Le frasi di «I cani della peste» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «I cani della peste»
Un cane tiene duro. [...] Un cane non disobbedisce mai a un uomo, qualunque cosa gli ordini. È questo il suo mestiere. [...] I cani sono tenuti a fare quello che vuole l'uomo. Io lo sento per intuito, anche se non ho mai avuto padroni. Gli uomini devono avere qualche motivo, non ti pare? E deve trattarsi di qualcosa di buono. Loro, certo, la sanno più lunga di noi. (Rauf, p. 19)
Oh, cacca del cielo! (Snitter, p. 27)
Caldo e sciutto, nné mai brutto. Parla pogo, mena forte, spera ntela bona sorte. Usta boia, ora sì che parli bene. Chi che son io-me? Volpe, sono, e chi ho da esse? 'L più furbo predone del monte e del piano. (Volpe, p. 84)
Attraverso le tenebre fra i monti / La mia testa recinta di filo spinato / Cerca il luogo lontano / Dove hanno dimora i padroni, / Una città ch'è stata trafugata. / Il camion, avanzando fra la mota, / Sapeva che io scampo non avevo. / Con la testa spaccata e tutta in fiamme / Un cane sperso cerca un uomo scomparso. (canzone, p. 103)
Vuoi saper chi ha composto 'sta canzone?
(Tabù, tabù)
È stato un cane burlone, che visse vita breve.
(Tabù, tabù, tabù)
Kiff si chiamava, ed era bianco e nero.
È finito bruciato, e ben gli sta:
Un'altra volta impara.
(Tabù, tabai, ta-bubbuli-bai
Siam tutti destinati ad andar in fumo.) (p. 115)
[...] il cane stellare disse all'uomo: "Poiché tu hai fatto questo, che tu sia maledetto, più che ogni altra bestia. Esse seguiteranno a vivere come prima, senza rimpianti e rimorsi, e io parlerò ai loro cuori, guiderò i loro istinti, darò loro una chiara percezione del presente. Ma a te volgerò le spalle per sempre, e tu trascorrerai il resto dei tuoi giorni a chiederti cos'è bene e cos'è male, a cercare la verità che io ti avrò celata, e che invece avrò infuso nel balzo del leone e nel profumo della rosa. Tu non sei più adatto a proteggere gli animali. D'ora in poi sarai soggetto a ingiustizie, assassinio e morte, come loro; ma a differenza di loro sarai in preda a confusione e ti faranno schifo gli escrementi, persino quelli dei tuoi fratelli. Ora tògliti d'innanzi a me". (Rauf, pp. 119-120)
Quando l'uomo cadde in disgrazia e fu cacciato via, egli chiese a tutti gli animali se volevano seguirlo, condividendo la sua sorte. Solo due accettarono spontaneamente di andare con lui, il cane e il gatto. E da allora questi due animali sono sempre stati gelosi l'uno dell'altro, poiché ognuno vorrebbe essere il preferito. Ogni uomo preferisce o gli uni o gli altri. (Snitter, p. 120)
Poi finalmente la volpe attaccò la sua canzone.
Na volpa di muntagna / 'mpiattata ntra la fava / vardava li galline che ruspava / e pensava "Che cuccagna!". / Il villan che birbo era / chiude i polli intel pollaro / come cala giù la sera. / Ma la volpa che l'è più birba ancora / un bel gallo li fa fôra. / Vedessi la volpa sì come ridiva! / Giuliva! ! (p. 126)
Per un po' camminò su e giù zoppicando mentre i compagni dormivano ancora, poi si coricò di nuovo e sognò un tremendo scontro, un'esplosione enorme, disintegrazione e terrore, e poi un cadere senza fine fra le lisce pareti di un pozzo putrescente, che sapeva di tabacco e disinfettanti. (p. 129)
Da Varsavia e da Babilonia / I fantasmi non mollano la presa. / Un pesante fardello grava sopra / Il superstite che annaspa. / Questa povera bestia cerca, cerca / Ciò che è vana speranza trovare. / Al di là dei quaderni e dei coltelli / Un cane sperso cerca un uomo scomparso. (canzone, p. 136)
Quello era il tanto ammirato esemplare inglese di "ambiente-lavoro" moderno, il salone aperto della redazione del London Orator, fiore all'occhiello della Ivorstone Press, un grande quotidiano a diffusione nazionale e risonanza internazionale, cane-da-guardia della libertà, culla della banalità, testa-d'ariete della pornografia leggera, lacrima-di-coccodrillo della morale corrente, fauci e denti dello squalo marino e personale scimmietta ammaestrata di Sir Ivor Stone in persona. A sommo del portone principale faceva spicco il blasone di Sir Ivor, con il suo motto-rebus, Primum lapidem iaciam. (p. 140)
[...] frattaglie e fegatelli! (Snitter, p. 149)
Qual altro luogo, in tutta la Regione dei Laghi, può superare, per grandiosità e bellezza, la cima del Passo di Wreynus e l'eccelsa solitudine di Three Shire Stone? Dove, se non qui, si può trovare il cuore stesso della Lakeland – qui – dove il versante settentrionale della catena di Coniston si congiunge con la punta meridionale del gran Ferro di Cavallo di Scafell, e Langdale quasi tocca Dunnerdale, da cui la divide soltanto questa desolata fascia di rocce, terriccio ed eriche, che separa le due valli? (p. 155)
Chiuse gli occhi e il vento salmastro, capriccioso e folletto, canticchiava fra gli sterpi una canzone, mentre deboli odori, rompendosi come ondicine, gli accarezzavano le narici.
Noi siamo il cervello che t'hanno rubato, / Tu la vittima sei di questo furto. ! La tua piaga potrebbe esser sanata / E la salute esserti ridata. / Ma tu non sei più tu, dopo quell'urto, / Né più in grado tu sei di regolarti. / Cane perso, cerchi ancora un padrone scomparso. (p. 186)
Fuori, stava calando la sera e il cielo era gremito di storni. A migliaia volavano sopra gli alberi del parco, cinguettando, rissando fra loro. La luce rifletteva – dalle loro piume smaglianti – rapidi, volubili riflessi verdi, azzurri, violetti. O felici creature viventi! Nessuna lingua saprebbe dire la loro bellezza! (p. 192)
Si incamminarono di nuovo. Snitter, in retroguardia, canticchiava per conto suo, con sommessi uggiolii:
«I camici bianchi dipinsero un topo di blu, / Finché non si riconosceva quasi più. / E poi gli imbottiron gli orecchi di pece. / Ma il topo lo volete sapere cosa fece? / Lui li fece saltare per aria – davvero – / E annegarono tutti in un latte nero nero». (p. 198)
«Mi ricordo quelle luci di notte, Rauf. Le auto ringhiano, le senti... ecco perché i giovani cani spesso le rincorrono. È tempo sprecato. Loro non se n'accorgono neppure. Le luci sono pezzi di vecchie lune, sai.»
«Che vuoi dire?» domandò Rauf, incuriosito suo malgrado.
«Ecco, quando la luna diventa piena, qualcuno sale su ogni giorno e ne taglia via una fetta – hai notato? – finché della luna non ne rimane più. Ma poi, dopo un po', ne cresce un'altra. Quando è piena la luna è tutta coperta di crepe e di buchi – perché sia più facile tagliarne via dei pezzetti, ecco perché è così – evidentemente. La mia mamma mi diceva che le lune in realtà sono enormi, solo che sembrano piccole a causa della distanza. L'uomo che ne taglia via dei pezzi e delle fette, li porta sulla terra, e li usano per fare i fanali delle auto. Bravi, non ti pare?» (pp. 203-204)
«Oh, se avessi le ali di una pecora! [...] un tempo ce l'avevano, sai. Poi successe che una di loro volò in alto in alto nel cielo, e così tutte le altre la seguirono. Poi si tolsero le ali e si misero a pascolare e, come il sole si spostava nel cielo, gli andavano dietro, per stare calde. Così, verso sera, si levò un gran vento e portò via le loro ali, dal posto dove le avevano lasciate. Non le ritrovarono più... son rimaste su nel cielo, dove ancora puoi vederle, portate dal vento.»
«Ma come fecero, le pecore, a tornare sulla terra?»
«Ecco, laggiù lontano lontano il cielo si incurva finché tocca la terra. Gli è toccato camminare fin laggiù... ci hanno messo secoli.» (p. 204)
Senza motivo e con quasi altrettanta gioia che la capinera migrante a maggio – che canta sul limitare di un boschetto inglese – senza sapere che, di lì a sei mesi, un qualche irsuto porco, in Italia o a Cipro, con zufolo da richiamo e vischio, l'ucciderà affinché un altro porco, a Parigi, la mangi in salsa tartara, Snitter si mise a cantare alla luna.
«O luna amica / bianca come un osso / lassù nel cielo / marcisci sola. / Le crepe e i segni / che in te io vedo / per me non sono / mica un mistero. / Dato il mio acume / per me è chiaro: / i vermi entrano, / le mosche escono. / Se ora una mosca, / per suo piacere, / si posa sopra / i miei escrementi, / non me n'importa / un fico secco. / Io son cortese...» (p. 205)
«Gli canterò una canzone!
«Oh io sono un cane ardito / anche se ho la testa fessa! / Son selvatico, orribile / e completamente pazzo!» (Snitter, p. 241)
Non mi vanno affatto a genio gli esperimenti sugli animali, ammenoché non vi siano buoni ed eccezionali motivi in casi specifici. Ciò che non mi va è che, per gli animali, è impossibile capire perché vengono fatti soffrire. Essi non soffrono per il loro bene, per un loro vantaggio, e anzi mi chiedo fino a che punto sia a vantaggio di chiunque. Non si dà loro scelta, e non v'è alcuna autorità centrale cui spetti decidere se sia moralmente giustificato quel che si fa, in ogni singolo caso. Quegli animali-cavia sono solo degli oggetti senzienti. Sono utili perché in grado di reagire. Talvolta proprio perché sono in grado di provare paura e dolore. E vengono usati come se fossero lampadine elettriche o scarponi. In sostanza, laddove un tempo c'erano schiavi umani e animali, oggi ci sono soltanto animali schiavi. Essi non hanno alcun diritto legale, non hanno alcuna scelta. (maggiore John Awdry, p. 296)
È il mare, Rauf, di cui mi parlò la volpe, quel giorno in cui uscii dalla mia testa. Ricordo quel che disse. "Sale e alghe. È tutta acqua, là." Non capivo come un posto potesse essere tutta acqua. Guarda! Si muove di continuo! (Snitter, p. 309)
Fin in fondo hai bevuto l'amara scodella. / Non occorre che vai più vagabondando. / L'incantesimo è fatto, il libro è chiuso. / Tu sei giunto alla riva più remota. / Giaci e riposa, ormai, povero cane. / Prossimo è un altro grande mutamento. / E, dormendo, tu sogna che ritrovi, / Cane perso, il padrone scomparso. (canzone, p. 309)
Devo dire però [...] che per le persone ordinarie, pei non specialisti, un certo grado di antropomorfismo è forse utile, per aiutarli ad arrivare a provar simpatia per gli animali, vale a dire, anteporre il bene di una specie, o soltanto il benessere di un singolo esemplare, al di sopra del proprio vantaggio o profitto. Non tutti possono avere una mentalità scientifica. [...] È ora che la gente cominci a pensare all'uomo come a una delle tante specie di abitanti del pianeta; e se egli è il più bravo, ciò gli dà semplicemente maggiori responsabilità, affinché faccia sì che che le altre specie possano condurre una vita adeguata, naturale, con un minimo di controlli. (Peter Scott, p. 319)
Certo, noi siamo la specie più distruttiva, ma davvero siamo i più bravi? [...] È una questione molto discutibile. Considera l'uccello migratore. È reale quanto te e me e respira aria e vive sulla terra con cinque sensi. Non sa nulla di lunedì o martedì, di orologi e del Natale, della Cortina di Ferro e di tutte le cose che regolano il modo di pensare degli uomini. Ha una consapevolezza della vita sulla terra che è molto diversa dalla nostra – lo chiamiamo istinto ma è una coscienza altrettanto efficiente – più ancora, se mai – che utilizza venti, temperatura, pressione barometrica, orientamento, correnti termiche – adeguando la sua densità alla disponibilità di cibo – ai suoi predatori e alle sue prede – in un modo tale che noi ignoranti esseri umani non possiamo neanche sognarci di eguagliare. (Ronald Lockley, pp. 319-320)
Il più buono dei vini può esser bevuto solo una volta; e più parole si usano per descriverlo, più sciocche esse suonano. Ma forse – come il maggiore Awdry certo sosterrebbe – un animale che vive interamente nel presente immediato (e che crede se stesso morto) può sentire la marea di gioia anche più intensamente – se ciò è possibile – del suo padrone (che sa di esser vivo). (pp. 326-327)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026