Le frasi di «Gli strumenti del comunicare» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Gli strumenti del comunicare»
Il medium è il messaggio.
L'elettricità ha ridotto il globo a poco piu che un villaggio e, riunendo con repentina implosione tutte le funzioni sociali e politiche, ha intensificato in misura straordinaria la consapevolezza della responsabilita umana.
I media sono materie prime o risorse naturali, esattamente come il carbone, il cotone o il petrolio.
Per l'uomo tribale, lo spazio era il mistero incontrollabile. Per l'uomo tecnologico, è il tempo a occupare lo stesso ruolo.
Il concentrico, con la sua infinita intersezione di piani, è infatti necessario all'approfondimento della conoscenza. Ne è di fatto la tecnica, e come tale è necessario allo studio dei media, poiché nessun medium esiste o ha signifìcanza da solo, ma soltanto in un continuo rapporto con altri media.
L'interesse per l'effetto anziché per il significato è una novità fondamentale dell'era elettrica in quanto l’effetto mette in gioco la situazione totale e non un solo livello d'informazione.
Il primo effetto della tecnologia elettrica è stato l'ansia. Quello attuale sembra sia la noia. Siamo inizialmente passati per le tre fasi – allarme, resistenza, spossatezza – che si verificano in ogni malattia e in genere di fronte a ogni situazione critica, individuale o collettiva.
Il prezzo dell'eterna vigilanza è l'indifferenza.
È significativo che siano proprio le merci più usate nei rapporti sociali – sigarette,cosmetici e sapone per cancellare i cosmetici – ad addossarsi in massima parte il fardello del mantenimento dei media.
Ogni invenzione o tecnologia è un'estensione o un'autoamputazione del nostro corpo, che impone nuovi rapporti e nuovi equilibri tra gli altri organi e le altre estensioni del corpo.
L'accettazione docile e subliminale della loro influenza ha trasformato i media in prigioni senza muri per gli uomini che ne fanno uso.
I nuovi media e le nuove tecnologie con cui amplifichiamo ed estendiamo noi stessi costituiscono una sorta di enorme operazione chirurgica collettiva eseguita sul corpo sociale con la più totale assenza di precauzioni antisettiche.
Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un'azienda privata o dare in monopolio a una società l'atmosfera terrestre.
Archimede disse una volta: «Datemi un punto d'appoggio e solleverò il mondo». Oggi ci avrebbe indicato i nostri media elettrici dicendo: «M'appoggerò ai vostri occhi, ai vostri orecchi, ai vostri nervi e al vostro cervello, e il mondo si sposterà al ritmo e nella direzione che sceglierò io».
Quando una nuova tecnologia penetra in un ambiente sociale non può cessare di permearlo fin quando non ha saturato ogni istituzione.
Ogni tecnologia crea nuove tensioni e nuovi bisogni negli esseri umani che l'hanno generata. Il nuovo bisogno e la nuova risposta tecnologica nascono dal fatto che ci siamo impadroniti della tecnologia già esistente: è un processo ininterrotto.
La fotografia estende e moltiplica l'immagine umana alle proporzioni di una merce prodotta in serie. Le dive del cinema e gli attori più popolari sono da essa consegnati al pubblico dominio. Diventano sogni che col denaro si possono acquistare. Possono essere comprati, abbracciati e toccati più facilmente che le prostitute.
L'avido desiderio di prostituirsi dell'umanità resiste al caos della rivoluzione.
Dire che «la macchina fotografica non può mentire» equivale semplicemente a sottolineare le numerose frodi che vengono compiute in suo nome. Al punto che il cinema, preparato dalla fotografia, è divenuto sinonimo di fantasia e d'illusione, trasformando la società in quello che Joyce definiva un «al nights newsery reel» [una bobina di pettegolezzi per tutte le sere], dove alla realtà si sostituisce un mondo reel [che significa bobina, ma con un assonanza ironica con real, reale]. Joyce la sapeva più lunga di chiunque altro sugli effetti della fotografia sui nostri sensi, sul nostro linguaggio, e sui nostri processi mentali.
Per un'intelligenza non preparata, qualunque lettura e qualunque film, come qualunque viaggio, è sempre un'esperienza banale e non nutritiva.
Tutti i media hanno come primo fine quello di ammettere nella nostra vita percezioni artificiali e valori arbitrari.
Le vere notizie sono le cattive notizie.
Gli inserzionisti comprano spazio e tempo sui giornali e sulle riviste alla radio e alla tv; in altre parole comprano un pezzo del lettore, dell'ascoltatore o dello spettatore esattamente come se affittassero le nostre case per una riunione pubblica.
In America i film non sono inframmezzati da inserzioni pubblicitarie soltanto perché il cinema è in se stesso la maggior forma di propaganda per i beni di consumo.
Il nazionalismo era ignoto nel mondo occidentale fin quando, nel Rinascimento, Gutenberg rese possibile vedere la madre lingua in veste uniforme.
I padroni dei media si sforzano sempre di dare al pubblico ciò che esso vuole perché sentono che il loro potere è nel medium e non nel messaggio o nel programma.
L'automobile è divenuta il carapace, il guscio protettivo ed aggressivo, dell'uomo urbano e suburbano.
L'automobile è diventata un articolo di vestiario senza il quale ci sentiamo nudi, incerti e incompleti.
La pubblicità oggi sembra basarsi sull'avanzatissimo principio secondo il quale la più piccola unità modulare, se ripetuta in modo rumoroso e ridondante, finirà gradatamente per imporsi. Il principio del rumore viene spinto così fino al livello della persuasione, e ciò corrisponde di fatto alle tecniche del lavaggio del cervello.
Confluiscono assai più riflessioni e ben maggiore cura nella composizione di un'inserzione che appare con preminenza su un giornale o su una rivista che nella redazione degli articoli e degli editoriali.
Se esaminati consapevolmente, i messaggi pubblicitari paiono assurdi come le note di un inno sacro applicate a un numero di spogliarello. Ma essi sono appositamente destinati, da quegli uomini-rana dello spirito che sono i "creativi" di Madison Avenue, a un livello di semi-consapevolezza. La loro esistenza è una testimonianza, oltre che un fattore, della situazione di sonnambulismo di una metropoli stanca.
Ogni innovazione non è soltanto distruttiva commercialmente, ma corrosiva sul piano sociale come su quello psicologico.
In realtà i media elettrici non allargano la dimensione spaziale, ma piuttosto la sopprimono. Grazie all'elettricità ristabiliamo ovunque rapporti diretti, come nel più piccolo dei villaggi.
La radio, come qualunque altro medium, ha un suo manto che la rende invisibile. Ci si presenta apparentemente in una forma diretta e personale che è privata e intima, mentre per ciò che più conta è una subliminale stanza degli echi che ha il potere magico di toccare corde remote e dimenticate.
Tutte le nostre estensioni tecnologiche devono essere subliminali, altrimenti non potremmo resistere alla loro suggestione.
Visto fuori dagli Stati Uniti, qualunque film americano sembra un esempio di sottile propaganda politica.
Con la tv lo spettatore è lo schermo. Esso viene bombardato da impulsi leggeri che James Joyce definiva la «Carica della brigata leggera» e che imbevono la «pelle della sua anima di sospetti sobconscious» [gioco di parole tra subconscious, «subconscio» e sob, «singhiozzo»].
La dimensione fredda della tv è anche il viso freddo, senza espressione, dei teenager.
Non ha molta importanza che s'introduca il televisore in ogni aula: la rivoluzione è già avvenuta nelle case. La tv ha mutato la nostra vita sensoriale e i nostri processi mentali.
Il funerale di Kennedy rivelò il potere della tv di coinvolgere un'intera popolazione in un processo rituale. In confronto i giornali, i cinema e persino la radio sono soltanto congegni per produrre beni di consumo.
Inchiostro e fotografia stanno soppiantando carri armati e soldati. La penna diventa di giorno in giorno più potente della spada.
All'espressione guerre des nerfs, in uso venticinque anni fa, è andata man mano sostituendosi quella di «guerra fredda». È in realtà una battaglia elettrica d'informazioni e d'immagini che si spinge assai più a fondo e con risultati assai più ossessivi di quelli raggiunti dalle antiche guerre calde delle ferramenta industriali.
Le «guerre calde» del passato si servivano di armi che abbattevano i nemici l'uno dopo l'altro. E anche la guerra ideologica del XVIII e XIX secolo cercava di convincere, uno alla volta, gli individui ad adottare punti di vista diversi. La persuasione elettrica della foto, del cinema e della tv, funziona invece imbevendo di una nuova imagerie intere popolazioni.
L'agglomerato urbano è stato preceduto dalla fase del cacciatore e del raccoglitore di cibo, e oggi, nell'era elettrica, gli uomini sono tornati, psichicamente e socialmente, a condizione di nomadi. Solo che adesso si parla di raccolta d'informazioni e di elaborazione di dati.
Mentre nell'era meccanica della frammentazione il tempo libero era assenza di lavoro, o puro ozio, nell'era elettrica è vero il contrario. Ora che l'età dell'informazione richiede l'uso simultaneo di tutte le nostre facoltà, ci accorgiamo di riposare soprattutto quando siamo intensamente coinvolti, come del resto accade sempre agli artisti, in tutti i tempi.
La velocità elettrica richiede una strutturazione organica dell'economia globale nello stesso modo in cui la meccanizzazione attraverso la stampa e la strada condusse all'accettazione dell'unità nazionale. Non dimentichiamo che il nazionalismo fu nell'epoca rinascimentale una formidabile invenzione e una rivoluzione che eliminò molte delle antiche regioni con in conseguenti rapporti di sudditanza. E questa rivoluzione fu attuata quasi totalmente grazie all'accelerazione dell'informazione mediante i caratteri mobili uniformi.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026