Frasi

Frasi di «I pesci non chiudono gli occhi»

24 citazioni dal libro di Erri De Luca

Le frasi di «I pesci non chiudono gli occhi» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «I pesci non chiudono gli occhi»

Per lui la frase era la continuazione di un'altra detta un'ora, un giorno prima. (p. 9)
Per lui si trattava di un solo discorso, che ogni tanto si staccava di bocca con la "e", lettera che a scriverla disegna un nodo. (p. 9)
Dieci anni era un traguardo solenne, per la prima volta si scriveva l'età con doppia cifra. L'infanzia smette ufficialmente quando si aggiunge il primo zero agli anni. (p. 10)
Stavo in un corpo imbozzolato e solo la testa cercava di forzarlo. (p. 11)
Me ne stavo rinchiuso nell'infanzia, per balia asciutta avevo la stanzetta dove dormivo sotto i castelli di libri di mio padre. Salivano da terra sul soffitto, erano torri, cavalli e fanti di una scacchiera messa in verticale. (p. 11)
Nell'infanzia ai piedi dei libri, gli occhi non conoscevano le lacrime. (p. 12)
Piangevo e mi vergognavo peggio che pisciare a letto. (p. 12)
Le voci della città gremita volevano annientarsi, ognuna pretendeva di sopprimere le altre. Preferivo motori, suonerie, campane, il gas sonoro che sprigiona da sé l'addensamento. (p. 13)
Attraverso i libri di mio padre imparavo a conoscere gli adulti dall'interno. Erano bambini deformati da un corpo ingombrante. Erano vulnerabili, criminali, patetici e prevedibili. (p. 14)
Mantenere: a dieci anni era il mio verbo preferito. Comportava la promessa di tenere per mano, mantenere. (p. 14)
Conoscevo gli adulti, tranne un verbo che loro esageravano a ingrandire:amare. Mi infastidiva l'uso. Più di tutto mi irritava l'imperativo: ama. Nei libri c'era traffico fitto intorno al verbo amare. Intorno a me non lo vedevo e non lo conoscevo il verbo amare. (p. 15)
Niente era come sembrava. L'evidenza era un errore, c'era ovunque un doppio fondo e un'ombra. (p. 17)
Al fiato misurato le lettere tremavano lucenti, come fanno le lacrime e le braci. (p. 17)
Erano due mazzi di carte nuove, intersecati fitti e fragorosi. Maschile e femminile esasperavano le loro differenze per piacersi. (p. 18)
Eravamo la schiuma che resta dopo la mareggiata. (p. 18)
Non stava ancora in nessun libro quella generazione. (p. 18)
Sull'isola smisi di piangere e cantare. (p. 19)
Lei invece è rimasta a Napoli. E forsa ha avuto ragione, fuori di lì non esiste circo maggiore al mondo. (p. 20)
Vedevo gli altri correre sui numeri e io fermo alla partenza. La scoperta dell'inferiorità serve a decidere di sé. (p. 21)
I libri mi riempivano il cranio e mi allargavano la fronte. Leggerli somigliava a prendere il largo con la barca, il naso era la prua, le righe onde. (p. 22)
Destino, secondo definizione, è un percorso prescritto. Per la lingua spagnola è più semplicemente arrivo. Per uno nato a Napoli il destio è alle spalle, è provenire da lì. Esserci nato e cresciuto esaurisce il destino: ovunque vada, l'ha già avuto in dote, metà zavorra a metà salvacondotto. (p. 23)
Quello che credevo allora un vizio solitario è stato invece l'officina meccanica della lingua. (p. 23)
Mi congratulavo con la sua strafottenza meridionale che di certo non sapeva di possedere. (p. 25)
Non so niente di grandi, non mi importano, io scrivo storie di animali. Studio il comportamento: con il corpo si scambiano discorsi lunghi che a noi durano un'ora e neanche ci capiamo. Cerco di fare come loro, di non sprecare tempo. (p. 27)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026