Le frasi di «Enneadi» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Enneadi»
Il nostro impegno non è rivolto a liberarci dal peccato, ma ad essere Dio. (I, 2, 6)
Infelice è colui che non consegue il Bello, il solo Bello. [...] Ciascuno diventi bello e simile al Dio se intende contemplare e Dio e il Bello. (I, 4, 1-5)
Fuggiamo dunque verso la nostra cara patria, questo è il consiglio più vero che si può raccomandare. (I, 6, 8)
L'occhio non vedrebbe mai il sole se non fosse già simile al sole, né un'anima vedrebbe il bello se non fosse bella. Ognuno diventi dunque anzitutto deiforme e bello, se vuole contemplare Dio e la Bellezza. (I, 6, 9)
Il tutto, dunque, è pieno di segni, e sapiente è colui che sa passare da un segno all'altro. (II, 3, 7; 2008)
Un unico principio dà origine ad un unico essere vivente dalle molte specie e da tutte queste forma un'unità. (II, 3, 7; 2008)
Colui che si rammarica della natura del mondo non sa dunque che cosa fa, e fino a dove giunga la sua audacia. È che ignora il seguito regolare delle cose dalle prime alle seconde, poi alle terze, e così di seguito fino alle ultime: non bisogna perciò insultare degli esseri poiché sono inferiori ai primi; bisogna accettare con serenità la natura di tutti gli esseri. (II, 9, 13)
Ma se i cattivi dominano, è per la viltà dei dominati: e questo e non altro è il giusto. (III, 2, 8)
Iniziando la ricerca sull'anima, obbediamo al precetto del dio, che ci comanda di conoscere noi stessi. Prima di ricercare e scoprire ogni altra cosa, è giusto indagare chi sia a compiere la ricerca, poiché desideriamo cogliere l'amorosa visione delle cose supreme. (IV, 3, 1)
Dobbiamo pensare che quando anche quaggiù uno contempla, soprattutto se in modo intenso, egli certo non si volge col pensiero indietro su sé stesso, ma possiede sé stesso e volge la sua attività all'oggetto, diventa anzi l'oggetto stesso, offrendo sé stesso, diciamo così, quale materia, lasciandosi plasmare dall'oggetto contemplato. [...] Egli conoscerà tale unione non dal di fuori, ma dall'attività stessa, in quanto l'infinità, così compresa, è sempre presente, o meglio, lo accompagna e viene contemplata con un atto di conoscenza non acquisito. (IV, 4, 2 e 9)
L'universo è un vivente unitario che, come tale, deve necessariamente trovarsi in simpatia con sé stesso e anche il ritmo della sua vita deve essere tutto in accordo con il piano razionale e con sé stesso; non esiste casualità nella sua vita, ma un'unica armonia e ordinamento. (IV, 4, 35)
Spesso io mi sveglio a me stesso, abbandonando il mio corpo: straniero ad ogni altra cosa nella mia propria intimità, vedo la più straordinaria bellezza che si possa immaginare. Sono convinto, soprattutto allora, di avere un destino superiore, il mio rapimento è il grado più alto cui possa raggiungere la vita, sono unito all'essere divino e, arrivato a questo rapimento, mi fisso in lui al di sopra di tutti gli esseri intellegibili. Ma dopo questo riposo nell'Essere divino, ridisceso dall'Intelletto al pensiero riflesso, mi domando come io effettuai in pratica questa discesa e come l'anima abbia potuto entrare nel corpo, quell'anima che, pur entro un corpo, è la cosa più nobile che abbia mostrato di essere. (IV, 8, 1)
L'Uno non può essere una di quelle cose alle quali è anteriore: perciò non potrai chiamarlo Intelligenza. E nemmeno lo chiamerai Bene, se Bene voglia significare una tra le cose. Ma se Bene indica Colui che è prima di tutte le cose, lo si chiami pure così. (V, 3)
Spogliati di tutto. (V, 3, 17; 2008)
Lo Spirito, invece, è tutto; Egli serra in sé la universalità delle cose, immobilmente, allo stesso posto; ed Egli è, unicamente; e questo è è sempre; il sarà non ci sarà mai; ed anche nellallora Egli è, poiché non v'è neppure il passato: non vi è certo lì una qualche cosa che sia trascorsa, ma tutto vi persiste immobile, perpetuamente, poiché è identico ed ama, per così dire, che il suo essere duri in quello stesso stato. (V, IV)
Solo il numero è quantità, le grandezze lo sono in secondo luogo. Non dunque un unico genere in senso rigoroso, ma un'unica categoria che contiene anche ciò che è vicino alla quantità in senso originario e in senso derivato. Noi, però, dobbiamo vedere in che senso i numeri in sé siano essenze o quantità anch'essi; ma comunque vengano considerati, i numeri superiori non hanno nulla in comune con quelli di quaggiù, se non il nome [...]. Dopo l'Intelligenza viene l'Essere e, in esso, il numero; per suo mezzo l'Essere genera gli esseri agendo secondo il numero, e fa precedere i numeri alla loro esistenza e, allo stesso modo, congiunge con la sua unità l'Essere stesso col Primo Dunque il numero, il numero primo e vero, è principio e fonte di esistenza per gli esseri. Perciò, anche quaggiù, la nascita di ogni cosa si accompagna ai numeri; sicché se il generante accoglie un numero diverso, o genera una cosa diversa o si annulla. (VI,1-18)
Dire che la natura divina è infinita – essa infatti non è certamente limitata – che cosa può significare se non che essa non può esaurirsi? Ma se non può esaurirsi, vuol dire che è presente in ogni singola cosa. Infatti, se non potesse essere presente, mancherebbe e allora ci sarebbe un punto nel quale essa non è. (VI, 5, 4)
Se Dio è sceso in terra, certo non è venuto per starci vicino. (VI, 5, 12, 25)
L'insegnamento giunge solo a indicare la via e il viaggio; ma la visione sarà di colui che avrà voluto vedere. (VI, 9, 4)
Non sempre però guardiamo a lui, ma quando volgiamo lo sguardo al bene, allora troviamo il fine e la pace e, senza alcun disaccordo, danziamo attorno a lui una danza veramente ispirata.
In questa danza corale l'anima scruta la sorgente della vita, la sorgente dello spirito, il principio dell'essere, la causa del bene, la radice dell'anima. (VI, 9, 8-9)
La scienza infatti è un processo discorsivo, e tale processo implica una molteplicità. Essa dunque si allontana dall'uno per cadere nel numero e nella molteplicità. (VI, 9, 4)
Gli esseri non furono contati quando erano già nati, ma tramite il numero si rendeva manifesto quanti ne dovevano nascere. Il numero dunque preesisteva agli esseri stessi. (VI, 9)
Questa è la vita degli dèi e degli uomini divini e beati: liberazione dalle cose di quaggiù, vita sciolta dai legami corporei, fuga del solo verso il Solo. (VI, 9, 11)
La natura non ha mani per formare le mani.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026