Le frasi di «Il profeta muto» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Il profeta muto»
Anche lì, quelli del posto mostravano odio verso gli immigrati; ogni nuovo povero che arrivava – e ogni settimana ne arrivavano – era accolto con la stessa ostilità con cui un tempo loro stessi erano stati accolti.
Aveva appena superato una barriera. Grazie a un ridicolo esame era ormai socialmente abile. Poteva diventare tutto: un difensore dell'umanità, ma anche il suo oppressore; un generale e un ministro; un cardinale, un uomo politico, un tribuno del popolo.
Solo negli occhi di alcuni studenti ebrei brillava un'intelligente, astuta o anche folle afflizione. Ma era la tristezza del sangue, di tutt'un popolo, trasmessa in eredità all'individuo e da questi acquisito senza rischio.
E, simili a due giovanotti di mondo, parlarono di cravatte, cappelli, giacche a doppio petto e a un petto, come se non ci fosse la guerra e come se non fossero lì per aspettare la rivoluzione.
È più facile morire per le masse che viverci insieme.
La vita sta nei concetti come un bambino cresciuto negli abiti troppo corti. Un'unica ora di vita è fatta di migliaia di inesplicabili impulsi dei nervi, dei muscoli, del cervello, e un'unica, grossa, vuota parola pretende di esprimerli tutti.
«È misterioso,» disse Berzejev a Friedrich quando furono nella loro camera d'albergo «come i singoli, che però formano la massa, rinuncino alle loro qualità, perdano persino i loro istinti primari. Il singolo ama la propria vita e teme la morte. Tutti insieme fanno spreco della vita e disprezzano la morte. Il singolo non vuole andar soldato né pagare le tasse. Insieme, vanno volontari e vuotano le loro tasche. E una cosa è autentica come l'altra».
Non era in grado di capire la stretta relazione fra patriottismo e rischio della vita. Non si rendeva conto che la morte, e non l'offerta di un diversivo, era l'immediata conseguenza della guerra. A stento sapeva – come del resto molti suoi pari – che la locuzione «Caduto sul campo dell'onore» significava anche l'irrimediabile fine del caduto.
Se le dico che non andrò soldato per combattere a pro del Suo Francesco Giuseppe, dell'industria bellica francese, dello Zar, del Kaiser Guglielmo, non è che io tema per la mia vita, ma che la voglio conservare per una guerra migliore. Questa guerra io l'aspetterò in Svizzera. Sarà una guerra contro la società, contro le patrie, contro i poeti e i pittori che frequentano la Sua casa, contro le care famiglie, contro la falsa autorità dei padri e la falsa ubbidienza dei figli, contro il progresso e contro la Sua emancipazione, insomma contro la borghesia.
C'era la parola «libertà»! Una parola incommensurabile come il cielo, irraggiungibile da mano umana come un astro. Eppure creata dalla brama degli uomini, che hanno sempre e sempre di nuovo cercato di afferrarla, e intrisa del sangue vermiglio di milioni di morti.
Con quella fulminea intelligenza di cui si è dotati solo nei momenti di pericolo mortale, lui comprese le leggi sconosciute della strategia militare.
Non sapeva che i corrispondenti di dieci grandi giornali telegrafavano il suo nome ogni volta che non sapevano cos'altro comunicare, e che di lui s'impadroniva la potente macchina dell'opinione pubblica, quel meccanismo che fabbrica sensazioni, il materiale grezzo della storia mondiale.
Non sapeva che per fare buoni affari ci volevano generazioni di gente martoriata e pogromizzata, di avi rinchiusi nel ghetto e costretti a fare i banchieri.
Come gli ebrei, che si voltano sempre a oriente quando pregano, i rivoluzionari andavano sempre verso destra quando cominciavano a esercitare un'attività pubblica.
La rivoluzione restava sempre a sinistra, solo i suoi rappresentanti si spostavano sempre a destra.
Imparò a conoscere per la prima volta in vita sua la malattia, la benefica coercizione delle sue mani delicate, la sensazione meravigliosamente ingannevole di potersi alzare, ma di non volersi sollevare dal letto, la capacità di stare disteso e allo stesso tempo di librarsi, la forza che viene dall'abbandono come la grazia dalla sventura, e il muto dialogo con il cielo, che vasto e grigio empiva la finestra della stanza situata in alto, unico ospite dal mondo esterno.
La fisarmonica riversava allegre marce nella sala illuminata, era lo strumento della sfrenata malinconia.
La gioia di avere un tempo sofferto per una grande idea e per l'umanità continua a determinare le nostre decisioni anche dopo molto tempo che il dubbio ci ha reso chiaroveggenti, consapevoli e senza speranza.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026