Le frasi di «Il Silmarillion» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Il Silmarillion»
Fra tutti gli Ainur, a Melkor erano state concesse le massime doti di potenza e di conoscenza, ed egli partecipava anche di tutti i doni fatti ai suoi fratelli. Spesso se n'era andato da solo nei luoghi vuoti alla ricerca della Fiamma Imperitura, poiché in lui cresceva bruciante il desiderio di portare all'Essere cose proprie, e gli sembrava che Ilúvatar non avesse alcun pensiero per il Vuoto, e la sua vacuità lo irritava. Tuttavia non trovò il Fuoco giacché esso è con Ilúvatar. Standosene solo, aveva però iniziato a concepire pensieri propri, diversi da quelli dei suoi fratelli. (Ainulindalë; 2016, p. 49)
Questo sarà il mio regno; e io gli do nome intitolando a me stesso! (Melkor, Ainulindalë; 2016, p. 57)
La sua invidia crebbe allora enorme dentro di lui; e anch'egli assunse forma visibile, ma, a causa del suo umore e della malvagità che gli bruciava dentro, quella forma fu oscura e terribile. Ed egli calò su Arda, maggiore, per potenza e per maestà, di ogni altro Valar, come una montagna che avanzi nel mare ergendo il capo sopra le nubi e sia rivestita di chiaccio e coronata di fumo e di fuoco; e la luce degli occhi di Melkor fu come una fiamma che consuma con il calore e che trafigge con un freddo mortale. (Ainulindalë; 2016, p. 59)
Nel principio Eru, l'Uno, che nella lingua elfica è detto Ilúvatar, creò gli Ainur dalla propria mente; e gli Ainur intonarono una Grande Musica al suo cospetto. In tale Musica, il mondo ebbe inizio, poiché Ilúvatar rese visibile il canto degli Ainur, e costoro lo videro quale una luce nell'oscurità. E molti di loro si innamorarono della sua bellezza e della sua vicenda che videro cominciare e svolgersi come in una visione. Per tale ragione Ilúvatar conferi Essere alla loro visione, e la collocò in mezzo al Vuoto, e il Fuoco Segreto fu inviato ad ardere nel cuore del Mondo; e questo fu chiamato Eä.
In principio Eru, l'Unico, che nella lingua elfica è chiamato Ilúvatar, creò gli Ainur dal proprio pensiero; ed essi fecero una Grande Musica al suo cospetto. In questa Musica, il Mondo fu cominciato giacché Ilúvatar rese visibile il canto degli Ainur ed essi lo videro come una luce nell'oscurità. E molti fra loro s'innamorarono della sua bellezza e della sua storia che videro cominciare e svolgersi come in una visione. Per questa ragione Ilúvatar conferì Essere alla loro visione e la collocò in mezzo al Vuoto, e il Fuoco Segreto fu inviato ad ardere nel cuore del Mondo; e questo fu chiamato Eä. (Valaquenta; 2016, p. 63)
Melkor consumò [...] il proprio spirito nell'invidia e nell'odio fino a che alla fine non riuscì a fare altro se non deridere il pensiero di altri di cui distruggeva, quando poteva, ogni opera. (Valaquenta; 2016, p. 67)
Per arroganza, dallo splendore decadde al disprezzo di tutte le cose salvo se stesso, spirito funesto e impietoso. Trasformò l'intellezione in sottigliezza pervertendo alla propria volontà quanto poteva servirgli, fino a che divenne un bugiardo privo di qualsiasi vergogna. Cominciò con il desiderio della Luce, ma quando non riuscì a possederla esclusivamente per sé, calò, tra fuoco e ira, dentro un grande incendio, giù nell'Oscurità. E soprattutto dell'oscurità si servì per le sue opere malvagie su Arda, e la colmò di terrore per tutte le creature viventi. [...] Molti dei Maiar, infatti, vennero attratti dal suo splendore nei giorni della sua grandezza e gli rimasero fedeli anche quando egli decadde nella sua oscurità; e altri ne corruppe in seguito, asservendoseli con menzogne e con doni ingannevoli. Tremendi fra questi spiriti furono i Valaraukar, i flagelli di fuoco che nella Terra di Mezzo furono chiamati Balrog, i demoni del terrore. (Valaquenta; 2016, pp. 73-74)
Fra i servi del Nemico che hanno nomi, il massimo era lo spirito che gli Eldar chiamavano Sauron, ovvero Gorthaur il Crudele, che in origine era dei Maiar di Aulë e che continuò ad avere grande parte nella tradizione di quel popolo.
In tutte le trame di Melkor, il Morgoth in Arda, in tutte le sue diramate opere e negli intrighi della sua malizia, Sauron aveva parte, ed era meno perfido del suo padrone solo in quanto a lungo aveva servito un altro anziché se stesso.
Ma in tardi anni si levò, simile ad ombra di Morgoth, e lo seguì passo passo, lungo il rovinoso sentiero che lo trasse giù nel Vuoto. (Valaquenta; 1978)
Chi infatti dei viventi è mai disceso nelle voragini di Utumno o ha sondato l'oscurità dei pensieri di Melkor? Eppure i sapienti di Eressëa sono certi che tutti coloro dei Quendi che caddero nelle mani di Melkor furono imprigionati in Utumno prima che esso fosse distrutto e che per mezzo di lente arti crudeli vennero corrotti e resi schiavi; e così Melkor generò l'orrenda razza degli Orchi che sono un atto d'invidia e di scherno verso gli Elfi, dei quali in seguito furono i nemici più irriducibili. Gli Orchi infatti prendevano vita e si moltiplicavano nello stesso modo dei Figli di Ilúvatar; e dal momento in cui si ribellò nello Ainulindalë prima del Principio, Melkor non poté più creare nulla che avesse vita propria, né parvenza di essa: così dicono i sapienti. E nel profondo dei propri cuori oscuri, gli Orchi detestavano il Signore che servivano nella paura, artefice solo della loro miseria. Fu forse questa l'azione più abietta di Melkor e la più odiosa a Ilúvatar. (Quenta Silmarillion; 2016, pp. 104-105)
Ora, in cuor suo Melkor odiava sommamente gli Eldar, sia perché erano limpidi e gioiosi, sia perché in essi vedeva la ragione dell'ascesa dei Valar e quella della propria caduta. Soprattutto nei loro confronti fingeva quindi amore cercandone l'amicizia, e offriva loro i servigi della propria sapienza e della propria fatica in qualsiasi grande impresa cui si accingessero. In verità, i Vanyar lo consideravano con gran sospetto, poiché essi dimoravano alla luce degli Alberi ed erano contenti; e ai Teleri Melkor prestò scarsa attenzione, ritenendoli di infimo valore, strumenti troppo deboli per i suoi disegni. I Noldor, però, erano attratti da ciò che ancora non conoscevano e che egli era in grado di rivelare loro; e alcuni prestarono orecchio a parole che sarebbe stato meglio per loro mai avere udito. (Quenta Silmarillion; 2016, p. 131)
Allora Melkor bramò i Silmaril, e la memoria stessa della loro radianza fu un fuoco che gli smangiava il cuore. Da quel momento, infiammato da tale brama, tanto più alacremente si mise alla ricerca del modo di distruggere Fëanor e di metter fine all'amicizia tra i Valar e gli Elfi; ma dissimulò i suoi propositi con astuzia, e nulla della sua malizia traspariva dal suo sembiante. A lungo fu all'opera, e dapprima lente e vane furono le sue fatiche. Ma colui che semina, alla fine riuscirà bene a raccogliere, e presto potrà riposarsi dalla fatica, mentre altri raccolgono e seminano in sua vece. Sempre Melkor trovava orecchie disposte a udirlo, nonché lingue pronte a diffondere i suoi detti; e le sue menzogne passavano da amico ad amico, a guisa di segreti la cui conoscenza costituisca la riprova della saggezza di chi li propala. Amaramente i Noldor avrebbero scontato la follia delle loro orecchie troppo ben disposte, nei giorni che sarebbero venuti. (Quenta Silmarillion; 2016, pp. 134-135)
Morgoth forgiò per se stesso una grande corona di ferro e si autonominò Re del Mondo. A prova del che, incastonò i Silmaril nella propria corona. Le sue mani erano nere di ustioni per via del contatto con quei sacrosanti gioielli, e nere sempre rimasero; né mai più Morgoth si liberò del dolore delle scottature e dell'irritazione che gliene veniva. La corona, mai se la tolse di capo, benché il suo peso divenisse angoscioso fardello. E solo una volta si dipartì, per breve tempo e in segreto, dal suo settentrionale dominio; anzi, ben di rado usciva dai luoghi profondi della sua roccaforte, governando i propri eserciti dal suo trono iperboreo. E, anche, solo una volta egli stesso maneggiò armi, finché il suo regno durò. (Quenta Silmarillion; 2016, p. 157)
Mai più alle mie orecchie risuoni la lingua di coloro che in Alqualondë hanno sterminato i miei consanguinei! Né sia più pubblicamente parlata nel mio regno, finché io sieda su questo trono. Tutti i Sindar devono essere informati del mio ordine di non usare la favella dei Noldor né di rispondere a chi con essa si rivolga loro. E chiunque vi faccia ricorso, sarà considerato fratricida e traditore impenitente. (Thingol, Quenta Silmarillion; 2016, p. 241)
Sauron era divenuto uno stregone di spaventosa potenza, padrone di ombre e fantasmi, di tenebrosa sapienza e crudelissima forza, tanto da deformare tutto ciò che toccava e stravolgere tutto ciò che governava, signore di lupi mannari; il suo dominio era perenne tormento. (Quenta Silmarillion; 2016, p. 286)
Piccolo prezzo, il tuo, per un tradimento di tal fatta. (Sauron, Quenta Silmarillion; 2016, p. 298)
Citazioni sul Silmarillion
Ha aperto una finestra completamente nuova, mettendo Il Signore degli Anelli in una prospettiva più nuova e più ampia. (Verlyn Flieger)
JRRT era una persona molto colta. Approvo la decisione del figlio di "grattare i cassetti" del padre. La "mitologia" che è stata così ritrovata, e che è esposta soprattutto nel Silmarillion, è come l’Antico Testamento di una "Bibbia" di cui il Signore degli Anelli è il Nuovo Testamento. E proprio come, in confronto all’Antico, io trovo banale il Nuovo Testamento, così trovo banale il Signore degli Anelli se confrontato col Silmarillion: è una favola, anzi una favolina affetta da "buonismo". (Francesco Saba Sardi)
Nelle non c’è mai stata una divisione nettissima tra bene e male, non sono opere in bianco e nero. In particolare nel Silmarillion ci sono molte aree grigie, e appresso molto una conversazione su questo aspetto. (Ted Nasmith)
Quando ho realizzato le illustrazioni per il Silmarillion ho avuto un carteggio diretto con Christopher Tolkien per discutere di cosa volesse vedere illustrato ma devo dirti che fu molto rispettoso del mio lavoro lasciandomi estrema libertà. Gli proposi moltissimi soggetti sotto forma di miniature e da lì selezionammo cosa realizzare. (Ted Nasmith)
Masolino D'Amico
È leale dire subito che capita di rado a un libro complesso come il Silmarillion di Tolkien [...] di potersi avvalere di un lavoro di traduzione-interpretazione intelligente e amorevole come quello compiuto da Francesco Saba Sardi. È leale anche aggiungere che questo stesso libro [...] non soltanto ha avuto tutti gli onori della stampa, ma, il che in un certo senso conta di più, si è immediatamente insediato in vetta alle classifiche dei più venduti.
Il Silmarillion è, come «libro da leggere», faticosissimo, per non dire impossibile. Del resto, non era neppure destinato alla pubblicazione. Se ne era sentito parlare; si sapeva che l'autore del Signore degli Anelli, già salutato dal suo amico Auden come il creatore di un mondo intero, con moltissime e varie razze nonché una sua storia, una sua lingua, una sua mitologia, teneva nel cassetto, di quel mondo, gli antecedenti, anzi, per così dire, i testi sacri. Ora che il figlio di Tolkien, Christopher, ha aperto il cassetto paterno, apprendiamo che le coordinate dei popoli e del mondo in questione cominciarono ad essere tracciate addirittura una quarantina d'anni prima del libro famoso; che per tutta la vita Tolkien, insomma, continuò segretamente a mettere insieme le basi da cui la storia del Signore degli Anelli scaturì.
Perché illeggibile questo libro, che abbiamo accostato addirittura alla Bibbia? Ma perché creando dei finti testi sacri, Tolkien si comportò come del resto richiedeva l'ispirazione alla letteratura altomedievale nordica dalla quale aveva preso le mosse (e che insegnava a Oxford). E cioè, non si abbandonò al piacere di descrivere personaggi; represse il suo incantevole senso dell'umorismo; assunse toni uniformemente solenni e criptici; sgranò elenchi di nomi, ètimi, parentele, dinastie. In una parola, non narrò; lasciò i fatti nudi, schematici e innumerevoli come in una serie di iscrizioni votive. I cinque blocchi che trattano le vicende dei tre Silmaril non vanno quindi etichettati come racconti; sono qualcosa di forse più alto e ambizioso, certo di diverso.
Concludendo: una manna, o meglio, una minera, per i convertiti. Ma probabilmente un osso duro da rodere per i neofiti, che faranno meglio ad accostarsi a Tolkien lungo le strade già note.
Colin Duriez
Ovviamente, numerosi lettori di Tolkien hanno percorso le vie de Il Silmarillion: molti lo trovano stranamente diverso dalle altre opere più popolari prodotte dallo stesso autore; altri, benché sopraffatti dal proliferare di nomi e di luoghi nuovi, vengono attratti dal senso di profondità e di ricchezza che lo pervade e dal fatto che da esplorare ci sia ben più che un mondo intero.
Nella propria mente, Tolkien associò sempre Edith a uno dei primi personaggi letterari creati per uno dei racconti da cui si svilupperà Il Silmarillion: Lúthien. Per Tolkien quel racconto aveva un significato tanto personale che quello di Lúthien e del suo amato Beren divennero i soprannomi di Edith e di se stesso. L'idea della storia era legata a un incidente occorso a Edith e a Tolkien, in seguito al quale i due si trovarono a vagare in un boschetto nel Roos, a settentrione dell'estuario dell'Humber. Lì, fra le betulle, Edith danzò e cantò per lui. E, nel racconto, Beren incontra Lúthien che danza fra le betulle dei boschi di Neldoreth. Sia per Beren che per Tolkien, ciò evocava un tempo di ricordi legati a un pericolo: Tolkien stava infatti per partire alla volta dei campi di battaglia della Prima guerra mondiale. Quando morì nel 1971, sulla pietra tombale di Edith Tolkien aggiunse il nome «Lúthien».
Di fatto, la maggior parte del ciclo di leggende di cui si compone Il Silmarillion era già stato costruito prima del 1930: prima della redazione e della pubblicazione de Lo Hobbit, il precursore de Il Signore degli Anelli. In questi due libri vi sono numerosi riferimenti a vicende di cui tratta Il Silmarillion: rovine di luoghi un tempo maestosi, siti di battaglie antiche, nomi strani e splendidi di un passato lontano, e spade elfiche forgiate a Gondolin, prima della sua caduta, per le Guerre contro gli orchi.
Il Silmarillion si basa sul lavoro lasciato incompleto da Tolkien e del resto non intende affatto suggerire l'idea di un'opera compiuta, ancorché la curatela editoriale di cui il figlio l'ha fatto oggetto sia altamente specialisticia e fedele alle intenzioni del padre. La natura incompiuta del volume è del tutto evidente in parecchi racconti indipendenti che in esso sono contenuti, come per esempio quello di Beren e della fanciulla elfica Lúthien, quello di Túrin Turambar, quello di Tuor, quello relativo alla Caduta di Gondolin e quello di Eärendil il marinaio. Di fatto, questi casi rappresentano dei riassunti di narrazioni intese di dimensioni assai più ampie e più dettagliate, ma mai portate a termine. Per i lettori, dunque, la natura sommaria e condensata di gran parte de Il Silmarillion pubblicato presenta delle difficoltà, rappresentate dalla enorme quantità di nomi con cui non si ha familiarità.
Gaia Servadio
The Silmarillion fa la cronaca di come venne dato un ordine al mondo del Valar sotto il comando di Dio (in incognito, ma riconoscibile anche con il nome di Eru Iluvatar); dei due alberi e della loro distruzione voluta dal gigantesco ragno Ungoliant; dei gioielli che preservano la luce degli alberi; del giuramento orribile di Feanor e dei suoi figli e delle guerre senza fine; degli eroismi di uomini contro uomini, Elves contro Elves, uomini contro Elves; tutte le forme crudeli di Morgoth, il primo padronenero che visse nella media terra, e come gli altri Elves lo combatterono per riconquistare i Silmaril. Siamo poi alla caduta degli dei, la Akallabeth, nella seconda era.
The Silmarillion non era un libro, era lhumus al quale Tolkien attingeva da anni, sul quale costruiva la complicata mitologia usata negli altri suoi volumi. Ed ecco perché The Silmarillion, al quale Tolkien lavorava da più di cinquant'anni, non era finito e non poteva essere finito. Il linguaggio usato inoltre è particolarmente monotono, e il continuo, esasperante uso di nomi inventati difficili da memorizzare e da seguire; è aggravato dal fatto che il lettore non trova protagonisti ai quali «allacciarsi».
Questa cronaca di ere antiche e distanti, tra laghi purissimi e montagne spaventose, non dà senso di spazio e di conquista. I lunghi brani di descrizione, in elaborato lessico biblico-wagneriano, sono scritti nello stesso stile del parlato, per cui queste valchirie e questi giganti del bene e del male parlano come il testo e sono tutti identici.
Christopher Tolkien
Il Silmarillion non era mai stato dato alle stampe (sebbene certi accenni al suo contenuto possano essere reperiti nel Signore degli Anelli) e durante la sua lunga esistenza mio padre non l'ha mai accantonato né ha cessato di lavorarvi nemmeno negli ultimi anni. In tutto questo tempo, Il Silmarillion, concepito come un'ampia struttura narrativa unitaria, ha subito relativamente pochi rimaneggiamenti di rilievo; già molto tempo fa era divenuto una tradizione immutabile, fondamento di scritti successivi. Ciò non toglie che fosse ben lungi dall'essere un testo cristallizzato ed esso non è rimasto immutato neppure per quel che attiene a certe idee fondamentali circa la natura del mondo che rappresenta, mentre le stesse leggende venivano rinarrate in forme più lunghe o più brevi e con stili diversi. Con il passare degli anni, mutamenti e varianti, relativi a particolari o di respiro più ampio, hanno assunto una complessità tale, e sono divenuti così numerosi e pluristratificati, da far sembrare impossibile una versione conclusiva e definitiva.
Alla morte di mio padre è ricaduta sul sottoscritto la responsabilità di tentare di conferire all'opera forma tale da renderla pubblicabile. Mi è però risultato subito evidente che lo sforzo inteso a presentare, in un unico volume, materiali così disparati – vale a dire di offrire Il Silmarillion qual è veramente, una creazione continua che si è sviluppata lungo oltre mezzo secolo – non avrebbe che ingenerato confusione, obnubilando quanto vi è di essenziale. Ragion per cui mi sono accinto a elaborare un testo unico, scegliendo e ordinando i materiali in modo tale da attribuire loro l'aspetto di un insieme narrativo più coerente e privo di contraddizioni possibile.
Il lettore non si aspetti di trovare coerenza assoluta (né nell'ambito del Silmarillion stesso, né tra esso e altri scritti di mio padre già pubblicati), che del resto potrebbe essere raggiunta soltanto a prezzo assai caro e oltretutto inutile. Inoltre, mio padre era giunto a intendere Il Silmarillion come una compilazione, un compendio narrativo steso tardivamente sulla scorta di fonti assai diverse (poemi, annali, racconti di tradizione orale) trasmesse per retaggio antichissimo; ed è una concezione che trova un esatto parallelo nella storia effettiva del libro, sottesa al quale è una gran quantità di prose e di poesie precedenti, così che esso è, entro certi limiti, una silloge, tale di fatto e non soltanto in via retorica.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026