Frasi

Frasi di «Iliade»

35 citazioni dal libro di Omero

Le frasi di «Iliade» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Iliade»

Il sogno viene da Zeus. (lib. I, v. 63)
Prima i giumenti e i presti veltri assalse, / poi le schiere a ferir prese, vibrando / le mortifere punte; onde per tutto / degli esanimi corpi ardean le pire. (lib. I, vv. 65-69; 1825)
Crise, il re sommo Agamennón mi manda / a ti render la figlia, e offrir solenne / un'ecatombe a Febo, onde gli sdegni / placar del nume che gli Achei percosse / d'acerbissima piaga. (Ulisse al padre di Criseide: lib. I, vv. 584-588; 1825)
Tutti ancora dormìan per l'alta notte / i guerrieri e gli Dei; ma il dolce sonno / già le pupille abbandonato avea / di Giove che pensoso in suo segreto / divisando venìa come d'Achille, / con molta strage delle vite argive, / illustrar la vendetta. (lib. II, vv. 1-7; 1825)
S'alzò, si mise a sedere, indossò il chitone delicato, / bello, pulito, intorno si mise un largo mantello, / ai piedi vigorosi calzò i sandali belli, / alle spalle si appese la spada con le borche d'argento; / prese infine lo scettro paterno, per sempre durevole; / e si recò con questo alle navi degli Achei vestiti di bronzo. (lib. II, vv. 42-47; 1999)
Tu codardo, tu imbelle, e nei consigli / nullo e nell'armi. (Ulisse a un uomo del popolo: lib. II, vv. 262-263; 1825)
Poiché sotto i lor duci ambo schierati / gli eserciti si fur, mosse il troiano / come stormo d'augei, forte gridando / e schiamazzando, col romor che mena / lo squadron delle gru, quando del verno / fuggendo i nembi l'oceàn sorvola / con acuti clangori, e guerra e morte / porta al popol pigmeo. (lib. III, vv. 1-8; 1825)
Incostante, com'aura, è per natura / de' giovani il pensier. (lib. III, vv. 142-143; 1825)
Nell'auree sale dell'Olimpo accolti / intorno a Giove si sedean gli Dei / a consulta. Fra lor la veneranda / Ebe versava le nettaree spume, / e quelli a gara con alterni inviti / l'auree tazze vôtavano mirando / la troiana città. (lib. IV, vv. 1-7; 1825)
Allor Palla Minerva a Dïomede / forza infuse ed ardire, onde fra tutti / gli Achei splendesse glorïoso e chiaro. / Lampi gli uscìan dall'elmo e dallo scudo / d'inestinguibil fiamma, al tremolìo / simigliante del vivo astro d'autunno, / che lavato nel mar splende più bello. (lib. V, vv. 1-7; 1825)
Soli senz'alcun Dio Teucri ed Achei / così restaro a battagliar. Più volte / tra il Simoenta e il Xanto impetuosi / si assaliro; più volte or da quel lato / ed or da questo con incerte penne / la Vittoria volò. (lib. VI, vv. 1-6; 1825)
Siede nel fondo del paese argivo / Efira, una città, natìa contrada / di Sisifo che ognun vincea nel senno. (Glauco a Diomede: lib. VI, vv. 187-189; 1825)
Quale delle foglie, / tale è la stirpe degli umani. Il vento / brumal le sparge a terra, e le ricrea / la germogliante selva a primavera. (lib. VI, vv. 180-183; 1825)
Quando in ciel tersa è la Luna, / e tremole e vezzose a lei dintorno / sfavillano le stelle, allor che l'aria / è senza vento, ed allo sguardo tutte / si scuoprono le torri e le foreste / e le cime de' monti; immenso e puro / l'etra si spande, gli astri tutto il volto / rivelano ridenti, e in cor ne gode / l'attonito pastor. (lib. VIII, vv. 762-770)
Odio al par della porte atre di Pluto / colui ch'altro ha sul labbro, altro nel core. (Achille: lib. IX, vv. 400-401; 1825)
Se d'un compagno / mi comandate a senno mio l'eletta, / come scordarmi del divino Ulisse, / di cui provato è il cor, l'alma costante / nelle fatiche, e che di Palla è amore? / S'ei meco ne verrà, di mezzo ancora / alle fiamme uscirem; cotanto è saggio. (Diomede a Menelao: lib. X, vv. 311–317; 1825)
Oltre sua possa, / benché abbondi il voler, nessuno è forte. (lib. XIII, vv. 1015-1016; 1825)
È dolce e bello / morir pugnando per la patria. (lib. XV, vv. 617-618; 1825)
Stretti insieme / resistono gli Achei siccome aprico / immane scoglio che nel mar si sporge, / e de' venti sostiene e del gigante / flutto la furia che si spezza e mugge: / tali a piè fermo sostenean gli Achei / l'urto de' Teucri. (lib. XV, vv. 782-785; 1825)
Or puoi / menar gran vampo, Ettorre, or che ti diero / di mia morte la palma Apollo e Giove. / Essi, non tu, m'han domo; essi m'han tratto / l'armi di dosso. Se pur venti a fronte / tuoi pari in campo mi venìan, qui tutti / questo braccio gli avrìa prostrati e spenti. / Ma me per rio destin qui Febo uccide / fra gl'Immortali, e tra' mortali Euforbo, / tu terzo mi dispogli. Or io vo' dirti / cosa che in mente collocar ben devi: / breve corso a te pur resta di vita: / già t'incalza la Parca, e tu cadrai / sotto la destra dell'invitto Achille. (Patroclo a Ettore: lib. XVI, vv. 1190-1203; 1825)
L'evento / su le ginocchia degli Dei s'asside. (lib. XVII, vv. 646-647; 1825)
Non parlarmi d'accordi, abbominato / nemico, ripigliò torvo il Pelìde: / nessun patto fra l'uomo ed il lïone, / nessuna pace tra l'eterna guerra / dell'agnello e del lupo, e tra noi due / né giuramento né amistà nessuna, / finché l'uno di noi steso col sangue / l'invitto Marte non satolli. (Achille a Ettore: lib. XXII, vv. 329-336; 1825)
Ma non fia per questo / che da codardo io cada: periremo, / ma glorïosi, e alle future genti / qualche bel fatto porterà il mio nome. (Ettore: lib. XXII, vv. 383-386; 1825)
Ben lo previdi che pregato indarno / t'avrei, riprese il moribondo Ettorre. / Hai cor di ferro, e lo sapea. Ma bada / che di qualche celeste ira cagione / io non ti sia quel dì che Febo Apollo / e Paride, malgrado il tuo valore, / t'ancideranno su le porte Scee. (Ettore ad Achille: lib. XXII, vv. 456-462; 1825)
Con l'astuzia riesce il molto più bravo che colla forza, con l'astuzia pure il pilota sul mare purpureo dirige la nave sbattuta dai venti, e con l'astuzia un auriga vince un auriga. Un altro, fidando nella bontà dei cavalli e del carro, gira in tondo sbadatamente di qua e di là, fa sbandare nella corsa i cavalli e non riesce a frenarli; quegli invece che sa badare al suo vantaggio, anche guidando cavalli inferiori, ha sempre di mira la meta e fa la voltata stretta, né si svia da come da principio prese a guidare con le redini di cuoio, ma tiene sicuro il suo cammino e tiene d'occhio il competitore che lo precede. (lib. XIII, 1919)
Tu d'anni e di virtù mi vinci, / e dell'etade giovanil ben sai / i difetti: cuor caldo e poco senno. (lib. XXIII, vv. 746-748; 1825)
Nell'uom pose il Fato alma soffrente. (lib. XXIV, v. 66; 1825)
Si rivolga adesso / alla mensa il pensier, ch'anco l'afflitta / Nìobe del cibo ricordossi il giorno / che dodici figliuoi morti le furo. (lib. XXIV, vv. 762-765; 1825)
Esaudì Giove il prego, e il più perfetto / degli augurii mandò, l'aquila fosca, / cacciatrice, che detta è ancor la Bruna. (lib. XXIV, vv. 402-404; 1825)

Citazioni sullIliade

In altri tempi mi dieder da bere che nel leggerlo ci provavo gusto, ma quel continuo ripeter battaglie simili tutte, quegli dei che sempre si adoperano per non concluder mai nulla, quell'Elena causa della guerra e che riesce appena ad essere un'attrice della commedia, quella Troia assediata e non presa, tutto ciò mi annoiava a morte. Qualche volta ho chiesto a gente dotta, se quella lettura li annoiasse quanto me: tutti i sinceri mi hanno confessato che il libro cadeva loro di mano, ma che tuttavia conviene averlo in biblioteca come un monumento dell'antichità e come quelle medaglie arrugginite che non possono aver corso.
Io non discuterò se l'Iliade e l'Odissea siano dello stesso autore, in quanto, se io convinco il lettore che l'Odissea fu scritta da una donna e in Sicilia, va da sé che non fu scritta da Omero, giacché non vi può essere dubbio sul sesso dello scrittore dell'Iliade. Gli stessi criteri che ci obbligheranno ad attribuire l'Odissea a una donna, vietano qualsiasi altra conclusione, eccetto quella che l'Iliade fu scritta da un uomo.
LIliade e lOdissea [...] rimasti esemplari per tutta l'epopea occidentale sino ai tempi più recenti, sino al Goethe e al Pascoli.
L'Iliade fu sempre il poema de' valorosi. Sono ancor celebri le generose lagrime d'Alessandro sulla tomba di Achille; ed è pure fra gli uomini divulgato che quel grande conquistatore solea chiamare l'Iliade il viatico delle sue spedizioni.
Omero descrive amicizie maschili di intensità affettiva così forte da far inevitabilmente pensare a legami ben diversi da una semplice solidarietà fra compagni d'arme: e l'amicizia che a questo punto è quasi di prammatica citare è quella fra Achille e Patroclo. Un rapporto così forte da far sì che Achille, dopo la morte di Patroclo, dichiari di avere un solo scopo di vita: dopo aver vendicato l'amico, giacere con lui nella stessa fossa, per sempre, unito a lui nella morte come gli era stato in vita. Un rapporto assai diverso da quello che Achille aveva avuto con Briseide, la schiava concubina che Agamennone gli aveva sottratto quando era stato privato della schiava Criseide. Le schiave erano compagne intercambiabili: come dimostra, appunto, il gesto di Agamennone che si consola immediatamente sostituendola con un'altra, della perdita di Criseide. Il legame tra Achille e Patroclo, invece, era insostituibile.
Tutta lIliade è impregnata di luce cristiana.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026