Frasi

Frasi di «Divina Commedia»

285 citazioni dal libro di Dante Alighieri

Le frasi di «Divina Commedia» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Divina Commedia»

Allor fu la paura un poco queta, / che nel lago del cor m'era durata / la notte ch'i' passai con tanta pieta. ()
Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta / una lonza ' leggiera e presta molto, / che di pel maculato era coverta; / e non mi si partìa dinanzi al volto, / anzi 'mpediva tanto il mio cammino, / ch'i' fui per ritornar più volte vòlto. ()
La lonza, nella simbologia medievale dantesca, rappresenta la lussuria.
Ma non sì che paura non mi desse / la vista che m'apparve d'un leone'. / Questi parea che contra me venisse / con la test'alta e con rabbiosa fame, / sì che parea che l'aere ne tremesse. / Ed una lupa', che di tutte brame / sembrava carca ne la sua magrezza, / e molte genti fè già viver grame, / questa mi porse tanto di gravezza / con la paura ch'uscìa di sua vista, / ch'io perdei la speranza de l'altezza. ()
Rappresenta qui la superbia.
O de li altri poeti onore e lume, / vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore / che m' ha fatto cercar lo tuo volume. / Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore, / tu se' solo colui da cu' io tolsi / lo bello stilo che m' ha fatto onore. / Vedi la bestia per cu' io mi volsi; / aiutami da lei, famoso saggio, / ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi. (Dante: )
[...] ché questa bestia, per la qual tu gride, / non lascia altrui passar per la sua via, / ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide; // e ha natura sì malvagia e ria, / che mai non empie la bramosa voglia, / e dopo 'l pasto ha più fame che pria. // Molti son li animali a cui s'ammoglia / e più saranno ancora, infin che 'l veltro / verrà, che la farà morir con doglia. // Questi non ciberà terra né peltro, / ma sapïenza, amore e virtute, / e sua nazion sarà tra feltro e feltro. // Di quella umile Italia fia salute / per cui morì la vergine Cammilla, / Eurialo e Turno e Niso di ferute. // Questi la caccerà per ogne villa / fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno / là ove 'nvidia prima dipartilla. (Virgilio: )
O muse, o alto ingegno, or m'aiutate; / o mente che scrivesti ciò ch'io vidi, / qui si parrà la tua nobilitate. ()
Ma io, perché venirvi? o chi 'l concede? / Io non Enëa, io non Paulo sono; / me degno a ciò né io né altri 'l crede. (Dante: )
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono. (Dante: )
[...] l'anima tua è da viltade offesa; / la qual molte fïate l'omo ingombra / sì che d'onrata impresa lo rivolve, / come falso veder bestia quand'ombra. (Virgilio: )
Io era tra color che son sospesi, / e donna mi chiamò beata e bella, / tal che di comandare io la richiesi. (Virgilio: )
O anima cortese mantoana, / di cui la fama ancor nel mondo dura, / e durerà quanto 'l mondo lontana, [...] (Beatrice: )
[...] l'amico mio, e non de la ventura [...]. (Beatrice: )
Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 21.
I' son Beatrice che ti faccio andare; / vegno del loco ove tornar disio; / amor mi mosse, che mi fa parlare. (Beatrice: )
Temer si dee di sole quelle cose / c'hanno potenza di fare altrui male; / de l'altre no, ché non son paurose. (Beatrice: )
Donna è gentil nel ciel che si compiange / di questo 'mpedimento ov'io ti mando, / sì che duro giudicio là sù frange. (Beatrice: )
Lucia, nimica di ciascun crudele [...]. (Beatrice: )
Beatrice, loda di Dio vera, / ché non soccorri quei che t'amò tanto, / ch'uscì per te de la volgare schiera? / Non odi tu la pieta del suo pianto, / non vedi tu la morte che 'l combatte / su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? (Lucia: )
Dunque: che è perché, perché restai, / perché tanta viltà nel core allette, / perché ardire e franchezza non hai, / poscia che tai tre donne benedette / curan di te ne la corte del cielo, / e 'l mio parlar tanto ben ti promette? (Virgilio: )
Or va, ch'un sol volere è d'ambedue: / tu duca, tu segnore e tu maestro. (Dante: )
Per me si va ne la città dolente, / per me si va ne l'etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente. / Giustizia mosse il mio alto fattore; / fecemi la divina podestate, / la somma sapïenza e 'l primo amore. / Dinanzi a me non fuor cose create / se non etterne, e io etterno duro. / Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate. ()
Ed elli a me: "Questo misero modo / tegnon l'anime triste di coloro / che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. ()
Senza infamia e senza lode su Wikipedia.
Questi non hanno speranza di morte, / e la lor cieca vita è tanto bassa, / che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte. / Fama di loro il mondo esser non lassa; / misericordia e giustizia li sdegna: / non ragioniam di lor, ma guarda e passa. (Virgilio: )
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa su Wikipedia.
[...] colui / che fece per viltade il gran rifiuto. (III, 59-60)
Dante non indica espressamente il nome dell'anima a cui si riferisce. La maggior parte dei critici concorda sul fatto che si tratti di Pietro da Morrone (ovvero Celestino V), ma altre teorie propendono per Esaù o Ponzio
[...] a Dio spiacenti e a' nemici sui. ()
Ed ecco verso noi venir per nave / un vecchio, bianco per antico pelo, / gridando: "Guai a voi, anime prave! // Non isperate mai veder lo cielo: / i' vegno per menarvi a l'altra riva / ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo. // E tu che se' costì, anima viva, / pàrtiti da cotesti che son morti". / Ma poi che vide ch'io non mi partiva, // disse: "Per altra via, per altri porti / verrai a piaggia, non qui, per passare: / più lieve legno convien che ti porti". ()
Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare. ()
Vuolsi così colà dove si puote su Wikipedia.
Quinci fuor quete le lanose gote / al nocchier de la livida palude, / che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote. ()
Caron dimonio, con occhi di bragia / loro accennando, tutte le raccoglie; / batte col remo qualunque s'adagia. ()
"Figliuol mio", disse 'l maestro cortese, / "quelli che muoion ne l'ira di Dio / tutti convegnon qui d'ogne paese; / e pronti sono a trapassar lo rio, / ché la divina giustizia li sprona, / sì che la tema si volve in disio. ()
Intanto voce fu per me udita: / "Onorate l'altissimo poeta; / l'ombra sua torna, ch'era dipartita". ()
Mira colui con quella spada in mano, / che vien dinanzi ai tre sì come sire: / quelli è Omero poeta sovrano. ()
Poi ch'innalzai un poco più le ciglia, / vidi 'l maestro di color che sanno / seder tra filosofica famiglia. ()
Democrito, che 'l mondo a caso pone. ()
E vidi il buono accoglitor del quale, / Dïascoride dico. ()
Così discesi del cerchio primaio / giù nel secondo, che men loco cinghia / e tanto più dolor, che punge a guaio. / Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: / essamina le colpe ne l'intrata; / giudica e manda secondo ch'avvinghia. ()
"O tu che vieni al doloroso ospizio", / disse Minòs a me quando mi vide, / lasciando l'atto di cotanto offizio, / "guarda com'entri e di cui tu ti fide; / non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!". / E 'l duca mio a lui: "Perché pur gride? / Non impedir lo suo fatale andare: / vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare". ()
«La prima di color di cui novelle / tu vuo' saper» mi disse quelli allotta, / «fu imperadrice di molte favelle. / A vizio di lussuria fu sì rotta, / che lìbito fé licito in sua legge / per tòrre il biasimo in che era condotta. / Ell'è Semiramis, di cui si legge / che succedette a Nino e fu sua sposa: / tenne la terra che 'l Soldan corregge. / L'altra è colei che s'ancise amorosa / e ruppe fede al cener di Sicheo; / poi è Cleopatràs lussurïosa. ()
Siede la terra dove nata fui / su la marina dove 'l Po discende / per aver pace co' seguaci sui. (Francesca da Rimini: V, 97-99)
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, / prese costui de la bella persona / che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende. / Amor, ch'a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m'abbandona. / Amor condusse noi ad una morte. / Caina attende chi a vita ci spense. (Francesca da Rimini: )
Amor, ch'a nullo amato amar perdona su Wikipedia.
E quella a me: «Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore». ()
Quando leggemmo il disïato riso / esser basciato da cotanto amante, / questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi basciò tutto tremante.' / Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: / quel giorno più non vi leggemmo avante. (Francesca da Rimini: )
Secondo Umberto Saba (Scorciatoie e raccontini) il verso «La bocca mi baciò tutto tremante» è uno dei due più belli della letteratura italiana insieme a «L'uno buggera l'altro, Santità», tratto da un sonetto classicament
Mentre che l'uno spirto questo disse, / l'altro piangëa, sì che di pietade / io venni men così com'io morisse. / E caddi come corpo morto cade. ()
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: / per la dannosa colpa della gola, / come tu vedi, alla pioggia mi fiacco. (Ciacco: )
Giusti son due, e non vi sono intesi; / superbia, invidia e avarizia sono / le tre faville c'hanno i cuori accesi. (Ciacco: )
Pape Satàn, pape Satàn aleppe! (Pluto: )
Pape Satàn, pape Satàn aleppe su Wikipedia.
Questi fuor cerchi, che non han coperchio / piloso al capo, e papi e cardinali, / in cui usa avarizia il suo soperchio. (Virgilio: )
[...] Oh creature sciocche, / quanta ignoranza è quella che v'offende! / Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche. / Colui lo cui saver tutto trascende, / fece li cieli e diè lor chi conduce / sì, ch'ogne parte ad ogne parte splende, / distribuendo igualmente la luce. / Similemente a li splendor mondani / ordinò general ministra e duce / che permutasse a tempo li ben vani / di gente in gente e d'uno in altro sangue, / oltre la difension d'i senni umani; / per ch'una gente impera e l'altra langue, / seguendo lo giudicio di costei, / che è occulto come in erba l'angue. / Vostro saver non ha contasto a lei: / questa provede, giudica, e persegue / suo regno come il loro li altri dèi. / Le sue permutazion non hanno triegue: / necessità la fa esser veloce; / sì spesso vien chi vicenda consegue. / Quest'è colei ch'è tanto posta in croce / pur da color che le dovrien dar lode, / dandole biasmo a torto e mala voce; / ma ella s'è beata e ciò non ode: / con l'altre prime creature lieta / volve sua spera e beata si gode. (Virgilio: )
Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo / ne l'aere dolce che dal sol s'allegra, / portando dentro accidïoso fummo: / or ci attristiam ne la belletta negra". / Quest'inno si gorgoglian ne la strozza, / ché dir nol posson con parola integra. (Virgilio: )
Or se' giunta, anima fella! (il demone Flegiàs a Dante; )
Quanti si tegnon or là sù gran regi / che qui staranno come porci in brago, / di sé lasciando orribili dispregi! (Virgilio: )
Chi è costui che sanza morte / va per lo regno de la morta gente? (demoni: )
Chi m' ha negate le dolenti case! (Virgilio: )
O voi ch'avete li 'ntelletti sani, / mirate la dottrina che s'asconde / sotto 'l velame de li versi strani. ()
Però a la dimanda che mi faci / quinc'entro satisfatto sarà tosto, / e al disio ancor che tu mi taci. // E io: «Buon duca, non tegno riposto / a te mio cuor se non per dicer poco, / e tu m'hai non pur mo a ciò disposto. ()
Ed el mi disse: "Volgiti! Che fai? / Vedi là Farinata che s'è dritto: / da la cintola in sù tutto 'l vedrai". // Io avea già il mio viso nel suo fitto; / ed el s'ergea col petto e con la fronte / com'avesse l'inferno a gran dispitto. ()
D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista, / ingiuria è 'l fine, ed ogne fin cotale / o con forza o con frode altrui contrista. / Ma perché frode è de l'uom proprio male, / più spiace a Dio; e però stan di sotto / li frodolenti, e più dolor li assale. (Virgilio: )
Puossi far forza ne la deïtade, / col cor negando e bestemmiando quella, / e spregiando natura e sua bontade; / e però lo minor giron suggella / del segno suo e Soddoma e Caorsa / e chi, spregiando Dio col cor, favella. (Virgilio: )
La frode, ond'ogne coscïenza è morsa, / può l'omo usare in colui che 'n lui fida / e in quel che fidanza non imborsa. / Questo modo di retro par ch'incida / pur lo vinco d'amor che fa natura; / onde nel cerchio secondo s'annida / ipocresia, lusinghe e chi affattura, / falsità, ladroneccio e simonia, / ruffian, baratti e simile lordura. (Virgilio: )
O sol che sani ogne vista turbata, / tu mi contenti sì quando tu solvi, / che, non men che saver, dubbiar m'aggrata. (Dante: )
Da queste due, se tu ti rechi a mente / lo Genesì dal principio, convene / prender sua vita e avanzar la gente / e perché l'usuriere altra via tene, / per sé natura e per la sua seguace / dispregia, poi ch'in altro pon la spene. (Virgilio: )
[...] e 'n su la punta de la rotta lacca / l'infamïa di Creti era distesa // che fu concetta ne la falsa vacca; / e quando vide noi, sé stesso morse, / sì come quei cui l'ira dentro fiacca. // Lo savio mio inver' lui gridò: "Forse / tu credi che qui sia 'l duca d'Atene, / che sù nel mondo la morte ti porse? // Pàrtiti, bestia, ché questi non vene / ammaestrato da la tua sorella, / ma vassi per veder le vostre pene". // Qual è quel toro che si slaccia in quella / c'ha ricevuto già 'l colpo mortale, / che gir non sa, ma qua e là saltella, // vid'io lo Minotauro far cotale; / e quello accorto gridò: "Corri al varco; / mentre ch'e' 'nfuria, è buon che tu ti cale". (XII, 11-27)
Non han sì aspri sterpi né sì folti / quelle fiere selvagge che 'n odio hanno / tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. (XIII, 7-9)
Cred'io ch'ei credette ch'io credesse [...]. ()
Io son colui che tenni ambo le chiavi / del cor di Federigo, e che le volsi, / serrando e disserrando. (Pier della Vigna: XIII, 58-60)
L'animo mio, per disdegnoso gusto, / credendo col morir fuggir disdegno, / ingiusto fece me contra me giusto. (Pier della Vigna: XIII, 70-72)
[...] Siete voi qui, ser Brunetto? (Dante: )
[...] Se tu segui tua stella, / non puoi fallire a glorïoso porto, / se ben m'accorsi ne la vita bella; / e s'io non fossi sì per tempo morto, / veggendo il cielo a te così benigno, / dato t'avrei a l'opera conforto. / Ma quello ingrato popolo maligno / che discese di Fiesole ab antico, / e tiene ancor del monte e del macigno, / ti si farà, per tuo ben far, nimico; / ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi / si disconvien fruttare al dolce fico. / Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; / gent'è avara, invidiosa e superba: / dai lor costumi fa che tu ti forbi. / La tua fortuna tanto onor ti serba, / che l'una parte e l'altra avranno fame / di te; ma lungi fia dal becco l'erba. / Faccian le bestie fiesolane strame / di lor medesme, e non tocchin la pianta, / s'alcuna surge ancora in lor letame, / in cui riviva la sementa santa / di que' Roman che vi rimaser quando / fu fatto il nido di malizia tanta. (Brunetto Latini: )
"Se fosse tutto pieno il mio dimando", / rispuos'io lui, "voi non sareste ancora / de l'umana natura posto in bando; / ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora, / la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m'insegnavate come l'uom s'etterna: / e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo / convien che ne la mia lingua si scerna. / [...] / Tanto vogl'io che vi sia manifesto, / pur che mia coscïenza non mi garra, / ch'a la Fortuna, come vuol, son presto. / Non è nuova a li orecchi miei tal arra: / però giri Fortuna la sua rota / come le piace, e 'l villan la sua marra". ()
[...] Bene ascolta chi la nota. (Brunetto Latini: )
Poi si rivolse, e parve di coloro / che corrono a Verona il drappo verde / per la campagna; e parve di costoro / quelli che vince, non colui che perde. ()
Ahi quanto cauti li uomini esser dienno / presso a color che non veggion pur l'ovra, / ma per entro i pensier miran col senno! ()
Sempre a quel ver c' ha faccia di menzogna / de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote, / però che sanza colpa fa vergogna. ()
Ecco la fiera con la coda aguzza, / che passa i monti e rompe i muri e l'armi! / Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza! ()
O Simon mago, o miseri seguaci / che le cose di Dio, che di bontate / deon essere spose, e voi rapaci / per oro e per argento avolterate, / or convien che per voi suoni la tromba, / però che ne la terza bolgia state. ()
O somma sapïenza, quanta è l'arte / che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, / e quanto giusto tua virtù comparte! ()
E io: "Tanto m'è bel, quanto a te piace: / tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto / dal tuo volere, e sai quel che si tace". ()
Ed el gridò: "Se' tu già costì ritto, / se' tu già costì ritto, Bonifazio? / Di parecchi anni mi mentì lo scritto. / Se' tu sì tosto di quell'aver sazio / per lo qual non temesti tòrre a 'nganno / la bella donna , e poi di farne strazio?". ()
Nuovo Iasón sarà, di cui si legge / ne' Maccabei; e come a quel fu molle / suo re, così fia lui chi Francia regge. (papa Niccolò III: )
Deh, or mi dì: quanto tesoro volle / Nostro Segnore in prima da san Pietro / ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa? / Certo non chiese se non "Viemmi retro". [...] E se non fosse ch'ancor lo mi vieta / la reverenza de le somme chiavi / che tu tenesti ne la vita lieta, / io userei parole ancor più gravi; / ché la vostra avarizia il mondo attrista, / calcando i buoni e sollevando i pravi. [...] Fatto v'avete dio d'oro e d'argento; / e che altro è da voi a l'idolatre, / se non ch'elli uno, e voi ne orate cento? / Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, / non la tua conversion, ma quella dote / che da te prese il primo ricco patre! (Dante a papa Niccolò III: )
Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto / di tua lezione, or pensa per te stesso / com'io potea tener lo viso asciutto. ()
Ancor se' tu de li altri sciocchi? / Qui vive la pietà quand'è ben morta; / chi è più scellerato che colui / che al giudicio divin passion comporta? (Virgilio: )
Mira c' ha fatto petto de le spalle; / perché volse veder troppo davante, / di retro guarda e fa retroso calle. (Virgilio: )
Suso in Italia bella giace un laco, / a piè de l'Alpe che serra Lamagna / sovra Tiralli, c'ha nome Benaco. ()
Fer la città sovra quell'ossa morte; / e per colei che 'l loco prima elesse, / Mantüa l'appellar sanz'altra sorte. ()
E io: "Maestro, i tuoi ragionamenti / mi son sì certi e prendon sì mia fede, / che li altri mi sarien carboni spenti". ()
Quell'altro che ne' fianchi è così poco, / Michele Scotto fu, che veramente / de le magiche frode seppe 'l gioco. (Virgilio: )
[...] O Malebranche, / ecco un de li anzïan di Santa Zita! / Mettetel sotto, ch'i' torno per anche / a quella terra ch'i' ho ben fornita: / Ogn'uom v'è barattier, fuor che Bonturo; / del no, per li denar, vi si fa ita. (un diavolo: )
Ita in latino significa "sì".
Quel s'attuffò, e tornò sù convolto; / ma i demon che del ponte avean coperchio, / gridar: "Qui non ha loco il Santo Volto! / qui si nuota altrimenti che nel Serchio! / Però, se tu non vuo' di nostri graffi, / non far sopra la pegola soverchio". / Poi l'addentar con più di cento raffi, / disser: "Coverto convien che qui balli, / sì che, se puoi, nascosamente accaffi". ()
Qui non ha loco il Santo Volto! su Wikipedia.
Ed elli avea del cul fatto trombetta. ()
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa / coi santi, e in taverna coi ghiottoni. ()
Tra male gatte era venuto 'l sorco. ()
Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi / d'incenerarti sì che più non duri, / poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi? ()
[...] come procede innanzi da l'ardore, / per lo papiro suso, un color bruno / che non è nero ancora e 'l bianco more. ()
Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande / che per mare e per terra batti l'ali, / e per lo 'nferno tuo nome si spande! ()
Là dentro si martira / Ulisse e Dïomede, e così insieme / a la vendetta vanno come a l'ira; / e dentro da la lor fiamma si geme / l'agguato del caval che fé la porta / onde uscì de' Romani il gentil seme. (Virgilio: )
Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza. (Ulisse: )
Li miei compagni fec'io sì aguti, / con questa orazion picciola, al cammino, / che a pena poscia li avrei ritenuti; / e volta nostra poppa nel mattino, / de' remi facemmo ali al folle volo, / sempre acquistando dal lato mancino. (Ulisse: )
Cinque volte racceso e tante casso / lo lume era di sotto dalla luna / poi ch'entrati eravam nell'alto passo, [...] (Ulisse: )
[...] infin che 'l mar fu sovra noi richiuso. (Ulisse: )
Infin che 'l mar fu sovra noi richiuso su Wikipedia.
Romagna tua non è, e non fu mai, / sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni; ma 'n palese nessuna or vi lasciai. / Ravenna sta come stata è molt'anni: / l'aguglia da Polenta la si cova, sì che Cervia ricuopre co' suoi vanni. / La terra che fé già la lunga prova / e di Franceschi sanguinoso mucchio, / sotto le branche verdi si ritrova. / E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio, / che fecer di Montagna il mal governo, / là dove soglion fan d'i denti succhio. / Le città di Lamone e di Santerno / conduce il lïoncel dal nido bianco, / che muta parte da la state al verno. / E quella cu' il Savio bagna il fianco, | così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte, / tra tirannia si vive e stato franco. (Dante: )
Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero, / credendomi, sì cinto, fare ammenda; / e certo il creder mio venìa intero, / se non fosse il gran prete ', a cui mal prenda! (Guido da Montefeltro: )
Ch'assolver non si può chi non si pente, / né pentere e volere insieme puossi / per la contradizion che nol consente. (un diavolo: )
Già veggia, per mezzul perdere o lulla, / com'io vidi un, così non si pertugia, / rotto dal mento infin dove si trulla. / Tra le gambe pendevan le minugia; / la corata pareva e 'l tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia. / Mentre che tutto in lui veder m'attacco, / guardommi e con le man s'aperse il petto, / dicendo: "Or vedi com'io mi dilacco! / vedi come storpiato è Mäometto! / Dinanzi a me sen va piangendo Alì, / fesso nel volto dal mento al ciuffetto. ()
[...] rimembriti di Pier da Medicina, / se mai torni a veder lo dolce piano / che da Vercelli a Marcabò dichina. (Pier da Medicina: )
[...] Questi è desso, e non favella. / Questi, scacciato, il dubitar sommerse / in Cesare, affermando che 'l fornito / sempre con danno l'attender sofferse. (Pier da Medicina su Gaio Scribonio Curione: )
E un ch'avea l'una e l'altra man mozza, / levando i moncherin per l'aura fosca, / sì che 'l sangue facea la faccia sozza, / gridò: "Ricordera' ti anche del Mosca, / che disse, lasso!, 'Capo ha cosa fatta', / che fu mal seme per la gente tosca". / E io li aggiunsi: "E morte di tua schiatta"; / per ch'elli, accumulando duol con duolo, / sen gio come persona trista e matta. ()
Cosa fatta capo ha su Wikipedia.
[...] coscïenza m'assicura, / la buona compagnia che l'uom francheggia / sotto l'asbergo del sentirsi pura. ()
"Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena", / rispuose l'un, "mi fé mettere al foco; / ma quel per ch'io mori' qui non mi mena. ()
Or fu già mai / gente sì vana come la sanese? / Certo non la francesca sì d'assai! (Dante: )
E io a lui: "Chi son li due tapini / che fumman come man bagnate 'l verno, / giacendo stretti a' tuoi destri confini?". // "Qui li trovai – e poi volta non dierno –", / rispuose, "quando piovvi in questo greppo, / e non credo che dieno in sempiterno. // L'una è la falsa ch'accusò Gioseppo; / l'altr'è 'l falso Sinon greco di Troia: / per febbre aguta gittan tanto leppo". (XXX, 91-99)
Maggior difetto men vergogna lava. (Virgilio: )
Ché voler ciò udire è bassa voglia. (Virgilio: )
Dove l'argomento de la mente / s'aggiugne al mal volere e a la possa, / nessun riparo vi può far la gente. ()
"Raphèl maì amècche zabì almi", / cominciò a gridar la fiera bocca, / cui non si convenia più dolci salmi. // E 'l duca mio ver' lui: "Anima sciocca, / tienti col corno, e con quel ti disfoga / quand'ira o altra passïon ti tocca! // Cércati al collo, e troverai la soga / che 'l tien legato, o anima confusa, / e vedi lui che 'l gran petto ti doga". // Poi disse a me: "Elli stessi s'accusa; / questi è Nembrotto per lo cui mal coto / pur un linguaggio nel mondo non s'usa. // Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; / ché così è a lui ciascun linguaggio / come 'l suo ad altrui, ch'a nullo è noto". (XXXI, 67-81)
Raphèl maí amècche zabí almi su Wikipedia.
Qual pare a riguardar la Garisenda / 'sotto 'l chinato, quando un nuvol vada / sovr'essa sí, che ella incontro penda / tal parve Anteo a me che stava a bada / di vederlo chinare. ()
La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a' capelli / del capo ch'elli avea di retro guasto. ()
[...] Tu vuo' ch'io rinovelli / disperato dolor che 'l cor mi preme / già pur pensando, pria ch'io ne favelli. (Ugolino: )
Questi pareva a me maestro e donno, / cacciando il lupo e' lupicini al monte / per che i Pisan veder Lucca non ponno. (Ugolino: )
Ben se' crudel, se tu già non ti duoli / pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava; / e se non piangi, di che pianger suoli? (Ugolino: )
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno. (Ugolino: )
Poscia, più che 'l dolor poté 'l digiuno su Wikipedia.
Ahi Pisa, vituperio de le genti / del bel paese là dove 'l sì suona, / poi che i vicini a te punir son lenti, / muovasi la Capraia e la Gorgona, / e faccian siepe ad Arno in su la foce, / sì ch'elli annieghi in te ogne persona! / Che se 'l conte Ugolino aveva voce / d'aver tradita te de le castella, / non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. ()
Bel paese su Wikipedia.
Ahi Genovesi, uomini diversi / d'ogni costume e pien d'ogni magagna, / perché non siete voi del mondo spersi? / Che col peggior spirto di Romagna / trovai di voi un tal , che, per sua opra, / in anima in Cocito già si bagna / ed in corpo par vivo ancor di sopra. ()
Vexilla regis prodeunt inferni [...]. (Virgilio: )
Vexilla regis prodeunt inferni su Wikipedia.
Io non mori' e non rimasi vivo: / pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno, / qual io divenni, d'uno e d'altro privo. ()
Lo 'mperador del doloroso regno / da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia [...]. (XXXIV, 28-29)
S'el fu sì bel com'elli è ora brutto, / e contra 'l suo fattore alzò le ciglia, / ben dee da lui procedere ogne lutto. (XXXIV, 34-36)
Da ogne bocca dirompea co' denti / un peccatore, a guisa di maciulla, / sì che tre ne facea così dolenti. // A quel dinanzi il mordere era nulla / verso 'l graffiar, che talvolta la schiena / rimanea de la pelle tutta brulla. // "Quell'anima là sù c'ha maggior pena", / disse 'l maestro, "è Giuda Scarïotto, / che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena. // De li altri due c' hanno il capo di sotto, / quel che pende dal nero ceffo è Bruto: / vedi come si storce, e non fa motto!; // e l'altro è Cassio, che par sì membruto". (XXXIV, 55-67)
Dolce color d'orïental zaffiro, / che s'accoglieva nel sereno aspetto / del mezzo, puro infino al primo giro, / a li occhi miei ricominciò diletto, / tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta / che m'avea contristati li occhi e 'l petto. / Lo bel pianeto che d'amar conforta / faceva tutto rider l'orïente, / velando i Pesci ch'erano in sua scorta. ()
Lo duca mio allor mi diè di piglio, / e con parole e con mani e con cenni / reverenti mi fé le gambe e ‘l ciglio. ()
Libertà va cercando, ch'è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta. (Virgilio: )
Libertà va cercando, ch'è sì cara su Wikipedia.
L'alba vinceva l'ora mattutina / che fuggia innanzi, sì che di lontano / conobbi il tremolar de la marina. ()
Virgilio, Eneide, VII, v. 9: «Splendet tremulo sub lumine pontus». Nella traduzione di Annibale Caro (XVI secolo): «La luna che sorgea lucente e piena, / chiare l'onde facea tremole e crespe».Gabriele D'Annunzio, I pasto
Già era 'l sole a l'orizzonte giunto / lo cui meridïan cerchio coverchia / Ierusalèm col suo più alto punto. ()
Qui Dante si rifà alla credenza medievale che Gerusalemme fosse al centro della terra, sita fra il meridiano del fiume Gange e la Spagna occidentale e che, ritenendo la terra abitata tutta nell'emisfero boreale, l'isola
Noi eravam lunghesso mare ancora, / come gente che pensa a suo cammino, / che va col cuore e col corpo dimora. ()
O dignitosa coscïenza e netta, / come t'è picciol fallo amaro morso! ()
E 'l mio conforto: «Perché pur diffidi?», / a dir mi cominciò tutto rivolto; / «non credi tu me teco e ch'io ti guidi?» ()
State contenti, umana gente, al quia; / ché, se potuto aveste veder tutto, / mestier non era parturir Maria. (Virgilio: )
State contenti, umana gente, al quia su Wikipedia.
Ché perder tempo a chi più sa più spiace. (Virgilio: )
Come le pecorelle escon del chiuso / a una, a due, a tre, e l'altre stanno / timidette atterrando l'occhio e 'l muso; / e ciò che fa la prima, e l'altre fanno, / addossandosi a lei, s'ella s'arresta, / semplici e quete, e lo 'mperché non sanno. ()
Biondo era e bello e di gentile aspetto, / ma l'un de' cigli un colpo avea diviso. ()
Poscia ch'io ebbi rotta la persona / di due punte mortali, io mi rendei, / piangendo, a quei che volontier perdona. // Orribil furon li peccati miei; / ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei. (Manfredi: )
Or le bagna la pioggia e move il vento [...]. (Manfredi, riferendosi al destino delle sue spoglie: )
Or le bagna la pioggia e move il vento su Wikipedia.
Per lor maladizion sì non si perde, / che non possa tornar, l'etterno amore, / mentre che la speranza ha fior del verde. (Manfredi: )
Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? (Virgilio: )
Vien dietro a me, e lascia dir le genti: / sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar di venti; / ché sempre l'omo in cui pensier rampolla / sovra pensier, da sé dilunga il segno, / perché la foga l'un de l'altro insolla. (Virgilio: )
Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo, / ti priego, se mai vedi quel paese / che siede tra Romagna e quel di Carlo, | che tu mi sie di tuoi prieghi cortese / in Fano, sì che ben per me s'adori / pur ch'i' possa purgar le gravi offese. (Jacopo del Cassero: )
Vid'io / de le mie vene farsi in terra laco. (Jacopo del Cassero: )
"Deh, quando tu sarai tornato al mondo / e riposato de la lunga via", / seguitò 'l terzo spirito al secondo, / "ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi fé, disfecemi Maremma: / salsi colui che 'nnanellata pria / disposando m'avea con la sua gemma". ()
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando / che ne mostrasse la miglior salita; / e quella non rispuose al suo dimando, / ama di nostro paese e de la vita / ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava / "Mantüa ...", e l'ombra, tutta in sé romita, / surse ver' lui del loco ove pria stava, / dicendo: "O Mantoano, io son Sordello / de la tua terra!"; e l'un l'altro abbracciava. ()
Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello! ()
Ahi serva Italia, di dolore ostello e Domina Provinciarum su Wikipedia.
Ahi gente che dovresti esser devota, / e lasciar seder Cesare in la sella, / se bene intendi ciò che Dio ti nota, / guarda come esta fiera è fatta fella / per non esser corretta da li sproni, / poi che ponesti mano a la predella. ()
Rade volte risurge per li rami ' / l'umana probitate; e questo vole / quei che la dà, perché da lui si chiami. (Sordello: )
Era già l'ora che volge il disio / ai navicanti e 'ntenerisce il core / lo dì c' han detto ai dolci amici addio; / e che lo novo peregrin d'amore / punge, se ode squilla di lontano / che paia il giorno pianger che si more. ()
Per lei' assai di lieve si comprende / quanto in femmina foco d'amor dura, / se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende. (Nino Visconti: )
Beatrice d'Este, moglie di Nino Visconti.
Ne l'ora che comincia i tristi lai / la rondinella presso a la mattina, / forse a memoria de' suo' primi guai, / e che la mente nostra, peregrina / più da la carne e men da' pensier presa, / a le sue visïon quasi è divina, / in sogno mi parea veder sospesa / un'aguglia nel ciel con penne d'oro, / con l'ali aperte e a calare intesa; / ed esser mi parea là dove fuoro / abbandonati i suoi da Ganimede, / quando fu ratto al sommo consistoro. ()
Oh vana gloria de l'umane posse! / com' poco verde in su la cima dura, / se non è giunta da l'etati grosse! / Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura. / Così ha tolto l'uno a l'altro Guido / la gloria de la lingua; e forse è nato / chi l'uno e l'altro caccerà del nido. / Non è il mondan romore altro ch'un fiato / di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi, / e muta nome perché muta lato. (Oderisi: )
Colui che del cammin sì poco piglia / dinanzi a me, Toscana sonò tutta; / e ora a pena in Siena sen pispiglia, / ond'era sire quando fu distrutta / la rabbia fiorentina, che superba / fu a quel tempo sì com'ora è putta. (Oderisi: )
"Quando vivea più glorïoso", disse, / "liberamente nel Campo di Siena, / ogne vergogna diposta, s'affisse. ()
Mostrava come i figli si gittaro / sovra Sennacherìb dentro dal tempio, / e come, morto lui, quivi il lasciaro ()
Or superbite, e via col viso altero, / figliuoli d'Eva, e non chinate il volto / sì che veggiate il vostro mal sentero! ()
A noi venìa la creatura bella, / biancovestito e ne la faccia quale / par tremolando mattutina stella. ()
O gente umana, per volar sù nata, / perché a poco vento così cadi? (l'Angelo dell'umiltà: )
Ahi quanto son diverse quelle foci / da l'infernali! ché quivi per canti / s'entra, e là giù per lamenti feroci. ()
Tu li vedrai tra quella gente vana / che spera in Talamone, e perderagli / più di speranza ch'a trovar la Diana. (Sapìa Salvani: )
[...] Per mezza Toscana si spazia / un fiumicel che nasce in Falterona, / e cento miglia di corso nol sazia. / Di sovr'esso rech'io questa persona: / dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno, / ché 'l nome mio ancor molto non suona. (Dante: )
[...] ma degno / ben è che 'l nome di tal valle pèra; / ché dal principio suo, [...] / infin là 've si rende per ristoro / [...] / vertù così per nimica si fuga / da tutti come biscia, o per sventura / del luogo, o per mal uso che li fruga: / ond' hanno sì mutata lor natura / li abitator de la misera valle, / che par che Circe li avesse in pastura. / Tra brutti porci, più degni di galle / che d'altro cibo fatto in uman uso, / dirizza prima il suo povero calle. / Botoli trova poi, venendo giuso, / ringhiosi più che non chiede lor possa, / e da lor disdegnosa torce il muso. / Vassi caggendo; e quant'ella più 'ngrossa, / tanto più trova di can farsi lupi / la maladetta e sventurata fossa. / Discesa poi per più pelaghi cupi, / trova le volpi sì piene di froda, / che non temono ingegno che le occùpi. / Né lascerò di dir perch'altri m'oda; / e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta / di ciò che vero spirto mi disnoda. / Io veggio tuo nepote che diventa / cacciator di quei lupi in su la riva / del fiero fiume, e tutti li sgomenta. / Vende la carne loro essendo viva; / poscia li ancide come antica belva; / molti di vita e sé di pregio priva. / Sanguinoso esce de la trista selva; / lasciala tal, che di qui a mille anni / ne lo stato primaio non si rinselva. (Guido del Duca: )
Fu il sangue mio d'invidia sì rïarso, / che se veduto avesse uom farsi lieto, / visto m'avresti di livore sparso. / Di mia semente cotal paglia mieto; / o gente umana, perché poni 'l core / là 'v'è mestier di consorte divieto? / Questi è Rinier; questi è 'l pregio e l'onore / de la casa da Calboli, ove nullo / fatto s'è reda poi del suo valore. / E non pur lo suo sangue è fatto brullo, / tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno, / del ben richesto al vero e al trastullo; / ché dentro a questi termini è ripieno / di venenosi sterpi, sì che tardi / per coltivare omai verrebber meno. / Ov'è 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi? / Pier Traversaro e Guido di Carpigna? / Oh Romagnuoli tornati in bastardi! / Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? / quando in Faenza un Bernardin di Fosco, / verga gentil di picciola gramigna? (Guido del Duca: )
[...] Quel fu 'l duro camo / che dovria l'uom tener dentro a sua meta. / Ma voi prendete l'esca, sì che l'amo / de l'antico avversaro a sé vi tira; / e però poco val freno o richiamo. / Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira, / mostrandovi le sue bellezze etterne, / e l'occhio vostro pur a terra mira; / onde vi batte chi tutto discerne. (Virgilio: )
Che volse dir lo spirto di Romagna , / e 'divieto' e 'consorte' menzionando? (Dante: )
O imaginativa che ne rube / talvolta sì di fuor, ch'om non s'accorge / perché dintorno suonin mille tube, / chi move te, se 'l senso non ti porge? / Moveti lume che nel ciel s'informa, / per sé o per voler che giù lo scorge. ()
Poi piovve dentro a l'alta fantasia [...]. ()
Italo Calvino cita questo verso nella sua lezione sulla visibilità (quarta in Lezioni americane, 1988) e scrive: «La mia conferenza di stasera partirà da questa constatazione: la fantasia è un posto dove ci piove dentro»
[...] e 'l giusto Mardoceo, / che fu al dire e al far così intero. ()
[...] Sì fa con noi, come l'uom si fa sego; / ché quale aspetta prego e l'uopo vede, / malignamente già si mette al nego. (Virgilio: )
[...] L'amor del bene, scemo / del suo dover, quiritta si ristora; / qui si ribatte il mal tardato remo. (Virgilio: )
"Drizza", disse, "ver' me l'agute luci / de lo 'ntelletto, e fieti manifesto / l'error de' ciechi che si fanno duci. / L'animo, ch'è creato ad amar presto, / ad ogne cosa è mobile che piace, / tosto che dal piacere in atto è desto. / Vostra apprensiva da esser verace / tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, / sì che l'animo ad essa volger face; / e se, rivolto, inver' di lei si piega, / quel piegare è amor, quell'è natura / che per piacer di novo in voi si lega. / Poi, come 'l foco movesi in altura / per la sua forma ch'è nata a salire / là dove più in sua matera dura, / così l'animo preso entra in disire, / ch'è moto spiritale, e mai non posa / fin che la cosa amata il fa gioire. / Or ti puote apparer quant'è nascosa / la veritate a la gente ch'avvera / ciascun amore in sé laudabil cosa; / però che forse appar la sua matera / sempre esser buona, ma non ciascun segno / è buono, ancor che buona sia la cera". ()
Poi quando fuor da noi tanto divise / quell'ombre, che veder più non potiersi, / novo pensiero dentro a me si mise, / del qual più altri nacquero e diversi; / e tanto d'uno in altro vaneggiai, / che li occhi per vaghezza ricopersi, / e 'l pensamento in sogno trasmutai. ()
Fino a quel punto misera e partita / da Dio anima fui , del tutto avara; / or, come vedi, qui ne son punita. ()
Secondo molti commentatori qui Dante attribuisce a papa Adriano V, Ottobuono dei Fieschi (conti di Lavagna), papa dal 11 luglio 1276 al 18 agosto (giorno del suo decesso) dello stesso anno, caratteristiche che pare appar
Contra miglior voler voler mal pugna; / onde contra 'l piacer mio, per piacerli, / trassi de l'acqua non sazia la spugna. ()
Maladetta sie tu, antica lupa, / che più che tutte l'altre bestie hai preda / per la tua fame sanza fine cupa! / O ciel, nel cui girar par che si creda / le condizion di qua giù trasmutarsi, / quando verrà per cui questa disceda? ()
Queste parole m'eran sì piaciute, / ch'io mi trassi oltre per aver contezza / di quello spirto onde parean venute. ()
O avarizia, che puoi tu più farne, / poscia c' ha' il mio sangue a te sì tratto, / che non si cura de la propria carne? / Perché men paia il mal futuro e 'l fatto, / veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, / e nel vicario suo Cristo esser catto. / Veggiolo un'altra volta esser deriso; / veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele, / e tra vivi ladroni esser anciso. / Veggio il novo Pilato sì crudele, / che ciò nol sazia, ma sanza decreto / portar nel Tempio le cupide vele. / O Segnor mio, quando sarò io lieto / a veder la vendetta che, nascosa, / fa dolce l'ira tua nel tuo secreto? (Ugo Capeto sullo schiaffo di Anagni: )
Riferimento a Guglielmo di Nogaret (1260 – 1313) e Giacomo Sciarra Colonna (1270 circa – 1329).
Ma perché lei che dì e notte fila / non li avea tratta ancora la conocchia / che Cloto impone a ciascuno e compila, / [...]. ()
De l'Eneïda dico, la qual mamma / fummi, e fummi nutrice, poetando: / sanz'essa non fermai peso di dramma. ()
Veramente più volte appaion cose / che danno a dubitar falsa matera / per le vere ragion che son nascose. ()
Facesti come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte. ()
Più pensava Maria onde / fosser le nozze orrevoli e intere, / ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde. // E le Romane antiche, per lor bere, / contente furon d'acqua; e Danïello / dispregiò cibo e acquistò savere. // Lo secol primo, quant'oro fu bello, / fé savorose con fame le ghiande, / e nettare con sete ogne ruscello. // Mele e locuste furon le vivande / che nodriro il Batista nel diserto; / per ch'elli è glorïoso e tanto grande // quanto per lo Vangelio v'è aperto. (Stazio: )
Io dicea fra me stesso pensando: "Ecco / la gente che perdé Ierusalemme, / quando Maria nel figlio diè di becco!". ()
Qui Dante fa riferimento a quanto Flavio Giuseppe narra nella sua Guerra giudaica a proposito della guerra di Roma contro gli ebrei: l'assedio di Gerusalemme fu così lungo e duro per gli assediati che una certa Maria avr
Tutta esta gente che piangendo canta / per seguitar la gola oltra misura, / in fame e 'n sete qui si rifà santa. ()
[...] I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo significando. (Dante: )
"O frate, issa vegg'io", diss'elli, "il nodo / che 'l Notaro e Guittone e me ritenne / di qua dal dolce stil novo ch'i' odo! // Io veggio ben come le vostre penne / di retro al dittator sen vanno strette, / che de le nostre certo non avvenne; // e qual più a gradire oltre si mette, / non vede più da l'uno a l'altro stilo"; / e, quasi contentato, si tacette. ()
Dolce stil novo su Wikipedia.
Sì accostati a l'un d'i due vivagni ' / passammo, udendo colpe de la gola / seguite già da miseri guadagni. ()
[...] Beati cui alluma / tanto di grazia, che l'amor del gusto / nel petto lor troppo disir non fuma, / esurïendo sempre quanto è giusto! (angelo della temperanza: )
Così per entro loro schiera bruna / s'mmusa l'una con l'altra formica, / forse a spïar lor via e lor fortuna. ()
La nova gente: "Soddoma e Gomorra"; / e l'altra: "Ne la vacca entra Pasife, / perché 'l torello a sua lussuria corra". ()
[...] giovane e bella in sogno mi parea / donna vedere andar per una landa / cogliendo fiori; e cantando dicea: // "Sappia qualunque il mio nome dimanda / ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno / le belle mani a farmi una ghirlanda. // Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno; / ma mia suora Rachel mai non si smaga / dal suo miraglio, e siede tutto giorno. // Ell'è d'i suoi belli occhi veder vaga / com'io de l'addornarmi con le mani; / lei lo vedere, e me l'ovrare appaga". (XXVII, 97-108)
Non aspettar mio dir più né mio cenno; / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno: / per ch'io te sovra te corono e mitrio. (Virgilio: )
Sovra candido vel cinta d'uliva / donna m'apparve, sotto verde manto / vestita di color di fiamma viva. ()
"Conosco i segni de l'antica fiamma". / Ma Virgilio n'avea lasciati scemi / di sé, Virgilio dolcissimo patre, / Virgilio a cui per mia salute die'mi. ()
«Adgnosco veteris vestigia flammae» (Publio Virgilio Marone, Eneide, IV, v. 23). Conosco i segni de l'antica fiamma su Wikipedia.
Ché pianger ti conven per altra spada. ()
Entra nel petto mio, e spira tue / sì come quando Marsïa traesti / de la vagina de le membra sue. ()
Entra nel petto mio, e spira tue su Wikipedia.
Poca favilla gran fiamma seconda: / forse di retro a me con miglior voci / si pregherà perché Cirra risponda. ()
Poca favilla gran fiamma seconda su Wikipedia.

Vittorio Sermonti

All'inferno nessuno ha rimorsi, fuorché Dante; tutti, semmai, hanno rimpianti.
E se l'Ottocento diffidò di questo canto , dove trovava «il descrittivo» ma non «il drammatico», sarà anche perché non praticava le euforiche mortificazioni della società affluente, i processi di identificazione collettiva nei simboli del consumo, e tanto meno (se possiamo permetterci la spudoratezza dell'anacronismo) la coazione all'improperio, alla rissa, allo scontro frontale che tiranneggia il nostro Sisifo di massa negli ingorghi di traffico.
Fatto è, che in nessun altro canto come in questo (e nel successivo) Dante si tiene tanto addossato al suo Virgilio: Non si contano i versi che meriterebbero di esser letti con il testo del VI libro dell'Eneide a fronte. Meriterebbero: infatti, le variazioni che Dante apporta nel travaso da lingua a lingua, da cultura a cultura, minime spesso, sono sempre, comunque, decisive.
Non c'è canto della Commedia così gremito di nomi propri: 48, uno ogni tre versi.

Citazioni sul Purgatorio

Nel canto XI, la parafrasi del Pater è d'una bellezza che ha del prodigioso; il linguaggio umano si eleva d'un tratto a un'altezza che noi non raggiungiamo più; si direbbe che la grazia tale linguaggio, ma d'un'ebbrezza divina che conserva tutta la sua lucidità. Manca a Dante il balbettamento del mistico che esce dall'estasi; questo uomo cammina nell'azzurro come su una strada. (Julien Green)

Citazioni sul Paradiso

Il paradiso dantesco è l'apoteosi del virtuale, degli immateriali, del puro software, senza il peso dello hardware terrestre e infernale, di cui rimangono i cascami nel purgatorio. Il Paradiso è più che moderno, può diventare, per il lettore che abbia dimenticato la storia, tremendamente futuribile. È il trionfo di una energia pura, ciò che la ragnatela del Web ci promette e non saprà mai darci, è una esaltazione di flussi, di corpi senz'organi, un poema fatto di novae e stelle nane, un Big Bang ininterrotto, un racconto le cui vicende corrono per la lunghezza di anni luce e, se proprio volete ricorrere a esempi familiari, una trionfale odissea nello spazio, a lietissimo fine. Se volete, leggete il Paradiso anche così, male non potrà farvi e sarà meglio di una discoteca stroboscopica e dell'ecstasy. Perché, quanto a estasi, la terza cantica mantiene le sue promesse. (Umberto Eco)
Subito, nei primi versi del Paradiso, nell'invocazione ad Apollo, Dante chiarisce perché la sfida sia estrema:
Dio, l'ispiratore della poesia sacra, viene paragonato ad Apollo, quando spellò vivo Marsia, che aveva osato sfidarlo, e ne estrasse il corpo scorticato dalla pelle – la guaina, la «vagina» delle sue membra. Dunque la poesia sacra, che Dante sta per iniziare, porta con sé l'ombra di un delitto mitico: è essa stessa un delitto; ci distrugge, ci annichila, ci uccide, sia pure per farci uscire da noi e farci conoscere la rivelazione. Dante ci mette sull'avviso: il suo libro sacro sarà tremendo, molto più dellInferno, e chi oserà leggerlo dovrà contare su un coraggio intellettuale, che nemmeno per un attimo potrà distendersi e rallentare. Tutta quella luce non ci illuda. Tutto quell'amore non ci incanti. Se il libro di Dante è tremendo, se senza fine l'Apollo cristiano spellerà davanti ai nostri occhi il corpo vivo di Marsia, è per una ragione evidente. Dio è tremendo. Come i veri credenti sanno, Dio non è nulla di misurato o tranquillo o ragionevole o pacato: è un «infinito eccesso», una fatale sovrabbondanza rispetto a tutti gli uomini e alle cose create. (Pietro Citati)

Similitudini

E come quei che con lena affannata / uscito fuor del pelago a la riva / si volge a l'acqua perigliosa e guata, / così l'animo mio, ch'ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo / che non lasciò già mai persona viva. (da Inferno, I, 22-27)
E qual è quei che volontieri acquista, / e giugne 'l tempo che perder lo face, / che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista; / tal mi fece la bestia sanza pace, / che, venendomi 'ncontro, a poco a poco / mi ripigneva là dove 'l sol tace. (da Inferno, I, 55-60)
E qual è quei che disvuol ciò che volle / e per novi pensier cangia proposta, / sì che dal cominciar tutto si tolle, / tal mi fec'ïo 'n quella oscura costa, / perché, pensando, consumai la 'mpresa / che fu nel cominciar cotanto tosta. (da Inferno, II, 37-42)
Quali i fioretti, dal notturno gelo / chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca / si drizzan tutti aperti in loro stelo, / tal mi fec'io di mia virtute stanca. (da Inferno, II, 127-130)
Diverse lingue, orribili favelle, / parole di dolore, accenti d'ira, / voci alte e fioche, e suon di man con elle / facevano un tumulto, il qual s'aggira / sempre in quell'aura sanza tempo tinta, / come la rena quando turbo spira. (da Inferno, III, 25-30)
Come d'autunno si levan le foglie / l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie, / similmente il mal seme d'Adamo / gittansi di quel lito ad una ad una, / per cenni come augel per suo richiamo. (da Inferno, III, 112-117)
Io venni in luogo d'ogni luce muto, / che mugghia come fa mar per tempesta, / se da contrari venti è combattuto. (da Inferno, V, 28-30)
E come li stornei ne portan l'ali / nel freddo tempo a schiera larga e piena, / così quel fiato li spiriti mali / di qua, di là, di giù, di su li mena; / nulla speranza li conforta mai, / non che di posa, ma di minor pena. / E come i gru van cantando lor lai, / faccendo in aere di sé lunga riga, / così vidi venir, traendo guai, / ombre portate da la detta briga; (da Inferno, V, 40-49)
Quali colombe, dal disio chiamate, / con l'ali alzate e ferme al dolce nido / vegnon per l'aere, dal voler portate; / cotali uscir de la schiera ov'è Dido, / a noi venendo per l'aere maligno, / sì forte fu l'affettüoso grido. (da Inferno, V, 82-87)
Qual è quel cane ch'abbaiando agogna, / e si racqueta poi che 'l pasto morde, / ché solo a divorarlo intende e pugna, / cotai si fecer quelle facce lorde / de lo demonio Cerbero, che 'ntrona / l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde. (da Inferno, VI, 28-33)
Quali dal vento le gonfiate vele / caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca, / tal cadde a terra la fiera crudele. (da Inferno, VII, 13-15)
Come fa l'onda là sovra Cariddi, / che si frange con quella in cui s'intoppa, / così convien che qui la gente riddi. (da Inferno, VII, 22-24)

Citazioni sulle similitudini

La similitudine in Dante, pur nella sua immediatezza e nel suo realismo, si carica sempre di accenti morali. (dalle note curate da Emilio Alessandro Panaitescu a La Divina Commedia, Fabbri, Milano, 1982)
Delle similitudini e immagini è me' tacere che dirne poco, perché in queste non ha avuto mai pari; così nell'appropriarle maravigliosamente a proposito, come nell'esprimere felicemente, e secondo la propria natura loro, le brevissimamente, quell'altre più largamente, e non però di soperchio. (Vincenzo Borghini)

Citazioni sulla Divina Commedia

Gotico significava goffo, rozzo, informe. Ad un edificio gotico presto s'avvezzarono i Britanni ad eguagliare la «Commedia», ritengo dietro l'esempio dei Francesi, dimentichi delle marmoree commedie sollevate al cielo dagli avi loro, nelle età barbare e caotiche, e spasimanti dietro le forme elleniche, classiche, luminosissime.
Il Divino Poema fu ed è anch'oggi per tutti noi codice di civiltà, fulgore di scienza razionale e , dove fede e ragione mostrano al mondo la loro potenza suprema, quando, distinte, pur s'accordano e s'avvalorano a vicenda nell'acquisto del vero e del bene.
In Dante veggo essere grandissime e bellissime parti, e le principali tutte che si richieggon a un gran Poema. Che vi sia poi qualche difettuzzo o mancamento, io non lo niego: sia dell'uomo o dell'età, non rileva a questo punto di qual sia più perfetto e migliore, se ben serve o per iscusa o per qualche altra cosa: come non servirebbe a fare che una figura di Giotto fusse più bella d'una d'Andrea del Sarto, il dire che nell'età di colui l'arte della Pittura non era tanto inluminata, quanto ella fu poi; servirà bene a dire che Giotto in tante tenebre fece miracoli, e non ebbe pari; dove questo altro ebbe manco difficultà assai, e de' pari, e forse de' superiori qualcuno. Ma io non credo che il punto in Dante consista qui, se bene questa scusa ci bisognerà in alcune poche voci solamente quanto attiene alla comparazione del Petrarca. Ma il punto vero sarà qual sia di maggior lode degno o un Epico o Eroico poema grande, non interamente perfetto, o un piccolo e minuto che sia perfetto: perché può bene stare che si truovi una cosa piccola bellissima, pogniam caso una cappellina con bellissima proporzione d'architettura e ricchezza di cornici, che nondimeno non a fare con la d'un gran tempio con pochi ornamenti; e in simili comparazione sogliono dire i nostri uomini a tanto per tanto, o pur del tanto, come disse il Villani...
L'oggetto della Commedia, anche se essa raffigura lo stato delle anime dopo la morte, rimane la vita terrena in tutta la sua ampiezza e il suo contenuto; tutto quanto avviene in alto o in basso nel regno dell'aldilà, si riferisce al dramma dell'uomo nell'aldiquà.
La «Commedia» è una gran boscaglia, fitta, densa intricata, che sgomenta al primo entrarvi, e dove non risplende sole. Più franco e sicuro è il passo negli orti ameni, offerti dai poemi allegorici di Francia. I cristianissimi di Spagna, quando vanno in sogno all'altro mondo, e vedono e descrivono gli abissi infernali, chiedono, come i fratelli di Francia, soccorso d'immaginazione a Virgilio più che a Dante.
La Commedia ha rappresentato l'unità fisica, etica e politica del cosmo scolastico-cristiano in un'epoca in cui essa cominciava a perdere la sua invulnerabilità ideologica: l'atteggiamento concettuale di Dante è quello difensivo di un conservatore e la sua lotta tende alla riconquista di ciò che è già perduto.
La "Commedia" non è un'opera, è un lungo monologo che mette il lettore di fronte a scelte radicali legate alla tragedia dello stare al mondo e alla speranza di salvezza.
La Commedia è con ragione chiamata la Bibbia nazionale, è il vero poema cosmopolitico insieme ed italiano.
La non è veramente il libro del perdono.
La Norvegia è uno dei pochissimi Paesi che non abbiano la Commedia di Dante tradotta (esclusa solo un'avara e discontinua antologia del 1965, che mi viene fatta vedere all'Istituto di cultura). Penso a Gorbaciov che mi ricordava con una punta di orgoglio le settanta traduzioni di Dante – dico settanta – nelle varie lingue della federazione (e capisco il dramma dell'impero sovietico!).
La preferenza dello Shelley riguardo al valore estetico delle tre Cantiche, paragonate fra loro, parrebbe rivolta al Paradiso, in cui le immagini radiose, la gemmea colorazione, il perenne fulgore dello sfondo, dovevano particolarmente gradire al suo spirito sì propenso alle vive irradiazioni, agli effetti di luce e di tinte trasparenti. Inoltre egli osserva come, nell'apprezzamento delle Cantiche, i critici più acuti abbiano invertito il giudizio del volgo ammirando assai più i pregi dell'ultima parte di quelli delle altre. La terza Cantica gli offriva insuperabili splendori d'arte; quell'ascensione del poeta di stella in stella apparivagli come la più fulgida manifestazione della poesia moderna.
Nell'origin sua la poesia è la scienza delle umane e divine cose, convertita in immagine fantastica ed armoniosa.
La quale immagine noi, sopra ogn'altro poema italiano ravvisiamo vivamente nella Divina Commedia di Dante, il quale s'innalzò al sommo nell'esprimere, ed alla maggior vivezza pervenne, perché più largamente e più profondamente d'ogni altro nella nostra lingua concepiva: essendo la locuzione immagine dell'intelligenza, da cui il favellare trae la forza e il calore. E giunse egli a sì alto segno d'intendere e profferire, perché dedusse la sua scienza dalla cognizione delle cose divine, in cui le naturali, e le umane e civili, come in terso cristallo, riflettono...
Officio è del poeta / giovar e dilettar con tal maniera / di stile, che 'l lettore non s'attedia; / e ciò fa Dante ne la sua Comedia.
Per la Francia, come per la Spagna, la Germania e l'Inghilterra, la lingua di Dante doveva offrire gravissimi ostacoli ad ognuno che voleva pur internarsi in quel singolarissimo mondo della «Commedia». La lingua e l'afflato della poesia medesima; se non l'intendi in ogni sfumatura più delicata, e non l'hai chiara e vibrante nel cuore, non giungerai alla sua anima; e ti fluttuerà innanzi, sempre velata di mistero. I traduttori più abili non suppliscono alla tua propria virtù di penetrazione, e ridanno infiacchito e travisato l'originale, che pur si rispetta.
Se si facesse il censimento di quanti dantisti laureati hanno letto la Divina Commedia da capo a fondo, senza interruzione, come si legge un romanzo moderno, non sappiamo quanti potrebbero in coscienza rispondere all'appello. Se non fosse così non si sarebbero versati fiumi d'inchiostro per dire tante scempiaggini, attaccandosi ai particolari più insignificanti e trascurando la visione generale del poema.
Perché la Divina Commedia – l'immagine è vecchia, ma in fondo esatta – è come una cattedrale gotica piena di simboli e di rappresentazioni di ogni genere, conchiusi tuttavia in una cornice, che dà una potente unità ai particolari, fino al punto che questi perdono gran parte della loro importanza considerati separatamente. Se l'immagine non piace, si potrà non meno esattamente paragonare il poema alla volta della Sistina in cui nessuno si sognerebbe di considerare separate dal tutto le varie figure. Ora i dantisti hanno fatto proprio così. Hanno costruita una impalcatura e ciascuno si è messo col naso su di un particolare, perdendo di vista l'insieme dell'opera. La conseguenza più grave di tutto questo è che essi impediscono agli altri di vedere. Fuori di metafora, tutti esitano ad accostarsi alla Divina Commedia tanto è spaventosa la mole dei commenti che l'ingombra.

Roberto Benigni

Dante ci fa entrare in quello che solo l'intelligenza è in grado di cercare ma, da sola, non è capace di trovare. La sua forza è essere profondamente laico. Non ha atteggiamenti pappalardeschi, come direbbe lui, da falsi devoti. È religioso senza essere mai pretesco, bigotto. Non si rivolge a Dio, alla Madonna, ai santi. Si rivolge alle Muse, ad Apollo. Il suo universo è la poesia. Si può leggere la Divina commedia senza credere in Dio, ma non senza conoscere il cristianesimo.
Dopo la Divina Commedia c'è di più Dio. C'è proprio, lo si sente, lo si vede. Tutto ciò che è bello è vicino a Dio. È proprio la bellezza che ci porta vicino a Dio. Ci ha portato quasi a guardarlo, a vederlo.
La Divina Commedia è il libro più giustificabile, più limpido, più grande, più straordinario di tutte le letterature; ma non di dopo Dante, anche di prima.
Perché non ho scritto La Divina Commedia? Perché non c'ho pensato.
Quando si parla della Divina Commedia o di Dante, bisogna non tanto capire, perché è semplice anche se non è sempre facile. Come è semplice l'universo, la musica di Bach: semplice ma non facilissima. È tutto vero; siamo lì, è come una rosa.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026