Le frasi di «Intervista con la storia» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Intervista con la storia»
[...] ogniqualvolta gli rivolgevo una domanda precisa , si irrigidiva e sfuggiva come un'anguilla. Un'anguilla più ghiaccia del ghiaccio. Dio, che uomo di ghiaccio. Per tutta l'intervista non mutò mai quella espressione senza espressione, quello sguardo ironico o duro, e non alterò mai il tono di quella voce monotona, triste, sempre uguale.
Pesava ogni frase fino al milligrammo, non gli scappava nulla che non intendesse dire, e ciò che diceva rientrava sempre nella meccanica di una utilità.
Poi, un anno dopo, Kissinger divenne segretario di Stato al posto di Rogers. A Stoccolma, gli dettero perfino il premio Nobel per la Pace. Povero Nobel. Povera Pace.
La sera andava a letto assai tardi. Fino alle due del mattino non dormiva mai. Addormentandosi lasciava la radio accesa, così la radio restava accesa anche mentre dormiva. Era così abituato a dormire con la radio accesa, anzi a distinguer nel sonno la musica delle parole, che quando la musica cessava e il notiziario incominciava lui apriva subito gli occhi e ascoltava con lucida mente. Non credessi con ciò, tuttavia, che non sapesse apprezzare la vita. A volte giocava a tennis, andava a cavallo, e tre o quattro volte la settimana si faceva proiettare un film. Storie sentimentali, western, judo e karaté. L'unica cosa che non aveva tempo di fare era leggere.
Niente in lui denunciava la diabolica astuzia grazie a cui è rimasto fino a oggi un tiranno protetto da un esercito di un milione di uomini e da un corpo di polizia che semina stragi.
Sembrava così piccolo, così perduto, così solo. Sembrava il simbolo stesso di un paese schiaccato, sfruttato, umiliato dagli interessi di chi fa e disfa il destino altrui come un balocco.
Era l'uomo il cui nome veniva pronunciato più spesso durante la guerra in Vietnam. E non perché fosse il ministro della Difesa ad Hanoi, il comandante in capo delle Forze Armate, il vice primo ministro, ma perché era colui che aveva sconfitto i francesi a Dien Bien Phu. Gli americani vivevan nell'incubo di una nuova Dien Bien Phu e, appena le cose andavano peggio, si diceva: «È Giap che prepara una nuova Dien Bien Phu». Oppure, semplicemente: «È Giap».
I bambini li spaventi sussurrando «Ora chiamo l'orco». Gli americani li spaventavi sussurrando «Ora viene Giap».
Maestro del sabotaggio, usava dire che la guerriglia avrebbe sempre avuto ragione delle armi moderne. E va da sé che a Dien Bien Phu aveva vinto coi cannoni. Cento cannoni trasportati dai vietminh pezzo per pezzo, sulle spalle, con le biciclette, in marce forzate e senza cibo. Se Dien Bien Phu era costata ai francesi dodicimila morti, a Giap era costata ben quarantacinquemila morti.
Alla sua durezza non era estraneo il cinismo e infatti aveva ben poco in comune con gli austeri marxisti di Hanoi. Indossava sempre uniformi nuove e ben stirate, abitava in una bella palazzina coloniale, costruita dai francesi, possedeva un'automobile con le tendine, e s'era riposato con una bella ragazza di molti anni più giovane di lui. Insomma, non conduceva affatto l'esistenza di un monaco o di un Ho Chi Minh.
Gli occhi eran gli occhi più intelligenti, forse, che avessi mai visto. Acuti, astuti, ridenti, crudeli: tutto. Brillavano quanto due gocce di luce, bucavano quanto due coltelli affilati, e trasmettevano una tal sicurezza. Una tale autorità.
[...] puoi dire ciò che vuoi su Sihanouk: che è un atroce bugiardo, uno squinternato, un imbroglione, un avventuriero, una macchietta internazionale; ma anche se la pensi così, non puoi negare come, in un'epoca che politicamente sembra generare solo personaggi grigi ottusi noiosi e comunque privi di fantasia, egli sia una specie di miracolo. Lo riconoscono perfino gli americani cui si deve la famosa battuta: «Su un punto dobbiamo trovarci irrimediabilmente d'accordo: Non esiste nessuno, su questa Terra, come Sihanouk».
L'intervista che mi concesse parla da sé: è tra gli autoritratti più genuini che mi sia capitato di registrare. Peccato che la parola scritta non renda la sua vocetta stridula, i suoi occhietti che roteano adirati, le sue piccole braccia che si agitano in un danzare di mani grassocce.
A mio avviso, anche se non si è affatto d'accordo con lei, con la sua politica, la sua ideologia, non si può far a meno di rispettarla, ammirarla, anzi volerle bene.
Certo la femminilità è un'opinione, però a me Golda sembrò una femmina in tutto e per tutto. Quel pudore dolce, ad esempio. Quell'ingenuità quasi incredibile e pensare che poteva essere così smaliziata e furba quando nuotava tra i vortici della politica.
Se ci pensi bene, del resto, ti accorgi che la sua fama esplose più per la stampa che per le sue gesta: dall'ombra lo tirarono fuori i giornalisti occidentali e in particolare americani, sempre bravissimi nell'inventar personaggi o montarli. [...] Della resistenza palestinese è davvero un artefice, o uno degli artefici, e uno stratega. O uno degli strateghi. Il portavoce di Al Fatah lo fa per davvero a Mosca. A Rabat e al Cairo ci va per davvero. Ma ciò non significa, tantomento significava, che egli fosse il leader dei palestinesi in guerra. E, comunque, fra tutti i palestinesi che incontrai, Arafat resta quello che mi impressionò meno di tutti.
O dovrei dire quello che mi piacque meno di tutti? Una cosa è certa: egli non è un uomo nato per piacere. È un uomo nato per irritare. Avvertire simpatia per lui è difficile. Anzitutto per il silenzioso rifiuto che oppone a chiunque tenti un approccio umano: la sua cordialità è superficiale, la sua gentilezza è formale, e un nulla basta a renderlo ostile, freddo, arrogante. Si scalda solo quando si arrabbia.
A mio parere, in un'intervista, non sono le domande che contano ma le risposte. Se una persona ha talento, puoi chiederle la cosa più banale del mondo: ti risponderà sempre in modo brillante e profondo. Se una persona è mediocre, puoi porle la domanda più acuta del mondo: ti risponderà sempre in modo mediocre.
Egli reagì quasi sempre con discorsi allusivi o evasivi, giri di frase che non contenevano nulla fuorché la sua intransigenza retorica, il suo costante timore di non persuadermi. E nessuna volontà di considerare, sia pure in un gioco dialettico, il punto di vista altrui. Né basta osservare come l'incontro tra un arabo che crede alla guerra e un'europea che non ci crede più sia un incontro immensamente difficile. Anche perché quest'ultima resta imbevuta del suo cristianesimo, del suo odio per l'odio, e l'altro invece resta infagottato dentro la sua legge dell'occhio-per-occhio-dente-per-dente: epitome di ogni orgoglio.
Questa donna incredibile che governava su quasi mezzo miliardo di creature e che aveva addirittura vinto una guerra avversata dagli Stati Uniti e dalla Cina. Si diceva: nessuno riuscirà a cacciarla dal trono che, democraticamente, si è conquistata. Si diceva: continuerà vent'anni a essere il primo ministro dell'India e, poiché ha passato da qualche tempo la cinquantina, può restarvi tutta la vita. In fondo, era l'unica vera regina del nostro tempo.
Capirla era impresa inquietante. La sua personalità sfuggiva a ogni tentativo di fissarla in un colore, una forma precisa. Era troppe cose insieme, e tutte in contrasto fra loro. A molti non piaceva. E la definivano arrogante, cinica, ambiziosa, spietata. La accusavano di pressappochismo ideologico, doppiogiochismo, demagogia. A molti piaceva, invece, fino all'innamoramento. E la definivano forte, coraggiosa, generosa, geniale. La esaltavano per il buonsenso, l'equilibrio, l'onestà. Tra quelli cui non piaceva trovavi spesso uomini. Tra quelli cui piaceva, trovavi spesso donne.
Quando si è capo del popolo più religioso del mondo, ci vuol fegato a dire che non si crede negli dèi ma nell'Uomo.
L'uomo era imprevedibile, bizarro, portato ai colpi di testa, alle decisioni insolite. E molto intelligente, ammettiamolo. D'una intelligenza astuta, volpina, nata per incantare, imbrogliare, e allo stesso tempo nutrita di cultura, di memoria, fiuto. Nonché d'una grande signorilità.
Più lo studiavi e più restavi incerto, confuso. Come un prisma che gira su un perno, ti offriva sempre una faccia diversa e nell'attimo stesso in cui si concedeva al tuo esame se ne sottraeva. Così potevi definirlo in mille modi e ogni modo era vero: liberale e autoritario, fascista e comunista, sincero e bugiardo. Senza dubbio era uno dei leader più complessi del nostro tempo e l'unico interessante che il suo paese abbia dato finora.
Il potere è una passione più travolgente dell'amore. E chi ama il potere ha lo stomaco forte, il naso ancora più forte. I cattivi odori non gli danno fastidio. A Bhutto non davano fastidio. Egli amava il potere. Di che natura fosse questo potere era difficile indovinarlo. Lui stesso ne dava una risposta ambigua, ti metteva in guardia contro i politici che dicono la verità o esibiscono una morale da boy-scout sprovveduti. Ascoltandolo eri portato a credere che la sua ambizione fosse nobile, che intendesse davvero costruire un socialismo disinteressato e sincero. Ma poi visitavi la sua splendida biblioteca, a Karachi, e scoprivi che al posto d'onore v'erano lussuosi volumi su Mussolini e su Hitler: rilegati in argento.
Sarebbe stato uno splendido presidente della Repubblica, e ci avrebbe fatto bene averlo al Quirinale. Ma non glielo permisero, non ce lo permisero. I suoi amici prima ancora dei suoi nemici.
Lui parlava con la sua voce lenta, educata, da confessore che ti impartisce la penitenza di cinque Pater, cinque Salve Regina, dieci Requiem Aeternam, e io avvertivo un disagio cui non riuscivo a dar nome. Poi, d'un tratto, compresi che non era disagio. Era paura. Quest'uomo mi faceva paura. Ma perché?
A chi fa paura un malatino, a chi fa paura una tartaruga? A chi fanno male? Solo più tardi, molto tardi, realizzai che la paura mi veniva proprio da queste cose: dalla forza che si nascondeva dietro queste cose. Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barba lunga, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza.
L'intelligenza, perbacco se ne aveva. Al punto di potersi permettere il lusso di non esibirla. A ogni domanda sgusciava via come un pesce, si arrotolava in mille giravolte, spirali, quindi tornava per offrirti un discorso modesto e pieno di concretezza. Il suo humor era sottile, perfido come bucature di spillo. Lì per lì non le sentivi le bucature ma dopo zampillavano sangue e ti facevano male.
È ancora difficile, per un italiano, scrivere spassionatamente del defunto Ailé Selassié. Perché è arduo dimenticare che lo aggredimmo, lo insultammo, lo derubammo del suo paese con l'inutile guerra che Mussolini gli scatenò addosso quarantadue anni fa [...] Più che imbarazzo, senso di colpa. Anzi vergogna. E così a tale colpa, a tale vergogna, gli italiani che oggi si accostano al ricordo di Ailé Selassié reagiscono vedendone esclusivamente i lati migliori: i meriti del passato. I suoi ritratti grondano sempre ossequio eccessivo, ammirazione incondizionata, lusinghe. Raccontano sempre la sua compostezza ieratica, la sua dignità regale, la sua intelligenza acutissima, la sua generosità verso gli ex nemici. Non spiegano mai chi fosse in realtà il sovrano da noi reso vittima. Non osano dirci se era qualcosa di meno e qualcosa di più che una vittima. Ad esempio un vegliardo irrigidito in princìpi disfatti da secoli. Ad esempio il padrone assoluto di un paese che non ha mai udito le parole diritto, democrazia, e appena fuori città vive ai limiti della preistoria: oppresso dalla fame, dalle malattie, dall'ignoranza, dallo squallore di un regime feudale che non conoscemmo neppure nel Medioevo più buio.
Nel 1935 avemmo anche noi il nostro Vietnam. Si chiamava Etiopia.
Durò più di un ora il colloquio. Sua Maestà rispondeva a fatica, con interminabili pause, ansimando. Spesso, poi, non capiva ciò che gli chiedevo evitando allusioni dirette. Forse perché non sapeva il francese come affermava, forse perché la sua vecchia mente non seguiva i concetti. E mi toccava ripetere, sopportar la sua stizza che a tratti diventava offensiva: «Ètudiez! Ètudiez!». Cosa dovevo studiare? La buona creanza o l'ipocrisia o le mille cose che i re non sanno? All'ultima domanda, infine, si spaventò. Era una domanda sulla morte. E Sua Maestà non amava la parola morte. Aveva troppa paura di morire, lui che mandava gli altri a morire con tanta facilità.
Il pane, in Etiopia, è un cibo da ricchi. Il piatto nazionale, in Etiopia, è l'ingera: una trippa di pasta grigia, molle. La si mangia inzuppata di berberé, un sugo micidiale, composto di peperoncini e cipolle tritate. Il berberé toglie lo stimolo della fame, l'ingera gonfia lo stomaco. La carne si mangia soltanto due o tre volte all'anno, cruda. La ragione di ciò è che l'Etiopia è il paese col reddito pro capite più basso del mondo.
In Etiopia si ignorava perfino cosa fossero le elezioni, cosa fosse il voto. Se qualcuno avesse spiegato a un pastore del Gondar che aveva diritto d'esprimere la sua opinione e manifestarla con una cosa che si chiama voto, egli sarebbe ritenuto beffato e non ci avrebbe creduto. Naturalmente, non esistevano partiti politici. Neanche clandestini. La polizia segreta era organizzatissima, i telefoni erano controllati, e perfino gli stranieri avevano paura a esprimere un punto di vista che non coincidesse con quello dell'imperatore. Per un nulla si poteva essere accusati di lesa maestà, e finire in prigione o impiccati. Il fatto era che l'imperatore non credeva all'Etiopia inserita in un clima di libertà e di democrazia, e non stimava molto il suo popolo. Con le persone di cui si fidava ripeteva sempre, con sprezzo: «Vous savez, ces gens...». E citava l'esempio del Congo: «Ecco cosa succede a dare la libertà a certa gente».
Agli inizi del suo regno Ailé Selassié introdusse in Etiopia la radio. Più tardi, i giornali e la televisione. Malgrado ciò, anche ad Addis Abeba non si sapeva nulla di ciò che accadeva nel resto del mondo. Sia la radio che i giornali e la televisione servivano solo come strumenti di propaganda reale.
Vi erano due argomenti proibiti con Ailé Selassié: L'Eritrea e il ruolo che il principe ereditario Asfa Wossen ebbe nel colpo di Stato del 1960. Il colpo di Stato fu condotto mentre l'imperatore era in Brasile e i suoi protagonisti furono i fratelli Menghistu e Girmané Neway. Né l'uno né l'altro erano ambiziosi o cattivi. Erano solo due tipi stanchi del regime feudale, sinceramente convinti alla causa della giustizia sociale e della libertà. Neanche comunisti, si potevano definire due socialdemocratici con un programma di riforme e non di rivoluzione.
I suoi veri amici erano gli americani cui consentiva il controllo politico ed economico del paese e ai cui consiglieri militari aveva consegnato l'esercito, l'aviazione, i servizi segreti. I suoi veri nemici erano i sovietici che aizzavano Gibuti all'indipendenza e aiutavano il Sudan che a sua volta aiutava l'Eritrea. Però andò anche a Mosca e l'Etiopia era piena di bulgari, di rumeni, di polacchi, di jugoslavi, insomma di ambasciate comuniste. Ailé Selassié andava d'accordo coi paesi arabi però chiamò gli israeliani a istruire la polizia segreta, la polizia criminale e la Guardia Imperiale. Con loro aveva in comune tutto l'interesse a non perdere i porti di Asmara e di Assab. I suoi rapporti erano ottimi anche coi francesi, nel timore che rinunciassero a Gibuti. Restavano freddini solo con gli inglesi: non gli aveva mai perdonato il distacco con cui lo avevano accolto durante l'esilio. E, sebbene gli inglesi lo avessero rimesso sul trono, nessuno lo aveva mai udito pronunciare una parola nella loro lingua. Che conosceva benissimo.
Ailé Selassié era molto superstizioso e disperatamente attaccato alla vita. Ogni anno si recava a Ginevra dove si sottoponeva a cure di ringiovanimento e sembra che spesso rinnovasse il suo sangue con sangue giovane e fresco. Lo affliggeva un principio di arteriosclerosi. Ma la sua morte era più temuta dagli altri che da lui stesso. Il suo talento politico, infatti, non era stato abbastanza vasto da preparare il giorno in cui egli non ci sarebbe stato più. La sua genialità non era stata abbastanza completa da piantare un solido seme quando il suo sarebbe seccato. Le sue vecchie mani non avevano mai mollato o delegato il potere. Il suo vecchio cuore non aveva mai superato il principio dell'après-moi-le-déluge. Forse la morte gli faceva tanta paura perché sapeva che Ailé Selassié rischiava d'essere l'ultimo imperatore d'Etiopia, Leone di Giuda, Eletto di Dio, Potenza della Trinità, Re dei Re.
[...] malgrado tre ore di domande e risposte l'uomo restava un mistero. Era idiota, ad esempio, o intelligente? Probabilmente è come Bhutto, un personaggio dove i contrasti più paradossali si fondono per regalare alla tua ricerca un enigma. Crede ai sogni premonitori, ad esempio, alle visioni, a un infantile misticismo, e poi discute sul petrolio come un esperto. (Lo è). Governa come un re assolutista, ad esempio, e poi si rivolge al popolo col tono di chi crede al popolo e lo ama: dirigendo una Rivoluzione Bianca che a quanto pare qualche sforzino lo fa per combattere l'analfabetismo e il sistema feudale. Ritiene che le donne vadano giudicate alla stregua di accessori graziosi, incapaci di pensare come un uomo e poi, in una società dove le donne portano ancora il velo, ordina addirittura alle ragazze di fare il servizio militare. Ma insomma che è questo Mohammad Reza Pahlavi che da trentadue anni siede solidamente sul trono più scottante del mondo? Appartiene all'epoca dei tappeti volanti o a quella dei computer? È un residuo del profeta Maometto o un accessorio dei pozzi di Abadan? Io non l'ho capito.
Ciò che ogni creatura degna d'esser nata dovrebbe cercare non esiste. È un sogno che si chiama Libertà, che si chiama Giustizia. E piangendo bestemmiando soffrendo noi possiamo solo rincorrerlo dicendo a noi stessi che quando una cosa non esiste la si inventa. Non abbiamo fatto lo stesso con Dio? Non è forse il destino degli uomini quello di inventare ciò che non esiste e battersi per un sogno?
La natura umana è così inesplicabile, ciò che divide il bene dal male è un filo talmente sottile, talmente invisibile. Non dissi nulla e pensai che, a volte, quel filo si spezza tra le tue mani mischiando il bene e il male in un mistero che ti smarrisce. In quel mistero, non osi più giudicare un uomo.
V'era in quell'omaccione burbero, sanguigno, sassosso, una delicatezza quasi femminile. (BUR 1977, p. 314)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026