da Vol. I, Libro secondo, p. 232)
Amorevoli aveva avuto dalla natura una dose d'ira, come suol dirsi, normale, ma gli era stata accresciuta dalle suscettibilità teatrali e dalle diverse liti cogli impresari, e dalle controversie coi vestiaristi, sempre incapaci ad accontentare un cantante; per di più, essendo romano di Transtevere, dov'era nato, aveva portato seco ne' suoi viaggi tutti que' modi risoluti e troppo espressivi onde quella frazione di popolo sa imprecare più di tutti i popoli del mondo. (da Vol. I, Libro quarto, p. 325)
Nel tempo che Tartini faceva correr l'arco sulle corde e regolava i bischeri, l'Algarotti ebbe campo di sfoggiare la sua dottrina archeologica sulla genesi del violino, confutando Aristofane e Ateneo che fecero il violino coevo ad Orfeo, e confutando quelli che lo vollero inventato dagli Indiani e donato all'Italia dalle crociate; e piantandosi nell'opinione che vuole il violino figliuolo d'Occidente, e probabilmente dal principato di Galles, e trascorrendo sui vari trattamenti della sua forma, dalla viola primitiva alla viola da braccio, a quella da gamba; i quali a lungo andare generarono poi in Francia il piccolo violino. (da Vol. I, Libro quarto, p. 356)
Ebbene... questa è la prima volta ch'io mi sento innamorato, innamorato alla follia, innamorato al punto da compromettere tutta la mia esistenza, e tutta la mia ricchezza accumulata con tanti pericoli e con tanta fatica, per il desiderio che mi tormenta di poter avere in moglie questo angelo del paradiso, che è venuto quaggiù per fare il miracolo di convertire al bene i demoni dell'inferno. Io non vanto nessuna nobiltà, ma, siamo sinceri, il mio blasone potrebbe sempre essere la coda del diavolo in campo rosso. Eppure, da qualche tempo, io mi sento tutt'altr'uomo... e se questa fanciulla potesse mai diventar mia moglie... certo che il mio avvenire sarebbe la più luminosa ammenda del mio passato. (da Vol. I, Libro settimo, p. 518)
– Mi spiego subito... e mi spiego pigliando per punto di appoggio precisamente la piazzetta San Marco. Perché tutti i forestieri di ogni paese, d'ogni generazione, d'ogni levatura, sono costretti a confessare che in quell'aggregato di edifizi è il trionfo dell'architettura, e che forse in nessuna parte del mondo può trovarsi una scena più maravigliosa di quella che si presenta a chi approda sulla scalea del molo della piazzetta di san Marco? perché appunto trova l'unità nella varietà. A destra il palazzo Ducale del Calendario; vicino ad esso le prigioni di Da Ponte, dirimpetto l'edificio della libreria del Sansovino; vicino a questo il palazzo degli uffici. E se dal primo, dirò così, sipario, si spinge l'occhio oltre le colonne di Todero e del Leone, ecco la Basilica di San Marco a dritta delle sue cupole bisantine, ecco la torre dell'orologio di fronte a un brano delle Procuratie nuove de' Lombardi. Nientemeno che sette edifizi, sette stili, sette varie altezze, e una schiera d'architetti di tempi diversi e di diverse scuole che vi portano il vario contributo della loro ricca fantasia. (da Vol. I, Libro nono, p. 682)
– Chi ha fretta va adagio, chi vuol vendicarsi manda giù l'ira e si arma di sorrisi. (da Vol. II, Libro undecimo, p. 797)
Duce degli uomini di Trastevere era il Camillone, il Cicerouacchio di allora; quello di cui teniamo parte del Diario, ch'egli dettò per non saper scrivere; uomo tanto amato da quelli del suo rione, e perciò di tanta autorità, che il governo stesso dovette più volte fare capo a lui per riuscire a sedare dei tumulti. (da Vol. II, Libro duodecimo, p. 881)
Allo scopo di esagerare, per l'amore delle antitesi, che è il delirio dei poeti, la decadenza materiale di Roma, incaricò persino il Tevere di essere afflitto e di aver voluto ritirarsi, per la gran vergogna, in un angolo della città, non d'altro occupato che di somministrare le sue acque, che, sole, rimasero bionde come im antico, a lavare i lini sudici dei neonati Quiriti. [...] Visto dal ponte Elio e dal ponte Senatorio, è ancora il più maestoso fiume d'Italia che attraversi una città. A Ripa Grande, la selva delle antenne e il biancheggiar delle vele e i fumi densi delle vaporiere lo fanno parer davvero un porto di mare; il che è ben altra cosa dall'esser ridotto un rigagnolo avvilito, non visitato che dalle lavandaie. (da Vol. II, Libro decimoterzo, pp. 899-900)
Gli odi e le antipatie bene spesso non sono altro che una conseguenza dell'amor proprio offeso. L'uomo che è avido della stima altrui, sente un'avversione invincibile per chi egli sospetta non ne abbia punto per lui. Quando uno dice: quel tale mi è orribilmente antipatico, e non so il perché; non gli credete; il perché lo sa benissimo; egli teme che colui non lo tenga in quel conto in cui egli aspira. Ma, in conseguenza di ciò appunto, se per caso quel tale, contro l'aspettazione, si fa innanzi con degli attestati di grande considerazione, l'antipatia scompare di colpo e si converte nel suo contrario. Ecco perché soventi vediamo diventare amicissimi due che si scansavano per antipatia. (da Vol. II, Libro decimoquinto, p. 1014)
È carattere dell'ambizione, quello di non aver nessun sistema prestabilito e inconcusso, ma di odorare il vento e virare e atteggiarsi a seconda degli avvenimenti e dell'invito delle circostanze. (da Vol. II, Libro decimoquinto, p. 1016)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026