Frasi

Frasi di «Il libro dell'inquietudine»

47 citazioni dal libro di Fernando Pessoa

Le frasi di «Il libro dell'inquietudine» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Il libro dell'inquietudine»

Quello che distingue le persone le une dalle altre è la forza di farcela, o di lasciare che sia il destino a farla a noi. (1992, p. 27)
La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni o strida dentro di me corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco come una sinfonia. (1992, p. 32)
Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. (1992, p. 34)
Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n'è stato un altro uguale al mondo. L'identità è solo nella nostra anima. (1992, p. 34)
Una sola cosa mi meraviglia più della stupidità con la quale la maggior parte degli uomini vive la sua vita: l'intelligenza che c'è in questa stupidità. (1992, p. 42)
Un uomo, se possiede la vera sapienza, può godere l'intero spettacolo del mondo seduto su una sedia, senza saper leggere, senza parlare con nessuno, soltanto con l'uso dei sensi e il fatto che l'anima non sappia essere triste. (2004, p. 44)
Mi perdo se mi incontro, dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto. Come se passeggiassi, dormo, ma sono sveglio. Come se dormissi, mi sveglio, e non mi appartengo. In fondo la vita è in se stessa una grande insonnia e c'è un lucido risveglio brusco in tutto quello che pensiamo e facciamo. (1992, p. 61)
Vivere è morire, perché non abbiamo un giorno in più nella nostra vita senza avere, al contempo, un giorno in meno. (1992, p. 203)
Diventato una pura attenzione dei sensi, fluttuo senza pensieri e senza emozioni. [...] Come vorrei, lo sento in questo momento, essere una persona capace di vedere tutto questo come se non avesse con esso altro rapporto se non vederlo [...]. Non aver imparato fin dalla nascita ad attribuire significati usati a tutte queste cose; poter separare l'immagine che le cose hanno in sé dall'immagine che è stata loro imposta. [...] Smarrisco l'immagine che vedevo. Sono diventato un cieco che vede. [...] Tutto questo non è più la Realtà: è semplicemente la Vita. (1992, pagg. 50, 51, 52)
Nuvole... Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. (1992, p. 56)
All'improvviso ho sentito per quell'uomo qualcosa di simile alla tenerezza. Ho sentito in lui la tenerezza che si prova per la comune normalità umana, per la banale quotidianità del capofamiglia che va al lavoro, per il suo umile e allegro focolare, per i piaceri allegri e tristi di cui necessariamente è fatta la sua vita, per l'innocenza di vivere senza analizzare, per la naturalità animalesca di quelle spalle vestite. (1992, p. 64)
Vivere è essere un altro. Neppure sentire è possibile se si sente oggi come si è sentito ieri: sentire oggi come si è sentito ieri non è sentire, è ricordare oggi quello che si è sentito ieri, è essere oggi il cadavere vivo di ciò che ieri è stata la vita perduta. (1992, p. 72)
La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente. Ḕ un viaggio dello spirito attraverso la materia, e poiché è lo spirito che viaggia, è in esso che noi viviamo. Ci sono perciò anime contemplative che hanno vissuto più intensamente, più largamente, più tumultuosamente di altre che hanno vissuto la vita esterna. Conta il risultato. Ciò che abbiamo sentito è ciò che abbiamo vissuto. Si ritorna stanchi da un sogno come da un lavoro reale. Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto. (1992, p. 97)
La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo. (1992, p. 98)
È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. (1992, p. 98)
Sorge dalle parti dell'Oriente la luce bionda della luna d'oro. La scia che lascia nel fiume largo apre serpenti nel mare. (2001, p. 103)
D'improvviso come se un destino chirurgo mi avesse operato di una vecchia cecità con immediati grandi risultati, sollevo il capo, della mia anonima vita, verso la conoscenza nitida di come esisto. E vedo che tutto ciò che ho fatto, tutto ciò che ho pensato, tutto ciò che sono stato, è una specie di inganno e di follia. Mi meraviglio di non essere riuscito a vederlo. Mi stupisco di quello che sono stato, vedendo che alla fine non sono. (1992, p. 120)
Non sono stato l'attore, non i suoi gesti. (1992, p. 120)
Mi pesa, realmente mi pesa, come una condanna a conoscere questa nozione repentina della mia vera identità, di questa che ha sempre viaggiato sonnolenta tra ciò che sente e ciò che vede. (1992, p. 121)
Preferisco una sconfitta consapevole della bellezza dei fiori, piuttosto che una vittoria in mezzo ai deserti, una vittoria colma della cecità dell'anima, di fronte alla sua nullità separata. (2001, p. 128)
Ci sono momenti in cui tutto ci stanca, perfino ciò che potrebbe riposarci, quello che ci stanca perché ci stanca; quello che potrebbe riposarci perché l'idea di ottenerlo ci stanca. (1992, p. 135)
Litania Noi non ci realizziamo mai. Siamo due abissi – un pozzo che fissa il Cielo. (1992, p. 139)
Il tedio... Pensare senza che si pensi, con la stanchezza di pensare; sentire senza che si senta, con l'angoscia del sentire; non volere senza che non si voglia, con la nausea di non volere. (1992, p. 140)
Esiste una stanchezza dell'intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell'emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l'anima. (1992, p. 142)
[...] Ho una intima paura dei gesti da abbozzare, una timidezza intellettuale delle parole da dire. Tutto mi sembra sordido in anticipo.
L'insopportabile tedio di tutti questi visi, ebeti di intelligenza o della mancanza di essa, grotteschi fino alla nausea da quanto sono felici o infelici, orrendi perché esistono, marea separata di cose vive che mi sono estranee... (2001, p. 145)
La vita è un gomitolo che qualcuno ha aggrovigliato. Essa ha un senso se è srotolata e disposta in linea retta, o ben arrotolata. Ma, così com'è, è un problema senza nucleo, un avvolgersi senza un dove attorno a cui avvolgersi. (1992, p. 185).
I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l'ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c'è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l'insoddisfazione per l'esistenza del mondo. (1992, p. 195)
Il peso del sentire! Il peso del dover sentire! (1992, p. 197)
Vivere una vita raffinata e senza passioni, al riparo delle idee, leggendo, sognando e pensando a scrivere; una vita abbastanza lenta da poter essere sempre sul limite del tedio, sufficientemente meditata da non trovarvisi mai. Vivere quella vita lontano dalle emozioni e dai pensieri, soltanto nel pensiero delle emozioni e nell'emozione dei pensieri. Indugiare al sole, doratamente, come un lago oscuro contornato di fiori. Avere, nell'ombra, quell'aristocrazia dell'individualità che consiste nel non insistere con la vita. (2001, p. 203)
Esiste una sonnolenza dell'attenzione che non so spiegare e che spesso mi assale, se è possibile usare questa espressione per una cosa così indefinibile. Cammino per la strada come se fossi seduto e la mia attenzione, pur essendo rivolta su ogni cosa, è inerte come se fosse sotto l'influsso di un corpo in riposo. [...] È la sensazione di una ebbrezza di inerzia, di una sbornia senza allegria né per se stessa né per ciò che l'ha causata. È una malattia che non ha il sogno della convalescenza. È una morte alacre. (2004, p. 204)
I fuochi fatui della nostra putredine, sono almeno luci nelle nostre tenebre. (1992, p. 204)
Non subordinarsi a niente, né a un uomo né a un amore né a un'idea; avere quell'indipendenza distante che consiste nel diffidare della verità e, ammesso che esista, dell'utilità della sua conoscenza. [...] Appartenere: ecco la banalità. Fede, ideale, donna o professione: ecco la prigione e le catene. Essere è essere libero. [...] No: niente legami, neppure con noi stessi! Liberi da noi stessi e dagli altri, contemplativi privi di estasi, pensatori privi di conclusioni, vivremo, liberi da Dio, il piccolo intervallo che le distrazioni dei carnefici concedono alla nostra estasi da cortile. (1992, p. 237)
Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l'idea che ci facciamo di qualcuno. È un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. (1992, p. 237)
Vivere è non pensare. (1992, p. 238)
La felicità è fuori dalla felicità.
Non c'è felicità se non con consapevolezza. Ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla. Sapere è uccidere, nella felicità come in tutto. (fr. 219 (417); 2004, p. 238)
Guardando un cadavere, la morte mi sembra una partenza. Il cadavere mi dà l'impressione di un vestito smesso. Qualcuno se n'è andato e non ha avuto bisogno di portare con sé quell'unico vestito che indossava. (1992, p. 242)
Ho mal di testa e di universo. (1992, p. 243)
Se un giorno la mia capacità espressiva diventasse così vasta da ospitare tutta l'arte, scriverei un'apoteosi del sonno. Non conosco maggior piacere del sonno, la cancellazione totale della vita e dell'anima, il commiato dall'essere e dagli uomini, la notte senza memoria e senza illusione, la mancanza di passato e di futuro. (1992, p. 142)
Un tramonto è un fenomeno intellettuale. (fr. 33 (75); 2018)
Nemmeno dipingendo questo vetro di sogni colorati celo a me stesso il brusio della vita altrui, mentre la guardo, dall'altra parte. (fr. 62 (127); 2018)
Ora le spalle di questo uomo dormono. Lui tutto, che cammina davanti a me con un passo uguale al mio, dorme. È incosciente. Vive incosciente. Dorme, perché tutti dormiamo. La vita intera è un sogno. Nessuno sa cosa fa, nessuno sa quel che vuole, nessuno sa cosa sa. Dormiamo la vita, eterni bambini del Destino. Per questo, se penso con questa sensazione, sento una smisurata e intensa tenerezza per tutta l'umanità infantile, per tutta la vita sociale dormiente, per tutti, per tutto. (fr. 67; 2010)
Credo che ciò che produce in me il profondo sentimento, in cui vivo, di incongruenza con gli altri, sia il fatto che la maggior parte della gente pensa con la sensibilità, mentre io sento con il pensiero.
Per l'uomo comune, sentire è vivere e pensare è saper vivere. Per me, pensare è vivere e sentire non è che il nutrimento del pensare. (fr. 68; 2010)
Mi fanno più pena quelli che sognano il probabile, il legittimo e il vicino di quelli che vaneggiano sul remoto e l'estraneo. Quelli che sognano in grande o sono pazzi e credono a ciò che sognano e sono felici, o sono semplici vaneggiatori, per i quali il vaneggiamento è una musica dell'anima, che li culla senza dire loro niente. Ma chi sogna il possibile ha la possibilità reale della vera delusione. Non mi può pesare un granché il non essere riuscito a diventare imperatore romano, ma può rodermi il fatto di non aver mai neppure rivolto parola alla sartina che, verso le nove, svolta sempre dall'angolo a destra. Il sogno che ci promette l'impossibile già per questo ce ne priva, ma il sogno che ci promette il possibile si intromette nella vita stessa, e a essa delega la propria soluzione. L'uno vive in modo esclusivo e indipendente; l'altro sottomesso alle contingenze di ciò che accade. (fr. 69 (143); 2018)
Dormo quando sogno quello che non c'è; mi sveglio quando sogno quello che può esistere. (fr. 141; 2010)
E se tutti noi (uomini, Dei e mondo) fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa, collocati sempre fuori da ciò che esiste? (fr. 166 (284); 2013)
Il più alto fra noi è solo uno che conosce più da vicino il vuoto e l’incertezza del tutto.
Può essere che ci guidi un'illusione; ma, certamente, non la coscienza. (fr. 177; 2010)
L'esistenza del male non può essere negata, ma la malvagità dell'esistenza del male può non essere accettata. (fr. 250; 2010)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026